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STORIA
DELLA
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COMPILATA
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DAL CAV.
FRANCESCO LXGHIRAMI
TOMO li
POLIGRAFIA FfE&OLANA
DAI TOSCHI DELL*' AUTORE
1843
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STORIA
DELLA
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dall' akwo 1737 al 1800 dopo g. cristo.
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EPOCA VII.
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a Toscana granducale, esclusa'Lucca che
airincorainciare del dominio austriaco si gover-
nava con le proprie leggi, era sempre divisa come
nei tempi medicei (a), vaie a, dire in stato vec-
chio e stato nuovo, cioè fiorentino e senese; ma
nel regno di Pietro Leopoldo I suhì delle varia-
zioni, poiché in tre epoche diverse ne furori fat-
ti tre compartimenti, dopo essere stato diviso lo
stato senese in provincia superiore ed in inferio-
re. Non era mai stata fatta in Toscana una nuova
divisione di governi, ma solamente alcune mu-
tazioni parziali di tempo in tempo, restando sem-
pre la confusione antica tanto nei magistrati del-
le città principali, (pianto nel governo dei terri-
tori, poiché secondo i vari modi degli acquisti ed
i titoli dei patti fatti dalla repuhhlica fiorentina e
dai granduchi medicei, erano restati distinti mol-
ti territori di piccole comunità con varie intral-
ci Vtd. tav. CXXXIV e CXXXV.
C GEOGRAFIA
ciate dipendenze. Si mandavano per le provineie,
governatori, commissari, vicari, potestà, capitani
ed uffiziali, l'autorità di alcuni dei quali era ridot-
ta debole, poiché in tempo di repubbliche queste
erano cariche piuttosto militari che civili, nate
dal bisogno che le repubbliche deboli avevano
di sostenere continuamente il mal fermo loro do-
minio (i); ma a questo fu rimediato dal granduca
Pietro Leopoldo.
g. 2. Volendo quel principe secondare le pa-
terne cure di dar Taiuto possibile alla popolazione
ed all'agricoltura delle nostre maremme, si deter-
minò di formare un compartimento delia provin-
cia inferiore di Siena, il governo del quale di-
pendesse solamente dall'autorità sovrana e dagli
ordini riservati a darsi, onde provvedere alle cir-
costanze locali di quel paese con quei stabilimenti
che di tempo in tempo furono creduti più adatti a
soccorrerlo, e procurargli quel miglioramento di
cui era capace. A tale effetto fu emanata una leg-
ge nel dicembre del 1766, colla quale si ordinò,
che il compartimento della provincia inferiore di
Siena fosse diviso in otto potesterie ch'erano le
seguenti.Grossetopotesterìa composta delle comu-
nità di Batignano, Campagnatico, Civitella, Istia,
M. Pescali, M. Orsaio,Paganico, Pari, Casale, Roc-
ca Strada . Sasso di Maremma e Sticciano con
tutti i comunelli. Massa, potesterìa alla quale eran
seggette le comunità di Monte Rotondo, Prata,
Perolla, Tatti, Tornielfa, Rocca Federighi, Mon-
temassi e Sasso Fortino. Le comunità di Tirli,
Giuncarico, Colonna. Caldana. Ravi e Gavorrano
DEI TEMPI AUSTRIACI. 7
appartenevano, alla potesterìa di Castiglion della
Pescaia. La potesterìa di Scansano era compo-
sta dalle comunità di Monteano, monte Orgiali,
Perela, Magliano, Cotone e Polveraia. alla po-
testerìa di Arcidossoeran soggette le comunità di
Castel del Piano, Cinigiano, Monte Latrone, Seg-
giano, Ponticello, Monte Giovi, Castiglioncello,
Bandini. Porrona, Montenero,CanajStribugliano,
Triana e santa Fiora. Pitigliano era potesterìa
composta delle comunità di Sorano, Castel Oltie-
ri, Monte Vitozzo,Catabbio, S. Martino e Sovana.
Marciano era potesterìa alla quale erano unite
le comunità di Capalbio , Montemerano , Sara-
prugnano. Rocchetta, Rocca Albegna e Saturnia,
Isola del Giglio potesterìa circoscritta da se stessa.
Quest'ultima potesterìa aveva solo un potestà ed
un cancelliere civile e criminale, mentre le altre
qui sopra descritte, oltre i due nominati giusdicen-
ti, avevano degli uffiziali civili, che risedevano
nella prima potesterìa in Campagnatico, Pari e
Roccastrada, nella seconda in Monterotondo e
Prata, nella terza in Gavorrano, nella quarta in
monte Orgiali, nella quinta in Castel del Piane e
in Cinigiano. nella sesta in Sorauoe nella settima
in Capalbio. I territorii delle comunità assegnate
alle dette potesterìe secondo i loro soliti e natu-
rali confini formavano il circondario del compar-
timento della provincia inferiore di Siena (a).
£. 3. Gli abusi introdotti nell'abitare le cause
civili, ed il lungo giro e gravoso dispendio che
avevano, produssero una riforma nello stato tior-
renlino. Con legge del 1 772 Leopoldo I stabili che
S GE0GR4F1A
di questo stato ne fosse fatto un compartimento,
e ordinò ohe le giurisdizioni fossero divise in vi-
cariati e potesterìe maggiori e minori. I vicariati
tutti volle che avessero la giurisdizione civile nel
luogo di loro residenza e dentro un limitato ter-
ritorio, e la criminale nel proprio territorio e in
quelle potesterìe che si trovavano nel determi-
nato circondario di ciascun vicariato. Prescrisse
poi che i potestà tanto maggiori che minori aves-
sero solamente la giurisdizione civile in tutta la
estensione delle potesterìe loro (3).
g. <J«I1 compartimento adunque fiorentino era
diviso nei seguenti vicariati e polesterie. Fi-
renze capitale del granducato, dove oltre rise-
dervi i collegi del governo supremo, vi era I-uf-
fizio degli otto di guardia e balìa che. presedeva
agli affari criminali dello stato. A. quest'uffizio
erar: sottoposte nel criminale la potesterìa mag-
giore di Campi e quelle minori di Fiesole, Sesto
Montelupo, Galluzzo e Bagno a Ripoli, sotto del
quale vi erano le comunità delPImpruneta e Ca-
stellina. Certalilo vicariato maggiore che aveva
giurisdizione criminale nelle potesterìe minori
di Gambassi, Casteltìorentino, Montespertoli, s.
Casciano e Barberino di Val d'Elsa. Il vicariato
minore di Radda aveva soggetta nel criminale la
potesterìa minore di Greve. San Giovanni vica-
riato maggiore, oltre ad avere giurisdizione civile
nel proprio territorio, aveva la criminale nelle
potesterìe maggiori di Figline e Montevarchi: a
quest'ultima fu riunito l'uffizialato di Montegonzi
coll'obbligo che il notaio civile «Iella medesima
DEI TEMPI AUSTRIACI. «)
potesterìa andasse ogni sabato a render ragione nel
luogo detto il monastero per comodo dei popolani
delPuffizialato soppresso. Le potesterìe minori di
Bucine, Terranuovà, Loro, Castelfranco di sopra,
Reggello e Laterina con le comunità di Gastiglion
Finocchi , Gellobiscardo , Castiglione libertini
e Penna furono pure sottoposte nel criminale al
TÌcariato di San Giovanni. Pontassieve vicariato
minore a* cui erano soggette nel criminale le po-
testerie minori di Dicomano e s. Gaudenzio. Le
potesterìe pure minori di Viccbio, Borgo san Lo-
renzo a Barberino di Mugello erano della giuri-
sdizione criminale del vicariato maggiore di Scar-
peria.
£. 5. Prato fu vicariato maggiore che aveva la
giurisdizione civile nella propria potesterìa e nei
popoli di s. Giovan Battista Decollato a Monte-
murlo e di s. Pietro a Albano, e la criminale nei
detti popoli e nella potesterìa minore di Carmi-
gnano. Empoli vicariato minore al quale eràri
sottoposte nel criminale le potesterìe minori di
Cerreto e di Vinci. Al vicariato maggiore di Sari
Miniato fu aggregata nel civile una parte dello
uflìzialato di Cigoli e nel criminale le potesterìe
maggiori di Fucecchio e Castelfranco di sotto," e
quelle minori diS. Croce, e Montatone. Il detto
uflìzialato fu soppresso ed aggregato alla giurisdi-
zione civile di S. Miniato rispetto ai popoli di Ct-
go, liMontebicchieri e Stibbio, mentre per quei di
Castelnuovo, Coiano, S. Stefano, Collegalli, San
Quintino e Canneto, appartenenti pure aH'ulfizia-
lalo di Cigoli, era soggetto alla giurisdizione ci-
IO GEOGRAFIA
■vile del potestà di Montatone. Il vicariato mi-
nore di San Gemignano non aveva giurisdizione
civile e criminale che nel proprio territorio. Col-
le era vicariato maggiore al quale era sottoposta
nel criminale la potesterìa minore di Poggibonsi,
AI vicariato minore di Sansavino erano aggregate
nel civile la comunità di Baticorte e nel crima-
la potesterìa maggiore di Civitella. Lucignano fu
vicariato maggiore, a cui eran soggette la poteste-
rìa maggiore di Foiano e quella minore di IVIarlia-
no. Cortona, e Montepulciano vicariati maggiori e
Castiglionfiorentino vicariato minore non avevano
giuridizione civile e criminale che nel proprio ter-
ritorio^ meno che al secondo di essi fu aggregato
il soppresso uffiziaìato di Valiana. Arezzo vicaria-
to maggiore, al quale era solo aggregata nel cri-
minale la potesterìa di Subbiano.
g. 6. Il vicariato maggiore di Poppi aveva giu-
risdizione criminale nelle poteslerie minori di Ca-
stel s. Niccolò, Ortignano, monte Migliaio, Castel
Facognano e Chiusi, e nelle maggiori di Pratovec-
chio e Bibbiena:* quest'ultima furono uniti nel ci-
vile! territori» di lUoggiona, Camaldoli e Badia Pe-
traglia^ mentre nel criminale erano addetti al vica-
riato di Poppi. La potesterìa minore di Monterchi
era soggetta nel criminale al vicariato minore di
Anghiari. San Sepolcro fu vicariato maggiore al
quale nel criminale erano aggregate la potesterìa
maggiore della Pieve s. Stefano e quella minore
di Caprese. I vicariali minori di Sestino e di Ba-
gno avevano la loro giurisdizione criminale, il
primo nella potesterìa minore della Badia Tedai-
DEI TEMPI AUSTRIACI. II
da ed il secondo in quelle pure minori di Sor-
balio e Yerghereto, e le fu aggiunto nel civile la
comunità di Vessa. Alla Rocca s. Casciano, che
era vicariato maggiore, furono sottoposte le pote-
sterìe minori di Terra del Sole^Portico.Premilcuo-
re e Galeata. Soppressi gli uffizialati di Dovadola
e HI on tolto-, fu il primo unito nel civile al vica-
riato della Rocca san Casciano e l'altro pure nel
civile alla potesteria di Premileuore. Dei due vi-
cariati minori di Modigliana e Marradi, il primo
nveva giurisdizione civile e criminale nel proprio
territorio e nel soppresso uffizialato di Tredozio
ad esso aggregato, e l'altro nel criminale nella
potesteria minore di Palazuolo.Firenzuola vicaria-
to minore che aveva solamente giurisdizione civile
e criminale nel proprio teiritorioialtrettanto era
del vicariato maggiore della montagna di Pistoia, il
di cui notaro civile però era obbligato di portarsi
due volte al mese a Cutigliano per rendervi ra-
gione. Pistoia era vicariato maggiore a cui erano
aggregate nel criminale le polesterìe minori di
Seravalle, Montale e Tizzano.il vicariato maggio-
re di Pescia aveva giurisdizione civile nel proprio
territorio e nel soppresso uffizialato di Lizzano,
aggregalo ad esso vicariato, e crimale nella po-
testeria maggiore di Buggiaiio e nelle minori di
Montecatini, Vellano e Monte Carlo. Barga vica-
riato minore con giurisdizione civile e criminale
solo nel proprio territorio.
g. 7. Il vicariaro maggiore di Fivizzano impe-
rava nel criminale alla potesteria di Albiano, che
aveva soggette nel civile le comunità di Stradano
1Z GEOGRAFIA
e Caprigliola^ le altre podesterìe delle castella e i
tribunali di danno dato, ch'erano appresso ai ca-
sali <li dette castella, furono aggregati al tribunale
pretorio di Fiviazano,coirobbligo al notaro civile
di portarsi due volte al mese a Crespiano per ren-
dervi ragione. Fu restituito al vicariato minore
di Bagnone tanto nel civile che nel criminale
tutto l'antico territorio del capitanato di Casti-
glione del Terziere, a riserva delle comunità di
Albiano, Stradano e Gaprigliola sottoposte nel
criminale al vicarialo di Fivizzano,come abbiamo
detto poco sopra. Pontremoli vicariato maggiore
con giurisdizione criminale nella poteslerìa mi^
nore di Calice, alla quale eran soggetti i territori
di Veppo e Madignano. Calice era potesterìa fino
dal 1770, allorché Leopoldo I comprò il di lei
territorio e quello di Veppo dai marchesi Mala-
spina di iVlulazzo. Fu nel 1777 che il granduca
Leopoldo appagò le domande fattegli dai terraz-
zani di Pontremoli, col far loro ottenere dalla
corte dì' Roma il vescovo, e col dichiarare egli
stesso quella terra città nei 1788. Pietra Santa
vicariato maggiore con la giurisdizione criminale
e civile nel proprio territorio e con facoltà di ri-
sedere tutti gl'impiegati nell'estate in Seravezza.
li vicariato maggiore di Pisa aveva soggetta nel
criminale la poteslerìa minore dei Bagni di s. Giu-
liano che portava il titolo di commissario, con fa-
coltà ed obblighi degli altri potestà.
fi 8. Vico-Pisano fu vicariato maggiore, alla
cui giurisdizione criminale appartenevano la po-
teslerìa minore di Ponledera e la comunità di
DEI TEMrt AUSTRIACI. l3
Monlecastelli. AI vicarialo maggiore di Lari era-
no aggregate nel civile le comunità di Riparbel-
la, s. Luce, Pieve, e Pastina, e nel criminale la
potesterìa maggiore di Peccioli e quella minore
di Palaia. I due vicariati maggióri di Portòferraio
e Livorno avevano il primo giurisdizione civile e
criminale nel proprio territorio, ed il secondo solo
nel criminale nella potesterìa minore di Rosigna-
no. Campiglia era un vicariato minore con giuri-
sdizione criminale nella potesteria minore di
Guardistallo e nelle comunità di Bibbona, Casa-
le e Cecina, ma nel civile queste dipendevano da
Guardistallo. 41 vicariato maggiore di Volterra
furono sottoposte nel criminale le due potesterìe
minori di Montepescali e di Pomarance, ed a que-
sfultima si unì nel civile ruftizialato del Sasso.'e
quei soppressi di Montecatini e Querceto furono
aggregali nel civile al vicariato di Volterra (4).
g. 9. Due anni dopo il granduca Pietro Leo-
poldo vide la necessità di riformare anche il si-
stema governativo della provincia superiore di
Siena, come aveva fatto dello slato fiorentino,
attesi gli. abusi che vi si erano introdotti in pre-
giudizio dei sudditi ed in offesa della giustizia;
perciò ron legge delP anno 1774*, fece di quella
provincia un compartimento, il quale fu diviso
in vicariati e potesterìe ch'erano i seguenti.
Siena capitanato di giustizia con giurisdizione
criminale sopra le masse di Siena e sopra le
potesterìe di Caslelnuovo della Berardenga e
Sovicille. Alla prima di queste potesterìe fu ag-
giunta la comunità di 5. Gusmè con tutti i suoi
Si. Tose. Tom. 11. 2
\\ GEOGRAFIA
comunelli, e alla seconda che aveva soggette le
comunità di s. Colomba, Tesa, s. Lorenzo a Men-
sa, Montereggiooi, Orgia, Rosìa, Stigliano, Stro-
vi, Tocchi, e Torri di Rosìa con i loro distretti.,
fu aggiunto nel civile il vicariato di Montereg-
gioni. Casole era vicariato che aveva soggette
nella giurisdizione civile le comunità di Mensa-
nò e Monteguidi, e nella criminale la potesteria
di Radicondoli composta delle comunità di Bei-
forte e quella di Chiusdino, alla quale eran sot-
toposte le comunità di Gerfalco, Montalcinello
e Travale. IVIontalcino con giurisdizione civile
nel proprio territorio e nelle comunità di santo
Angiolo in Colle, Camigliano, Castelnuovo dello
Abate e Torrenieri, e criminale nella potesteria
di Buonconvento, composta delle comunità di s.
Giovanni d'Asso, Lucignano d'Arbia, Monleron-
grifoli, Vergelle e Sera valle, e la potesteria di
Casliglion d*Orcia,a cui era aggregata la comuni-
tà della Rocca d'Orcia. Radicofani era un vica-
riato che nel civile aveva la comunità di Conti-
gnano e nel criminale la potesteria della Badìa di
s. Salvadore, alla quale erano aggregate le comu-
nità di Campiglia cP Orcia e Pian Castagnaio, e
la potesteria di s. Casciano dei Bagni che aveva
soggetta nel civile la comunità di Celle, mentre
nel criminale tutte le comunità erano addette ai
loro^espetlivi vicariali. Chiusi fu vicarialo con la
giurisdizione civile solo nel proprio territorio, e
criminale nella potesteria di Sarteano, a cui fu-
rono aggregate nel civile le comunità di Cetona
e Chianciano. Pienza vicariato che aveva soggette
Tdei tempi austriaci. l5
nel civile le comunità di Castelnuovo e Montic-
chiello,e nel criminale la potesterìa di A.sciano,alIa
quale erano aggiunte la potesterìa di Trequanda
e le comunità di Chiusuri, Monte Santa Maria,
Montisi e Petroio. Asinalunga era vicariato con
giurisdizione civile nel proprio territorio e nelle
comunità di Béttolle, Farnetella e Scrollano, e
criminale nella potesterìa di.Torrita, composta
della comunità di Ciliano, e la potesterìa di Ra-
polano alla quale erano aggregate le comunità di
Armaiolo, Poggio s. Cecilia e Serre (5).
g. io. Oltre i vicari e potestà, vi erano in
Toscana 4 governatori che avevano la suprema
rappresentanza del sovrano risedenti in Pisa, Sie-
na, Livorno e Pcrtoferraio, capoluogo dell'Isola
dell'Elba, che nel 1801 col trattato di Luneville
fu riunito al governo toscano (6).Vera poi un'altra
divisione che del territorio granducale solevan
fare i toscani in varie parti come in altrettante
piccole provincie dello stato, senza peraltro dare
ad alcune di esse parti un limite detei minato: i
loro nomi erano i seguenti} la Lunigiana, il Mu-
gello, il Casentino, il Chianti, il Valdarno, il
Pian di Pisa, la provincia senese, i Presidii, la
Val di Chiana, la Maremma e la Romagna toscana.
g. 11. Quattro erano al tempo di Leopoldo l
nel granducato le sedi arcivescovili , come sono
lutfora, cioè Firenze, Pisa, Siena e Lucca, e di-
ciotto sedi vescovili, vale a dire Pistoia e Prato,
Fiesole, San Miniato, Colle , Borgo S. Sepolcro
sutì'raganee di Firenze ; Livorno e Pontremoli
suffraganee di Pisa ; Chiusi e Pienza , Sovaua ,
l6 GEOGRAFIA
Grosseto, Massa Marittima suffraganee di Siena;
Arezzo, Cortona, Volterra , Moutalcino, Monte-
pulciano e Pescia immediatamente soggette al
pontefice romano: in tutte ventuna diocesi. I ve-
scovi però non erano che 19, poiché Prato aveva
sede comune con Pistoia , e Pienza con Chiusi
riunite con bolla di Clemente XIV uel 1772 ,
conservando però, ad entrambe le cattedrali , i
loro privilegi con le respetlive curie vescovili. In
tal riunione furono cedute alla diocesi di Mon-
tanino quattro pievi che Chiusi conservava sem-
pre nei territori di Arcidosso, di Monticchiello ,
di Montelatrone e di Castel del Piano alla base
occìdenlale del Munte A mia* a (5).
§. 12. l/arci vescovo. di Bologna, ed i vescovi
d'Imola, di Faenza, di Forlì, Bertinoro, di Sar-
sina e di città di Castello, tutti dello stato eccle-
siastico j avevano giurisdizione spirituale sopra
alcune parti della Toscana, nel maggior numero
situate al di là degli Appenni , e nella Valle Ti-
berina; come pure il vescovo di Città della Pieve
Taveva sul territorio di Santa Fiora , e P abate
delle tre Fontane su quel d'Orbetelloe nell'isola
del Giglio. In tutta la Toscana, eccettuato il du-
cato di Lucca, si trovavano tre chiese metropo-
litane , i<> cattedrali , a55$ chiese parrocchiali
divise in diocesi , 90 delle quali si conferivano
liberamente dal sovrano , 168 dalle comunità o
dal pubblico, 235 dai patroni particolari , ed il
resto dai vescovi delle respettive diocesi e per
concorso: la nomina degli arcivescovi e vescovi
spettava al Granduca (8). I luoghi con sede arci-
DEI TEMPI AUSTRIACI. 0030, 1?
vescovile e vescovile erano i soli che godevano
del titolo di città. Quest'antica regota d'uso sof-
fre per altro d'eccezione rapporto alle tre piazze
di Porloferraio, d'Orbetello che net 1808 furono
riunite col resto dei reali presidi» al governo to-
scano, e di Piombino e suo territorio, che nel
1814 venne pure aggiunto al granducato, avendo
ricevuto il nome di città tino da quando fu de-
stinato principato da'gli Appiani. Queste tre piaz-
ze trovandosi decorate, co/ne abbiamo veduto,
del titolo di città, hanno continuato a fregiar-
sene anche di poi, per quanto non siano state re-
sidenze episcopali (9).
g. i3. Era la Toscana sì popolata nei tempi
antichi in paragone dei paesi a lei limi! roti, che
nell'anno 1 3oo il solo comune di Firenze armava
100,000 uomini , 3o,ooo in città e 70,000 nel
contado. Ma le sciagure comuni a tutta P Italia
ne diminuirono assai la popolazione (io), ed in-
torno allo spirare del secolo XVIll e di questa
storia si ritrova ascendere la popolazione al nu-
mero circa di 1,22.8,000 abitanti, compresovi lo
stato di Lucca e suo territorio (1 1). Nel i8o3 la
Toscana riprese l'antico suo nome d'Etruria, e lo
ritenne fino al ritorno di Ferdinando III, poiché
Lodovico I infante di §pagna venendo al di lei
governo, si fece chiamare re d'Elruria.
NOTE
(l) JJusching, L'Italia geografico-stoi ico-politica, voi.
l8 GEOGRAFIA DEI TEMPI AUSTRIACI.
Iv, parte il, pag. 32. (2) Cantini, Legislazione tosca-
na, voi. xxvm, pag. 280. (3) Ivi, voi. xxx, p. 448.
(4) Ivi. (5) Ivi , voi. xxxi , pag. 179. (6) Inghirami
padre Giovanni, Geografia dell'Italia, cap. in, Gran-
ducato di Toscana. (7) Kepetti , Dizionario storico ,
geografico della Toscana , art. Chiusi . (8) Busching
cit.(9)Inghiramicit. (10) Buschili^ cit. p.13. (11)Ser-
ristori, Statistica della Toscana.
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AVVENIMENTI STORICI
EPOCA VII.
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Anno 1737 di G. Cr.
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g. 1. J? u mai sempre l'Italia oggetto di gare e di
preterizioni pe^principi delTEuropa che ne deside-
ravano o di tutta o di parte il possesso, per cui
non raramente divenne il teatro delle lor guerre;
ed i sovrani dei piccoli stati di questa penisola
eran sempre in timore dell'odio delle potenze che
combattevano, per cui doveano ben destreggiarsi
ad oggetto di non incorrere nella di loro indigna-
zione. Ma finalmente estinta nel 1737 la famiglia
medicea, quesfandamentomutò d'aspetto a favo-
re della Toscana. La pace conclusa fra l'impera-
tore Carlo VI e la Francia, e i trattati che furono
maneggiali in Vienna negli «uni 17^5, e 1736 ri-
guardo alla cessione della Lorena alla successio-
ne della Toscana , regnando nella Lorena Fran-
cesco Stefano, e la convenzione che V infante
don Carlo di Spagna dovesse pacificamente rite-
20 AVVENIMENTI STORICI 4n. 1 737.
nere il regno delle due Sicilie* portarono in To-*
scana una tranquillità sì grande che non conosce-
vasi da più secoli (t). fivj
g. 2. Erede ben degno della illustre casa me-
dicea fu il duca Francesco*Slefano III duca di
Lorena e di Bar, il quale nacque nel di 8 di otto-
bre delfanno 1708 da Leopoldo Giuseppe Carlo
dell'antichissima famiglia de'duchi di Lorena, di-
scesa dal pio Goffredo di Buglione primo re cri-
stiano di Gerusalemme, dichiarato duca di Lore-
na fin dall'anno 1048 da Enrico III imperatore.
La madre di questo nuovo granduca di Toscana
fu Elisabatla Carlotta d' Orleans. L'imperatore
Carlo VI avendo conosciuta nel giovine France-
sco un indole mirabile, ancorché dell'età di so-
li undici anni, lo volle seco a Vienna, e tennelo
come figlio, facendolo istruire nelle scienze e
nelle arti di regnare. Morto il padre nel marzo
del 1721*, egli ascese al trono di Lorena, e nel
i'5 di febbraio sposò l'augusta figlia di Carlo VI
Maria Teresa nata nel maggio dell'anno 1717 (2).
Nell'anno 1737 divenuto granduca di Toscana,
della quale prese possesso a suo nome, come di-
cemmo, il principe di Craon, il senato fiorentino,
non raenochè il magistrato supremo, come anche
la città di Siena, credettero convenir loro di scri-
vere lettere officiose al nuovo granduca, e com-
misero al senatore Carlo Ginori d'esserne il la-
tore, il quale perciò trasferissi in Ungheria, dove
yllora trovavasi il granduca al comando di un ar-
mata cesarea contro il turco. Gradì egli al sommo
quest'atto d'omaggio de'suoi nuovi sudditi, come
* Ved. lav. CXLVIf, *.*4.
An. 1737. DEI TEMPI AUSTRÌACI cip. h ai
lo attestòal medesimo senator Ginorì, e molto più '
colle benigne lettere che si compiacque di rin-
viare. Il principe di Graon confermò tutto il go-
verno nella forma in cui trovavasi , ed il ma-
gistrato supremo emanò in data dei ia agosto un
decreto, in virtù di un biglietto del suddetto prin-
cipe di Craon, nel quale autorizzava tutti i magi-
strati e giusdicenti a continuare nelle loro fun-
zioni fino a nuov'ordine. Era già bastantemente
a cognizione tanto dei nuovo granduca, quanto
del suo ministro, di quale importanza si fosse il
mantenere in vigore e in ottimo slato in Toscana
l'arte della seta, essendo essa uno dei maggiori
rami del commercio e gran sorgente della ric-
chezza di questo stato. Fu perciò uno dei primi
suoi pensieri l'emanare editti acciò quest'arte fos-
se mantenunta in tutto il suo credito, come anche
di pubblicare una opportuna riforma in aggiunta
alle leggi già emanate da'suoi predecessori, per
evitare che accadessero delle frodi nella fabbrica-
zione dei drappi, il che.avrebbe portato un di-
scredito presso gli esteri alle manifatture fioren-
tine e tolto un ramo di commercio il più valuta-
bile. Furono presi diversi savi provvedimenti an-
che in favore dell'arte della lana, altra sorgente
di ricchezze della Toscana (3).
g. 3. Comparve frattanto una protesta a nome
del principe d'Ottaiano don Giuseppe defedici
napoletano risguardante i beni allodiali della ca-
sa Medici, come a lui appartenenti, essendo egli
il più prossimo* agnato della famiglia de\>Iediei.iri
virlù#del Gdecoinmisso ordinalo dal dana Cle-
2rii AVVENIMENTI STORICI An. 1738.
mente VII. Fu in tale occasione dal governo cre-
duto espediente di riguardare come apocrifa que-
sta prolesta, e perciò con decreto del magistrato
supremo, e ad istanza del procuratore fiscale fu
dichiarata nulla ed insussistente, ed ordinarono
che il medesimo foglio fosse lacerato sulla porta
del loro magistrato, con intimazione a quello de-
gli otto di procedere con tutto il rigore contro
Tautore e propagatore di detta protesta per pu-
nirlo secondo le leggi (5). Insorse pure un imbro-
glio fra il pontefice Clemente XII e la reggenza
del granducato di Toscana a cagione di Carpegna,
Scavolino, e IVI ont efeltro, stati pretesi per ragio-
ni antiche dalla repubblica fiorentina, essendo in
fatti passale le milizie lorenesi a prenderne il pos-
sesso. Messosi l'affare in disputa perchè la corte
di Vienna abbisognava in tal tempo'dei soccorsi
del papa per la guerra turchesca, si venne poi
smorsando la lite, eresiò libera quella contrada
dalle armi del granduca (6).
g. 4- Volle Francesco visitare i suoi nuovi
stati, ed a quest'effetto si parti da Vienna,e tran-
sitando per Mantova e Modena, giunse il io di
gennaio del 1739 a Firenze col suo fratello prin-
cipe Carlo di Lorena, e l'arciduchessa Maria Te-
resa sua consorte, con corte e grandioso equipag-
gio. Quivi fecero il solenne loro ingresso fra la
gran calca del popolo e della copiosa foresterìa,
fra le incessanti acclamazioni di quei sudditi che
con archi trionfali, insigni illuminazioni ed ap-
parati maestosi, e col giuoco ancora del calcio
espressero il loro giubilo verso i dominanti, pieni
An. 1;39« DEI TEMPI AUSTRIACI GAP. I. a3
di tanta clemenza e di gentilezza (7). Fu in que-
sta occasione eretto il famoso arco trionfale fuori
della porta a s. Gallo, eseguito col disegno e di-
rezione del lorenese architetto Giadod. Maria Te-
resa coi suo sposo incantarono i cuori di tutti
i uorentiui coll'esiliare quel fasto che si chiama
etichetta, che senza rendere il trono più rispetta-
bile non serviva che a renderlo più odioso, e
rompendo quella barriera che i cortigiani d'inaU
zar procurano bene spesso tra il sovrano ed i suoi
popoli (8).
g. 5. 1 pistoiesi ai quali mollo premeva dover
mostrare pronta obbedienza e fedeltà a questi
nuovi loro sovrani, non solo mandarono nume-
rosa cavalleria per far loro onorevole incontro,
ma spedirono ancora quattro ambasciatori ad in-
chinarli a nome di tutti i cittadini. Riceverono
questi regnanti con dimostrazione di affetto la
solenne ambascerìa della città di Pistoia, e aven-
do dimostrata special premura pe'suoi abitatori
furono licenziati gli ambasciatori pieni di con-
tentezza. A questa pienezza di ossequii dei pi-
stoiesi tenner dietro quelle di lutti gli altri to-
scani, e furono tante e si grandi le dimostrazioni
di allegrezza che fecero que'popoli a questo nuo-
vo regnante, che vennero a compire non solo
all'obbligo dei loro doveri, ma anche a dimostra-
re la stima che facevano di una casa cotanto
cospicua. Riconoscendo il merito di si gran prin-
cipe, il magistrato dei consoli dei mercanti della
citta dr*Firenze che presiedeva al governo del
tempio di s. Giovanni Battista di della città, gli
24 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1739.
fece erigere un arco maestoso e riccamente illu-
minato, ed ornò con esso la facciata dell'opera di
detto tempio, e pose in maestoso trionfo sopra
le basi di quelPeilifizio quattro statue rappresen-
tanti Firenze, Siena, Pisa e Pistoia, città princi-
pali della Toscana, a pie delle quali si vedeva
scolpita la particolare loro iscrizione (9).
g: 6. Nel dì primo di marzo i sovrani si por-
tarono a Pisa e di là a Livorno, nelle quali due
città ebbero motivo di ammirare i nobilissimi
spettacoli e divertimenti, specialmente nelPulli-
ma preparati a gara ed eseguiti in loro onore dai
toscani, inglesi, francesi, olandesi giudei ed altre
nazioni. Videro anche Siena, ove riscossero ap-
plausi ed onori, e portarono poscia con loro un
alto concetto di sì belle e grandiose città,simili alle
quali certamente non le polea mostrare il per al-
tro ragguardevole ducato della Lorena (10). Final-
mente ai primi di aprile fecero ritorno in Firenze,
ove Francesco applicossi tutto a rimettere in
buono stato gli. affari del suo granducato. Il de-
bito pubblico lasciato da Giovanni Gastone to-
glieva allo stato quella floridezza di cui aveva al-
tra volta goduto, allorquando erasi trovato in
grado di concedere considerevoli somministra-
zioni alle altre corti. Francesco intento ad estin-
guerlo nulla omise per riuscirvi. Invocato ed ot-
tenuto il sentimento del pontefice perchè gli ec-
clesiastici e tutti i luoghi pii che fin qui erano
stati esenti da qualunque dazio fossero assogget-
tati alle medesime imposte degli altri , ^»gli au-
mentò cosi le rendite della Toscana} senza accre-
An. 1539. DEI TEMPI* AUSTBIACI CAP. I. 25
scere le gravezze ebbe agio di menomare il debi-
to che divisava di estinguere. Con siffatto inten-
dimento dispose pure generosamente a favore
dello stalo dei beni allodiali ricevuti dalla ca*a
Medici in compenso di quei ceduti al re di Polo-
nia, e vendutane una parte, volle il relratto (osse
erogato in diminuzione del debito medesimo ( 1 1).
g. 7. Dovendo il grauduca abbandonare pei
qualche tempo la Toscana, pensò anche al man-
tenimento del buon governo di questo stato, e a
tal effetto stabilì tre consigli, uno di reggenza, lo
altro di guerra, e il terzo di finanze, e li riforni
(Jei consiglieri di stato , e gli assegnò per loro
residenza la citlà di Firenze. Al consiglio di reg-
genza fu data tutta l'autorità del governo , colla
cura *Y invigilare che fosse amministrata la giu-
stizia senza eccezione di persone sì nel civile che
nel criminale; di mantenere il commercio, le arti
le leggi e gli usi nel loro vigore, insomma di so-
stenere i dritti di suprema giurisdizione, le pre-
rogative e tutte le ragioni dei dominii e dei sud-
diti. Il consiglio di guerra ebbe autorità e giuri-
sdizione sopra tultociò che spelta al servizio mi-
iilare, col mantenimento della buona disciplina
tra le truppe e la conservazione e difesa delle
piazze e fortez/.e. AJ consiglio di finanze fu ordi-
nato presedere generalmente alla direzione di
lutto lo slato, con invigilare sopra quei che le
reggono, o le tengono a titolo di appallo, e deci-
dere tutte le difficoltà che potessero insorgere ri-
guardo alle rendile non solo pubbliche, ma ezian-
dio private;, a lutti e tre i predelti consigli fu
Si. Tose. Tom. 11. 3
il) AVVEMMEVH STORICI Ali» 1739.
concessa facoltà di late, in quanto li risguardava,
le ordinazioni e disposizioni, secondo che lo e-
sigevano le occorrenze (12).
g. 8. Breve fu la dimora in Toscana del gran-
duca e della granduchessa, poiché alla fine del
mese di aprile si posero in viaggio per Vien-
na, dalla quale non volevano star lungamente
lontani a cagione della vacillante salute dell'im-
peratore Carlo VI, al quale dovea succedere l'ar-
ciduchessa Maria Teresa, il che dopo molte guer-
re seguì nel 1745. Lasciò il granduca Francesco
favorevole memoria di sé in Toscana, ma era
comune il dispiacere di esser soggetti ad un so-
vrano che dovea risedere lungi dai suoi stati (i3).
. Dopo la partenza delle reali altezze si incominciò
dai loro ministri lasciati in Firenze n trattare la
riduzione delle grosse spese che giornalmente pa-
liva il granducato di Toscana (14). Furono pub-
blicate due leggi riguardanti i luoghi di monte ad
oggetto di diminuire il debito pubblico, e fu con
esse ordinata l'estrazione de'luoghi di monti li-
beri, e formato un nuovo libro per i vincolati, ri-
ducendo il fruttato dal 3 e mezzo al 3 percento,
ma da questa operazione non se n'ebbe un gran
profitto (i5).
g. 9. Volendo il nuovo principe trar profitto
pecuniario da ogni parte, e ben conoscendo che
ì molti impiegati, talvolta eziandio negli unici
con diritto di vivere a spese del principe dimi-
nuiscono non dirado le braccia all'industria, e
cagionano miserie allo slato, pensò a diminuirne
il numero che era eccessivo, dando in affitto i
^f/l. '1739. DEI TEMPI ALSTEIiCI CAP. T. 27
beni della corona, ed appaltando tutte le regalie
e gabelle a lui stesso dovute. Fu in questo tem-
po che il Granduca avendo dato in appalto tulle
l1 entrate della Toscana a certi finanzieri lore-
nesi, ne successe che non più i cittadini, ma
i finanzieri medesimi esercitavano le cariche per
la riscossione delP entrate . Ne mormorarono i
fiorentini e si lamentarono ancora che l'ammini-
strazione municipale non era più che un'ombra
del potere senza alcun dritto, e che tutto an-
nunziava o faceva temere un governo arbitra-
rio (16) , tanto più si pretendeva, che il gran-
duca Francesco volesse dalla Toscana aver li-
beri in Vienna cinque milioni di fiorini di quella
moneta. II fare un'appalto generale di tutte le
rendite dello stato è cosa estremamente dannosa,
perocché se questa assicura un annua rendita al
sovrano, è la sorgente però d'infinite vessazioni
ai sudditi e di diminuzione anche all'erario regio,
poiché il guadagno vistoso che gli appaltatori vo-
glion fare, dee supplirsi con nuove tasse sopra i
sudditi per saziare l'ingordigia di pochi finanzie-
ri 07)-
J. io. Non lasciava il governo di occuparsi
di tuttociò che poteva render felice la Toscana,
e perciò in diversi tempi furon fatti molti ten-
tativi per favorire l'agricoltura della infelice ma-
remma senese, ma una colonia di Lorenesi che
là fu mandala, rimase quasi intieramente di-
strutta, e le tratte che si accordarono a quella
provincia, non furono di alcun buono effetto,
giacché tutto era vincolato da un magistrato della
2 8 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1*739.
abbondanza, ohe sia per timore ò per ingordigia
inceppava il commercio, unico mezzo per facili-
tare ogni sorta d1 industria nazionale. II sistema
di aggravare la provincia per servire alla capitale
è ingiusto e falso: ingiusto perchè han tutti i sud-
diti gli stessi diritti alle cure del sovrano: falso
perchè depauperata e resa infelice la provincia,
resta la capitale sprovvista di qualunque risorsa,
né essa può bastare a sé stessa . LP agricoltu-
ra fu incoraggiata allorché piacque al granduca
Francesco di ordinare, che per il volgere di tren-
ta quattr'anni la tratta dei grani dalla maremma
senese fosse lìbera da qualunque dazio. Per hi-
coraggire poi V industria, furono aperte nuove
strade e migliorate quelle già aperte, e segnata-
mente quelle di Bologna e di Pisa; si promosse
la educazione dei bachi da seta piantando gelsi
sul margine delle regie strade, e furono allegge-
rite le gabelle d'estrazione perle manifatture to-
scane. Fu quindi emanato un ediìto dalla reggen-
za, e sottoscritto dal conte di Richecourt come
capo di quella, e da Pompeo Neri come segreta-
rio, con cui concedevasi alla società botanica ,
della quale era presidente l'abate marchese An-
tonio Niccolini, il giardino dei semplici esistente
presso le scuderìe di s. Marco, ed altresì con an-
nua pensione di scudi 3oo per le spese di colti-
vazione e mantenimento. Questa società deve fa
sua origine al celebre Pierantonìo Micheli nel
1716, che nel suo principio uon fu istituita da
esso che come un'adunanza privata, ma sotto gli
auspici del granduca Cosimo III divenne pub-
Aìì. ^40. DEI TEMPI AUSTRIACI CA?. I. 29
blica (18)5 ed affinchè le occupazioni di questa
società divenissero anche più utili, la reggenza
a nome di Francesco, volle che imprendesse a
compilare la storia naturale della Toscana, delia
qual cosa assuntone l'incarico il dottor Giovanni
Targioni Tozzetti , la condusse felicemente ad
un certo termine, acquistandosi somma estima-
zione (19).
g. 11. Morto P imperatore Carlo VI, lasciò
erede universale di tutti i suoi regni e stali la
arciduchessa Maria Teresa sua primogenita e
moglie di Francesco Stefano duca di Lorena e
granduca di Toscana : principessa che siccome
per la beltà potea francamente competere col-
le più belle del suo sesso, così per l'elevatezza
della mente, per la saviezza dei suoi consi-
gli, ed anche per forza generosa di petto , ga-
reggiava coi primi dell'altro sesso (ao). Non fu
però senza gravi contrasti e guerre sanguinose
che la nostra granduchessa potette avere il pie-
no possesso dell' eredità paterna, non ostante
che da tutte le potenze fosse stata precedente-
mente garantita. L'elettore di Baviera mosse del-
ie pretensioni sopra al regno di Boemia: Augusto
re di Polonia ed elettore di Sassonia messe in
campo dei diritti sopra tutta la successione au-
striaca: la casa di Spagna promosse delle simi-
li pretenzioni, come anche il re di Sardegna pel
ducato di Milano. La corte di Francia non meno
delle altre avea dei diritti a far valere, ma cre-
dette però di non dovere apparire come compe-
titore: il re di Prussia senza farne parte ad alcu-
3o AVVENniF.XTI STORICI An. 1740.
no pn!rò nella bassa Slesia, e fu allora che si pose
in armi anche la Francia e si fece una lega po-
lentissima contro la casa tTAustria che fu messa
all'orlo del suo precipizio, poiché T elettore Hi
Baviera fu coronato imperatore dopo segnalate
vittorie riportate dagli alleati; ma quello fu il
momento in cui cangiò la sua fortuna , poiché
Maria Teresa amata da tutti e specialmente dagli
ungheresi fu da questi sostenuta colle armi, e
dall'Inghilterra con i sussidii* e fatte delle paci
separate superò i suoi nemici e dette un nuovo
splendore alla casa oTAustria (ai).
g. la. Una grandiosa piena fu in Arno nel
novembre del i?4o> avendo traboccato dalle
sponde e cagionati gravi e indicibili danni a molti
magazzini di grasce e manifatture in Firenze, ed
essendogiuuta anche a dei primi piani di alcune
case. Né solo in Firenze ma anche in altre parti
di Toscana le acque giunsero all'altezza di sette
braccia, e devastarono quasi tutte le semente, e
fecero altri mali gravissimi . Di -questa funesta
inondazione parla il M arozzi nella sua opera in-
titolata: Dello stato antico e moderno del nu-
me Arno (aa).
g. i3. In- proposito di quanto sopra notammo
si aggiunge ora che in sequpla del dannoso con-
sueto sistema di appalti, niente ne fu eccettuato,
e perciò fu roti date in appalto anche tutte le ga-
belle e dazi soliti a risquotersi dall' amministra-
zione delle dogane, il che apportò grandissime
vessazioni ai sudditi, e non meno agli esteri in-
teressati nel commercio con i toscani: anche le
Ali. 1740. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. 1. 3Ì
«abelle dei contratti subirono la stessa sorte. In
tale occasione fu creduto a proposito di formare
un nuovo tribunale colla denominazione della
camera granducale, la quale dovesse assumere a
sé tutti i litigi e differenze che potessero esservi
riguardo agli appalti, tanto fra gli appaltatori ed
il sovrano, come tra quelli ed i particolari, e fra
di loro stessi con i subappaltatori proventieri ec.
talmentechè tuttociò che agli appalti appartene-
va, a questa camera riferir si dovesse: con ciò si
venne a togliere i diritti che le antiche magistra-
ture avevano, ciascuna rispetto al proprio dipar-
timento(ti3).
(>. 14. Siccome poi frano in soverchio numero
i giorni di feriato e molti quei festivi, per cui
gran parte dell'anno rimaneva impedito alPeser-
cizio della civile giurisdizione e dell'industria,
così fu tolto l'abuso di quelli, e quindi durante il
suo governo il pontefice Benedetto XIV applau-
dendo al divisamento del Granduca di Toscana,
diminuì pure i giorni festivi: e cosi Francesco II
togliendo un abuso nel suo stalo, dette occasione
al pontetice di facilitare ancora il modo di guada-
gnarsi il pane a tutti quei che vivono della pro-
pria fatica, senza offesa delle leggi divine (a4).
§. i5. Nel 29 marzo 1741 fu con bando an-
nunziato al pubblico della Toscana la fausta no-
tizia che il dì i3 di marzo dalParciduchessa Ma-
ria Teresa era stato felicemente dato alla luce
il tanto desiderato arciduca Giuseppe, gran prin-
cipe di Toscana, e perciò furono ordinati i rin-
graziamenti all'altissimo, e gran feste per tutta la
o2 AVVENIMENTI STORICI Jtl. 1 ^41 -
Toscana (a5). Ma tanta gioia fu turbata, poiché
la Spagna dettesi a formare un possente arma-
mento e ordinò all'infante don Carlo re delle due
Sicilie di fare altrettanto per andar contro agli
austriaci. Ecco pertanto cominciare a giungere
verso la metà di novembre ad Orbetello ed agli
altri porti di Toscana spettanti ad esso re don
Carlo, varii imbarchi di truppe, munizioni ed ar-
tiglierìe provenienti da Barcellona e da Napoli.
Parimente ad esso Orbetello arrivò nel dì 9 di
dicembre il duca di Montemar destinato genera-
le delle armi di Spagna in Italia; e da che nel re-
gno di Napoli fu fatta una massa di circa 12000
soldati, fu chiesto alla corte di Roma il passaggio
per gii stati della chiesa. Gran gelosìa ed appren-
sione dettero alla Toscana siffatli movimenti, e
come se si aspettasse a momenti un invasione
da quella parte, si presero le possibili precauzio-
ni per la difesa di Livorno, di Pistoia, e d' altri
luoghi della Toscana. Ma poiché premeva alla
Francia che non fosse inquietato lo stato tosca-
no, siccome paese permutato nella Lorena e
guarantito dal re Cristianissimo, ben prevedendo
essa Francia, che l'acquisto di Lorena rimarreb-
be esposto a pretenzioni, se fosse occupato da al-
tri il granducato della Toscana, perciò fu sotto-
mano fatto intendere al granduca duca di Lorena,
che non temesse sconcerti a quegli stati; e que-
sta promessa si vide di poi religiosamente man-
tenuta dalla corte di Francia. Per conseguenza
le speranze dei napoli-spani si rivolsero tutte agli
stati della Lombardia (26).
Aìl. 1743. DEI TEMPI AUSTRIACI CIP. I. 33
g. 16. Furono in quei giorni ordinate feste di
gioia in Firenze per la coronazione seguita in Pra-
ga della nostra granduchessa arciduchessa d'Au-
stria Maria Teresa nel maggio del 174$, in regina
d'Ungheria e di Boemia (27). La quiete e salute
provata in tal tempo dai pistoiesi fu di occasio-
ne ai medesimi d'insinuare al granduca di To-
scana una forma di strada nella loro montagua,
propria pel trasporto delle mercanzie dalla lom-
bardia alla loro città , della qual cosa ponendosi
in dovere quel sovrano di contentare i suoi
popoli, fece colP indirizzo delP ingegnere Giadò
francese por mano al lavoro, e terminatone con
felicità una parte fu a cagione dei rumori della
pestilenza di gran giovamento al corriere di Ve-
nezia e di Milano, quale passando per Pistoia, e
prendendo la nuova strada della montagna, trovò
facile e comodo il passo, e il viaggio libero da
ogni sinistro successo (28). Aumentatesi le voci
dei danni che Tepidemia de'bestiami infieriva, fri
emanato un decreto nel dicembre del 174^ af-
finchè si sospendesse il commercio con alcune
delle potenze confinanti (29).
J. 1 7. Francesco Stefano di Lorena granduca
nostro fu acclamato re d eroina ni sotto il nome di
Francesco I ai i3 settembre del 174 5, e nell'ot-
tobre dell'anno medesimo fti incoronato impera-
tore di Alemagna in Francfort. nonostante la man-
canza dei voti degli elettori di Brandemburgo e
Pdlatino, i quali contrastando la successione a
Maria Teresa non vollero dare i loro voti. I ta-
lenti di questa principessa la ponevano in grado
^4 AVVENIMENTI STORICI Jn. 1745.
di governarsi da sé stessa, ma associò nondime-
no^ il suo sposo alle cure dell'amministrazione, e
regnò sempre tra Francesco e la figlia di Carlo
VI il più grande accordo (3o). A. tanta letizia fe-
ce seguito il sinistro avvenimento che i galli-spa-
ni fin dall'aprile si avviarono alla volta delle mon-
tagne di s. Pellegrino. Un impensata fiera disav-
ventura arrivò ad esse truppe net passare di colà
in Garfagnana, perchè colte da un'improvvisa ne-
ve che principiò a fioccare , e trovandosi sen-
za foraggi e biade in quei monti, fecero orri-
di patimenti: segui non lieve diversione di gente,
e più di 5oo cavalli e muli lasciarono le ossa su
quelle balze. Calati poi nella Garfagnana i galN-
spani, si improvvisamente arrivano addosso alla
fortezza di Montalfouso, che quel comandante
austriaco sorpreso senza vettovaglia si arrendè
tosto col presidio prigioniere di guerra, ed aven-
do poi fatto altrettanto quello della "Verrucola,
tornò tutta quella provincia all'obbedienza del
duca di Modena suo legittimo sovrano. Speravano
i garfagnini un trattamento da amici dalle trup-
pe spagnuole, ma provarono tutto il contrario.
Passò da lì a poco quell'armata sul lucchese e
stesesi fino a Massa, dando assai a conoscere che
essa era per volgersi verso il genovesato, affine
di unirsi colPaltra armata dei galli-spani, che si
andava adunando nella riviera occidentale di Ge-
nova. Si avvide per tempo dr questo loro disegno
il generale austriaco principe di Lobcowiz; e per-
ciò anch'egli nel dì ^,5 di aprile sollecitamente
alzò il campo dai contorni di Modena, e si avviò
Aìl. 1745. DEI TEMPI AUSTRIACI Cip. I. 35
alla volta di Reggio, e di là poi andò a porre il
suo quartiere a Parma con impedire vari distac-
camenti in Lunigiana, affine di frastornare ed
impedire il passaggio dei nemici nel territorio di
Genova. In fatti allorché nel di 9 di maggio si
misero i napoli-spani a passar la Magra, ne ripor-
tarono una buona percossa: dopodiché arrivarono
in fine dopo tante faticose marce a prender ripo-
so nelle vicinanze di Genova (3i).
g. 18. Il governo toscano avea saviamente in
mira di rendere più proficua e meno infelice la
maremma senese, ma gli espedienti proposti non
ebbero un felice successo. Credettesi con un edit-
to in data del di 1 di dicembre ij4^> di facilitare
la coltivazione di quella provìncia, ma il sistema
adottalo non fu vantaggioso. Si voleva con que-
sf editto obbligare i proprietari delle terre incolle
in quella maremma a coltivarle nel Termine di un
anno, altrimenti s'intendevano devolute al fisco.
Era impossibile ottenere di ciò l'intento, perchè
quei possessori,almeno per la maggior parte, non
aveano mezzi per supplire alle gravose spese della
coltivazione in un così breve spazio di tempo, e
perchè per quelli che ne avrebbero avuti i mez-
zi non permettendosi la libera esportazione dei
generi, i prezzi di questi erano cosi bassi, che non
potevano in alcuna guisa porsi a livello con le
enormi spese che occorrevano per le nuove col-
tivazioni in un paese mancante di popolazio-
ne (3a).
g. 19. Fu quindi emanata la famosa legge ce-
sarea sopra i iidecommissi, che Francesco II no-
3(> AVVENIMENTI STORICI Alt. 1747.
stro granduca volle ristringere a soli quattro gradi,
<la coniarsi però in capita e non in stirpe?. Mol-
le sono state le questioni indolle nei tribunali
toscani per la inlerpetrazione di vari articoli di
questa legge , dir vedendosi palesi la volontà
del legislatore per la più pronta possibile libertà
dei beni, senza però pregiudicare a quelli che di
già vi aveano acquistato un diritto, fu in quel sen-
so, che la maggior parte delle dispule furono giu-
dicate. Una delle incongruenze però, che appa-
risce in quella legge, *siè il dar soltanto facoltà
ai nobili di fondare dei Gdecommissi, quando in
quel tempo non era ancor fissata 'una gerarchia
di nobiltà decisa, la quale non ebbe luogo che
nel 1760 (33).
g. 20. Animalo il sovrano dallo stesso princi-
pio di togliere i vincoli che impedivano il libero
commercio dei beni stabili, impedi che le cor-
porazioni ecclesiastiche e secolari aumentassero
di più i loro patrimoni allora immensi, vietando
a quelle di poter conseguire eredità senza un pri-
vilegio sovrano. Avendo poi sua maestà Cesarea
riconosciuto, o creduto di riconoscere che i feu-
datari avessero, o si arrogassero molti privilegi di
più di quelli ch'egli credette opportuno di lasciare
loro, emanò una legge colla quale si venne som-
mamente a ristringere la loro giurisdizione', e
concesse a quei disgraziati sottoposti V appello
delle loro cause ai tribunali ordinari,temperando
così la pesante schiavitù che gli opprimeva. Por-
tando i bisogni dello stato che si trovasse il modo
di accrescerne le rendite, per non mettere un au-
Ali. 1749. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. I. 3?
mento alle imposizioni già stabilite e che erano
in appallo, fu ordinalo cbe gli alti giudiciali, ro-
giti dei notari, e tutti gli atti pubblici dovessero
essere scritti in carta bollata, il che produsse un
aumento non piccolo alle finanze regie: fu anche
questo ramo di finanze dato in appalto (34), e
benché Francesco imperatore fosse soppraccaii-
cato dalle cure del suo impero , amando i to-
scani, cercava premurosamente il loro bene: e
siccome trovavasi da loro lontano ed amava di
conoscerli paratamente, cosi ordinò al Ruscel-
lai, che allora copriva il posto di segretario del
regio diritto, una statistica cosi particolarmente
descritta, ertegli ne potesse comprendere il nu-
mero dei suoi sudditi toscani, il sesso, Petà, la
condizione e la religione, i nomi dei luoghi nei
quali abitavano , e delle parrocchie e comunità
cui appartenevano (35), e n'ebbe in risposta che
il granducato di Toscana era popolato da un mi-
lione H centomila uomini. Lucca governandosi a
repubblica di aristocratica forma contava appena
centomila abitanti, e questi impiegavansi special-
mente neiragricoltura. Portolungone nelP isola
dell'Elba, Orbetello ed altri piccoli luoghi nella
costa di Toscana, contenenti una popolazione di
40,000 anime, e note col nome di stali de*presidii,
erano per CarloIII re delle due Sicilie stabilimenti
opportuni per ingrandirsi in Italia s qualche fa-
vorevole occasione (36). Bei principii per una na-
zione che incomincia a variare la sua corte! roa
Francesco era imperatore <T Austria , e sebbene
animato da ottimi sentimenti, la lontananza impe-
la. Tose. Tom. 11. 4
38 AVVEDIMENTI STORICI An. 1849.
divagli certamente di fare tutlo quello che i to»
scani da lui aspettavano (37).
g. 21. Non per anche in tutta la Toscana erasi
adottato il computo dell'anno giusta il calendario
romano., incominciandosi allora a contare il pri-
mo de IPaiuio nuovo dal a5 di marzo, cioè ab In-
camatìone.Si volle però cangiare questo sistema,
e con legge del novembre 1749 Tu ordinato che
si desse principio all'anno il primo gennaio, come
ora e praticato quasi per tutta l'Europa. S4 volle
nello stesso tempo riformar pure l'orologio, essen-
dosi contato tino a quest'epoca di ventiquattro in
ventiquattrore. Questa innovazione trovò grandi
ostacoli, specialmente nelle campagne e terre, e
l'ignoranza arrivò a tal punto, che in alcune ter-
re convenne per qualche tempo lasciar contare
agli abitanti alla Ior foggia, come accadde iniVIon-
talcino, per evitare una specie d'insurrezione, che
a cagione di ciò andava formandosi. Dovette dun-
que generalmente incominciarsi al primo di gen-
naio il nuovo stile. (38).
g. 22. È da sapersi che fin dal tempo della repub-
blica,sebben vi fossero delle distinzioni negli ordi-
ni dei cittadini, e molto più nel regno dei Medici,
pure mai era stato fissato un sistema regolare per
la distinzione della nobiltà. Volle dunque rimpe-
ratore Francesco stabilirla, e fu colla legge del
primo novembre ;7,.So, mediante la quale dichia-
ravasi che la nobiltà si dovesse dividere in due
classi, vale a dire in patrizi^ e nobili. Tra i patrizi
erano compresi i feudatari, e quelli che polesser
provare per 200 anni avere i suoi goduto degli
An. 1750. DEI TEMPI AUSTRIACI CIP. 1. 09
onori della patria,ed aver vissuto more nobilitimi
e non aver contratti matrimoni diseguali, né eser-
citate arti vili. Nobili poi semplicemente erano
quelli dichiarati tali per mezzo di qualche diploma,
e che, o con non convenienti matrimoni, o collo
esercizio di qualche mestiere vile si fossero de-
gradati. I banchieri, i mercanti all'ingrosso, e
specialmente quei ch'erano matricolati nell'arte
della lana, e della seta non decadevano dalla no-
biltà e patriziato, come anche quelli già nobili
che esercitavano !a professione di medico, d'av-
vocato e di giudice, purché addottorati fossero
nel granducato. Fu anche dichiarato che reputale
fossero arti nobili la pittura, la scultura e l'ar-
chitettura, qualora esercitate da quelli che già di
altronde godessero la nobiltà. Fu anche per la
stessa legge dato un regolamento per la cittadi-
nanza, e fu ordinalo che non potessero esservi a-
scritti quei che non avessero dieci fiorini a deci-
ma,© che esercitassero arti vili ( ^9).
g. 23. La corte di Vienna, bramosa di consolida-
re la tranquillità dell'Italia, incaricò il suo mini-
stro di Madrid di concertare il modo colle potenze
contraenti, onde togliere di mezzo le differenze
intorno alla successione dei beni allodiali defe-
dici, ed ogni altra questione che rimanesse ad
ultimarsi coi rami borbonici dominanti in Napoli
e Parma, li ministro austriaco per adempire al-
meno in parte le brame della sua corte, stipulando
anche pel granduca di Toscana, conchiuse coi mi-
nistri di Spagna e Sardegna un trattato per prov-
vedere alla tranquillità dell'Italia, e fra le altre
40 AVVENIMENTI STORICI An. 1756.
condizioni stipulate in esso, vi fu che il gran-
duca di Toscana dovesse contribuire il contin-
gente di i5oo uomini (4°)- Fu P°i ne' 17SG con-
clusa un'alleanza tra l'Austria e la Francia, nella
quale si convenne che in caso di guerra una po-
tenza soccorrerebbe l'altra con 24000 combattenti.
L'Austria però non avrebbe preso parte nella guer-
ra imminente tra la Francia e l'Inghilterra; e si
sarebbero invitati altri principi ad accedere a que-
st'alleanza. Si unì difatti l'imperatore Francesco in
qualità di granduca di Toscana, e di già l'Austria
alleala della Sassonia v^iudusse di poi la Russia, e
la Francia vi trasse la Svezia, le quali potenze
tutte si collegarono contro la Prussia. Dalla To-
scana marciò per tanto una banda di soldati a
guerreggiare in Boemia. Federigo II istruito dei
disegni de*suoi nemici, e sollecita nel4prevenirli,
sul fine d'agosto entrò in Boemia, dove combattè
con varia fortuna,* ma frattanto coi vantaggio di
guerreggiare nell'altrui territorio (41).
g. a4- M conte di Ricbecourt,che ih qualità di.
capo della reggenza e governatore regolava da
alcuni anni la Toscana, non sapeva farsi amare
in Firenze, perlocbè molti ricorsi contro di lui
giunsero all'imperatore, ed il senatore CarloGi-
nori si portò a quest'effetto in Vienna; furono
attesi da Francesco i reclami contro il conte e
fu richiamato. In sua vece fu nominato governa-
tore di Toscana il maresciallo Botta Adorno di
Pavia, personaggio cheavea già sostenuto con lo-
de de'luminosi impieghi tanto nel militare che nel
civile (4a). Questo nuovo governatore rese ben
Ali. 1757. DEI TEMPI AUSTRIACI C4P. I. f\l
presto la fiducia al popolo toscano.e fecelo gode-
re di tutti i vantaggi che poteva sperare, poiché
senz'altro interesse che quello della giustizia si
conciliò con buona, saggia ed esalta amministra-
zione la stima e l'attaccamento di tutta la Tosca-
na, colla confidenza e la buona grazia dell'impe-
ratore. Senza mortificare le creature del principe
seppe far ritornare i toscani nel diritto naturale
che avevano al conseguimento delle cariche, im-
pieghi ed onori della lor patria. Non ebbe egli
stesso altri protetti che alcuni di quelli i quali
adempivano più esattamente gl'impieghi, e Tono-
re della loro patria. Egli incoraggi Pagriroltura,
tutte le arti utili, e non ebbe in vista mai altro
che il bene generale del paese. A malgrado però
dello saviezza di tale amministrazione, la Tosca-
na provava una specie di spossamento inevitabi-
le,occasionato dall'assenza del loro sovrano, poi*
che tenendo egli la sua corte a Vienna ne accad-
de, che molti miglioni sortivano dalla Toscana
annualmente,e questa operazione ripetuta per mol-
ti anni consecutivi dovea per natura spossare il
paese. Fu notato, ma forse troppo tardi, questo
inconveniente, né vi si poteva rimediare conve-
nientemente che prendendo il panilo difaredel-
la Toscana un appannaggio pei principi cadetti
della casa di Lorena unita alla casa (T Austria .
Seguilo la Toscana ad essere regolata da un go-
vernatore fino all'anno 17^5, in cui ebbe la sorte
di divenir nuovamente provincia della casa di
4. U stria con granducato indipendente.
J. 25. Le grandissime pioggie che caddero ne-
v
4*. AVVÉNIMÉNTI ST0B1C1 Ali. 1757.
gli ultimi giorni di novembre del 1758 fecero
sciogliere le molte nevi ch'erano sulle Alpi, per
cui tutti i torrenti alzarono un considerabile cor-
po di acque, alle quali nel dì primo dicembre non
potettero resistere i ripari della campagna, né
della città di Firenze, e ne avvenne una quasi ge-
nerale inondazione. Le acque dell'Arno in Firen-
ze traboccando dalle sponde sommersero quasi
interamente il quartiere di santa Croce, parte di
quello di santa Maria Novella, e specialmente il
Borgo detto Ognissanti, e di là d'Arno i borghi di
s. Niccolò e di s. Frediano, che lutto insieme era
quasi la metà della città. I/altezza a cui giunse
l'acqua fu minore di circa un quarto a quella
del 1740 da noi descritta, poiché essendo quello
infortunio stato preveduto, non mancò il tempo
opportuno per levare dai magazzini, dalle cantine
e da tutte le stanze terrene le grasce e le masse-
rizie^ il danno però che risentirono le fabbriche
non £u minore di quello del 17405 maggiori furo-
no i danni della campagna derivali da una se-
conda piena d'Arno venuta cinque giorni dopo la
prima, questo tìume ingrossato da'raolti influenti.e
specialmente dalle acque del canale della Chia-
na , entrò furiosamente nello stretto nominato
la Valle d'inferno, ed all'uscire di questo punto
rompendo gli argini si divise in più correnti, al-
lagando la campagna del Valdarno superiore, e
ricoprendo d'acque le terre di s. Giovanili, di Fi-
gline e dell'Incisa: nel piano di Firenze ristesso
Arno comparse gonfissimo, ed aumentato dalle
acque della Sieve ruppe l'argine dell'Anconella,
~/i. 1/j/. UBI TEMPI AUSTRIACI CAP. I. 4$
superando tutti i ripari ch'erano stali fatti dal
celebre matematico Vincenzo Viviani, ed allagò
tutta la pianura vicina a Firenze che resta fuori
delle due porte dette della Croce e di s. Niccolò;
dalla qual disgrazia non andò esente la campagna
fuori della porta a s. Frediano e al Pratosa quale
per l'estensione di sette miglia per le stesse cau-
se restò inondala. Anco la terra d'Empoli ed il
piano che la circonda restarono ingombrati dalla
acqua, come anche nella maggior parte il paese
del Valdarno inferiore e quello di Pontedera, di
Calcinaja e di Vico-pisano,per cagione non solo
delle acque deir^rno, ma ancora di quelle della
Sterza, e deir Era che uscite da' loro alvei au-
mentarono i mali di quelle campagne che resta-
rono devastate. Questa inondazione fu quasi ge-
nerale nella Toscana, poiché il Serchio nel luc-
chese e nel pisano, la Cecina, la Cornia e TOni-
brone nel senese rompendo gli argini allagarono
quelle campagne, ed il canale della Chiana non
potendo ricevere le acque dei suoi influenti, ed
in specie quelle del Salarco, della Foenna e del
Salcheto, straboccò in vari punticele acque inon-
darono quelle campagne (43). Un'esatta relazione
di questo infausto avvenimento fu fatta tino da
quel tempo per ordine del consiglio della Reg-
genza,che si conserva nell'archivio della segrete-
ria di stato di Firenze.
§. 26. Riordinata, come lo permisero le cir-
costanze dei tempi, la pubblica amministrazione
in Toscana dalle sollecite cure dell'assente so-
vrano, vide egli essere ormai tempo di por mente
44 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1 757.
ad eleggersi un successore e ridonare alla To-
scana un principe, che su di lei vegliando perso-
nalmente, perfezionasse quanto esso avea inizia-
to, e facesse quel più che la lontanzaa lui toglie-
va il campo di eseguire (44)- Frattanto era g\k
nato fin dal 5 maggio del 174° da Francesco e
Maria Teresa dopo Giuseppe e Carlo il terzo ge-
nito Pietro Leopoldo, il quale per rimmatura
morte dei fratello Carlo era divenuto il secondo
genito della nuova famiglia. La prima educazione
di questo giovine principe era diretta per lo sta-
to ecclesiastico, al quale parea che dovesse de-
stinarsi. Fu suo aio il barone di Wanswieten,
il nipote del medico celebre di tal nome. Ma o
fosse che Leopoldo non inclinasse a quel mini-
stero, o che ragioni politiche ad altro stato lo
facessero determinare, dopo la morte del fratello
Carlo cangiò di pensiero. Fu convenuto poi fra
l'imperatrice Maria Teresa e la corte di Madrid
che si formassero due secondo-geniture da non
poter mai esser riunite nel capo delle due monar-
chie, che una delle due Sicilie per il secondo-ge-
nito di Spagna, e quella di Toscana pel secondo-
genito d^ustria. Fu in sequela di ciò che appena
giunto Leopoldo in età competente venne fatta
per esso la formale domanda per mezzo del con-
te Francesco Orsini di Rosemberg dell" infante
Maria Luisa secondo-genita di Carlo IH; e quin-
di fu effettuato per procura il matrimonio in Ma-
drid il 16 febbraio 1764. Era Maria Luisa mólto
amata dal padre, il quale oltre una ragguardevole
dote, ed una ricchezza immensa di gioie, le fece
An. 1764. DEI TEMPI AUSTRIACI CiP. I. (fi
anche la formale cessione di tutte le sue preten-
zióni sopra i beni allodiali dell'estinta casa' Medici.
Conciliate dunque le cose Maria Luisa fece il suo
ingresso in Ispruck il dì 5 agosto 1765, incontra-
ta dal suocero e dallo sposo, e fu ricevuto da
tutta la corte cesarea colla maggiore magnificen-
za, il principe Clemente di Sassonia, in quel tem-
po vescovo di Frismga e di Ratisbona, dette agli
sposi la benedizione nuziale (45).
g. 27. Continue erano le feste ed i tratieni-
menti in Inspruek per sì lieta occasione, quando
in un punto lutto dovette cessare per l'improv-
visa morte di Francesco imperatore I e grandu-
ca di Toscana li, sorpreso il di 18 agosto da un
colpo apopletico in età di 57 anni, dopo aver go-
vernalo otto anni la Lorena, 28 la Toscana, ed
essere stato principe correggente colla consorte
per lo spazio di venti anni. Questo sovrano, mal-
grado delle calamitose circostanze dei tempi in
cui governò la Toscana, sempre distratto dalle
gueire che convenne sostenere a 11' ini mortai Ma-
ria Teresa sua moglie per far valevoli i suoi diritti
sulla eredità lasciatagli da Carlo VI, provvide co-
me potette a render più prosperose le condizioni
de'toscani, migliorando i loro costumi, moderando
le leggi, facilitando l'industria, incoraggiando il
commercio, e proleggendo gli studi. Nacquero da
Francesco e da Maria Teresa cinque principi ed
undici principesse (46).
}). 28. L'inaspettato avvenimento della morte
dell* impera (oie Francesco produsse una mestizia
generale. Giuseppe li già re de'romani dopo aver
46 AVVENIMENTI STORICI Ali. 176-1.
fatta solenne renunzia ad ogni suo dritto per lo
stato di Toscana, assunse subito il titolo d impe-
ratore, e fu rivestito dalla vedova genitrice dello
istesso grado di correggente, come godeva il de-
funto suo genitore. Dettegli gli ordini opportuni
pel ritorno della corte a Vienna, e per la parten-
za alla volta di Firenze degli sposi, essendo stato
immediatamente riconosciuto Pietro Leopoldo
come nono granduca ed assoluto signore della
Toscana. Seguì infatti la partenza nel di 3o di
agosto, accompagnati gli sposi dal conte France-
sco di Thurn nella carica di gran ciambellano, ma
ch'era in realtà Paio del granduca, come la con-
tessa di lui moglie lo era della granduchessa; ed
il conte A.utonio di Thurn dovea coprire il posto
di capitano delle guardie del corpo. Si prepara-
vano in Firenze feste e spettacoli pel ricevimen-
to dei governatori, che tali si credevano in essa,
quando arrivò il corriere con la notizia della morte
deiriniperatore, ed in seguito un altro con ordi-
ne al magistrato supremo di far proclamare so-
vrano della Toscana l'arciduca granduca Pietro
Leopoldo I, il quale confermò fino al suo arrivo
in Firenze il maresciallo Botta come capo del go-
verno. Tutte le primarie cariche di corte, come
anche il meresciallo Botta credettero loro dove-
re di portarsi in Bologna ad incontrare i nuovi
sovrani, ma parve agli occhi dei critici, che il
detto maresciallo ricevesse un assai fredda acco-
glienza dal nuovo sovrano, non ostante che dal-
l'imperatrice madre fosse a lui dato anche questo
per mentore, unitamente al conte di Thurn(47).
DEC TEMPI AUSTRIACI CAP. 1. 47
NOTE
(i) viicciaporci, Compendio di Storia fiorentina, lib.
ili, pag. 445. (2) Guidoni , Compendio della Storia
di Toscana , toni, n, cap. 20. (3) Cicciaporci cita-
to. (5) Ivi. (6) Muratori, Annali d'Italia, anno
1738. (7) Ivi, anno 1739. (8) Becattiui, Compendio
storico della vita di Maria Teresa imperatrice, tom.
i , pag. 15. (9) Fioravanti , Memorie storiche della
città di Pistoia, cap. xxxvm , pag. 395. (10) Mu-
ratori citato. (11) Ferrini , Compendio della Storia
di Toscana , Epoca vi , §. 1 . (12) Fioravanti cita-
to. (13) Cicciaporci cit. (14) Fioravanti cit. (15)Cic-
ciaporci cit. (16) Fioravanti e Ferrini citato, e Ri-
chard , Description historique , et critique d'Italie,
tom. Hij pag. 224. (17) Cicciaporci citato. (18) Ivi,
p. 4)0. (19) Ferrini cit. $. 2 . (20) Muratori citato,
an. 1740. (21) Cicciaporci cit. (22) Ivi, e Fioravan-
ti cit. (23) Cicciaporci cit. (24) Ferrini cit. (25) Cic-
ciaporci citato. (26) Muratori cit. an. 1741. (27) Cic-
ciaporci cit. (28) Fioravanti cit. (29) Cicciaporci cit.
(30) Ivi, p. 454 e Catteau Colleville, sta nella Bio-
grafia universale, articolo Francesco I. (31) Muratori
cit. anno 1745. (32) Cicciaporci cit. (33) Ivi. (34) Ivi.
(35) Ferrini cit. (3G) Coppi, Annali d'Italia , anno
1750. (37) Ferrini citato. (38) Cicciaporci e Ferrini
citati , $. 3. (39) Cicciaporci citato. (40) Coppi cit.
(41) Ivi, an. 1750. (42) Cicciaporci cit. (43) Cantini
cit. voi. xxvii , pag. 228. (44) Ferrini cit. (45) Cic-
ciaporci cit. (40) Ferrini cit Ep. vi, J. 3, e Bio-
grafi;» universale , art. Francesco I. (47) Cicciaporci
cit.
48 DEI TEMPI AUSTRIACI
CAJIIDl'O U
Anno 1764 di G. Cr.
§• i. li el breve spazio di tempo, in cui l'impe-
rator Francesco amministrò le cose della Tosca-
na col mezzo di una reggenza, molte furono le
cose da esso cambiale in meglio, ma grandi tut-
tavia rimanevano i bisogni dei popoli, e grandi
ancora le speranze da essi concepite, essendo
ormai sicuri di tornare a godere della presenza
di un sovrano che per sé e non per altri reggesse le
cose loro. Queste consolanti speranze si conver-
tirono in Calli allorché il nuovo granduca Pietro
Leopoldo I fece il solenne ingresso in Firenze
unitamente all'augusta sua sposa Maria Luisa il
di 1 3 di settembre del 1765, giorno d'eterna me-
moria pei toscani, perchè principio del viver lo-
ro felice. Gioiva il popolo con trasporti d*esullan-
za nell'accompagnare quei principi alla reggia
loro, mentr'essi d'altronde ordinarono strada fa-
cendo generose distribuzioni di pane agi" indi-
genti, e dando somme considerevoli alla congre-
gazione de'buonomini, perchè fossero distribuite
ai bisognosi (1).
4il. 1764. DEI TF.Mn ALSTR1ACI GAP. II. 49
§. 2. Prima di entrare in città riposarono
i sovrani nella real villa di Pratolino.e la mattina
del dì i3 di settembre giunsero in Firenze fra le
acclamazioni di un popolo imruenso.pieno di gioia
nel veder nuovamente un sovrano risedere m
Toscana dopo circa 3o anni che n' era privo. I
primi giorni del governo vennero impiegati a pub-
blicare le cariche di corte, capo della quale non
meno che del consiglio di stato e del militare fu
nominato il maresciallo Botta. Si celebrarono so-
lenni esequie per l'imperatore Francesco I. che
fu secondo granduca di tal nome in Toscana (2).
g. 3. Appena salilo Leopoldo sul trono di To-
scana delle i primi saggi della sua clemenza, fa-
cendo pubblicare un grazioso indulto, in cui di-
cevasi che S. A. Reale dava perdono ai disertori,
e ad altri sudditi inquisili, colla facoltà di poter
ritornare nei suoi stati, eccettuati i rei di enormi
delitti. In tempo che il granduca dava le cariche
della sua curie mostrò un segno di cristiana pie-
tà, avendo oltre molle religiose disposizioni, or-
dinato che ogni domenica nella chiesa di s. Fe-
licitajparrocchia di corte, previo un discorso mo-
rale sul corrente vangelo.si cantasse la solenne
messa, dove intervenne per la prima volta col-
la reale sposa e tutto il nobile servizio, pas-
sando pel privato corridoie del regio palazzo:,
volle di più che nelle ore pomeridiane vi si fa-
cesse il catechismo a tutta la sua corte. Frattanto
vennero 2 riconoscerlo come loro sovrano le
deputazioni di Siena, Pisa, Pistoia, Volterra
ed altre città della Toscana, oltre i capi dpgli 01-
Sl. Tose. Tom. 11. 5
5q avvenimenti storici Ah. 1764.
dini ecclesiastici e militari. Anche il marchese
JNiccolao Santi-ni inviato straordinario della repub-
blica di Lucca, presentate prima le sue creden-
ziali, complimentò a nome di essa i reali sovra-
ni (3).
g. 4« Cadendo, secondo il costume,il 18 otto-
bre la festa di s. Luca protettore dell'accademia
del disegno, il sovrano volle godere della mede-
sima: fu questa celebrata con molla pompa mila
cappella posta nei chiostri della SS. Annunziata,
coirintervento di tutti gli accademici ed alti a no»
bilta. Fu recitato un discorso in lode delle belle
arti con alcuni componimenti poetici, e dopo fu-
rono presentati aS.A.. R. i tre giovani riconosciuti
più abili nella pittura, scultura ed architettura,
i quali furono dalla reale altezza sua ammessi
al rango di accademici, avendo ricevuta una me-
daglia e l'onore del bacio della mano. Per dare poi
un attestato di giubilo e di dovuta sommissione al
nuovo granduca, i componenti l'instiluto dei no-
bili fiorentini , eretto fino dal 1761 da Francesco
11, dettero un saggio del progresso che fatto ave-
vano negli esercizi cavallereschi, nelle lingue e
nelle scienze. Un tale esperimento fu eseguito nel
teal teatro di via della Pergola, dove intervenute
le RR. Altezze, furono complimentate dai nobili
in diverse lingue, dopodiché fu dato principio
alla magnifica festa consistente in canto, ballo, ed
esercizi cavallereschi} ed il palco reale era sfato
adornato di diversi quadri, disegni, carte geogra-
fiche ec, opere tutte di vari studiosi accademici.
Fu tanto lo spirilo che mostro nelle diverse ope-
An. 1764. DEI TEMPI AUSTRIACI CAF. IJ. 5l
razioni la nobile non nien che studiosa gioventù,
che le loro altezze reali in segno di gradimento
e d'approvazione ammisero al bacio della mano
non solo tutti i cavalieri operanti, ma ancora i
loro precettori e maestri (4).
g. 5. All'avvenimento al trono della Toscana
dell'arciduca Pietro Leopoldo era il tutto in uno
stato pacifico e tranquillo, accomodata qualunque
vertenza colle corti che vi potevano avere inte-
resse, e lungi ogni sospetto, ogni dubbio di mala
intelligenza. Non poteva dunque essere il gran-
ducato un oggetto luminoso nell'istoria, se si con-
siderano le glorie ed i trionfi provenire dallo stre-
pilo delle armi, e dalle sorprendenti imprese: ma
quello che mancò per questa parte lo supplì lo
ingegno creatore ed innovatore di Leopoldo. Par-
ve a lui di trovare nella Toscana un complesso
di antiche leggi che odorassero di quelle barbarie
che inondavan PItalia nei tempi delle divise re-
pubbliche*, vide, non può negarsi, molti abusi nel
governo*) de'inelodi tralasciati, e per tutto il du-
plice, il promiscuo: si accinse dunque ad operar-
ne la riforma sulla dolce lusinga della felicità dei
suoi sudditi. Sono pertanto dieci i volumi che
formano le leggi, i bandi, i motupropri emanati
da Leopoldo nel suo governo del granducato Pro-
curò frattanto d'informarsi esittameute «li tutti gli
affari della legislazione e della marina allora esi-
stente in Livorno:, ma giovine ancora nnn faceva
che osservare, tanlopiù che far non polea cosa il-
cunh, senza Tannuenza del conte di Thurn, e del
maresciallo Botta. Il conte di Thurn pero go lei-
02 AVVENIMENTI STORICI Atl. 1 766.
le per poco tempo il suo impiego, poiché attac-
ca fo da mal di petto cessò di vivere il dì 14 feb-
braio del 1776 (S>
g. 6. Nel mese di marzo fu pensato a fare ese-
guire il pubblico omaggio, qual pegno solenne
del reciproco amore fra il principe e i sudditi: fun-
zione che venne adempita nel salone del palazzo
vecchio nobilmente preparato a lutto. Trasferì-
iovisi il granduca con tutti i senatori e i citta-
dini del consiglio del dugento, e presente fa reale
arciduchessa come in privato luogo a destra del
trono, sotto del quale era assiso, il sovrano, fu
letto il solenne imperiale istrumento, col quale
il defunto Francesco II aveva istituito del gran-
ducato di Toscana una secondogenitura con la
cessione e rinunzia fatta,, e ratificata dall'impe-
ratore Giuseppe a favore dell'arciduca Leopolda
Letto ristrumento, il consigliere di stato Pompeo
Neri fece una breve ma eloquente parlata sopra
la perdita dell'imperatore Francesco \} riguardan-
done il cordoglio dei sudditi e l'alleviamento di
esso per la successione caduta in un principe si
pio, e saggio:: in appresso iUuogotenente del ma-
gistrato supremo inerendo con ristretto discorso
agli slessi sentimenti, protestò a nome di tutto il
popolo, e promesse di riconoscere per unico si-
gnore e sovrano Pietro Leopoldo assiso in quel
trono, e di rendere a lui solo fedele obbedienza^
quale avevano i sudditi fiorentini e la Toscana
tutta prestata ai granduchi predecessori:, seguì
poscia il giuramento preso da tutti i senatori e
dui cil ladini convocati sopra i sacrosanti evange-
jàn> 1 766. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. TI. 53
li, che presso al trono si tenevano aperti dal ce-
rimoniere maggiore della sarra religione di s.
Stefano: quindi furono i senatori ammessi al ba-
cio della mano, ed a quello della veste i cittadi-
ni (6). ' oj,
g. 7. Passarono quindi i sovrani a Pisa, e i\i
là a Livorno, dove Leopoldo osservando ed in-
formandosi minutamente di tutto, parve che la
marina occupasse il suo spirito, e in quella oc-
casione fu ordinata la costruzione di due fregate,
una denominata VEtruria l'altra V Austria, ove
il granduca di propria mano conficcò il primo
chiodo, lo che fece pure la reale granduchessa. Si
pubblicò una specie di codice di marina, e fu an-
che ordinata l'edificazione di un quartiere, ove
S. à. col mezzo di una macchina vi pose il primo
sasso, non senza avervi sottoposte alcune meda-
glie. Restò il Granduca estremamente sodisfai to
delle cordiali accoglienze dimostrategli da quei
sudditi sì di Livorno che di Pisa, con la rappre-
sentazione di vari giuochi. Tornato a Firenze fu
fissato per la festività di s. Gio. Battisla il solen-
ne ingresso, essendo quello il tempo nel quale
ogni anno s; prestavano gli omaggi da tutte le
ritta e terre dello stato. Ebbe luogo infatti que-
sta solenne funzione nella vigilia di s. Giovanni,
ed il granduca fece il pubblico ingresso nella sua
capitale a cavallo, e la granduchessa essendo in-
cinta in carrozza di gala tirala da sei cavalli: gran-
de fu il concorso del popolo, ed ogni ceto fece a
trira per dimoerai e il suo giubilo. Fu in quella
occasione coniala una medaglia col busto del re-
5»
^4 AVVENIMENTI STORICI Jn. 1 76G.
gnante da una parte e dall'altra la veduta di Fi-
renze col motto exultat in rege suo (7).
J. 8. Furono molto difficili i primi momenti \
in cui l'ietro Leopoldo^cominciò a regnare, poi-
ché la carestia aiiliggeva tutta l'Italia, e fu d'uopo
far venire a cari prezzi i grani da paesi lontani.
Tanto più si rese difficile una tale operazione,
quantochè nelPaceettar LeopoHo la Toscana fu
obbligato eglia rinunziare a qualunque parte del-
l'eredità paterna, e perciò il di lui fratello impe-
ratore Giuseppe volle per se tutto il denaro esi-
stente nelle casse in Toscana, come parte della
eredità paterna a lui devoluta: perciò Leopoldo
restò esausto di qualunque risorsa in 'circostanze
assai critiche, dovendo rimediare ad una carestia
di 3 anni consecutivi, perlòchè fu costretto a pren-
dere a gravoso imprestito un milione di scudi dai
genovesi: si presero ancora altri compensi, còro©
quel di permettere a ciascuno di panizzare senza
essere obbligato alla gabella del bollo che vi era pei
lo innanzi. Con editlodel dì 7 d'aprile del 1766 fu
concessa l'esenzione dalle gabelle di tutte le bia-
de forestiere da macina. Queste facilitazioni pro-
dussero in gran parte il desiato effetto di far ve-
nire i grani in Toscana, ma la libertà a tutti di
panizzare e vendere senza alcun vincolo ogni
sorta di commestibili, produsse un maggior prezzo,
essendo aumentati gli speculatori e gl'incettatori.
Onesto da alcuni è stato riguardato come un dan-
ne rispetto al semplice consumatore, ma pare che
chi ha condannato questo sistema non abbia os-
servalo, che quando i possidenti hanno dei van-
• Ved. uiv. LXLVii, i\4« 5.
Ad. 1766. DEI TEMPI AUSTR1ACICAP.II. 55
taggi nella vendita delle loro derrate, e che i com-
mercianti trovano da lucrare nelle loro specula-
zioni, anche tutte le mani d^opera crescono iti
proporzione.ed i manifattori trovano maggior la-
voro, poiché è osservazione fatta, che son ben po-
chi quelli che tengono i! loro denaro infruttifero,
invece di procurarsi dei comodi e dei piaceri (8).
g. 9. Tutti i sovrani della Toscana, comin-
ciando dal Granduca Cosimo I, rivolsero le loro
cure a togliere dallo slato infelice di desolazione
e di miseria la vasta provincia della Maremma
senese, nei remoti tempi tanto tlorida e ricca, ma
niuno di essi ebbe la consolazione di vedere le
favorevoli conseguenze dei loro provvedimenti,
e d<dle grandiose spese per tale importante og-
getto. Anche il successore del granduca France-
sco, Pietro Leopoldo, si occupo a migliorarla
deplorabile situazione di quelle contrade, è'ifrQ-
dè per ben riuscirvi di separarle dal governo di
Siena, é sottoporle all'immediaia autorità so/vrtf-
na, come fece con legge del diciolto mar/o i:«ió\
Da questo provvedimento certamente ebbe prin-
cipio il loro risorgimento, giacché il principe fu
in grado di conoscerne più spesso i bisogni j e
di pensare al modo di provvedervi (9). La carestia
che alìliggeva, come si è detto disopra, Pltalia
tutta, e !a Toscana in particolare per tre anni
consecul ivi. avea commosso Panimo del graudin -a.
e dopo aver tenlati lutti i mezzi possibili per solle-
vaif i popoli dalla miseria, come abbiamo vedu-
to, fu eseguito, il progetto tante volte veu'i-
l.ito «li fiiv mi'i nuovo strada 'die da Pistoia con-
5(5 AVVEStMESTl STOtltCl Ali. 1C06«
«lucesse a Modena: questa fu posta in esecuzione
a forma dei disegni e direzione delPabale Xime-
nes, ed eseguita dallo ingegnere Anastasio Ana-
stagi. Molte cose sono slate dette sopra questa
strada, come che potea farsi in altra parte di mi-
nore difficoltà, ed anche che una delle ragioni
principali che fecero risolvere il granduca a farla
eseguire, fosse il togliere il commercio dallo stato
pontificio, col quale varano state delle questioni,
ma qualunque ne fosse la ragione noi non ista-
remo a prescrutare} è certo però che in occasione
di miseria generale fu di un gran sollievo alla
classe più indigente dei sudditi il trovare la mi-
niera di supplire col lavoro al loro bisogno. Per Io
slesso oggetto d'aiutare col lavoro la miseria del
popolo, si aprì contemporaneamente la strada che
tuttora si chiama nuova, la qual da porta a san
Gallo va alla porta a Prato attorno a Firenze (io).
g. io. Il maresciallo Bolla desiderò di ritirarsi
in Pavia sua palria, e perciò domandò la sua di-
missione dagTimpieghi che copriva in Toscana:
gli fu questa benignamente accordata, e ne fu
informato il pubblico con editto del di 2 novem-
bre del 17G6, come altresidella nomina del diluì
successore in lutti gl'impieghi nella persona dei
conte Orsini di Rosemberg. Il suddetto mare-
sciallo Botta tornossene in Pavia, dove dalla im-
peratrice Maria Teresa fu promosso alla carie 1
di vicario imperiale in Italia: cessò egli di vivere
il dì 3o di dicembre 1774 nella età di anni 8<J.
Giunse in quel tempo da Tripoli alla corte rea! »
un inviato, il quale portatosi alla udienza del
Art* 1767. DEITEMPIAUSTRUClCAP.il. 5?
conte Orsini gli spiegò le sue credenziali, che e-
sprimevano le capitolazioni di pace tanto per la
imperiai corte di Vienna, quanto per la Toscana;
e a quest'inviato furono consegnate le lettere di
risposta da portare al suo Pascià (u).
g. ii. Al principio dell'anno 1767 la grandu-
chessa dette alla luce la sua prima figlia arcidu-
chessa Maria Teresa, che fu poi data in consorte
al principe Antonio di Sassonia. Il nuovo ministro
conte di Rosemberg fece spiccare in questa oc-
casione la sua magnificenza e generosità, tanto
per quello che apparteneva alla corte, quanto an-
che per suo proprio conto. Per manifestare il sen-
timento di consolazione pel detto fausto avveni-
mento del parto, i nobili che godevano V onore
dell'anticamera dettero una magnifica festa sui
fine del carnevale, consistente in cento doti de-
stinate ed altrettantante fanciulle che dovean
portarsi in un determinato giorno nella chiesa
Metropolitana a ricevere la nuziale benedizione.
Fatta l'estrazione delle nuove spose, furono tra-
sferite coi loro sposi dallo spedale di s. Paolo, e con-
dotte alia Metropolitana, ove da monsignore ar-
civescovo furono lutti uniti in vincolo matrimo-
niale, essendo stati assistiti da dame e cavalieri.
Terminata la funzione ebbe ciascheduna coppia il
promesso sussidio dotale oltre al vestiario, e gode^
runo poi di una graudiosa festa di ballo fitta nel
gran salone di Palazzo vecchio, e riuscì ollremodo
brillante per essere slata onorata dalla presenza
delle imIì altezze mascherate (12).
£. 12. >el mese di maggio andò il granduca per
58 AVVEDIMENTI STORICI An. 17G7.
la prima volta ad assistere in Pisa al capitolo
triennale dell'ordine di san Stefano in qualità
di gran maestro. In questa occasione fu dato il
troppo serio divertimento del giuoco del ponte,
in cui essendo accaduti dei disordini, ed anco
rimasto morto alcuno deigiuocatori, furono ordi-
nate delle savie riforme. Da Pisa i sovrani passa-
rono a Siena e di lì il granduca si portò a Grosseto
per visitare molti luoghi circonvicini, e vedere
gl'incominciati lavori ordinati in Maremma, che
approvò, convien però «lire nella buona fede del
Ximenes, poiché né il granduca ne alcuno di quel-
li che lo seguivano erano ancora in grado di
conoscere questo genere di lavori. Al ritorno dal-
la Maremma si trattenero in Siena a godere della
festa preparata nella bella e singolare di leipiazz3.
Fecero in seguito ritorno a Firenze, dove fu or-
dinato il tutto per la morte delPelettrice di Ba-
viera. Leopoldo proseguì il suo giro per tutta la
Toscana, oltre l'averne visitate le citta principali,
Pistoia, Prato, Volterra, Cortona, Arezzo e Mon-
tepulciano ( i3).
g. i3. Sempre intento il granduca al miglio-
ramento dello stato, ed a procurare la più spedita
amministrazione della giustizia, delle delle nuove
disposizioni pel magistrato dei pupilli : diminuì
ed abolì diverse magistrature, affidando a pochi
ed onesti giusdicenti l'esecuzione delle leggi. Due
oggetti di grande importanza aveano esse} uno
fu la più pronta asecuzione ed amministrazione,
l'altro la parte economica , poiché in questa ri-
forma veni vauo diminuiti gl'impiegati. Se per tanti
Afl 1767. DEI TEMPi AUSTRIACI CAP. II. .09
capi si scemavano le rendile del pubblico erario,
per le diminuzioni e soppressioni di molte tasse,
conveniva ben pensare ad economizzare per altra
perte. II commercio avea tanti vincoli, che im-
poveriva la Toscana , e restava inceppata parti-
colarmente l1 agricoltura. Siccome questa ed il
commercio eranoil centro a cui miiavano tutte
le linee di Leopoldo, d>4 videsi la Toscana inon-
data di libri di simil genere , volendo mostrarsi
ognuno agricoltore, o speculatore sopra mercan-
tili materie. 1/ accademia dei Georgofili ottenne
a tale oggetto la real protezione e luogo d"1 adu-
narsi a Palazzo vecchio . Si stabili che desse in
premio una medaglia doro del valore di a5 zec-
chini a chi sciogliesse un problema agrario che
dovea proporsi ogni anno, e perchè i soci l'ossei o
assidui ad intervenire alle adunanze, si assegnò
loro per ciascheduna volta una medaglia di ar-
geuto. Fu poi prescritta una regola certa da os-
sarvarsi dai ministri dell'ordine di s. Stefano nel
ricevere le pruve di nobiltà delle famiglie tosca-
ne. Nominò il sovrano una deputazione composta
dei primari professoii delluuiversilà di Pisa per
concertare un piano di proposizioni,dirette a for-
mare un regolamento e metodo degli studi più
coerenti alle scienze e facoltà che s'insegnavano
nelle università, scuole, dottorati ed altre acca-
demiche funzioni. Fu data per due anni P esen-
zione della gabella di estrazione su i lini, canape
ed altri simili oggetti ; altra per la meta in per-
petuo della gabella d*1 estrazione delle ceneri di
soda , cenci ed olio di faggio : furono abolite le
60 AVVENIMENTI STORICI jill. 1707.
tasse delle matricole appartenenti alla cassa dei-
Parie dei vaccai e cuoiai, e vennero obbligati i
professori di medicina , chirurgia e farmacìa a
giustificare i crediti delle loro visite e medicine*,
inoltre venner date in affìtto varie tenute e fat-
torie reali (i4).
g. i4 • Non ostante tre anni consecutivi di
carestia, Leopoldo soppresse il così detto magi-
trato deH'abbondanza,ed intanto con diversi editti
accordò il commercio libero per l'interno del gran-
ducato: tolse qualunque vincolo alla contratta-
zione, e volle che nessun magistrato dovesse più
imbarazzarsene; furono però date delle istruzioni
ai giusdicenti ed alle civiche magistrature, acciò
non nascessero delle frodi nelle qualità dei com-
mestibili, e fu fissato il peso del pan venale in
favore del popolo. Molti furono i sacrifizi che si
fecero dal regio erario a vantaggio del commercio,
e non fu il minore quello di togliere le dogane
che esistevano ai confini d1 ogni territorio che
furono ridotte soltanto a quelle dei confini dello
stato, ed alle porte delle principali città. Non fu-
rono risparmiati i possibili provvedimenti per fa-
cilitare il commercio, ed a quest'effetto fu creduto
espediente non solo di dar degli ordini pressanti
alle comunità di tenere le strade maestre in buono
stato, ma ne furono fatte delle nuove, oltre la pi-
stoiese già indicata, come quella che da Seravalle
si prolunga fino al territorio lucchese, quella da
Pisa a Livorno, la strada lauretana e molte altre
interne (i5). Tali operazioni ebbero per oggetto,
che alcun suddito non avesse occasione di poter
Ali. 1 768. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. II. 6r
dire che non trovava da impiegarsi in alcuna oc-
cupazione per ritirarne la necessaria sussisten-
za (16).
g. i5. Fu di gran giubbilo per i sovrani e pel
granducato tutto la nascita dell1 arciduca Fran-
cesco gran principe di Toscana poi imperatore :
avvenimento che fu segnalato con brillanti e
magnifiche feste. In questa occasione il granduca
liberò dalle carceri i poveri debitori , ai quali
pagò generosamente i loro debiti (iy). Appena
terminate queste se ne rinnovarono altre ugual-
mente splendide per la venula delTarciducbessa
Maria Carolina sposa di Ferdinando IV re delle
due Sicilie. Si trattenne essa in Firenze per qual-
che tempo, ed il granduca e la granduchessa se-
condo le istruzioni ricevute da Vienna dovettero
accompagnarla a Napoli . Il conte di Rosemberg
accompagnò anch'egli la corte, e nell'assenza dei
sovrani furono lasciati air amministrazione del
governo della Toscana l'abate Pompeo Neri nel
consiglio di stato, in quel di guerra il conte Vin-
cenzo AJbizi, ed in quello delle finanze il cavalier
Francesco Pecci senese, ron ordine però di non
decidere se non sopra le cose che non ammet-
tessero dilazione. Non fu lungo il soggiorno in
Napoli dei sovrani della Toscana . Fecero essi
il loro ritorno per mare nella fregala VEtrurla.
accompagnata dalla Rondinella^ come pure da due
navi inglesi, da quattro fregate napoletane, e
quattro galere maltesi. Giunsero in Livorno, e
dopo esservisi trattenuti un giorno tornarono in
Firenze (18).
Si. Tose. Tom. 11. 6
6z AVVENIMENTI STORICI Afl. 1768.
g. 16. In tempo che il granduca era fuori del
suo stato, S. A. serenissima il duca di Modena si
trasferi a vedere la nuova strada per la montagna
di Pistoia} dopo averla osservata fece una corsa
a Pisa e Livorno e quindi a Firenze. Ben convin-
to Leopoldo del dannoso sistema degli appalti,
essendo questi di ostacolo alla facilità che apportar
voleva al commercio al quale di continuo mirava
abolì l'appalto generale, e ne ritenne per proprio
conto l'amministrazione. Sempre intento il gran-
duca al bene dei suoi sudditi, niente sfuggiva alla
sua veduta e giustizia. Trovò che vi erano da lun-
go tempo dei possessori di luoghi di monte che
non avevano percetti i frutti a loro appartenenti ,
e ciò non per propria negligenza , ma per cora-
binazione,essendo per la maggior parte emigrati in
tempi di guerre e di fazioni: volle Leopoldo rimet-
terli in buon giorno, e ordinò che fossero pagati
i fruiti arretrati a tutti indistintamente, (issando
per Pavvenire che qualunque creditore non po-
tesse pretendere altro che i capitali, se non esi-
geva i frutti pel corso di treutasei anni. Riunì
Leopoldo sotto una sola direzione le incombenze
dell' abbondanza e della grascia, creando una su-
prema congregazione detta dell'annona. Revocò
tutte le leggi proibenti l'estrazione dell'olio, e
dette piena libertà di venderlo e commerciarlo,
con altre particolarità riguardanti le carni. Abolì
intieramente l'appalto generale,e concesse a tut-
ti gli stampatori di Firenze l'esenzione della gabel-
la dei caratteri forestieri, e ordinò che fossero
esenti dalla gabella anche i contratti dotali che
Jn. 1769. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. II. 63
non oltrepassasser la somma di scudi 3oo. Es-
sendosi promosso in Firenze il lavoro delle fel-
pe di stame e pelo di capre, S. A. R. gratificò ge-
nerosamente il direttore di esso: ordinò inoltre
vari provvedimenti sopra i pascoli per il bestia-
me, fece deregolamenti a vantaggio della pro-
vincia inferiore, e promosse con zelo i lavori in
tutte le maremme: nuove istituzioni vennero da-
te a vantaggio della religione di s. Stefano, come
pure fu falto un regolamento per V istituto dei
nobili, eleggendovi illustri e dotti soggetti per
professori (19).
g. 17. Avvenne in questo tempo che 1 impe-
ratore Giuseppe II essendosi mosso da Vienna
per viaggiare privatamente nell'Italia ed altrove,
ilreal fratello Leopoldo avutane notizia partì an-
ch'esso alla volta di Roma, dove i due sovrani
riunitisi giudicarono opportuna quella occasione
par evitare l'etichetta di corte, giacché allora era
morto il papa Clemente XIII, e teuevasi nel Va-
ticano il conclave per eleggere il nuovo pontefice
che fu il Ganganelli col nome di Clemente XIV.
I due augusti sovrani stavano in Roma incogniti,
Leopoldo sotto il nome di conte di Piligliano, e
Giuseppe II sotto quel di conte di Falkenstein.
Non ostante lo stretto incognito che conservar
volevano, pure accettarono diverse feste, che dai
romani furono loro offerte. Fra le altre il princi-
pe Corsini, di famiglia fiorentina, ma allora di
permanenza in Roma, volle dare una magnifica
festa, e combiuossi che la di lui consorte nata
principessa Barberini era incinta, e piecisamen-
64 AVVENIMENTI STORICI Aa. 1769.
te nella sera che davasi la suddetta festa in sua
casa, dette alla luce il suo primogenito, che sì
compiacque Giuseppe II di tenere al fonte bat-
tesimale. \a imperatore dopo avere ammirato
quanto di più singolare era in quell'antica e ma-
ravigliosa città , in compagnia del real fratello
granduca Leopoldo, partì per Napoli, e Leopoldo
per Firenze, poiché si approssimava il tempo del
parto della granduchessa, ed infatti il dì 6 di mag-
gio partorì il secondogenito arciduca Ferdinando,
poscia granduca di Toscana. A.nche Timperator
Giuseppe volle essere in Firenze in quella circo-
stanza, e prolungò anche di più la sua permanen-
za in questa città passando a Pisa da Livorno a
vederne tutte le rarità, e volendo frattanto assi-
stere alla inoculazione del vaiolo che il grandu-
ca fece fare sopra sé stesso ed i i suoi tìgli (ao).
§. 1 8. Partito l'imperatore e ristabilito Leo-
poldo dalla cura della inoculazione, si portò colla
sua consorte a visitare Portoferraio e tutti i suoi
contorni. E mentre la real famiglia godeva della
consueta villeggiatura, il granduca si dette a scor-
rere le campagne della Toscana, e vide la nuova
strada pistoiese, ov'è il ponte a Sestaione,fabbrica
suutuosa e mirabile che non invidia le grandiose
imprese dei romani antichi,vide i bagni di s. Giu-
liano, i Fossi di Pisa, il Valdarno di sopra e parte
della Val di Chiana. Frattanto veduti i bisogni
d'alcune parti del suo stato, ordinò che si sca-
vasse una nuova darsena a Castiglione per la si-
curezza dei bastimenti, fece trovare nuove sor-
genti d'acque bevibili in alcune parti della prò-
An. 1769. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. 11. 65
vincia inferiore (ai), e concesse gratis i terreni
paludosi a tulli quei che volevano asciugarli e
coltivarli, venendo esentati da qualunque tassa
per lo spazio di venti anni, e fu altresì permessa
qualunque estrazione di grani e contrattazione
senza il minimo vincolo, cosicché se ne son ve-
duti alcuni salutari effetti, i quali però, tuttoché
di molto incoraggimento , non sarebbero stati
bastanti , qualora il governo non avesse fatto
eseguire dei grandiosi lavori, come quello della
totale arginatura della destra sponda delTOmbro-
ne, Tescavazione del canale maestro della Molla,
ed altri simili per asciugare per quanto fosse
possibile il così detto lago Bernardo. Tutti que-
sti lavori in diversi tempi eseguiti hanno certa-
mente apportato dei grandiosi vantaggi a quella
infelice provincia.
g. 19. In tempo però che alla maremma senese
erano rivolte le paterne cure delTprovvidosovra-
no,non venivano trascurate le altre province che
abbisognavano di particolare provvedimento: non
si omesse adunque di pensare alla Val di Chiana,
facendo ivi eseguire molti lavori, in conseguenza
delle visite e dei suggerimenti dati dal matema-
tico Perelli. Colmate, canali, chiaviche sotto il
letto del fiume Foenna, sotto il torrente Gale-
gno, e sotto TEsse nel cortonese, e precisamente
nella fattoria di Montecchio, tutto fu maestrevol-
mente eseguito-, perlochè è ridotta una delle più
fertili e belle provincie della Toscana. Sgombra-
ta in fatti con tali lavori dalle acque la maggior
parie della Val di Chiana, s'intrapresero le più
6*
66 AVVENIMENTI STORICI An. 1769.
attive coltivazioni, e si edificarono molte case ru-
rali: si soppressero gli affitti contrari alla prospe-
rità dell'agricoltura, e fu in seguito formata una
deputazione composta di alcuni possessori in
quella provincia, acciò invigilassero alla conser-
vazione di tante salutevoli opere, ed in tal guisa
se ne affidò l'incarico a quei che vi erano interes-
sati (aa).
g. ao. Approvò in oltre il progetto di un nuo-
vo lazzeretto di Sciorino da farsi nella spiaggia di
Livorno dalla parte di levante, e volle che si ese-
guissero tutti i mezzi possibili per purgare l'aria
di Pisa, col rimediare alle fetide esalazioni del
vecchio Camposanto, non meno che col risanare
e rinfrescare le acque stagnanti neTossi circondari
della città. Le belle lettere, e le arti ebbero an-
ch'esse parte nelle provvide cure di Leopoldo. Ac-
cordò la protezione all'accademia degl'Ingegnosi,
accrebbe lo stipendio ai lettori delf accademia
dei nobili e beneficò molti soggetti degni di sti-
ma (a3).
g. ai. Il sistema da lui adottato e ben radica-
to nel suo spirito era certamente quello di ren-
der tutto commerciabile, vale a dire ch'egli cre-
deva utili le frequenti contrattazioni e cambi di
proprietà. La devozione avea da lungo tempo pro-
dotto che molti o donavano in vita, e mollo più
per ultima volontà lasciavano a delle corporazio-
ni religiose molti dei loro beni: questo portava
due dannose conseguenze; una che bene spesso
restavano defraudati dei parenti bisognosi, che
sarebbe stata cosa buona il soccorrere, l'altra,
Atl. 1769. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. II. 6?
poiché riguardava la politica e la finanza, era
che una volta entrati i beni nelle corporazioni
religiose, mai più ne uscivano. Inerendo Leopol-
do ad una legge dell'augusto suo padre e prede-
cessore n'emanò un altra per togliere qualunque
dubbiosa interpetrazione di quella legge, iniben-
do assolutamente alle così dette mani morte Pac-
quistar beni stabili, sia per contrailo, o per ere-
dità, o in qualunque altra maniera: e sotto una
tal denominazione s'intendevano compresi tutti
i corpi ecclesiastici, collegi, universilà ecclesia-
stiche, o laiche, ed in line tutte le corporazioni
nessuna esclusa. Non è però che il sovrano in al-
cuni casi particolari non derogasse dalla genera-
lità con diversi rescritti emanati con suo ordine
dalla segreteria del regio diritto (24). A norma
dei sovrani comandi fu eseguita una riforma e
soppressione di varie chiese parrocchiali, ed altre
della Toscana. I popolani vennero repartiti nelle
più vicine parrocchie, ed i vasi delle chiese sop-
presse conceduti a diverse compagnie di secola-
ri (25).
g. 22. Il granduca dopo aver visitate le Ma-
remme senesi, i forni del ferro di Massa e Follo-
nica, T allumiere di IMonterotondo , Castiglione
della Pescaia e di Grosseto , risolvè di fare uu
viaggio a Vienna unitamente alla consorte, «d in
tal occasione ol tenne dalla madre di potersi re-
golare in avvenire a suo talento, non dipèndendo
più da alcuno , che potesse aver relazione colla
corte imperiale . Tornati i sovrani in Firenze si
vide il conte di Rosemberg dimettersi da tutti
G8 AVVENIMENTI STORICI Aìl. 1770.
gl'impieghi che occupava per tornarsene a Vien-
na , il che fu di sommo dispiacere ai fiorentini ,
essendo molto amato. Anche la contessa di Thurn
domandò la sua dimissione dall'impiego di mag-
giordoma maggiore, e l'ottenne. Fece poi noto
Leopoldo di aver formati due consigli , uno di
slato ed uno di finanze, e fissò un giorno la set-
timana per dare udienza a tutti i suoi sudditi in-
distintamente , per poter da sé stesso sentire i
reclami che potessero quelli avere contro qua*
lunque ministro o tribunale (26).
§. 2,3. Il debito pubblico esistente in luoghi
di monte di diverse denominazioni alla venuta di
Pietro Leopoldo in Toscana ascendeva a circa
ottantotto milioni di lire toscane; prese il gran-
duca in considerazione questo affare, e volle, per
quanto le circostanze Io permettevano,procurare
di estinguerlo. Ordinò dunque, dopo alcune ope-
razionale estrazioni di una parte de'luoghi di mon-
te, ch'erano al 3 e mezzo per 100, come altrove
vedemmo, lasciando in libertà i proprietari o di
ritirare il loro capitale, o-per gli statisti soltan-
to di poter lasciare il loro capitale nel monte ,
ma ridotto il frutto al tre percento. I capitali che
servirono a quesf effetto furono ricavati dalle
vendite di molti degli stabili appartenenti alle am-
ministrazioni regie e pubbliche, edalle comunità
e luoghi pii: con queste ed altre misure prese in
seguito , se delle imperiose circostanze non si
fossero di poi opposte, si sarebbe veduto intera-
mente estinto il debito pubblico (27).
g. 24. Soppresse i magistrati di parte e dei
Ali. 1770. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. il. 69
nove , come ancora la congregazione di strade
e ponti, e quelle dell1 imposizione del Valdarno
superiore, ed altre deputazioni destinate al gover-
no e direzione di altre pubbliche amministrazioni:
fu creato un nuovo magistrato , coirà denomina-
zione di camera delle comunità , luoghi pii , e di
strade e ponti , composto di tre soggetti legali ,
che venivano incaricati della cognizione e spedi-
zione di tutti gli affari contenziosi , i quali si ri-
solvevano dai tribunali dei soppressi magistrati:
e lasciato il soprassindaco fu al medesimo de-
ferita tutta V autorità che aveva il magistrato di
parte sopra il governo delle comunità e luoghi
pii alle medesime sottoposi! (-28). Vennero estin-
te le tasse e pioventi sul traffico del pane e delle
carnosi ordinò che i beni attenenti alle regie pos-
sessioni ad alla religione di santo Stefano fossero
sottoposti a tutte le gravezze; si soppresse la pri-
vativa del pan fine; si dettero varie concessioni
per i mercati, estrazioni ed introduzioni di panni
e sottigliumi. Rivolto quindi lo sguardo ad altri
vantaggi dello stato, concedè privilegi ed esen-
zioni a chi fabbricasse intorno al borgo, darsena
e porto di Castiglione della Pescaia. Né sfuggen-
do alla provida sovrana curalo stato dei religiosi,
volle che tutte le carceri claustrali rimanessero
proibite, accordandone solo alcune sotto diverse
condizioni e dipendenze dal governo (a<j).
g. 25. La vita di Leopoldo fu un giornaliero
travaglio pel miglioramento e pel vantsggio dei
suoi sudditi,e dello stato: lo veggiamo del continuo
viaggiare in varie parti della Toscana , non con
70 AVVENIMENTI STORICI An. 1771.
altro fine che quello di sollevare , provvedere e
beneficare: senza nominare particolarmente i vari
luoghi ove si portò, basterà il dire che fu quasi
sempre in moto ad osservare le comandate disposi-
zioni^ ed a dar nuovi ordini (3o). Siccome avea
data non solo la libertà del commercio dei grani
neirinterno,ma eziand io permessa l'estrazione per
Testerò, cosi diveniva necessario, per impedire
che la mancanza del genere produr potesse la
carestìa del granducato, di facilitare È importa-
zione dei grani forestieri 5 perciò abolì la gabella
ch'esisteva sopra i grani e biade forestiere , ed
ammesse la libera introduzione , meno i piccoli
diritti alPuflUio dello vettovaglie a Livorno, e le
solite gabelle alle porte di alcune città.
g. 2.6. Una solenne funzione fu eseguita dal so-
vrano la mattina del dì 12 maggio, avendo fattala
ceremonia della collazione dell'insigne ordine del
toson d'oro nella persona del reale arciduca Fer-
dinando poi granduca di Toscana, Fu in questa
qccasione che Leopoldo volendo promuovere le
scienze col somministrare ai giovani i mezzi di
potere studiare senza spesa, ordinò che la libreria
palatina, esistente nel palazzo Pitti, fosse riunita
alla Maliabechiana posta agli uffizi. Venne in tal
modo quest'ultima ad essere una delle più copio-
se e magnifiche biblioteche d"Europa,sempre aper-
ta acoraun benefizio e servita da attenti custo-
di (3 1).
g. 27. Fino da tempi antichissimi era data ai
litiganti la facoltà di eleggersi giudici.Questa forma
con tutto che potesse parer buona nella sua ori-
An. 1771. DEI TEMPI AUSTBUCICAP.il. 71
gine, pure avea molli inconvenienti. Converrebbe
esser certi della onestà degli uomini, della loro
integrità ed imparzialità. Col metodo ordinato da
Leopoldo si venivano a togliere su di ciò gli scon-
certi, poiché furono da esso determinati i giudici
necessari, e creati gli uditori di ruota, che servi-
vano di giudici di seconda istanza, o di appello,
quando i litiganti volessero appellarsi dalla sen-
tenza dei tribunali di prima istanza, sia di Firen-
ze, o degli altri luoghi: in questa guisa si dette
alla giudicatura un sistema più sicuro, e scevro
da parzialità, o da interesse. Credette a proposito
il creare il tribunale della consultale dette a que-
sto la facoltà di decidere se le sentenze pronun-
ziate dal tribunale della ruota ammettessero la
revisione. Questo portava che non fosse in po-
tere d'uno dei due liticanti V eternare le liti. Nul-
la trascurava Leopoldo di quello che egli creder
poteva utile per i suoi stati, tanto nel governativo,
nel giudiciale e ueireconomico,come può osservar-
si da diverse leggi delle soprannunziate,emolto più
fra le moltissime da noi tralasciate di annunziare
per non allontanarci da quella brevità che ci sia-
mo proposti di praticare, indicando soltanto quel-
le che portavano un cambiamento essenziale nel
governo. Tutte le privative le credette ingiuste,
e perciò a poco a poco le abolì, come fece nelPan-
110 1771, permettendo generalmente Pintroduzio-
ne dell'oro, e delPargento falso} tolse tutto quello
ch'era di vincolo al commercio, come di togliere
la | stalla sulle vendite dei bestiami, come pure
quella dell'olio perii passaggio da un territorio
?2 AVVENIMENTI STOBICÌ Ari. 1772.
all'altro e molte altre. Permesse a chiunque di
piantar gelsi in qualunque sito, e concesse ed or-
dinò infinite cose favorevoli al comercio e all'in»
dustria che egli proteggeva, che credeva la sor-
gente della felicità dei suoi sudditi (3a).
g. 28. La flotta russa già stanziala da qualche
tempo in Livorno, dove svernava sotto gli ordini
dell'ammiraglio Orloff, fu cagione di ricchezza
per la Toscana, dovendo essa approvvisionarsi
di tutto, tanto per il tempo che stava nel porto
di Livorno, quanto per i viaggi che faceva nello
arcipelago per fare un diversivo nella guerra che
esisteva fra la Russia e la porta Ottomanna. Fu-
rono molto festeggiati TA-mmiraglio e Tuffizialità
non solo da Leopoldo ma ancora dai livornesi e
dai pisani, avendo i russi fissato il loro quartier
generale d'inverno in Pisa: quei popoli ricavaro-
no grandi vantaggi per la dimora di tali forestieri
che spendevano molto, e con somma generosità.
Il granduca vendette loro due fregate di quaran-
ta pezzi di cannone ciferano state fabbricate in
Trieste, e a lui regalate dalP imperatrice Ilaria
Teresa in aumento della marina granducale: an-
che in Firenze furono date grandiose feste da
Leopoldo, il quale altresì assistette a quelle che
l'ammiraglio dava in Pisa. Anche il duca di Clo-
cestei. fratello del re dlnghilterra.viaggiò in Ita-
lia, ed egli pure fu ricevuto con grandi onori e
magnificenze in Firenze, come lo fu altresì l'elet-
trice vedova di Sassonia, che anch'essa percor-
reva contemporaneamente JTlalia (33). Molte ga-
le e ferie soleva usare la real corte: queste furo-
jin. 1772. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. II. ?3
no abolite e ridotte a sole tre, cioè nel giorno di
capo d'anno, Pasqua di resurrezione e s. Giovan-
ni , e fuochi di gioia ad un solo da incendiarsi in
maggior copia nella sera di detto santo.
§. 29. Si abolì pure l'appalto del pesce: ven-
ne ridotta la gabella sulle materie necessarie alla
conciatura delle quoia} si revocò l'ordine delle
tasse e dritti che pagavano i venditori di comme-
stibili: fu permesso di erigere nuovi edilìzi per le
conce, e dato un ordine che alle contribuzioni
che si esigevano col titolo di chiesto venisse sup-
plito con un'annua tassa. Si dettero nuovi regola-
menti alla camera delle comunità} divise le incom-
benze e tolse le medesime da varie suggezioni, ag-
gregando quelle del circondario d'Arezzo alla slessa
città, dandole facoltà di dirigere e governare i pro-
pri affari economici per mezzo delle sue magistra-
ture e ministri, senza quella depeudenza che un
ora aveva avuta dalla camera delle comunità di
Firenze. Con ciò venne a togliere molti abusi che
si erano introdotti nell'amministrazione delle ren-
dite di quella comunità (54). Si concessero varie
facoltà ai conciatori di quoio. ed un libero lavo-
rio delle cere gregge nella citta di Firenze e suo
contado, la caccia e pesca fu permessa nei luoghi
banditi, e diminuita la gabella ai vini forestie-
ri (35).
g. 3o. Uno strepitoso avvenimento accadde
nel presente anno: fu questo la soppressione del-
la tanto famosa compagnia dei gesuiti con breve
emanato da Clemente XIV . Partecipata questa
pontificia risoluzione in Firenze, si portò per or-
St. Tose. Tom. 11. 7
;4 AVVENIMENTI STORICI Atl. 1775'
dine sovrano l'arcivescovo al collegio de** gesuiti,
e fece alla loro presenza leggere il consaputo bre-
ve, e in conseguenza fu soppressa in Toscana la
religione predelta. Fatto ciò fu preso possesso di
tutti i beni dei padri, e vennero dal granduca
destinati i respettivi economi: fu pagata la som-
ma di scudi 20 a ciascun individuo pel nuovo
vestiario da sacerdote secolare, e si assegnarono
altresì le mensuali provvisioni pel loro manteni-
mento, e siccome di niente si volle appropriare
il regio fisco, che fosse ad altri devoluto, fu ema-
nato un editto col quale si dava tempo due mesi
a chi avesse pretenzione di succedere a qualsivo-
glia stabile della soppressa società, per giustitkare
il titolo della successione al magistrato supremo.
Nel tempo medesimo fu provveduto che tutti i
cadaveri fossero esposti ai suffragi nelle proprie
parrocchie, e che ciascheduno avesse dritto di
eleggersi la sepoltura per atti fra i vivi e di ul-
tima volontà (36).
g. 3 1. Non lasciava in tanto la nostra marina
toscana di dar frequenti prove di valore sotto il
coniando deirammiraglio Alton, poiché scorren-
do questi il Mediterraneo colla fregata toscana
FEtruria, entrò* dentro la goletta di Tunisi e
dette fuoco ai legni barbereschi che in quel porto
si trovavano ancorati. La mattina del di i4 otto-
bre essendo sotto capo Spartel, scoprì due fregate
salettine, una delle quali cominciò a dare la cac-
ciata z\V Austria:. questa senza tenere inalberata
la sua bandiera, quando fu a tiro di fucile le la-
scio una fiancata di cannonale, cominciando cosi
An. 1773. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. 11. 75
la tierissima battaglia, la quale durò non breve
ora} ma in (ine la salettina non polendo più re-
sistere si abbandonò, e ammainate le vele rimase
preda dell*1 Austria con 84 prigionieri, compresi
quattro uftìziali ed il rais. In seguito la fregata
toscana dette la caccia e battè altri legni saletli-
ni; ma non potendo far nuove predesi volse ver-
so Gibilterra, ove riposatasi alquanto fece vela
per Livorno, e vi giunse felicemente, essendo
stata ricevuta con universale allegrezza ed ap-
plauso. Il rais cbe si trovava sulla fregata detta
la Tigre era il comandante di tutta la squadra.
La fregata fu venduta al pubblico incanto; i pri-
gionieri ebbero umano trattamento, e quanto al
rais, volle il granduca che gli fosse assegnato un
sufììcente giornaliero mantenimento in vista di
essersi mostrato valente ed esperto guerriero di
marina (37). Fu in seguito data commissione
all'ammiraglio Atton di unirsi colle due fregate
toscane ad una flotta spatrinola, che sotto gli or-
dini del comandante O-relly andava contro la
città e porto d'Algeri. Riusci infelice la spedizione,
ma grand'onore ne riportarono le fregale toscane,
poich^eran esse che coprivano la ritirata degli spa-
gnuoii, senza di che tutti sarebbero rimasti vit-
time di quei barbereschi, e perciò Alton ricevet-
te molti ringraziamenti dal re di Spagna Carlo
111(38).
g. 3a. Il granduca volle che tutti gli omicidi,
tradimenti, e assassinamenti, ratti di fanciulle, e
incendi si potessero punire dai tribunali nello
spazio ancora di diecianni dal di in cui (ai delitti
j6 AVVEDIMENTI STORICI Art, 1775.
fossero stati commessi. Concedette poi a tutte
le comunità del contado la facoltà di governare
le loro aziende per mezzo dei respettivi magistra-
ti e ministri, senza dipendenza dalla camera delle
comunità di Firenze. Fu emanato un nuovo piano
di regolamento per gli esecutori di giustizia, ed i
bargelli dello stato, e venner date diverse dispo-
sizioni relative ai collegi e chiese de*1 soppressi
gesuiti, avendo quel sovrano procurato colla no-
mina di altri lettori e maestri che in tutti i luoghi
fossero continuati i corsi degli studi, come per lo
avanti (3$).
g. 3* Ad oggetto di allontanar (falla miseria,
dal vizio e dai delitti il popolo, procurò Leopoldo
di dar principio e proseguire in seguito a miglio-
rare ed ingrandire te ville del Poggio imperiale,
ed imperialino, Castello, la Petraia, PAntbrógiana,
e il Poggio a Catana, come pare t palazzi di Li-
vorno, di Pisa, e della Quercia. Volle poi favorire
le arti e le scienze, e a quesl\>ggetto fece acqui-
sto del palazzo di un ramo della estinta famiglia
Torrigiani contigua al giardino di Boboli, ove
edificar fece una specola , che fu ampiamente
provveduta di macchine e dHstrumenti perfettis-
simi per la fisica, ed astronomìa, per Pacquistodeì
quali fu spedito a Parigi e a Londra l'abate Fon-
tana che ne fu nominato direttore. Nello stesso
locale fu collocato il museo di storia naturale.
Venne ordinato che questo stabilimento fosse
aperto tutti ì giorni, meno i festivi, a comodo tan-
to dei cittadini, che degli esteri, ed ai custodi fu
proibito di prendere alcun guiderdone da chic»
j4n.~W15. DEI TEMPI AUSTRIACI C4P. II. 77
chesia. Fu comune l'ordine per la galleria, Pa-
lazzo Pitti, e la cappella di san Lorenzo. Fu però
d'uopo di trovar la maniera di supplire a sì gran-
diosi dispendi, senza disastrarne Peconomia: de-
terminossi perciò Leopoldo alienare una quatità
di ricche e magnifiche suppellettili esistenti nella
real guardarobba, ma che non erano più d'al-
run uso per la diversità del gusto dei tempi ,
come pure fu alienato il superfluo delle armerie
esistenti in Livorno, Pisa e Firenze, lasciandovi
il puro necessario. Ciò che poi incontrò una cri-
tica quasiché universale fu la vendila della villa
di Careggi, celebre per la memoria di Lorenzo dei
Medici, detto il Magnifico, nella quale questi riu-
niva i primari letterati del suo tempo, e dove era
stabilita l'accademia platonica sotto la direzione
di Marsilio Ficino (40).
g. 34. Diversi regolamenti furono fatti riguar-
do alle cose ecclesiastiche, come quella di proibi-
re ai frali di predicare alle monache, di non far
missioni pubbliche in ore da distogliere il popolo
dai lavori. Venne poi fatto un concordato colla
santa sede, col quale fu convenuto che la corte
di Roma non potesse imporre pensioni sopra gli
arcivescovi e vescovi di Toscana, eccettuati sol-
tanto que'di Pisa e di brezzo, essendo questi i
più ricchi del granducato ({■). Frattanto Pimpe-
rjtor Giuseppe determinatosi di riveder nuova-
mente l'Italia si portò per la parte di Trieste a
Venezia, ove trovò il real fratello Leopoldo che
•,'li era andato incontro, e dopo aver visitati con
esso molti luoghi dell'Italia superiore, ritornò a
7*
78 AVVEDIMENTI STORICI Aìl. 17-75.
Firenze, ove si trattenne a geniere le feste del
Corpus Domini e s. Giovanni, ed osservare i mi-
glioramenti fatti dal granduca, stando sempre nel
più stretto incognito. Partito l'imperatore Leo-
poldo procurò che reiezione dello stato fosse li-
bero in ciascheduno individuo, avendo rilevalo.,
mediante i casi, che non pochi tìgli e figlie era-
no sacrificate dall'avidità dei padri. Per togliere
queste ed altre seduzioni emanò due motupropri,
coi quali ordinava, che non si potessero collo-
care le ragazze in educazione, se non compiti gli
anni dieci, e che non vestissero l'abito religioso
in qualsivoglia monastero, se non dopo gli anni
venti, con la condizione che prima di essere ac-
cettate dovessero stare sei mesi fuori di ogni ri-
tiro o convento} che quindi venisse loro fatto un
lecito esame sulla vocazione per rilevare se na-
scesse da qualche strana idea, o fosse sana vo-
lontà ec. Riguardo poi ai frati stabiliva che non
entrassero in religione, se non terminali gli anni
18, e che la professione non potesse esser fatta
«die compiti gli anni 24, e chiunque volesse illu-
dere questa legge col vestir l'abito religioso fuo-
ri del granducato, si dovesse riguardare in tutto
come forestiere, ed escluso dagl'impieghi dell'or-
dine ec. Finalmente, che le doti delle monache
converse non fosser maggiori della somma di
scudi a5. oltre un piccolo corredo (4a)«
£. '55. In vista dì ampliyre e stendere la liber-
tà della estrazione dei grani, ed altre derrate, fu
soppresso l'uffizio dell'annona, dando a ciasche-
duno la facoltà di vendere, ritenere, comprare e
An. 1775. DEI TE3IP1 AUSTRIACI CAP. II. ^9
contrattare qualunque genere di commestibili:
per quello poi riguardava le cause che si agitava-
no nel dello uffizio, fu sostituito il magistrato
degli otto. Si abolì la decima ecclesiastica e si
richiamò tutti quei beni al pagamento delle de-
cime granducali, come i beni di patrimonio se-
colare : rese uguali tutte le contribuzioni tanto
regie che comunitative sopra i beni ancora della
religione di s. Slefauo, università, e luogi pii. Sic-
come poi la decima ecclesiastica serviva per la
conservazione dello studio pipano, così S. A. R.
aggregò il mantenimento del medesimo al regio
erario. Fu emanato un nuovo regolamento pei ca-
valieri earovanisti, e si fecero delle leggi per au-
mentare hi manifatture, dando ancora il sovrano
dei premi ai fabbricanti, ed a chi provava d'aver
fatte maggiori spedizione fuori di stato dei gene-
ri fabbricati in esso. La maremma risentì pure
l'effetto delle provide cure di Leopoldo, avendovi
egli spedito dei professori, per fare sulla super-
ficie dei respettivi luoghi le necessarie osserva-
zioni per l'incremento della cultura dei terreni.
salubrità delParia e popolazione. Fu conceduta
la facoltà della caccia e pesca in molte bandite,
soppressa la privativa delle conce, dando la facol- ■
tà al macellaio di vendere e contrattare le quoia
a piacere;aboliti i pioventi detti di piazza o mer-
cato, e de'pesi e misure, e tolta la privativa dei
mulini e dei frantoi da olio ( {'> j.
'(>. 36i In materie ecclesiastiche, oltre quanto
si e detto. vennero soppressi in Firenze i canoni-
ci Wgu|an di s. Vnlouio. il conservatorio del meri-
8o AVVENIMENTI STORICI Atl. 1 >76«
dicanti, aggregandone le rendite agli spedali; la
chiesa e collegio degli estinti gesuiti fu comprata
dai padri scolopi per continuare l'insegnamento
della lingua latina e le scienze. e la chiesa di que-
sti, detta dei Ricci, fu conceduta ai padri del bel
morire, ed i secolarizzati religiosi ebber la grazia
di ritirare le loro pensioni. Avendo quindi stabi-
lito il sovrano di portarsi a Vienna, (ece partenza
da Firenze insieme colla r. consorte, conducendo
seco loro il conte di Thurn, e la contessa di Col-
loredo: da Bologna giunti a Ferrara, colà ebbero
il contento di vedere ed abbracciare l'arciduca
Ferdinando Carlo d'Austria fratello del granduca,
non meno chela reale arciduchessa Maria Beatri-
ce d'Este di lui sposa, che dalla loro residenza di
Milano eransi in detta città di Ferrara per lo
stesso fine tresferiti: giunti il giorno appresso le
LL. A4. RR. nella città di Padova, trovarono, se-
condo il concertato, i reali coniugi di Saxe Te-
shen, coi quali trattenutesi a godere di alcuni di-
vertimenti, continuarono la mattina del dì 8 il
loro cammino alla volta di Vienna: nella sera de!
di i3 giunsero all'imperiai villa di Schembrun in
compagnia della R. arciduchessa e duca Alberto,
essendo stati ricevuti con particolar tenerezza
dalla maestà cesarea e dall'augusta imperatrice
regina. Il soggiorno che fecero alla corte impe-
riale di Vienna fu magnitico, e continuato nei
divertimenti e negli spettacoli: particolarmente
furono fattele grandiose militari evoluzioni nella
pianura di Luxemburgo. Leopoldo non lasciò pe-
raltro di osservare colla su3 perspicacia quanto
Ali. 1776. DEI TEMPI AUSTRIACI CIP. II. 8*1
di nuovo eravi in quella capitale sì nel civile che
nell'ecclesiastico, così passando fino alla mattina
del 19 settembre; in essa partirono di ritorno per
la Toscana , accompagnati venendo a Neustadt
dall'imperatrice regina madre, dall'arciduca Mas-
similiano, dal duca Alberto e sua sposa, e dalla
arciduchessa Elisabetta: giunti a Neustadt, città
dell'Austria inferiore, distante i a leghe da Vien-
na, si trattennero sino al dì aa, e dopo i teneri
scambievoli congedi, gli augusti personaggi si re-
stituirono a Scbembrun e le loro altezze reali pro-
seguirono il viaggio terso l'Italia. Un altro pia-
cevole incontro ebbero a Venezia, ivi giunte, po-
co dopo vi arrivò da Parma la reale Arciduchessa
consorte del duca Ferdinando I di Borbone, co-
la espressamente portatasi per avere la prima
volta il contento di conoscere d'appresso la gran-
duchéssa sua cognata. A Bologna furono altresì
visitate dal prelodato infante duca di Parma. Fi»
miniente il dì i5 si restituirono a Fiienze,accol-
te dai reali figli e dal pubblico colla massima
gioia (44).
§. 37. Si fissò dal granduca una tariffa gene-
rale dei dritti, e molumenti, e mercedi dovuti ai
rettori, ministri di giustizia: soppressi i tribunali,
o corpi d'arti della città di Prato, con tutte le
loro magistrature e cariche, aggregando le cause
e regolamenti al vicario della stessa città: *i ac-
cordò la libera introduzione ed estrazione delle
lane, transito di pannine ed altro, pe'quali ge-
neri fu dato il necessario regolamento. Furon
proibite le scommesse in giuochi pubblici di qua-
Slfc AVVEDIMENTI STORICI An, 1"76.
Itmque sorta, come cause di disordini, frode e
risse} si permise il diboscamento e il taglio sen-
za chiedere alcuna permissione: altro regolamen-
to si dette per P estrazione del bestiame, tolte
molte privative e tasse nel contado e montagne
di Pistoia, e particolarmente quella detta delle
teste, come pure a riserva di tre bandite, cioè
del Poggio imperiale, delle Cascine dell'Isola, e
di Cerreto Guidi, fu permesso in ogni altro luo-
go di cacciare e pescare. Nella città di Livorno,
come nelle altre città e luoghi del granducato,
venne data facoltà a chiunque d^aprire decorni;
vender pane, e fabbricarlo senza limitazione di
peso o di prezzo, ed altresì libertà ai venditori sul
prezzo delle carni freche e salate, ed egualmen-
te libero il prezzo del pesce. Con lunga legge di-
visa in 16 1 paragrafo fu pubblicato un nuovo re-
golamento economico generale per tutte le co-
munità della provincia pisana; mediante questa
s> instituirono le nuove comunità, abolendo le
antiche e loro amministrazioni , cancellerìe ec.
I magistrati di Firenze ebbero delle istruzioni
sulle cause: fu soppresso il magistrato del bigal-
lo, e la deputazione di Bonifazio con la sostitu-
zione d1 una particolare congregazione: abolito
T obbligo di portare a vendere nel mercato di
Firenze, e di pesare alle pubbliche stadere del-
l'arte della seta tutti i bozzoli della città e cir-
condario, potendo ognuno venderli, e pesarli li-
beramente.
§. 38. Tutte queste ed altre libertà di com-
mercio, che si estese fino al ghiaccio ed ai chiodi.
An. 1776. DE! TEMPI AUSTRIACI CAP. II. 8$
mossero una società di zelanti sudditi, i quali,
affine di perpetuarne la gramTepoca, fecero coniare
una medaglia in onore della R. A. S.cbe fu umiliata
alla medesima dal consigliere Angiolo Tavanti.
Questa rappresentava da una parte il ritratto del
sovrano e dall'altra una figura in piedi esprimente
l'abbondanza col cornucopio nella sinistra e una
fiaccola nella destra, in atto d'incendiare i volu-
mi delle remote leggi. A piedi della figura vede-
vasi un'antico moggio, entrovi con manipolo di
spighe col repigra fi Liberta! e frumentarìa. Opes
auctae, e nelPesergo Principi providentissimo
MDCCLXXV. Fu assegnato ad ognuno dei quar-
tieri delle ciltà toscane un chirurgo perito nel-
l'ostetricia che assistesse gratis le povere parto-
rienti, fu soccorso accora con sussidi e cura
particolare negli spedali, si condonarono molti
debili a diverse comunità, si pubblicò un indulto
pei i disertori ed altri rei , e si eressero nuovi
spedali in diversi luoghi della Toscana. L'ordine
olivetano ebbe nuovi regolamenti, rimanendo sop-
presse le due abbazie di s. Maria di Rapolano, e
di s. Maria di s. Gemignano. Fu estinto il conven-
to di monache detto del Paradiso, posto fuori
della porla a s. Niccolò, fondato fino dal 1400 e
le monache passarono nel monastero di s. Am-
brogio.
g. 39. Siccome col consenso del pontefice Pio
VI furono abolite tutte le pensioni solite oppor-
si alle chiese vescovili e parrocchiali del grandu-
cato, cosi fu ordinato che i sacerdoti avessero
una congrua non minore di scudi 100 all'anno,
84 AVVENIMENTI STORICI Art. 1776.
per rimediare all'abuso delle ordinazioni sacre
fatte su i semplici obblighi di messe; fu coman-
dato che non fosse ammessa l'ordinazione a tito-
lo di ufficiatura, se non quando vi fosse altro be-
nefizio di rendita eguale alla congrua stabilita: si
proibirono le missioni alla campagna, senza la
licenza della segreteria del regio diritto. I romiti
attuali vennero tollerali, ma ordinato che in av-
venire non si facessero più questue e non vi fos-
ser più romiti. Finalmente con real motuproprio
rimasero fissate le tasse da pagarsi per V Eoce-
quatur alla cancellerìa della regia giurisdizio-
ne (45).
g. 40. Fu inoltre formata la deputazione tanto
per la parte della corte di Toscana che della pon-
tifìcia per ultimare le antiche vertenze sussistenti
per i contini dei respeltivi dominii, riguardo al
paese adiacente alla Chiana. Abolì il sovrano la
guardia nobile , provvedendo graziosamente i
componenti della medesima. Proseguendo il me-
todo della estinzione dei corpi delle arti, abolì S.
Altezza quelli della città d'Arezzo, ed in conse-
guenza tutte le matricole e tasse e qualsivoglia
contribuzione, offerta o canone a luoghi pii- al
magistrato supremo della città di Firenze aggiun-
se tre auditori per la sola cognizione e decisione
delle cause: concedè in feudo alla famiglia Ghe-
rardesca le comunità di Castagneto, Bolgheri e
Donoratico: condonò il debito delle spese di sa-
nità occorse dal primo aprile i?65 a tutto l'an-
no scorso, e che non era meno di scudi 484oo;
non volendojcol massimo tratto di generosa ole-
Art. 1777. DEI TEMPI AUSTRIACICAP.il. 85
menza che fossero aggravati i sudditi di nuove
imposizioni. Si vide in seguito emanala una leg-
ge sopra la pesca dei mari toscani, colla quale
restavano soppressi tutti gli appalti e privative
veglianli nel molo di Livorno: abolì la spedizione
dei brevetti nelle reali segreterìe, le tasse che si
pagavano, la spesa dei passaporti, il prender man-
ce dagl' impiegati. Per ampliare la popolazione
nel circondario di Firenze fu concedula facoltà
di fabbricar case fuori delle mura della città: pre-
scrisse un freno ai debiti contralti e da contrarsi
dagli uflìziali per tutto il granducato: ampli pri-
vilegi e facoltà si accordarono a chiunque avesse
voluto stabilirsi nelPisola della Gorgona, avell-
ilo il sovrano acquistato tulte le fabbriche, ma-
gazzini e terreni che ivi trovavansi di pertinenza
del monastero della Certosa di Pisa. L'abolizio-
ne de'romiti promossa Panno 1776, fu del tutto
ultimala nel 1777 „ comandando che i soggetti
di tale specie vacanti dovessero deporre V abito:
rimase annullato qualunque provento di piaz-
za per le contrattazioni delPolio. Si dichiarò che
per le cause dei miserabili non si potesse esigere
qualunque benché minima spesa in tutti i tribu-
nali del granducato . Fu abolita la proibizione
delle incette dei fieni, strami e paglie, e resa libera
la vendita del tabacco: con generosa munificen-
za il sovrano condonò a tutti gli artieri del gran-
ducato il loro debito per matricole e tasse, che
fondeva a scudi 7000, e viceversa volle che si
pacassero tutti i creditori della magona: ordinò un
nuovo regolamento per le comunità dello stato
St. Tose. Tom. 11. S
86 AVVENIMENTI STORICI Ali* 1>?> .
di Siena, volle che la scrittura dei tribunali fos-
se tenuta in giorno, e riunì la cognizione dei fro-
di ai giusdicenti locali (46).
g. 4*. Oltre queste innovazioni soppresse il
granduca il magistrato degli otto di guardia e di
balia, e creò jn luogo di esso un supremo tribu-
nale di giustizia, al quale riunì fa giurisdizione
criminale degli altri tribunali della città, compo-
nendolo di un auditore, di tre assessori, e di un
cancelliere maggiore; inoltre ne'quattro quartieri
della città pose un commissario per ciaschedun
quartiere; ed a questi dipartimenti dette le istru-
zioni pel regolamento di polizia, obbligando inclu-
sive il corpo militare a prestar manforte a richie-
sta ec, venne a tal effetto formala la carica di
ispettore di polizia diversa dal bargello, e dipen-
dente dall'auditore fiscale, concedendo a tale ispet-
tore ampie ed immense franchigie e privilegi . In
sequela di detto editto altri tre ne comparvero,
roi quali rimasero soppressi i due magistrati e
tribunali detti dell'archivio, e dei conservatori di
leggi; tenuto fermo ma varialo nelle sue incom-
benze il tribunale del proconsolo, dandogli no-
me di conservatore delle leggi; ebbe una nuova
forma il magistrato de'pupilli; si creò un avvoca-
to regio per la difesa delle cause interessanti il
fisco, le regalie e il patrimonio del sovrano, e fi-
nalmente estinse come inutili i magistrati dei
sindacatori della ruota, dei procuratori di palaz-
zo e dei collegi: abolì la camera granducale, e creò
invece la carica di un solo auditore delle sue re-
galie e possessioni. Ordinò che non si potesse
Ali. 1777. DEI TEMPI AUSTR11CI CAT. II. 87
procedere per debiti meramente civili in somma
minore delle lire trenta alTesecuzione personale
di alcun suo suddito, o domiciliato nel grandu-
cato (47).
§.42. Nella marina si eseguirono due innova-
zioni: fu abolito il battaglione dei granatieri, e fu
aumentata la marina toscana di due grosse bar-
che armate, e due mezze galere, talché si formò
una squadra di sette bastimenti da guerra per do-
vere scorrere contro i barbereschi, e garantire la
navigazione e commercio. Per mezzo della pratica
segreta fu dichiarato che i castelli e territori della
Trappola, rocca Guicciardina,e Sagona dovevano
considerarsi a tutti gli effetti come il rimanente
del granducato, ed osservarvi^ le leggi e ordini.
Le monete romane furon chiamate a sindacato,
si dette il valore ad alcune di esse ed altre furo-
no proibite.
g. 43. Per evitare il gravissimo disordine che
qualcuno credutosi estinto fosse inumato, prima
che tutte l'esperienze assicurassero della indubi-
tata morte, fu ordinato che non si potesse dar
sepoltura ai cadaveri, se non erano scorse veu-
tiquatt'ore dal punto della morie; non si facesse-
ro in tal tempo sezioni, ma rimanesse il corpo
nello stato suo naturale (4$)'
g. 44- È*er le vestizioni delle cosi dette mona-
nache di conservatorio fu tolta ogni funzione,
formula e cerimonia; agli esami delle monacande
si volle che vi assistesse il giusdicente del domi-
cilio, venne comandalo a tutti i confessori de'mo-
nasteri che non facessero né discorsi, ne prediche,
88 AVVENIMENTI STORICI Aìl. 1777.
né fervorini dagli altari o comunicatorii, che le
forestiere che si volessero vestire nei monasteri
del granducato dovessero pagare la dote doppia:
i preti forestieri inabilitali all'esercizio della cura
d'anime. Fu riunita V opera di san Giovanni in
quella del Duomo-, e con circolare del segretario
del regio diritto S. A. R. comandò che non fosse
dato Vexequatur alle dispense di Roma che scio-
glievano gl'impedimenti canonici per abilitare le
persone ad esser ricevute nel clero, a conseguir be-
neGzi, ad esser promossi agli ordini sacri ed alle
chiese curate, o per difetto d'età o fuori dei termini
prescritti (4<))« Ordinò poi diversi regolamenti ri-
guardanti il clero regolare e secolare, fra gli altri
emanò degli ordini affinchè i benefizi semplici va-
canti fossero conferiti ai parrochi più poveri.
Raccomandò molto ai vescovi di non aumentare
più dell'occorrente il numero degli ecclesiastiche
di non ammettere agli ordini che quelli i quali
ne fossero veramente meritevoli. Stante la guerra
ch'esisteva tra la Francia e l'Inghilterra, il gran-
duca dette i più savi provvedimenti per conser-
vare una esalta neutralità, tanto nel porto di Li-
vorno, quanto in tutti i porti della Toscana (5o).
§. 4 5. I notabili danni sofferti da'marrocchini a
cagione della fregata toscana delta X* Austria^ fece-
ro risolvere il loro imperatore con raro esempio a
spedire un ambasciatore in Toscana per riscattare
alcuni suoi sudditi con il rais che vi erano in qua-
lità di schiavi. Arrivato a Firenze quell'inviato fu
ammesso da sua alte/.za realea pubblica udienza,
ed aperto il negozialo sì passò a discorrere di pa-
Jn. \"j'S. DElTEMFlAUSTRlACICAP.il. 89
ce, e nel di 6 di febbraio si concluse un trattato
in cui si convenne che cessasse ogni ostilità
tanto in mare che in terra fra i sudditi del grandu-
cato di Toscana e quei dell'impero di Marocco}
talché fossero gli uni e gli altri vicendevolmente
sicuri, dovendo essere tra essi la migliore intel-
ligenza e pace inalterabile^ che in avvenire fosse
libero il commercio fra le due potenze, e se se-
guisse qualche mala intelligenza, si dovessero
prendere tutte le più opportune misure per con-
ciliare le differenze prima che si passasse ad al-
cuna ostilità, né potersi procedere ad alcuna rot-
tura di pace, se non previo un armistizio di sei
mesi (5i ). La proposizione fu accettata, e graditi
furono altresì i regali che il re barbaro avea man-
dati, consistenti in sei cavalli bellissimi per S. A.
R, ed alcune stoffe e tele e niossoline per la
granduchessa. Stabilito e conchiuso il trattato di
pace, il granduca regalò gli schiavi senza alcun
riscatto, avendoli fatti anzi prima rivestire a sue
spese^ ed all'imperatore predetto mandò ricchis-
simi regali in gioie, stoffe ed anni, avendone pur
dati altri simili all'ambasciatore e suo equipag-
gio (5a).
J. 4^. Dopo che il granduca ebbe visitato i
santuari di Vallombrosa, Alvernia e 4 lama Idoli ,
intraprese una nuova gita per Vienna in compa-
gnia del conte di Goes, e giunse a Schembrnn,
avendolo seguito la real di lui consorte, Egli si
trattenne incognito in questo luogo stando in
frequenti «conferenze con langusta sua genitrice.
S'incammino di poi alla volta della gran A* Ir-
90 AVVENIMENTI STORICI Ali. 177S.
mata austriaca in Boemia per parlare di affari cou
cesare, ch'era alla testa della medesima: tredici
giorni stette alla detta armata, ed il rimanente
dell' anno fu da esso passato in Vienna (53).
g. 47» Fissato che fu l'uffizio per i cancellieri
foranei, il granduca permise a tutti la vendita del-
la caria. bollata; accordò agli osti di potere eser-
citare nei loro siti altri mestieri , abolì le tasse
delle aziende dei beni civili in Arezzo, Volterra,
Radicofani, Borgo s. Sepolcro ed altroverdichiarò
quando doveva procedersi alla personale contro
i falliti debitori di lettere di cambio: stabilì una
regola per le lettere della posta, che andavano
nelle mani de'procaccini,volendo che pervenissero
al loro destino colla massima sicurezza; ed altro
sistema fu fatto per la posta generale delle lettere:
abolì il diritto di prelazione di ritratto nell'alie.-
nazione dei beni, che in lai caso si servassero le
disposizioni del gius comune romano. Con altro
editto soppresse il magistrato , tribunale e can-
cellerìa di sanità di Firenze, come pure le depu-
tazioni e magistrati di sanità di Pisa , Siena ed
altre città, eccettuata soltanto la deputazione di
Livorno e Portoferraio. aggregandole incomben-
ze ai commissari , vicari e giusdicenti : riformò
l'uffizio del segno, ordinando che tutti i pesi e
misure fossero segnati e riscontrati senza esigere
lassa o mancia: derogò alla proibizione delf in-
cettale! vino, e che il commercio di esso, tanto
all' ingrosso che al minuto, fosse in una totale
perfetta libertà; soppresse la congregazione del fi-
sco, riducendola ad una semplice amminislrazio-
Ali. 1778. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. II. 91
ne del patrimonio fiscale : egualmente abolì lo
scrittoio dell'annona. Per facilitare altresì i mez-
zi a chiunque desiderasse indirizzarsi per conse-
guire impieghi d' amministrazione di giustizia ,
istituì in Firenze una cattedra di giurisprudenza
criminale pratica , con privilegio per gli studi
egualmente a quelli fatti nelP università di Pisa:
la biblioteca antica del duomo fu trasferita nella
Laurenziana: estinta la gabella d* introduzioue e
transito sopra il bestiame e l'uffizio de'pascoli di
Siena, ove pure fu soppressa la fortezza, ed in
conseguenza messa in piedi in quella città una
militare compagnia urbana. Abolita la gabella su!
seme dei bachi da seta, e proibito ai camarlinghi
di farsi pagar la tassa in grasce. Estese il so-
vrano la manifattura della seta in tutto lo stato,
sopprimendo la riforma antica dell'arte che proi-
biva il< tesser drappi di seta e di filaticcio fuori
«;he nelle città di Firenze e Pisa, e nella prima di
esse per benefizio de'poveri. deputò quattro me-
dici fissi uno per quartiere per visitare e soccor-
rere malati in qualunque caso. Volle poi che la
provincia superiore dello slato di Siena fosse un
sicuro ricovero per tutti i delinquenti statisti e
forestieri: proibì ai sudditi d'interessarsi in nego-
zi e botteghe stabilite negli stati esteri, nelle qua-
li si facesse smercio o traffico di sale e tabacco:
riformo il dipartimento della mercanzia,dichiaran-
do di quali cause doveva prendere cognizione-
abolendo nel tempo stesso tutti i posti di attua-
rio. Dichiarò nulle le promesse di matrimonio
fatte dai soldati senza il sovrano assenzo: onoro
92 AVVENIMENTI STORICI Art* 1;>8.
Ponlremoli del grado di città nobile, erigendovi
un nuovo vescovado, che comprendesse la pro-
vincia «Iella Lunigiana.
g. 48. Stante poi le guerre che agitavano le
potenze dell'Europa, \ olle che nel porto di Livor-
no, e ne^ li altri porti e scali della Toscana fosse
osservata una perfetta neutralità. Moderò le pe-
i»e deTmdi del vino, confermò la diminuzione
della gabella dei censi, e concedè che tutti potes-
sero dar* albergo nelle proprie case. Ritornata
in Firenze la deputazione spedita per ultimare la
causa dei confini fra il granducato e lo stato ec-
clesiastico, deveunero le due altre parti contraen-
ti alla stipulazione del definitivo strumento, no-
minandosi io esso i confini, luoghi ec. Fu dimi-
nuita l'autorità di vari feudatari della Tosca-
na (54).
§. 49. Volgendosi agli affari di chiesa ottenne
la Misericordia di essere considerata come esen-
te, e non compresa india legge delle mani morte;
comandò che gli atti e processi delle curie ec-
clesiastiche si facessero col voto degli assessori
secolari, e che le censure venissero sottoposte al
regio excquatur . Informatosi Leopoldo dello
sialo economico dei beni ecclesiastici procurò
una decente congrua ai parrochi e loro chiese,
chiedendo nota di quanto i conventi rimettevano
a Roma. Profuse nuovi sussidi alle povere fanciul-
le, ed eresse nuove scuole ,per la loro istruzione.
Soppresse la suburhana Badia di s. Bartolommeo
di Fiesole dei canonici lateranensi, assegnando
a ciascuno individuo un annuale mantenimento,
Art. 1779. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. II. 0,3
e la libreria di questo convento passò nella Lau-
renziana. D'allora in poi e monasteri e conventi
e cure e congregazioni e compagnie laicali di lua-
desi che in Toscana ollremodo abbondavano in
numero, furono da Leopoldo in gran parte sop-
pressi o riformati, e de'quali tutti non è questo
il luogo di render minuto conto (55).
£. 5o. Dopo 6 mesi e venti tre giorni d'assen-
za, fatti i reciproci congedi colPaugusta madre e
la imperiai famiglia ritornarono il granduca e
la granduchessa. Avendo preso esso granduca in
considerazione il regolamento comunitativo della
provincia inferiore dello stalo di Siena, provvide
a molti casi di esso relativi alle riscossioni e parte-
cipazioni: riformò la curia pistoiese, dandole istru-
zioni per i procuratori e causidici. Considerando
poi il pericolo di perdersi gli antichi documenti
manoscritti in carta pecora sparsi negli archivi
dei regolari e magistrati, slabili un pubblico ar-
chivio diplomatico, in cui si dovessero traspor-
tare tutti i detti documenti previe noie e ricevu-
te per cauzione dei possidenti di essi} e provvide
con particolar legge alle cause di danno dato,pre-
scrivendo i termini delle sentenze criminali. Un
nuovo regolamento si vide per la comunità di
Volterra diviso in 75 articoli: abolì le lasse, che
l'uffizio del sale esigeva dai pontieri. Favorir vo-
lendo il comercio del porlo di Livorno, miligò il
sovrano molti dazi, e tolse non pochi drilli che
solevano pagare le navi che vi approdavano. Pre-
scrisse un piccolo uniforme ai cavalieri di s. Ste-
fano, e per mantenere in essi quel grado di no-
94 AVVENIMENTI STORICI Ali, 1779.
biltà che dal sangue ritraevano., vietò che si po-
tessero unire in matrimonio con donne di nasci-
ta inferiore. Soppresse le gabelle imposte sul ta-
bacco, e fece una rinnovazione degli ordini e
riduzione a memoria de^doveri più essenziali da
doversi osservare dai giudici del granducato .
Riformò le matricole del tribunale del conser-
vatore delle leggi , dichiarando le somme che
si doveano pagare: esentò dalla gabella dei con-
tralti tanto regia che commutativa tutti i legati,
donazioni e lascili a vita fatti a favore di povere
persone: abolì le leggi dell'arte della seta, proi-
benti la libera contrattazione della foglia di gelso
e de*bozzoli,volendo che fosse permesso a chiun-
que il fare acquisto di detti generi, e trasportarli
senza incorrere in pene o danni. Moderò il rigore
dello statuto della gabella dei contratti riguar-
do alla dote promessa in contanti, e poi pagata
in beni stabili, dichiarando doversi una sola ga-
bella: ampliando il commercio della seta, dette
facoltà e libertà a tutti i Setaioli minuti, grossieri
e mereiai di fabbricare qualunque drappo, ed al-
tro come i Setaioli grossi. Volgendo poscia la pa-
terna sua cura al soccorso de'poveri carcerati per
debito, fece separare le loro carceri da quelle dei
malfattori: abolì il magistrato delle slinche, for-
mando una specie di deputazione di un provve-
ditore o due residenze, ed ingiunse un amore-
vole regolamento per i carcerati per debito.
g. 5i. Preso iu considerazione il sistema delle
letture nello spedale di santa Maria Nuova, e vo-
lendo porre le medesime in un piano migliore e
An. 1779. DEI TEMPI AUSTRIACICAP.il. 95
più utile, ordinò che nel detto spedale vi fossero,
oltre la lettura della medicina pratica, quelle pure
di anatomia,con un dissettore di tisiologia, d'istru-
zioni chirurgiche, e casi pratici di operazioni chi-
rurgiche, di botanica, e chimica e d'ostetricia.
sopprimendo tutte le altre cattedre ch'erano per
lo avanti stabilite in dello spedale. Una lettera
circolare fu spedita dal segretario del regio diritto,
colla quale si ordinava che le oblate potessero
liberamente uscire dai conservatori; fu fatto un
nuovo regolamento sulle cause ecclesiastiche cri-
minali, dimostrando il metodo, ed assegnando al-
le due potestà la respettiva giurisdizione: ordinò
ai superiori claustrali che per contribuire al mi-
glior soccorso del pubblico dovessero tenere gra-
tuitamente una scuola di leggere, scrivere e ab-
baco (56).
§. 52. Essendosi da molti conosciuto nel
granduca un certo spirito d' innovazione, fre-
quenti erano i progetti che veuivangli presentati,
credendo ciascuno di procurarsi una fortuna. Fu
dunque presentato al granduca un progetto di
una nuova tariffa di gabelle per la introduzio
ne; estrazione e transito per il granducato di ogni
sorta di memi, proponendosi l'introduzione delle
pannine, manifatture di seta e sciami. S. 4. A.
volendo avanti ben conoscere quili esser potes-
sero grinconvenienli che derivar potrebbero da
un tal sistema, prima di prendere alcuna deter-
minazione, ordinò alla camera di commercio che
rendesse noto alla cancelleria delle arti il sopram-
menzionato progetto, e che queste riunite colla
96 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1779.
predella camera Io prendessero in esame, e in ter-
mine di due mesi presentassero al medesimo
Je loro riflessioni, ondagli potesse conoscere gli
inconvenienti che nascer potrebbero, adottando
un tal progetto, e così determinarsi ad abbrac-
ciarlo o nò, a seconda dei suggerimenti dati, e da
sé stesso poi ben scrutinati (oy). Per togliere al
popolo le occasioni di dissipazione, proibì il so-
vrano ai ciarlatani , cantambanchi, cantastorie,
burattinai, giocatori, ed a tulli quelli che porta-
no in mostra scherzi di natura , macchine , ani-
mali, o venditori di segreti, ed a qualunque altra
persona forestiera che andasse vagabondo a pro-
cacciarsi il vitto con alcun simile mestiere , di
fermarsi in qualunque città, terra o castello , o
altro luogo del granducato, e di esercitare qua-
lunque siasi delle loro arti ed industrie. Ordinò
che tutti i debitori di puro debito civile fossero
trasportati in nuove carceri costruite per loro
uso, e nelle quali oltre la libertà di passeggiare
alcune ore del giorno nei respettivi loro cortili,
fosse conceduto ai medesimi di trattare con chi
occorreva dei loro particolari interessi (58).
g.53. Per sicurezza e quiete delle città e luoghi
abitati del granducato, ingiunse agli albergatori e
locandieri di dare esatte note serali de'forestieri sì
sudditi che esteri che alloggiavano: tolse la facol-
tà ai bargelli o altri esecutori di poter rimettere
un reo bandito di pena capitale./) di altra minore,
e moderò pure la contìscazione dei beni, trovan-
dola in molti casi eccessiva sproporzionata per
alcuni dettagliati delitti. Fu tolta qualunque proi-
J,l, 1730. DEI TEMPI AUSTRIACI GAP. II. 97
bizione ai taglio dei bosch»,e permesso il lavorare
quei terreni ad ogni proprietario, con certe restri-
zioni riguardo alla smossa delle terre, e traspor-
tamento per causa delle pioggiejeper ampliare il
commercio confermò a favore di tutti i fabbri-
canti lanaioli del suo granducato la gratificazio-
ne di uno scudo per pezza sulle londriue nostra-
li che si estraessero da'felicissimi stati. La Chia-
na risentì anch'1 essa gli effetti delle sovrane be-
neficenze, poiché olire all'essere stato ultimato
il ritrovamento del canal maestro, fu fatto un
nuovo canale navigabile pelpadule delle chiarine
di comunicazione fra il chiaro di Montepulciano
ed il detto canal maestro , ed in seguito altro si-
mil canale del passo alla Querce. Questi provve-
dimenti produssero una libera navigazione per
tutta la Valdichiana, con aumento di coltivazio-
ne nei terreni frigidi, e di un aria assai più salu-
bre. Colla mediazione di S. Mastà sarda rimasero
terminate le vertenze che sussistevano tra 1 gran-
ducato e la repubblica di Genova per causa di
confini. Premendo poi a Leopoldo la disciplina
ed esemplarità dei religiosi fece significare a
tutti i capi degli ecclesiastici regolari e secola-
ri, che si tenessero nella più esatta osservanza
delle costituzioni degli ordini loro, perciò niun
religioso andasse fuori solo e mollo meno ai
caffè, tea'ri, giuochi e ridotti, ma frequentas-
sero le chiese e I coro; in somma che avessero
in tutto un contegno conforme agi1 istituti dello
ordine che osservavano per edificazione ed istru-
zione del pubblico (69).
SU Tose. Tom. 11. 9
1)8 AVVEDIMENTI STORICI Jn. 1780.
g. f>4. Convinto ormai Pietro Leopoldo della
indole benevole dei suoi sudditi, credette di dar-
ne uua pruova non equivoca, abolendo intiera-
mente ogni sorta di (ruppe di linea, e furono
create quattro compagnie di truppe civiche, com-
poste di cittadini fiorentini, e domiciliali, i quali
prestar dovessero per turno il R. servizio, ed accu-
dire alla pubblica tranquillità. La stessa misura fu
presa per tutto il granducato, facendosi con ciò
anche una ragguardevole economia allo stato, e
non avendo nulla da temere dai nemici esteri, ed
essendo certo dell'amor dei suoi sudditi, all'atto
inutili restavano le truppe mercenarie. Fu di
sommo cordoglio al granduca e a tutta la fami-
glia la trista nuova pervenutagli da Vienna della
morte seguita in quella città il di 39 di novem-
bre di Maria Teresa imperatrice di Germania, e
regina <T Ungheria e di Boemia sua genitrice .
Volle il granduca rendere nella forma più solen-
ne gli ultimi uffici all'augusta genitrice nella chie-
sa di s. Lorenzo, assistendovi egli all'esequie con
tutta la corte in gran bruno. 11 dotto monsignor
Costaguti, vescovo di s. Sepolcro, recitò in tal cir-
costanza una eloquente orazione funebre (60).
g. 55. Una cattedra di teologia si eresse per
comando sovrano a Livorno nelle pubbliche scuo-
le dei Bernabiti 5 quella di lingua toscana in Fi-
renze ebbe una riforma -nell'antico metodo, ed
altra ne fu stabilita nel regio spedale degli inno-
centi di operazioni e dimostrazioni anatomiche^
ed a questa fu promosso l illustre non men che
celebre Lorenzo Nannoni, uno de* luminari del
An. 1780. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. lì. 99
nostro secolo ed onore della Toscana. Il privile-
gio da Carlo IV già concesso ai lucchesi tino dal
i36q d'erigere una università di studi giaceva
negletto pel solo riguardo di non aggravare della
spesa a ciò necessaria il pubblico erario, né la
istruzione pubblica si estendeva oltre l'insegna-
mento delle umane lettere. Ma nel 1780 fu tro-
vato il modo di mandare ad effetto l'antico dise-
gno senza gravare il pubblico, perchè ottennero
i lucchesi dal sommo gerarca Pio VI, che il mo-
nastero dei canonici lateranensi, detto di s. Fre-
diano, ormai ridotto agli estremi per mancanza
di monaci, fosse annullato, a patto che i suoi ave-
ri servir dovessero a fondare un istituto d'istru-
zione pubblica, che comprendesse le facoltà teo-
logiche e civili non solo, ma le scienze altresì
filosofiche, ed anche le arti liberali. Fu allora che
s'incominciò ad insegnar pubblicamente in Lucca
le filosofiche discipline, non che i rudimenti in
divinità e in dritto (61).
g. 56. Regnando Pietro Leopoldo in Toscana
più da padre che da sovrano sopra i suoi sudditi,
e conoscendo che l'eccedente lusso introdottosi,
specialmente nel vestiario delle donne,produce va
molti sconcerti economici nelle famiglie, ed in con-
seguenza anche delle discordie, volle procurarne
il rimedio, in modo però da non ledere la libertà
individuale. Non credette egli perciò a proposilo
di emanare alcuna legge, ma sicuro della buona
volontà dei suoi sudditi di compiacerlo, lece scri-
vere una circolare a tutti i giusdicenti del gran-
ducato, non che un biglietto al casino de'nobili
IOO AVVENIMENTI STORICI jin . 1781.
«li Firenze, ne'quali due foglisi esponevano i de-
siderii delle LL. AA. RR. di vedere i loro sudditi
e la nobiltà in particolare, come quella che dà
norma agli altri ceti .vestiti in abiti semplici e po-
sitivi, facendo saper loro di più che anche ai cir-
coli di corte sarebbero stat i in tal guisa maggior-
mente accetti, e le signore ancora vestite di nero.
Aggiungeva*! poi che dalla compiacenza che sa-
rebbesi usata nelPaccedere ai desideri comunica-
ti da S. A. R., avrebbe'egli giudicalo della con-
dotta e maniera di pensare de'suoi sudditi, il che
gli avrebbe dato norma per valutare i soggetti.
ed averli in considerazione per prevalersene ne-
grimpieghi. Ottenne Pietro Leopoldo in questa
guisa ciò ch'egli desiderava, senza ricorrere alla
potestà sovrana. Erano tanto apprezzate nell'Eu-
ropa tutte le leggi di Pietro Leopoldo, che in
quest'anno furono in Francia compilate e stam-
pate, facendo precedere un onorevole elogio (6a).
g. 57. Pensò inoltre Leopoldo a formare una
comunità in Firenze, e poscia anche per tutte le
città e terre del granducato, alla quale molte at-
tribuzioni accorda vansi, particolarmente sull'eco-
nomico, giacché a questa era devoluta la giusta
repartizione delle tasse, l'amministrazione degli
spedali, le strade pubbliche, il monte di pietà ec
Questa volle che fosse composta di possidenti, co-
me quei che maggiore interesse debbono avere
al ben essere dello stato, e meglio ne conoscono
la situazione, e gl'interessi. Con notificazione per
tanto del di a di novembre del 1781 fece sapere
questa sua intenzione, ed ordinò che tutti quelli
Jìt. 1;81< DÈI TEMPI AU5TBI4CICAP.il. 101
i quali col motuproprio delPimperator Francesco
del dì 28 maggio del 1761 erano slati classati in
patrizi) nobili e cittadini, dovessero nel termine
di 4o giorni presentare al cancelliere della me-
desima comunità la fede di nascite ed altri do-
cumenti necessari a provare d'esser abilitati ad
esser posti nelle borze di estrazione. In data poi
del 20 di novembre fu notificato il regolamento
e le attribuzioni della comunità di Firenze, ed il
metodo per la imborsazione. Questa magistratu-
ra fu composta di un gonfaloniere, e di undici
priori che avevano il maneggio degli affari per
un anno, tutti tirati a sorte fra {'possidenti, e più
venti consiglieri che si riunivano con i medesimi
in qualche caso più straordinario. In virtù di
questa nuova magistratura venne soppresso in Fi-
renze il consiglio dei duecento, e quasi ripristi-
nata l'antica magistratura della repubblica (63).
J. 58. Stava tanto a cuore al granduca il per-
fezionamento delle arti nel suo stato, che conces-
se nuovi privilegi alla fabbrica delle porcellane .
L'introduzione dei tessuti di seta e filaticcio la-
vorati nello stato fu apertamente accordata in Fi-
renze^ ridusse ad eguaglianza i pesi e misure nel
granducato. Le decime nel contado furono abolite
come straordinaria gravezza : soppresse pure la
deputazione della camera del commercio, e liberò
dalla gabella i vitalizi con Santa Maria Nuova. Per
Assicurare la buona fabbricazione nell'arte degli
orefici ed argentieri, annullò gl'impieghi di vendi-
tori , marchiatori e cercatori , ordinando che il
pubblio.» mai chio lo>se depositato nella R. Z^<ca.
102, AVVENIMENTI STORICI An. 1781,
1 miglioramenti e vantaggi che risenti la Toscana
non furono di piccola conseguenza . Per render
sempre più florida la provincia inferiore di Siena,
e promuovere con nuove grazie la popolazione e
la cultura di quelle terre, ei concedè la facoltà
alle mani morte di acquistare terreni e case ,
senza necessità di precedenti grazie. Massa videsi
espurgata di vari luoghi palustri, e libera da mor-
tifere esalazioni che danneggiavano la salute degli
abitanti, essendo stati molti terreni suscettibili di
qualunque cultura; e la palude detta del Pian del
Lago distante 3 miglia da Siena fu asciugata,e le
acque introdotte in un gran canale sotterraneo, dal
che ne resultò il risanamento -dell'arra di tutto quel
contorno . Firenze fra le altre cure dei provido
regnante vide perfezionare la fabbricazione in-
trodottavi dei panni di lanaalPuso inglese e fran-
cese , avendo la real munificenza assegnata per
tal lavorìo la soppressa fortezza da Basso. Venne
poi ingiunto l'obbligo a tutti i curati di rimettere
alla camera del commercio ogni primo giorno dei
mese le note dei morti del mese precedente. Con
circolare diretta a tutti i superiori degP istituti
claustrali fu comandato che Pesclusione dei re-
ligiosi forestieri dal governo de'monasteri e con-
venti nel granducato, comprendesse non solo i
primi superiori, ma anche i secondilo altre simi-
li cariche di governo . Furono sottoposti alla di-
rezione dei vescovi tutti i monasteri di monache,
togliendole da qualunque altra suggezione di
frati e monaci.
g. 59. Non minore lode degli anni anlece-
Ali. 1782. DEI TEMPI AUSTRIACI CA?. II, IoS
denti s' acquistò, Pietro Leopoldo uel compilare
Je leggi e formare regolamenti. Ognora intento al
sollievo dei suoi sudditi , e premuroso di conci-
liare Tamministrazione della giustizia con tutti i
possibili riguardi dovuti all'umanità, comandò con
una istruzione di XVII articoli diretta a tutti i
tribunali di criminale giurisdizione, che ne'giudizi
criminali si dovesse risparmiare ed abbreviare la
carcerazione de*rei, e quelli, i quali peri loro de-
litti era indispensabile di tenere nelle carceri se-
grete non risentissero i perniciosi effetti riguardi)
alla salute-, che avessero tutti i soccorsi possibili
anche di religione,si sollecitasse la spedizione delle
loro cause, e che le carceri fossero tenute monde
mutata l'aria, e qualunque carcerato stesse al-
meno un giorno della settimana in stanze aperte.
Proibì la carcerazione per debiti meramente ci-
vili, volle che tutte l'emancipazioni e repudie si
pubblicassero nel supremo magistrato: abolì Puso
della caria bollata in Por tote rra io (64).
§. 60. Emanò pure diversi regolamenti per la
nuova comunità fiorentina, per le dogane di Pi-
stoia; pagamento deYeuualari, e circolazioni nello
stato d'alcune monete di Modena. Fece una rifor-
ma sulla giurisdizione del magistrato de^mpilli,
una legge su i delitti di stellionato e'sui cambi,
e per incutere maggior timore ai malvagi , or-
dinò che 1 rei di alcuni delitti fossero esposti alla
pubblica vista per l'esecuzione della loro condanna,
avendo pur fatta stabilire una casa di correzione
nella foltezza da basso, per racchiudervi i vaga-
bondi e discoli dell'uno e dell'altro sesso, i quali
2 04 AVVENIMENTI STORICI Jn. ì;82<
fossero costretti a lavorare ed ascoltare le massi-
me della nostra santa religione, onde ritornare ad
una miglior vita. Riguardo agli ecclesiastici com-
mise ai vescovi che non dovessero conferire ca-
nonicati se non a quelli che avessero studiato
nell'università del granducato, volendo che aves-
sero tali premi soggetti dotali delle migliori qua-
lità, senza riguardo alla nascita in confronto del
maggior merito. Sospese le solite tasse che si pa-
gavano alla corte di Roma per spogli varanti,
quindenui ed altro, volendo che desti ibuite fos-
sero ai poveri più bisognosi delle respettive dio-
cesi, comandò che i monasteri non potessero pat-
tuire la dote per le religiose, prescrisse la spesa
che far si doveva per le vestizioni e professioni,
minorandola molto dal costume antico. Ingiunse
ai parrochi V obbligo di ammaestrare il popolo
nella dottrina cristiana: assoggettò pienamente
tutti i regolari e claustrali alla giurisdizione dei
vescovi: ordinò che non partecipassero delle doti
solite darsi o per estrazione, o per elezione dei
luoghi pii, se non a quelle fanciulle che avessero
l'attestato dei loro parrochi, che frequentavano
la dottrina cristiana. Inibì ai vescovi esteri, che
hanno giurisdizione nella Romagna e Lunigiana ,
di ammettere i chierici alla vestizione dell'abito
sacro, senza permissione della R. A. S. In visti
altresì d'una maggiore semplicità nell'ammini-
strazione dei beni delle comunità regolari di mo-
nache e di oblale, comandò che si vendessero al
pubblico incanto le case e botteghe di tutti \
monasteri e conservatori^ a riserva degli slabili
Ari. 1782. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. II. I05
che abitavano o che erano, per loro uso, ed il re-
tratto si erogasse nel pagamento dei debiti, fra il-
lazioni di pesi, ed acquisto di luoghi di monte,
o altri crediti pubblici del granducato (65).
g. Gì. La più rilevante soppressione che da
Leopoldo si sperasse fu quella del sant'uffizio, os-
sia tribunale della inquisizione, con ponderato
editto, col quale dimostrandole ragioni della ere-
zione di quel tribunale, e dei casi in cui si tro-
vavano i sovrani per dover ricorrere allo espe-
diente di abolirlo, comandava colla pienezza del-
la suprema assoluta potestà che restasse abolito
in tutto il granducato il tribunale della inquisi-
zione, e venisse tolta qualunque insegna o divisa
del medesimo, reintegrando i vescovi nella co-
gnizione delle cause di fede e proeessure (66). Fu
preso possesso de'beni a quello appartenenti, col
prodotto de'quali furono aumentate le congrue
ad alcuni parrochi poveri, e molti risarcimenti si
fecero alle chiese ed alle case di campagna (67).
In conseguenza di questa soppressione rimase pu-
re abolita l'antichissima chiesa di s. Pietro Sche-
raggio, già prioria o poi benefizio semplice dello
inquisitore (68). Frattanto il re di Marocco spedì
per la seconda volta uu ambasciatore straordina-
rio al granduca per sempre più consolidare seco-
lui la pace. Il suddetto ambasciatore passò poscia
a Vienna colle stesse istruzioni (69).
g. 62. Abolì Leopoldo la privativa della fab-
brica dei veti i: dei passi desumi, le antiche ta-
riffe delle gabelle per l'introduzione delle mer-
canzie e generi nelle citta di Siena, Pi*a e Pistoia,
I©6 AVVENIMENTI STORICI An. 1783.
avendo fatto pubblicare le nuove; volle che in
qualunque uffizio si dovessero fare gratuitamente
le copie dei decreti, atti e notificazioni, e prescris-
se il metodo ai pubblici pesatori pel buon servizio
del venditore e del compratore. Soppresse ancora
tutti i corpi di compagnie ecclesiastiche e seco-
lari, istituendo le compagnie della carità (70). Fu-
rono fatti sopra gli ecclesiastici molti regolamenti,
lo scopo dei quali era in sostanza di diminuire i
conventi di frati e di monache, e migliorare più
che fosse possibile la sorte dei parrochi.
g. 63. Fino dall' anno 1775 s' incominciarono
ad eseguire i regolamenti sopra le sepolture, rico-
noscendosi esser contrario alla salubrità dell'aria
il seppellire nelle chiese e con fosse murate, final-
mente venne assolutamente comandato che fos-
sero fatti dei campi santi fuori delle città e terre,
e quelli sterrati e fatti in proporzione della popo-
lazione di ciascun paese, dando un'assoluta proi-
bizione di seppellire nelle chiese anche nelle se-
polture gentilizie (71). Una convenzione stabilita
tra il governo di Toscana e quello di Genova fìs-
so l'arresto e reciproca consegna de"1 banditi e
malviventi de'due stati, togliendo così la speran-
za dell'asilo ai delinquenti col porre un maggior
freno ai delitti (72).
J. 64. Calato in Italia Giuseppe II imperatore
ad oggetto di restituire la visita al pontefice Pio
YI che nel 1782 s'era portato a Vienna, passò in
Toscana, e trattenendosi in Firenze ricusò co-
stantemente ogni dimostrazione onorifica. Date
quindi nei suoi stati quelle disposizioni che giudicò
Ali. 1784. DEITEMPlAUSTBIACICAP.il. IO7
opportune a migliorare Pamministrazione, se ne
tornò a Vienna. Bramando poi, che tanto i milanesi
e i mantovani, quanto i toscani sentissero qual-
che benefizio delPesser sudditi di una stessa casa,
concluse col granduca di Toscana una conven-
zione, in cui fu stabilito che i sudditi della Lom-
bardia austriaca potessero liberamente ereditare
e possedere nel granducato, e Io sfesso diritto
avessero i toscani relativamente al milanese ed
al mantovano (73). Ritornato il grauduca da Pisa,
ove avea passata l'intiera invernata, pensò di ese-
guire il progetto a norma dei desideri dello im-
perator Giuseppe, che bramava di compir egli la
educazione delParcidnca Francesco primogenito
del granduca, ch'era già designato per succedere
nell'impero. Il dì ai di giugno lasciò Pietro Leo-
poldo Firenze, unitamente al prelodato suo pri-
mogenito ed al conte di Colloredo, già aio dei
principi, il quale fu rimpiazzato dal marchese
Federigo Manfredi ni} fu breve il soggiorno del
granduca a Vienna, poiché il di 3o di luglio fece
ritorno in Firenze {j(\\
§. 65. Proibì il granduca gl'ingressi, professio-
ni pubbliche, ed altre feste monacali, abolendo i
governatori ecclesiastici, e comandando che qua-
lora non vi fossero gravi ostacoli s'introducesse
in ogni monastero la vita comune. Tre altre di-
sposizioni rimarcabili chiusero quest'epoca. La
prima riguardante le curie ecclesiastiche, i siste-
mi ed i loro abusi, venendo comandato che tutte
le cause civili si restituissero ai tribunali secola-
ri, quand'anche l'ecclesiastico fosse attore o reo
108 AVVEDIMENTI STORICI Ali. 1784.
convenuto. La seconda disposizione fu la tariffa
per le curie ecclesiastiche, per tulli gli atti che
da esse sortissero, e la terza fu lo stabilimento di
un patrimonio ecclesiastico in tutte le diocesi per
mantenere le chiese ed i ministri della religione.
Un'altra provida cura di Leopoldo fu Pistituzione
di varie scuole per V educazione della gioventù
dell'uno e dell'altro sesso,ed in particolare a Fireu-
se, Livorno e Siena, e nella prima di esse, capita-
le della Toscana^essendo determinata la grandiosa
fabbrica per riunirvi tutte le scuole del disegno e
l'accademia. ne prescrisse il regolamento, e dette
i necessari assegnamenti per le spese e manteni-
mento denmaestri, e professori di pittura, scultu-
ra, colorito e ornato: stabilimento che forma uno
dei più belli ornamenti della Toscana, ed un bel
fregio alla gloria di Leopoldo (75).
g. 66. accordò quel principe ogni sorta di fa-
cilità a coloro, che o fabbricavano nuove case
coloniche o risarcivano le dirute, ordinando che
dal regio erario fosse contribuito per la quarta
parte della spesa, che i proprietari avessero im-
piegata a taTeffetto. Fu poi in quesf anno che
Leopoldo riunì ali1 accademia fiorentina quelle
della Crusca e degli Apatisti , formando cosi un
solo letterario istituto di tre che erano per lo in-
nanzi.
g. 67. Il Granduca volendo viemaggiormonte
rimediare alla dissipazione dei suoi sudditi, proi-
bì l'uso delle maschere in qualunque citta, terra
e castello, a riserva del carnevale nelle quattro
principali città, determinando il tempo de'giorni
Un. 1785. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. II. 109
del carnevale, i teatri ed altro relativo. Pose poi
un freno alla scostumatezza col proibire il giuo-
co nelle osteiie e bettole 5 ohe queste fossero
sempre chiuse la sera alle ore dieci in qualunque
stagione: tanto stavagli a cuore il buon costu-
me in ogni celo e classe di persone. Con recipro-
co consenso della R. Corte e di quella di Roma
vennero altresì risolute ed ultimate con bolla
pontificia le seguenti riunioni ed aggiunte di
diocesi. La porzione di diocesi di Bologna, che
si estendeva in Toscana, fu riunita parte alla
diocesi di Firenze e parte a quella di Pistoia; la
giurisdizione di Galeata a quella di s. Sepolcro;
la diocesi d* Imola alla fiorentina , la porzione
di >Iontefeltro a quella di Borgo S. Sepolcro, la
porzione d* acquapendente alla diocesi di So-
vana, colla permuta di Capalbioe Manciàno,colle
due terre di Onano e Proceno (^6).
g.rt8. Considerando poi il granduca gl'inconve-
nienti e i disordini che nascevano dal miserabile
ed indecente stato in «'ui vivevano per ristrettezza
di assegnamento i molti sacerdoti destinati al
servizio spirituale dei popoli, specialmente nelle
campagne , volle porvi un efficace rimedio col
permutare la destinazione di molti fondi vinco-
lati alla proprietà ecclesiastica.il retratto dei quali
veniva impiegato in usi indifferenti o poco utili
e non analoghi al vero spirito di religione. Fu
perciò emanalo l'ordine della totale soppressione
di tutte le compagnie, congregazioni, congre-
ghe, centurie e confraternite di qualunque spe-
cie e denominazione esse fossero: fu però ordì-
St. Tose. Tom. 11. t°
HO AVVÉNIMÉNTI STORICI Ali. 1786.
nalo che ogni parrocchia dovesse avere la sua
compagnia intitolata della Carità,che assistesse al-
le sacre funzioni, conducesse alla sepoltura i morti
ec, essendone però sempre il parroco capo e cor-
rettore. Contemporaneamente fu dato ordine che
si facesse un esatto inventario di tutti gli arredi
sacri delle soppresse compagnie per distribuirsi,
di consenso coi respettivi vescovi, alle parrocchie
che ne abbisognavano. A.d istanza però dei vesco-
vi fu permesso che sussistessero alcune compa-
gnie, come quella della Misericordia, che ei cre-
dettero di certa utilità, con varie condizioni però,
come quella di non possedere. Fu pure ordinato
che non si conferissero benefizi a preti esteri ,
e che goder non si potessero da'secolari (77). Ol-
tre i molti viaggi fatti dal granduca ne'suoi stati
ad oggetto di vedere personalmente se i di .lui
ordini erano eseguiti, e se altro poteasi fare a
vantaggio de'suoi sudditi, che tanto stavangli a
cuore, ne fece uno assai esteso nell'anno 1785,
portandosi segnatamente ad Arezzo, Chiusi, Cor-
tona, Castiglion fiorentino,Vollerra, Siena, Mori-
taione, Fivizzano,Bagnone, Pontremoli, Albiano e
Barga, facendo ovunque molte osservazioni, e
dando i necessari ordini e provvedimenti (78).
g. 69. I civili provvedimenti presi dal gran-
duca furono per la maggior parte locali, ed i re-
golamenti si estesero a certe piccole riforme at-
tenenti agli usi antichi, o introdotti nel granduca-
to, del che poco importa il parlare. Ma il grande
editto che forma Pepoca gloriosa di Leopoldo fu
il codice criminale accettato colla massima con-
Ari, 1786. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. 11. Ili
solazione dai toscani, ed ammirato col più gran-
de stupore dall'Europa tutta. Conoscendo pertan-
to il sovrano esser troppo severa la legislazione
criminale, e conveniente solo a popoli barbari,
riformò colla più lodevole giustizia e pietà la
medesima} abolendo in primo luogo la pena di
morte, la mutilazione delle membra, Tuso della
tortura, la confiscazione dei beni dei delinquenti,
e la moltiplicazione dei delitti impropriamente
detti di lesa maestà, inventali con raffinamento
di crudeltà in tempi perversi. Questa legge com-
prende cento diciannove articoli tutti savi, giu-
sti ed equi. I delitti vi sono posti nel loro vero
aspetto, e le corrispondenti pene sono adeguate
alla fragile umanità: lutto respira dolcezza e mo-
derazione: si richiama alla memoria dei giudici il
loro dovere, a quella de'rei la compunzione, la
religione} le carceri sono moderate, i testimoni
minacciali qualora giurino o dicano il falso. In
somma quando altro fatto non avesse Leopoldo,
per questa soia sarebbesi reso immortale (79).
g. 70. Le risoluzioni «li ecclesiastica disciplina
si aggirarono intorno ai seguenti soggetti. Fu proi-
bito a qualunque persona di celebrare per qualsi-
voglia titolo nelle case privale e nelle strade, feste
sacre, tanto pubbliche che private.Ordinò che tutti
i parrochi dassero ogni mese discarico delle ele-
mosine fatte alla compagnia della Carità e cura,
col tenere affissa una pubblica nota, nella quale
si leggesse V uso di tali elemosine: vietò ai reli-
giosi l'obbedienza de'superiori stranieri, e li sot-
topose alla giurisdizione dc'vescovi: con cristiana
I 12 AVVENIMENTI STORICI Art» 1786.
pietà fece aumentare dal patrimonio ecclesiastico
la congrua a quasi duecento parrocchie della
campagna, molte delle quali con disdoro del pro-
prio ministero languivano nella'indigenza, volen-
do così che i loro pastori avessero un decènte
trattamento, e fossero assistiti dai necessari cap-
pellani (80). Ottimo provvedimento pure fu quello
di procurare una buona educazione alle fanciulle
d' ogni ceto . Furono a quest'effetto istituiti 80
conservatori in tutta l'estensione del granducato,
alcuni de'quali perle sole fanciulle nobili, ed altri
per ogni ceto, dove si dava una educazione a se-
conda delle circostanze degP individui . Per le
costituzioni servirono di norma quelle delle si-
gnore delle Quiete, essendo riconosciute perfette
in ogni sua parte: la stessa granduchessa dichia-
rossi protettrice dei suddetti conservatori, e so-
printendente alle determinate costituzioni (81).
JNè solo furon questi gli affari che occupata ten-
nero nel 1786 la mente di Pietro Leopoldo; altra
innovazione ancora di grande importanza vi si
aggiunse, e questa si fu la riforma ecclesiastica
che tentò d'introdurre in Toscana Scipione dei
Ricci vescovo di Pistoia e Prato. Favoriva il
granduca le operazioni di questo prelato, per le
quali non poco dovè fare, e molti pensieri le co-
starono, come estesamente potrà meglio sentirsi
alla parte V dei costumi di quest'epoca.
g. 71. Fu tanto accetta ai toscani la provvida
legge criminale emanata nel 1786 da Leopoldo,
che in segno di riconoscenza gli comandarono
la permissione di erigergli una statua equestre,
jin. 1787. DEI TEMPI AUSTRIACI CAT. II. Il3
ma la R. A. S. generosamente ricusò tale onore,
dichiarando che avrebbe gradito piuttosto qual-
che opera di pubblica utilità, in vece d'una spesa
inserviente a solo lusso ed ostentazione. Frattanto
proibì il sovrano il corso degli zecchini romani
coniati avanti Tanno 1786, come mancanti di
valore: fece ridurre a grazioso parterre la piazza
di santa Croce} prescrisse la riattazione del pub-
blico generale archivio nel formale, dopo di aver
fatta eseguire quella del materiale . Arricchì la
R. galleria colTacquisto di rare pitture, e stabili
altri metodi, per rendere uniformi le amministra-
zioni comunitative, e per togliere ogrringanno e
frode in vari articoli di commercio (82).
g. 72. Il tempo avea fatto scorgere un vizio
grande nel governo aristocratico di Lucca, ed era 1
un tarlo che a poco a poco si rodeva la midolla
dello stalo. I ceppi delle famiglie nobili lucchesi,
dette con termine modesto famiglie di cittadinan-
za originaria, che all'epoca della le^ge del 1628
furono scritti al libro d1 oro in numero di 224 ,
erano ridotti a soli 88 nel 1787, e questi anche
poco diramati. Già per una tal successiva dimi-
nuzione degli elegibili a governare eransi fatte
di mano in mono delle alterazioni importanti nel-
la costituzione dello stato . A questo fine , per
esempio, nel 1726 si decretò che fino a otto in-
dividui della stessa consorteria potessero essere
imborsati insieme in luogo di cinque com' era
per lo innanzi, e si facilitarono ancora i partiti del
vincere . Nel 1750 fu detcrminato che i comizi
tener li dovessero ogni ironia mesi in vece di in'
10*
Il4 AVVENIMENTI ST0EIC1 Alt, 1787.
come si praticava, e ciò perchè vi fosse scelta di
soggetti nei magistrati, il qual tempo fu nel 1 773
ridotto di nuovo e stabilito a mesi 2.4. Ma il cam-
biamento più valutabile fatto all'ordine dell'an-
tico reggimento, fu quello del 1768, quando per
la mancanza di un sufficente numero di nobili si
tolse via la vacanza stabilita per la carica di se-
natore attivo ch'era d^uu anno. Imperocché è da
sapere che tino allora gli aristocratici erano divisi
in due corpi, detti congregazioni, che a vicenda
componevano il senato un anno uno ed un anno
l'altro. Savissima era la detta provvisione, spe-
cialmente-per questo capo di non perpetuare il
comando in un corpo solo: e così ciascuno dei
due potea più facilmente contenersi nelle vie del-
. la moderazione e della giustizia., sul timore di
vedersi svergognato e condannato l'anno dopo,
colla rivocazione di una legge o inconsiderata o
tirannica (85).
g. 73. Ma richiedendosi 90 cittadini originari
per ogni congregazione, e non essendovene più
il numero voluto, bisognava o ridurre a meno
questi corpi, o rinunziare all'avvicendamento. Fu-
rono per avventura ben pesate le conseguenze
delPuno e dell'altro progetto, e verosìmilmente
si apprese un maggior male dal primo che dal se-
condo. Dovetlesi temere sopra ogni cosa che il
governo ristretto in mano di pochi potesse una
volta o l'altra degenerare in oligarchico. E vero,
che facendodi due corpi un solo, si veniva a per-
petuare il comando nei medesimi individui , o
presso a poco-, ma l'inconveniente che se ne ap-
An. 1787. DE! TEMPI AUSTRIACI GAP. II. Il5
prendeva, poteva essere temperato ed anco reso
nullo dal molto maggior numero dei componenti
il senato, e perciò dalla aumentata difficoltà di ot-
tenere i partiti. Che che ne sia, furono allora an-
nullate le due congregazioni, e si decretò che il
senato sarebbe stato composto di cento cinquanta
cittadini originari. Con tutto quésto però conti-
nuando le famiglie nobili a venir meno, poiché
dal 68 all'87, e così in soli 19 anni, mancati un-
dici ceppi, erano ridotti a soli 88, si decretò nel
1787 che novanta almeno esser dovessero d'al-
lora in poi gli stipiti delle famiglie nobili originarie,
e dieci le famiglie dei nobili personali, sostituen-
do alla mancanza delle originarie le personali di
mano in mano, e creandone di queste in propor-
zione, col chiamarvi coloro che si giudicassero
degne di tale onore (84).
g. 74. Con simili modi provvedevano i padri
lucchesi al bene interno dei concittadini , sia
con assicurar loro un governo giusto e paterno,
sia col far loro godere di nuove istituzioni, che al
bisogno ed all'utilità del pubblico mirabilmente
servivano. Quanto alfesterno la condotta del se-
nato lucchese era semplice nei tempi quieti, se
voleva guarentirsi da ogni molestia. Bastava che
procacciasse d'aver benevolo di mano in mano il
supremo dominatore dell'Italia. E ciò fu costante-
mente praticato per lunghissimo tempo verso lo
imperatore dei romani, e sempre con ottimo ef-
fetto. Ad ogni nuovo avvenimento al trono di
un augusto cercavano i lucchesi di guadagnarsi
la benevolenza sua, ed umilmente anche ne do-
Il6 AVVENIMENTI STORICI A a, 1788.
mandavano una guarentigia,coI supplicarlo di con-
fermare quei privilegi che già Carlo IV concesso
avea loro, che furono il preludio della successiva
felicità lucchese, e i quali privilegi furono confer-
mati dai successivi augusti. Questa conferma, do-
mandata con istanza agi1 imperatori , potrebbe
a taluno far credere che Lucca fosse allora un feu-
do imperiale. Non era però così di fatto, poiché
mancava il tributo, e mancava eziandìo la inve-
stitura solita prendersi anche per i feudi così det-
ti franchi. Lucca era libera e indipendente, e co-
me tale era trattata la di lei repubblica nelle ce-
rimonie della real corona, a paro di qualunque
gran potentato, come lo provano più particolar-
mente le relazioni tuttora esistenti degli amba-
sciatori lucchesi. Che a tempo di Carlo IV la cosa
fosse diversa par che sia fuori d'ogni dubbio (85).
g. 75. Due cose erano sommamente a cuore a
Pietro Leopoldo, una di sollevare nel miglior mo-
do possibile dalle tasse i sudditi, e l'altra Testin-
zione del debito pubblicoivenne a quest'effetto im-
maginato un espediente, che abbracciava ambedue
queste vedute. Fu ordinato prima alle comunità,e
quindi anche ai particolari, di affrancare la cosi
delta tassa di redenzione alla ragione del tre e
mezzo per cento, cosicché ciascuno che pagava
la tassa di redenzione fu obbligato di sborsare
scudi cento per ogni tre e mezzo che pagava di
tassa. Si prendevano i luoghi di monte per la me-
desima affrancazione al loro originario prezzo di
scudi cento, mentre quelli non fruttavano che il
tre per cento. Per dar poi qualche facilità a quei
Alt. 1788. DEITEMPIAUSTRI4CIClP.il. I17
possidenti che pagavano la lassa di redenzione,
ma che non possedevano luoghi di monte, furono
obbligati i luoghi pii, che far dovevano rinvesti-
menti di denaro, a darlo ai particolari a censo
per affrancare la tassa al tre per cento. Fu proi-
bito che i benefizi semplici non potessero goder-
si da persone residenti fuori del granducato, ob-
bligando chi li godeva a far ritorno nel termine di
mesi 6, e di prestar servizio alle chiese alle quali
erano aggregati (86).
g. 76. Per giovar sempre più ai suoi sudditi,
ancorché a proprio danno, diminuì Leopoldo no-
tabilmente il prezzo del sale, e tolse le gabelle a
diversi generi che si commerciavano per la To-
scana. Soppresse il tribunale della consulta, come
poco adatto e coerente al sistema e governo in-
trodotto, ed incaricò il magistrato supremo ed
il presidente del buongoverno delle ispezioni che
aveva l'accennato tribunale. Proibì alle fanciul-
le suddite toscane il vestir Y abito monastico
nei monasteri ìli slati esteri, se prima non ave-
vano pagato allo spedale di Toscana il doppio
della dote. Ordinò ai vescovi di non permet-
tere in veruna guisa i matrimoni segreti, e non
esser così facili nel dar la dispensa delle de-
nunzie. Abolì per sempre ogni superiorità ed in-
gerenza nella Toscana di qualunque superiore
regolare estero, fosse generale o procurator gene-
rale di qualunque capitolo definitorio o congre-
gazion-, che si tenesse fuori del suo stato sopra
i conventi e monasteri dei regolari, rimanendo
quest'autorità nei iespetlivi vescovi «Iella Tosca-
Il8 AVVEDIMENTI STORICI Art* 1788.
na in quanto allo spirituale, e in quanto agli af-
fari secolari nei tribunali laici. Comandò in oltre
che nessuno potesse vestir V abito ecclesiastico
senza il permesso del governo, e che i vescovi
ogni volta che tenevano ordinazione dovessero
prima dar nota di tutti gli ordinandi per ottenere
il regio exequatur. Furono altresì aboliti nella
Toscana i nolari imperiali, e prescritto che i loro
istrumenti non avesser forza nei tribunali (87).
J. 77. Cori un memorabile atto portò Leopoldo
un colpo fatale ai residui del governo feudale,
stante che emanò legge, colla quale tolse a qua-
lunque individuo del granducato la facoltà di
vincolare i propri beni, o con atti fra i vivi3
o con quelli di ultima volontà con ogni sorta di
sostituzioni fidecommissarie , conosciute sotto
nome di maiorasco, primogeniture ec. Con que-
sta legge rimasero sciolti tutti i fìdecommissi
nou anco purificati secondo i respetlivi vincoli,
riservando solo i dritti di successione ai chiama-
ti e sostituiti viventi al tempo della promulgazio-
ne della legge. Stabilì con altro editto che si po-
tessero arrestare i falliti sulla prima istanza dei
creditori, indi considerali i fallimenti come cri-
minali li sottopose alle leggi del nuovo codice.
Abolì la proibizione di coltivare in Toscana il ta-
bacco, e permise la libera fabbricazione e com-
mercio di questo genere: riunì le due segreterie
di stato e finanze, creò un'amministrazione gene-
rale del patrimonio della corona, volendo che se-
guisse la sorte di qualunque patrimonio privato
sotto le leggi veglianti: a taP effetto soppresse il
An. 1788. DEI TEMPI AUSTRIACI GAP. II, 119
tribunale delle regalie, e regie possessioni, e creò
una nuova carica col titolo di consultore re-
gio. Per aumentare l'agricoltura e il commercio
delle delle gratificazioni per la piantazione dei
pedali di castagno nella montagna di Pistoia, ed
abolì alcune gabelle e tasse. All'oggetto poi di
provvedere al comodo pubblico ed alla maggior
sicurezza della esazione delle gabelle, determinò
di erigere nuove dogane di frontiera, e ne fece
principiare la fabbrica; tinalmente volle che i cre-
ditori si facessero firmare le partite dai debitori
nel termine di un anno per renderle valide, po-
nendo così un freno ed una sicurtà ad ambedue
le parti (88).
g. 78. Riguardo alla disciplina ecclesiastica
notificò con sua circolare, che per impedire le
simonìe e sconcerti, tutte le chiese curate di data
delle comunità sarebbero in avvenire considera-
te di regio patronato: prescrisse ai vescovi le i-
struzioni da osservarsi nella visita annuale di
tutti i conventi regola» esistenli nelle respetti-
ve loro diocesi} in particolare che visitassero le
librerìe per vedere di quali libri si servivano; che
nei refettori non si leggesse altro che la sacra
scrittura in volgare; che i regolari si servissero dei
calendari delle cliocesi;che studiassero la teologìa
su i libri permessi dal sovrano, e che ogni anno i
vescovi dovessero dar discarico della esattezza
di questa visita e dell'obbedienza dei religiosi.
Fu ordinato eziandio che si tenessero scoperte
tutte le immagini, e si togliessero le replicate,
indecenti ed inutili: in conseguenza di questa
12,0 AVVENIMENTI STORICI Art. 1788.
legge fu tolta ogni mantellina e velo che copris-
se qualunque sacra immagine, e lo scoprimento
in particolare della celebre e miracolosa immagi-
ne della SS. Annunziata di Firenze, essendosi
portato la mattina dopo a venerarla il granduca
in pubblica forma. Avendo poi inteso il sovrano
che la segreterìa di stato di Roma aveva ordina-
to alla daterìa di non dar corso a veruna dispen-
sa per la Toscana, qualora i documenti non fos-
sero legalizzati dal nunzio, commise ai vescovi
che vi provvedessero col valersi dei propri Origi-
nari diritti , potendo esser certi del reale con-
senso (89).
g. 79. La rivoluzione che scoppiò in Francia
nel 1789 aveva già scombuiata l'Europa quattro
anni dopo, per quella forza e morale e tìsica la
quale hanno i francesi pur troppo sulle nazioni
le più incivilite. L'imperatore già in guerra colla
Francia dalla banda dell'Alemagna domandò alla
repubblica di Lucca un sussidio di danaro per aiu-
tar con esso il re di Sardegna, entrato in guerra
coni francesi. Riuscì peraltro ai lucchesi di con-
vincere Francesco II ch'essi dovevano osservare
una stretta neutralità, per andare alla parata di
qualche disgustoso evento, ed il sussidio fu allora
risparmiato. iVIa due anni appresso V imperatore
fece una simile domanda in conto proprio, ed al-
lora i lucchesi dovettero pagarlo,perchè un tal sus-
sidio era un obbligo strettamente inerente alla
costituzione della repubblica. Tenue però fu la
somma pagata per quel sussidio, cioè di 75o dop-
pie all'anno, a tenore di ciò ch'erasi fatto altre
An» 1787. DEITEMPIAUSTRIACICAP.il. 121
volte, sicché la somma totale fu di scudi nove-
mila (90).
g. So. Cessò di vivere in Vienna nel giorno
17 di febbraio del 1790 la sposa deli1 arciduca
Francesco, nata principes'sa di Wittemberg, dopo
aver data alla luce una figlia, alla nascita delia
quale non sopravvisse che due giorni. Il dì 2,0 del-
lo stesso mese passò all'altra vita anche l'impe-
ratore Giuseppe II. Per quest'infausto avveni-
mento si aprì la successione all'impero germanico
in favore del granduca di Toscana Pietro Leo-
poldo. Dovett'egli dunque lasciar subito la Tosca-
na per occuparsi di maggiori affari nel trono au-
striaco, e che erano di una massima importanza
nelle circostanze dei tempi. Lasciò la sua re-
sidenza in Firenze il di primo di marzo , ma
prima di partire volle creare un consiglio di reg-
genza,?! quale lasciare le redini del governo nella
sua assenza. Questo fu composto dei seguenti
soggetti: senatore Antonio Serristori, Francesco
Gianni , consigliere Luigi Schmidtweiller, con-
sigliere Bartolomineo Martini, consigliere Giu-
seppe Giunti, senatore Luigi Bartolini, segretari
(ìilkenss, Raiuoldi , l'onteuani , Havre. Questo
consiglio ebbe facoltà di spedire tutti gli affari a
tenore delle istruzioni e ordini di sua maestà
apostolica colla firma del presidente senatore
Serrislori, e dei direttore del respetlivo diparti-
mento, essendo incaricato pure della direzione e
spedizione di tutti gli affari del granducato. La-
sciò in oltre l'istruzione al medesimo consiglio
che la maggior parte riguardavano le materie ec-
Sl. Tose. Tom. 11. 11
122 AVVENIMENTI STORICI Atl. 1787.
clesiastiche, e le verlenze colla corte di Roma.
Sembrava a dir vero che da qualche tempo tes-
ser queste le cose che occupassero maggiormente
gli affari di Pietro Leopoldo (91).
g. 81. Spronato questo sovrano da spirito di
vera giustizia e lealtà, prima di partire volle dar
conto ai suoi sudditi per mezzo delle stampe, del-
l'amministrazione economica da lui tenuta nel
governare la Toscana, Dimostrò adunque che no-
nostante la minorazione dei dazi e la erogazione
di ragguardevoli spese, le rendite al principio del
suo governo, cioè nel 1765, erano di otto mi II ioni
e novecentomila lire, e le spese sette millioni e
seicento mila, pure alla di lui partenza da° Firen-
ze, cioè nel 1790, l'entrata ascendeva a nove mil-
lioni e centomila lire, e la spesa fu di otto mil-
lioni e quattrocentomila lire toscane. Aggiunse
poi egli stesso „ essere intimamente persuaso
che il più efficace mezzo per sempre più con-
solidare la fiducia e la confidenza dei popoli ver-
so qualunque governo, sia quello di sottoporre
alla cognizione di ciascuno individuo le diverse
mire e ragioni che hanno servilo di fondamento
alle ordinazioni e provvedimenti prescritti se-
condo l'esigenza e opportunità delle circostanze,
e di manifestare senza riserva e colla possibile
chiarezza Irrogazione dei prodotti delle pubbli-
che contribuzioni; e non essergli altresì ignoto,
che la occultazione ed il mistero nelle operazio-
ni del governo, mentre danno adito alla malafe-
de ed al sospetto, fanno anche torto ai plausibili
e retti sentimenti dello stesso sovrano, non me-
Ali. 1790. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. II. 12^
nochè alla condotta dei ministri prescelti al ma-
neggio dei pubblici affari „. Dette egli pur conto
delle principali sue operazioni e dei nuovi rego-
lamenti prescritti, perciò che concerne l'ammini-
strazione di giustizia civile e criminale, non nie-
nochè il commercio, le arti, Pagricoltura ed il ben
pubblico, all'oggetto che tutti indistintamente i
suoi sudditi potessero essere istruiti della retti-
tudine delle di lui intenzioni e della costante dif
sposizione del suo animo in promuovere, senza
sfuggire pena o fatica, tutto quello che potesse
contribuire al comun vantaggio di «ssi,ed assicu-
rare allo stato una permanente felicità e ricchez-
za, ed a migliorare ( senza peraltro accrescere,
ma con diminuire per quanto fosse possibile il
peso delle imposizioni ed aggravi ) le circostanze
della regia finanza (92).
§. 82. Poco dopo la partenza di Leopoldo, lo
seguitò alla volta di Vienna la granduchessa colla
sua numerosa famiglia . Nel mese di luglio del
1790 furono stabiliti i matrimoni delle due prin-
cipesse di Napoli con i due arciduchi d'Austria
Francesco e Ferdinando. Fu fissato in tale occa-
sione e nel contratto, che l'arciduca Ferdinando
esser doveva padrone assoluto della Toscana sen-
za dipendenza veruna dalla monarchia austriaca.
Ma sebbene fosse stata fatta la detta cessione al-
l'arciduca Ferdinando, pure continuò Panno nel-
la Toscana sotto il nome del governo di Leopoldo.
Presa ch'egli ebbe la corona imperiale, ne fu so-
lennizzata in Firenze la gradita notizia con fuochi
d'artifizio, illuminazione e festino nelle logge ile-
1^4 AVVENIMENTI STORICI An. 1791.
gii Uffizi, corsa dei cocchi, dotazione di fanciulle
le più bisognose della città, elemosine di pane ai
poveri ed altre allegrezze. Sua M. gradì moltissimo
queste dimostrazioni di giubilo, e fece pervenire
un suo veneratissimo dispaccio espresso nei se-
guenti termini.,, Sensibilissimo ai contrassegni di
afiVttodimostralo da ognunoin occasione della mia
esaltazione al trono imperiale, ingiungo al consi-
glio di reggenza di partecipare convenientemente
a chi occorre la mia perfetta gratitudine , e fa
continuazione della mia benevolenza a tutta la
nazione toscana „ . In questo tempo erano già
slati pubblicati in Firenze due editti, col primo
dei quali si faceva nota la renunzia della sovra-
nità del granducato di Toscana fatta dalP impe-
rator Leopoldo II a favore del real suo figlio se-
condogenito T arciduca Ferdinando. Col secondo
il nuovo sovrano confermava fino a nuov'ordine
tutti i sistemi, leggi, impieghi ed ordini vegliane.
Dimostrò in oltre Leopoldo nel di lui editto tutta
la sua benevolenza al popolo toscano, né tralasciò
di far rimarcare la sua riconoscenza per la confiden-
za che gli era stata da quello sempre dimostrata,
e per la volontaria esecuzione delle sue leggi; as-
sicurando altresì che sempre gli sarebbe a cuore
la felicità della Toscana. In conseguenza di que-
ste notificazioni si cominciarono a fare gran pre-
parativi di feste per solennizzare un'epoca sì fe-
lice, e Parrivo di tanti illustri personaggi ($3).
DEI TEMPI AUSTRI \CI CAT. 11. <a5
NOTE
(1) l errini , Compendio della storia di Toscana ,
epoca vi , §. 4 . (2) Cicciaporci , Compendio delt.i
storia fiorentina , libro III , capitolo 11, pagina 461.
(3) Memorie per servire alla vita di Leopoldo II im-
peratore dei romani, già granduca di Toscana , lib.
I, pag. 30 . (4) Ivi .»(r>) Cicciaporci cit. (6) Memo-
rie cit. (7) Ivi. (8) C ice i» porci cit. (9) Cantini, Le-
gislazione toscana, voi. xxvwi, pag. 216 . (10) Cic-
ciaporci cit. (11) Memorie cit. (12) Ivi. (13) Ivi.
(14) Ivi | pag. 87. (15) Cicciaporci cit. (16) Cantini
cit. (17) Ivi. (18) Cicciaporci cit. (19) Memorie cit.
(20) Cicciaporci cit. (21) Memorie cit. (22) Ciccia-
porci cit. (23) Memorie cit. (24) Cicciaporci cit.
(25) Memorie cit. pagina 111*. (26) Cicciaporci cit.
(27) Ivi . (28) Cantini cit. volume xxix , pag. 280.
(29) Memorie cit. (30) Ivi. (31) Ivi. (32) Cicciaporci
cit. (33) Ivi , lib. 111 , pag. 476 . (34) Cantini cit.
voi. xxxi , pag. 16 , 44. (35) Memorie cit. (36) Ivi.
(37) Ivi. (38) Cicciaporci cit. (39) Memorie cit. lib.
II. (40) Cicciaporci cit. (41) Ivi . (42) Memorie cit.
(43) Ivi. (44) Ivi. (45) Ivi. (46) Ivi. (47) Ivi. (48) Ivi.
(49) Ivi . (50) Cicciaporci cit. libro ni , pag. 480 .
(51) Martelli ap. Coppi, Annali d'Italia, anno 1778.
(52) Memorie cit. pag. 157. (53) Ivi. (54) Ivi. (55) Ivi.
(56) Ivi. (57) Cicciaporci cit. (58) Memorie cit. (59) Ivi.
(603 Cicciaporci cit. pag. 480. (61) Mazzarosa , Sto-
ria di Lucca, voi. li, lib. vili, pag. 124. (62) Ciccia-
porci cit. (63) Ivi e Memorie cit. (64) Memorie cit.
(65) Ivi. (66) Ivi. (67) Cicciaporci cit. (68) Memorie
cit. (69) Cicciaporci cit. (70) Ivi. (7 I ) Ivi. (72) Me-
morie cit. (73) Martens ap. Coppi cit. anno 1784.
('4)Cicciaporci cit. (75) Memorie cit. (76) Ivi. (77) Cic-
n1
126 AVVENIMENTI STORICI
ciaporci cit» (78) Memorie cit. (79) Ivi . (80) Ivi .
(81) Cicciaporci cit. (82) Memorie cit. (83) Ma zza rosa
cit. pag. 125. (84) Ivi. (85) Iv«- (86) Cicciaporci cit.
(87) Memorie cit. (88) Ivi. (89) Ivi. (90) Mazzarosa
cit. (91) Cicciaporci cit. (92) Governo della Toscana
sotto il regno di Leopoldo, ap. Coppi cit. an. 1789.
(93) Memorie cit. lib. iv, pag. 260 e Cicciaporci cit.
pag. 493.
DEI TEMPI AUSTRIACI. 127
E&sairoi© iu
Anno 1791 di G. Cr.
5. 1. Stabiliti i matrimoni tra la casa d'Austria e
quella di Borbone, i sovrani di Napoli si porta-
rono a Vienna colle due principesse spose dei
due arciduchi. Si trattennero in quella capitale
per qualche tempo, avendo fissato di condurre
personalmente la real figlia sposa colf arciduca
Ferdinando in Toscana. Leopoldo volle accom-
pagnare Ferdinando , ed installarlo nel governo
anche per porlo al fatto del suo sistema gover-
nativo. Partiron dunque tutti questi sovrani da
Vienna e per Trieste si recarono a Venezia ,
dove si trattennero alcuni giorni per goder le fe-
ste loro destinate da quella repubblica ; dopo di
che partirono per Firenze, dove giunti furono ri-
cevuti in mezzo alle acclamazioni di un immenso
popolo, che fuori di porta era andato ad incon-
trarli (1). Passati quasi tredici mesi dalla partenza
del granduca Pietro Leopoldo esaltato all' impe-
ro d1 Austria, ne'quali la Toscana era stata regola-
ta da una reggenza, il di 8 d'aprile fu il giorno del
solenne ingresso nella capitale, e la sera del gior-
12.8 AVVENIMENTI STORICI Ari. M0Ì .
no seguente cominciarono le feste grandi ose, e per
la novità splendide che la popolazione fiorentina
avea preparate per dimostrare la sua gioia e la sua
devozione alla famiglia regnante, sicura che nello
amoroso e saggio figlio ritroverebbe un degno suc-
cessore al padre. La presenza di tanti sovrani ren-
dette più brillanti i divertimenti dati al popolo in
così lieta occasione, nella quale, oltre a molle altre
beneficenze compartite ai poveri dalla sovrana
munificenza , cento ragazze fidanzate furon soc-
corse con dote in un medesimo tempo,e con tutta
la solennità congiunte in matrimonio dall' arci-
vescovo nella cattedrale, e quindi accompagnate
al palazzo vecchio, ov'era preparatomi lauto con-
vito, del quale godettero tutti i novelli sposi as-
sistiti dalla famiglia reale , dalle cariche e dalla
nobiltà . Terminò così divertente giornata con
gran festa di ballo, preparata agli sposi ed al po-
polo sotto gli Uffizi , ed alla corte sotto le logge
dei Lanzi, luoghi vagamente ornali ed illuminati,
a cui faceva splendido accompagnamento la piaz-
za del granduca parimente illuminata , e ridotta
in modo da rappresentare una ricca fiera, perchè
contornata di bene adobbate botteghe, che i pri-
mari negozianti vi alzarono appositamente (a).
Terminate le feste il re di Napoli partì per Livor-
no, ov'essendosi trattenuto per tre giorni, pass:»
a Siena per attendervi S. IVI. la regina che lasciò
Firenze la mattina del 17 aprile, ed in compagni*
del granduca e della granduchessa si riunì colà
al real consorte, essendo poscia partiti per Romn,
accompagnati dai prelodali sovrani sposi fino a
Jn. 1792. DEI TEMPI AUSTBIACI CAP. III. I29
Radicofani (3). 1/ imperatore fermossi circa un
mese in Firenze, e quindi accompagnato sino ai
confini dal granduca se ne ritornò nei suoi stati,
dove indisposto alquanto di salute il dì 29 di
febbraio, del 1792 sorpreso da fiero interno spa-
simo e da insulto di vomito, spirò l'anima fra le
braccia della dolente consorte (4).
g. 2. Leopoldo morì sul fiore, può dirsi, della
età sua, non avendo che quaranta quattr'anni, no-
ve mesi, e ventiquattro giorni} in un tempo al-
tresì delle sue maggiori grandezze e felicità, poi-
ch'era stato coronato imperatore, re d'Ungheria
e di Boemia; avea fatta una pace tranquilla col
turco, sedate tutte le turbolenze dell'impero, ria-
cquistale le provincie dei Paesi Bassi austriaci,
collocati col massimo onore e stabilità i reali
tìgli, ed amato da tutti i suoi fedeli sudditi. A lui
successe nelP impero il suo figlio primogenito
col nome di Francesco II. Fu difilli Pietro Leo-
poldo un sovrano il più illuminalo fra quanti
siano stali a suo tempo, principe filosofo, che ten-
tò di svellere i pregiudizi ed il fanatismo, padre
amorevole e benefico, il qual nulla tralasciò per
render felici in qualsivoglia aspetto i popoli e lo
stato (5).
g. 3. Questo principe, il quale non si potrà
mai tanto lodare che non meriti mollo più, venne
in Toscana giovinetto, padrone assoluto, almeno
in apparenza, imperocché l'imperatrice Maria Te-
resa lo avea sottoposto a suoi precettori e ministri.
Timido questi in principio lasciossi alquanto con-
durre da essi, ma ben presi o comincio a sentire mal
i3o AVVEDIMENTI storici An . 1792.
volentieri il freno, onde trovandosi ben d'accor-
do col fratello imperatore Giuseppe, potette riu-
scirgli di scuotere alquanto il giogo, e di liberarsi
o con un pretesto o con l'altro dalla mal sofferta
soggezione (6). Resosi Pietro Leopoldo assoluto
signore comparvero in lui grandi lumi e grandi
idee. Giunto al governo della Toscana si vide a
fronte una spaventevole carestia, che minacciava
la perdita de'suoi cari figli: egli vi oppose imbrac-
cio forte, e fugando l'empio mostro aprì l'erario
delle beneficenze, facendo con una liberalità ge-
nerosa nascer dallo stesso arido suolo . per così
dire, il frumento} sacrificando quanto aveva in
benefizio della Toscana, la mantenne, la sollevò,
ma la parte indigente d'un regno non esiste un sol
giorno, ella è continua, non apparente. Qui dee
dunque dimostrarsi lo zelo e la cura di un sovrano,
il quale non altro è che un padre dei sudditi. Leo-
poldo conobbe la massima e fu tale, poiché non
si contentò d'aver respinta la fame, ma trovò i
mezzi perchè i poveri avessero in lui un fonte
perenne di acqua vitale. Le fabbriche, i lavori, il
riattamento degli edilìzi, l'apertura di nuove stra-
de, la costruzione di chiese, palazzi e ville occu-
parono braccia infinite per mantenere le care lo-
ro famiglie, e per altra parte aggiunsero ornato,
vaghezza e splendore alla Toscana (7). Esisteva-
no nella capitale una quantità di piccoli spedali,
capaci per conseguenza di pochi malati, e man-
canti di tutti quei comodi che possono aversi in
un grande spedale ben ordinato. Leopoldo che
§enliva un vero contento nel soccorrere ai biso-
Jn, 1/92. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. l3l
gni dell'umanità, soppresse gli altri, eccetto quel-
lo dei lionfratelli, accrebbe, ornò ed arrichì i tre
principali, cioè Parcispedale di santa Maria Nuova
e gli spedali degl'Innocenti e di Bonifazio, rifab-
bricando questi dai fondamenti, e destinandone
una parte ai dementi e l'altra agl'invalidi} e prov-
vedutili di tutti i comodi occorrenti di medici, di
chirurghi, e d'inservienti necessari, fece sì che i
poveri malati fossero meglio assistitile che ai loro
mali fossero con più accuratezza apprestati i soc^
corsi dell'arte. Il pensiero di cose tanto utili non
lo distoglieva dal cercare anche P abbellimento
della città, per cui con tanta munificenza si era-
no adoprati i suoi antecessori} e perciò eresse dai
fondamenti nuovi edilizi, abbellì i vecchi, aprì nuo-
vi passeggi, ornò la loggia delPOrcagna con sta-
tue dialitico scalpello, e sempre cercando di uni-
re Putile al bello, le sue istituzioni ed i suoi la-
vori meritarono e meritano il suffragio universa-
le (8).
g. 4- Quanta gratitudine poi, quanta venera-
zione non dovranno sempre attestare a Pietro
Leopoldo gli amatori delle storie patrie, delPeru-
dizione e di ciò che perpetua gli antichi dritti per
la istituzione da lui fatta dell'archivio diplomati-
co in uno dei saloni del palazzo degli Uffizi! In
esso a pascolo di chi li apprezza, ed a lode di chi
provvide a tanto bene, trovansi ben 140,000 per-
gamene contenenti i tesori delle cose del medio
evo, e tante altre notizie importantissime ai pub-
blici stabilimenti ed ai particolari interessi, delle
quali i35,ooo sono stai»; già spogliate ed illustrate
l3a AVVENIMENTI STORICI Jtl, 1;92.
da quei valentissimi, a cui da lui e dai magnanimi
suoi successori fu affidata la cura di sì vantaggiosa
istituzione. Fu a somma lode del tìsico Redi, e di
Cosimo III de'Medici che in Firenze fosse istitui-
to un gabinetto di fisica, ma Pietro Leopoldo, ohe
in tempi più felici poteva a' suoi recar vantaggi
maggiori, e negli esteri destare ammirazione, am-
pliandolo ed in più adattato luogo trasportan-
dolo, acquistò appositamente un edilizio presso
il palazzo di sua residenza, e un gabinetto vi aprì
di fisica e storia naturale da fare invidia agli stra-
nieri: ed affinchè nulla mancasse a corredare si
bella impresa, un osservatorio astronomico vi ag-
giunse per conservarvi tutto ciò che al progresso
della fisica avea saputo inventare l'accademia del
Cimento, ed un orlo botanico vi piantò, perchè
riscontrar si potesse in natura quanto nel gabi-
netto trovavasi figurato con veia imitazione del-
l'arte. Grande pure fu il favore ch'egli accordò
alle arti ed agli artisti; e di ciò sarà monumento
perpetuo la fabbrica da esso alzata nella piazza
di san Marco per aprirvi un'accademia di belle
arti, la quale arricchita da lui di progevoli mo-
delli di pittura della scuola fiorentina, e di scul-
tura di antico scalpello, fu ancora provvista di
maestri di disegno, di pittura alla scagliola, d'in-
cisione in rame ed in pietre preziose, ai quali
potesse far ricorso chiunque amasse di appren-
dere le arti. Alla pubblica gallerìa, aggiunta una
grandiosa sala appositamente fabbricata, vi col-
locò la famiglia della JXiobe acquistata già dai
Medici, composta della madre con dodici figli ,
Atl. 1792. DEI TEMPI AUSTRIACI GAP. III. l33
statue di sorprendente bellezza, non tanto per la
precisione del lavoro, quanto per la varietà ed
espressione degli atteggiamenti. Queste istituzio-
ni, questi lavori ed altri di minore entità prova-
no abbastanza che Leopoldo non mancò di pro-
muovere tutto ciò che fosse utile a*suoi sudditi,
come nel fisico, così nel morale; né avvi ramo di
sociale prosperità che da lui non abbia ricevuto
valevole incremento (9).
g. 5. L'agricoltura risorse, le campagne fiori-
rono, non vi è angolo, non vi è punto della To-
scana, in cui Leopoldo non spargesse grazie per
promuoverla, liberando i coloni ed i coltivatori
dagli aggravi, soggezione e pesi, e dando loro
amplia libertà per far triplicare le rendite o dei
trascurati o degli scarsi terreni. Egli vi concorse
colle maggiori spese, somministrando grandi som-
me, ed aprendo in favore di essa tutti i tesori
delle reali beneficenze. Si può forse dire in que-
sta parte che T esito ha eguagliato e forse sor-
passato il sovrano desiderio. Convenne poi a Leo-
poldo il frenare gli abusi, richiamare al dovere i
propri figli, togliere uh rilassamento nei seguaci
del santuario, e di cercare la purità nella eccle-
siastica disciplina. Vi pose la mano, lo tentò, ma
non ne ottenne quel resultamento ch'egli bra-
mava (10). Licenziò la milizia come inutile e co-
stosa. Avendo egli aboliti, con vistoso scapito
dell'erario, gli appalti che trovò in gran numero
nel prender le redini del governo, accrebbe non
ostante le pubbliche rendite, mentre alleggerì i
pesi del popolo, e per conseguire un tale intento
SU Tose. Tom. 11. 12
l34 AVVENIMENTI STOBlCl ^/l. 1792.
rivolse le sue cure al debito pubblico. Ed in fatti
nel 1 76^ ascendeva il medesimo alla somma di
87 millioni e mezzo di lire,per cui si pagava l'an-
nuo interesse di due millioni e 160 mila lire.
Colla vendita degli stabili appartenenti alle regie
e pubbliche amministrazioni, ed alle comunità e
luoghi pii, iVeslinse a poco a poco la somma di 67
millioni, dimodoché pei residuali venti millioni lo
stato non rimase gravato che di un annuo peso
di seiceut ornila lire (11).
g. 6. Si \ide in Leopoldo il savio legislatore ed
il buon sovrano, ma per la verità bisogna dire che
la sua condotta non fu scevra di contradizioni. Im-
perocché mentre intraprendeva ad eseguire gran-
diosi sistemi, era poi molto dedito ai piccoli det-
tagli, e volea conoscere a fondo la condotta di
ciascun suddito: due mali da ciò ne avvennero,
poiché in primo luogo le grandiose idee davan
luogo a molti progettisti di entrare nelle grazie
del granduca, dal quale avidamente veniano a-
scoltati. La brama poi di conoscere interamente
la condotta dei sudditi dette luogo allo spionag-
gio, che in gran timore e cautela tenea tutti i to-
scani, poiché ben sapevano, o almeno di sapere
credevano,che nulla asconder si potesse alla vigi-
lanza degli esploratori, dai quali al granduca tut-
to veniva riferito (12), per cui sentissi chiudere
un satìrico sonetto con questo verso
Ti son le ignude voci anco interdette (i3).
Certo è tuttavia che per quanto disgustoso questo
uin. M92. DEITEMPIAUSTBIACICAP.III. l35
metodo esser potesse, pure l'effetto ne fu che i
delitti erano divenuti rarissimi, ed il codice cri-
minale molto mite del granduca, senza alcun ri-
schio potetf esser posto in esecuzione con gran
lode di lui non solo nei suoi stati, ma nell'Euro-
pa tutta (14).
g. 7. Prima di Leopoldo le leggi di Toscana
erano parziali, intrigate, incomode, improvide, sic-
come quelle che parte erano state fatte ai tempi
della repubblica di Firenze, tumultuaria sempre,
piena di umori di parti, e parte fatte dopo, ma
non consonanti colle antiche, le quali tuttavia
sussistevano: altre ancora erano per Firenze, al-
tre pel contado: queste per Pisa, quelle per Sie-
na, poche o nessune generali. Sorgevano incer-
tezze di foro, contese di giurisdizione, lunghez-
ze d"* affari , con tacersi per istanchezza dei
poveri , un procrastinare a posta dei ricchi, in-
giustizie facili, rui-ne di famiglie, rancori inevi-
tabili (i5). Erano altresì le leggi criminali crudeli
o insufficienti*, un commercio mal favorito, una
agricoltura non curata, un suolo pestilenziale
nelle maremme, possessioni mal sicure, coloni
poveri, debito pubblico grave, dazi onerosissimi.
Ma uopo le novità di Leopoldo fu in Toscana una
vita felicissima-,!* costumi non solo buoni ma gen-
tili:, i delitti rarissimi, né sittoslo' commessi che
puniti*, le prigioni vuote, ed ogni cosa in tiore.
Cosi questa provincia che già dato aveva al mon-
do tanti buoni esempi, venuta in potestà d'un
principe umanissimo, dette ancor quello di un
corpo di leggi temperato in modo che né il go-
l36 AVVENIMENTI STORICI Ari. 1792.
verno maggior sicurezza, né i popoli poteano
maggior felicità desiderare (16).
g. S. É da sapersi in olire che alquanto prima
della rivoluzione francese Pietro Leopoldo volea
dare alla Toscana una fondamenta! costituzione,
il testo della quale fu disteso, ed il granduca me-
desimo che in gran parte faveva ideato, e in par-
te postillato intieramente lo approvò, e di già era
passato alla segreterìa, quando egli partì per Vien-
na ad occupar quel trono. Dalle leggi qui enun-
ciate non si può fare a meno di riconoscere che
molte di esse erano al certo dirette al piano di
quella costituzione. Per esempio i regolamenti
comuni tal ivi, lo scioglimento del debito pubbli-
co, la truppa civica, la separazione del patrimo-
nio della corona da quello dello stato e dal pa-
trimonio privato, l'ordine di arringare pubblica-
mente avanti ai giudici, e motte altre, che tutte
preparavano una nuova costituzione al suo stato.
Anche nei grand^uoraini spesse volte scorgonsi
delle contradizioni, ed in vero Pietro Leopoldo
non ne era esente; poiché moltissima religione
dimostrava, che al bigottismo alcune volte acco-
starsi parea, pure grandissimamente mal menava
la corte di Roma ed i frali. Grandissima premura
ed attaccamento dimostrava per la consorte e la
famiglia, pure molto dedito al bel sesso, non solo
alimentava degli occulti amori, ma qualche favo-
rita ancora pubblicamente trattava . Opera dei
tutto nuova e di un rispettabile esempio per lutti i
governanti fu quella del conto reso, imperocché
leggendo quello soltanto ed esaminandolo si co-
~An. 1792. DE! TEMPI AUSTRIACI CAP. III. iZj
nosce il principe che nulla più ebbe a cuore che
il bene del suo stalo, e la felicità dVsuoi suddi-
u(I7).
§. 9. A chiudere di lui ogni racconto basti que-
sto scritto, col quale egli annunziando ai toscani
il successore, da loro congedavasi dopo averli go-
vernati per quasi 25 anni. „ Avendo io, a tenore
dell'atto stipulato in Vienna il dì 21 di luglio del
i790,rinunziato la sovranità della Toscana al raio
figlio Parciduca Ferdinando, e terminando il mio
governo dal giorno della pubblicazione dell'atto
medesimo, ho credulo di dovere, ed insieme di
giustizia di dare al militare, alla nobiltà, alla cit-
tadinanza, al ceto degli impiegati, ai capi dei di-
partimenti, e nominatamente al consiglio di reg-
genza, ed indi a tutta intiera la nazione e popolo
toscano un pubblico contrassegno del mio parti-
colar gradimento, riconoscenza e gratitudine per
l'attaccamento che hanno dimostrato alla mia
persona, quanto ancora per lo zelo, premura e
buona volontà, con cui è stato dagli impiegati
contribuito costantemente alla buona riuscita di
quanto è stato operato nel tempo del mio gover-
no. Con questa persuasione mi lusingo ancora,
che dagli effetti ognuno sarà rimasto persuaso,
che ben hwgi dall'avere avuti fini secondarli, ed
oggetti particolari, tutte le pene che mi son dato
sono state sempre dirette al pubblico vantaggio,
ed all'adempimento de'miei doveri. È vero ehe
sono state le mie cure largamente ricompensai*
dallo zelo e premura del ministero e del pubbli-
co, il quale si e interessato alla felice 1 iuscilu del-
l38 AVVENIMENTI STORICI Art. 1792.
le mie operazioni, rna quesf appunto mi porge
tutto il motivo a sperare che il mio figlio, al quale
non ho tralasciato d'inculcare gli stessi sentimen-
ti, troverà pure in ogni celo quell'attaccamento,
affetto e docilità che formano il carattere della
nazione (18) „.
g. 10. Ferdinando III*aveva venlun* anno
quando la partenza di suo padre per Vienna pose
lo scettro della Toscana nelle di lui mani. Tutta-
via non assunse il litolodi granduca che quattro
mesi dopo un tale avvenimento. La sua educazio-
ne solto la guida del marchese Manfredini era
stala perfetta, almeno in lutti quei rapporti che
formar possono un principe virtuoso, illuminalo
e pacifico. Può darsi che sarebbe stato più accon-
cio di negliger meno in esso l'educazione milita-
re, poiché vicini ad un'epoca, in cui la spada sta-
va per risolvere tutte le questioni. Ma un tale
abbaglio fu quello puranche di parecchie altre
case regnanti. I due o tre primi anni del regno
di Ferdinando trascorsero in una specie di tran-
quillità (19), poiché non dipartendosi mai da'con-
sigli del padre ordinò un codice civile toscano al-
l'insigne giureconsulto Giovanni Maria Lampredi.
invitando a concorrere a opera così utile tutti i
magistrali del granducato. Fino dal 1781 Pietro
Leopoldo aveva ordinata una riforma nella am-
ministrazione delle dogane* ma non essendo an-
cora perfettamente eseguita, pensò il di lui figlio
a perfezionarla, e stabilita una gabella unica ed
una tariffa generale , rendette più regolare la
dilezione di esse. Desideroso poi di non trovarsi
* Ved. tav. CXLVH, N.* 6.
Ali. 1/92. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. 111. i39
senza pane da spezzare ai suoi popoli nei dolo-
rosi tempi di carestìa , dalla quale era minac-
ciato Io stato, reputò cosa utile proibire lustra-
zione dei generi frumenlari dal suolo toscano,
e ristabilì gli uffiziali dell'1 annona e delle gra-
sce (2.0). Raltemprando il rigore delle leggi sen-
za adottare un partito contro il vescovo Ricci,
seppe assopire le dissenzioni, alle quali le bizzar-
re sediziose riforme di quel prelato avean data
causa (21).
g. 11. Ferdinando sempre animato dallo spi-
rilo di moderazione, avrebbe voluto conservare,
durante la guerra che andavasi preparando con-
tro la rivoluzione francese, una perfetta neutra-
lità, e conservolla per qualche tempo nel 1792,
ir che vuoisi attribuire in parte a saviezza ed
in parte a necessità, poiché senza fortezze, senza
baloardi di veruna sorte, non avendo allora per
esercito che alcune centinaia d'uomini, la fortu-
nata Toscana rischiava soltanto di perdere pren-
dendo le armi. Il granduca operò quindi di buon
senno nel resistere lunga pezza ai tentativi del
gabinetto austriaco, e particolarmente di quello
degfinglesi per trascinarlo nella colleganza. Tal
sua resistenza era sincera, e benché di sovente i
giornali ed i club francesi rimbombassero o a ra-
gione o a tolto di querimonie contro gli oltraggi.
le ingiustizie e le espoliazioni a cui si vedevan sog-
getti i francesi in Toscana, tuttavìa nessuna po-
tenza neutra della penisola italica ispirava alla
convenzione nazionale maggior tìducia del gran-
duca di Toscana. Al tempo delle conlese origi-
l40 AVVENIMENTI STORICI Aìl. 1793.
nate dall'assassinio di Basville in Roma, Ferdi-
nando credette di poter offerire al santo padre
la sua mediazione, ma Pio VI no>i l'accettò (22).
J. 12. Il 16 gennaio ricevette il granduca,co-
me inviato della convenzione nazionale, La-Flot-
le. altra volta incaricato daffari per Luigi XVI a
Firenze, e fu in tal guisa il primo di tutti i sovra-
ni europei a riconoscere la repubblica francese
„ alla quale, esclamò egli, siamo sodisfaltissimi di
poter dar delle prove della nostra scrupolosa e-
sattezza in osservare la più stretta neutralità „.
Cinque giorni dopo la testa di Luigi XVI balzò
sul palco. L'ambasciatore britannico lord Hervey
non mancò di notare siffatta circostanza in alcu-
ne note diplomatiche,che contro ogni convenien-
za andarono poi pubblicate col mezzo dei gior-
nali, ed ove biasima vasi amaramente il granduca
di fornire dei soccorsi alle urgenze del nemico
comune. La risposta da darsi era semplicissima:
questi soccorsi risultavano dal sistema medesimo
di neutralità. I francesi col mezzo pecuniario tro-
varono nella Toscana e granaglie ed altre merci;
i collegati potevano, sotto le medesime condizio-
ni, provvedersi di eguali derrate. Un altro agente
diplomatico, V incaricato degli affari esteri per
la Russia, non sapea darsi pace che Ferdinando
proibisse la pubblicazione nelle gazzatte toscane
del manifesto di Caterina III contro „ i mostri
che per il danno universale possedevano in Fran-
cia il potere „ mentre permetteva pubblicamente
lo smercio nella sua capitale della costituzione
francese.
An. 1793. DEI TEMPI AUSTRIACI GAP. III. \^ I
£ i3. Del resto seguendo gli usi consue-
ti delle persone di corle e degli esperti nella de-
mocrazìa^ il granduca non era biasimato diretta-
mente, ma ogni cosa veniva imputata al falso si-
stema del suo ministro Manfredini. Il fatto sta
che il granduca teneva tanto per i francesi, quan-
to il Manfredini, e mentre facevasi a disapprova-
re e colle parole e nel suo interno il procedimen-
to sanguinario della rivoluzione, considerava poi
per cosa impossibile e pericolosissima all'angusta
Toscana di andare a chiudere il passaggio alla la-
va, o di spengereil vulcano. Uno scambio di note
ebbe luogo tra esso e l'ambasciatore inglese. Her-
vey chiedeva quasi imperativamente de^sussidii per
l'alleanza, e il granduca, con uno scritto conse-
gnato dal senatore Serristori, rinnovava il suo vo-
to di stretta neutralità.Tuttavia la forza delle cose
pareva insensibilmente trascinarvelo:Ia neutralità
rimetteva della sua strettezza. L'Inghilterra pro-
cacciavasi di giorno in giorno maggiori utili dalla
Toscana: signora assoluta nel porto di Livorno e-
seguiva un manupolio di fatto, vantaggioso al suo
commercio ed alla sua corrispondenza- e quando
Tolone fu per essere espugnatoci gabinetto di Fi-
renze determinossi d'entrare nell'alleanza anti-
francese \ ma però sempre prudente volle far
mostra agli occhi di tutti di cedere alla sola for-
za (a3).
g. 14. Nel mese di settembre Lord Hervey
giunse a significare che la Gran Brettagna esige-
va perentoriamente l'allontanamento del ministro
La-Flotte, l'espulsione dei francesi, la punizione
i4a AVVENIMENTI STORICI An. 1793.
degl'italiani rivoluzionari, l'interruzione di qua-
lunque commercio tra la Toscana e la Francia,
aggiungendo che in caso di rifiuto o di tergiver-
sazione per parte del granduca, le forze navali di
Inghilterra unitamente ad una squadra spagnuola
verrebbero incaricate della realizzazione di siffat-
te misure. E siccome il granduca andava tempo-
reggiando, le forze navali si unirono effettiva-
mente, ed agli 8 d'ottobre, quando lord Hood colla
sua squadra si vide in istato di agire, Hervey in-
timò al principe di decidersi entro ventiquatt'ore
alla rottura colla Francia , sotto pena di veder
bombardare Livorno, e d' eseguire uno sbarco
nella Toscana. Ferdinando III dopo aver raccolto
il suo consiglio, non scoprendosi quanto all'ac-
costarsi alla lega ed a romper guerra alla Fran-
cia, chiese una dichiarazione scritta, chMIervey
non stette in forse di rimettergli. Il dì seguente
9 d'ottobre il ministro La-Flotte fu invitato a la-
sciare gli stati toscani con tutti i suoi aderenti, e
l'Inghilterra trasformò la Toscana in una delle
sue stazioni navali (24). 0 tuono impetuoso del
ministro inglese, e le pretese sempre maggiori dei
suoi agenti increbbero dopo non multo al gran-
duca, nello stesso tempo che l'ostinata resistenza
della convenzione verso la fine del 1793, e nel
corso dell'anno seguente, tornava per esso a fare
un problema della caduta della repubblica. E per-
ciò, malgrado il suo ministro degli affari esteri,
cavalier Serrati , il quale non vedeva per altri
occhi che per quelli degl'inglesi, egli non sodi-
sfece a tutti i desideri dei suoi potenti alleatilo).
^rt. 1795. DEITEMP1AUSTRIACICAP.1II. 1$3
Intanto il granduca revocò l'affrancazione della
tassa di redenzione per togliere gli ostacoli che si
incontravano per il riordinamento del catasto io
Toscana (26). I francesi stabiliti in questa pro-
vincia,che non porgevano motivo a doglianze con-
tro di essi, furono lasciati in pace.
g. i5. Le vittorie dei repubblicani su i monti,
che davano probabilità ch'eglino avessero presto
ad invadere Tltalia, aveano indotto il granduca
di Toscana a far nuove deliberazioni e spedire a
Parigi il segretario del suo consiglio Neri Corsi-
ni (27), affine di trattare accordo colla repubblica
francese, e tornarsene a quella condizione di neu-
tralità, dalla quale forzatamente, e solo colfaver
licenziatoli ministro di Francia, s'era allontanato.
Aveva sempre il granduca, in mezzo a tutti quei
bollori, conservato l'animo pacato e lontano da
quegli sdegni che oscuravano le menti degli altri
sovrani rispetto alle cose di Francia, non già
ch'egli approvasse l'esorbitanze commesse in quel
paese, che anzi le aborriva, ma si avvisava che fi-
no a tanto che i repubblicani si lacerassero fra di
loro colle parole e coi fatti,avrebbe lasciato quie-
tare altrui, e che il combatterli sarebbe stato ca-
gione che si riunissero a' danni di chi esser volea
più padrone in casa loro ch'essi medesimi. Ma
poiché, senza colpa sua e pei cattivi consigli d'al-
tri, i francesi non che fossero vinti avevan vinto
altrui, così quella sede d'Italia che da tanti anni
vedevasi immune dagli strazi di guerra, era vi-
cina a sentire le sue percosse. Parea ragionevole
che il granduca s' accostasse a quelle delibera-
l44 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1795.
zioni che i tempi richiedevano, e che erano con-
formi sì alla natura sua quieta e dolce, e sì agli
interessi della Toscana. Quello dunque che la na-
tura ed una moderata consuetudine davano, vol-
le il governo confermare col fatto: la memoria
del buon Leopoldo operava in questo efficace-
mente. Oltre a ciò il porlo di Livorno era dive-
nuto il principale emporio del commercio del
Mediterraneo, poiché erano chiusi dalla guerra
quei di Francia, di Genova e di Napoli. Quivi- con-
correvano gl'inglesi col loro numeroso naviglio
sì da guerra cha da traffico: quivi i francesi ed i
genovesi che, o sotto nome proprio o sotto nome
di neutri, facevano il loro traffico, massimamente
di frumenti, che trasportavano nelle province me-
ridionali della Francia. Levavano gl'inglesi gran-
dissimi rumori per cagione di questi aiuti procu-
rati dalla neutralità di Livorno, ma il granduca
preferendo grinleressi propri a quelli d^ altrui,
non si lasciava svolgere e sempre si dimostrava
costante nel non voler serrare i porti ai repubbli-
cani.Wè contenti di questo, con molta temperanza
procedendo, ordinò che fossero aperti i tribunali
ai francesi, e venisse fatta loro buona e sincera
giustizia secondo il diritto e l'onesto. Avendo poi
anche udito che alcun? falsavano la carta moneta
di Francia , dette ordine acciò sì infame fraude
cessasse, e ne fossero gastigati gli autori (28}.
g. 16. Ma divenendo ognora più imminente
il pericolo d** Italie, pensò il granduca che fos-
se ormai venuto il tempo di confessare aperta-
mente quello che già eseguiva con tacita mode-
An. 1795. DEI TEMPI AUSTRIACI CIP. III. l./{5
razione, sperando ài meglio stabilire in tal modo
la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la qual
cosa si deliberò di mandare un uomo apposta a
Parigi, affinchè fra i due stati si rinnovasse quel-
la pace che più per forza che per deliberazione
volontaria era stata interrotta. Ed in effetto non
andò mollo che il conte Carletti recossi incarica-
to de'suoi poteri da trattare col comitato di salu-
te pubblica. La scelta di questo inviato dovea riu-
scire tanto più gradita alla convenzione, in quan-
tochè il Carletti detestava gl'inglesi; ed avea avuto
con Hervey una questione ch'era poi terminata
in un duello. Molte furono le querele che si fe-
cero iti quei tempi di questa risoluzione e della
scella del Cartelli. Coloro a cui piaceva più la
guerra che la pace chiamarono il conte giacobino,
e per poco stette che non chiamassero giacobino
anche il granduca. Quello che fece per solo amore
dei sudditi Ferdinando ILI il fecero altri principi
assai più potenti di lui. iVIa era fatale che in quel-
la volubilità cle'governi francesi quesf atto del
granduca non preservasse la Toscana dalle cala-
mità comuni, perchè vennero tempi nei quali la
forza e la malafede ebbero il predominio, e l'inno-
cenza divenne allettamento e non scudo (29).
§. 17. I repubblicani fecero al conte Carletti
grandissime accoglienze non solo per acquistar
miglior fama, ma anche per allettare aldi principi
a negoziare con quel governo insolito e terribile.
Debole era il granduca a comparazione di Fran-
cia, ma era pe* francesi di non poco momento
che un principe d'Europa riconoscesse quel nuovo
òt. Tose. Tom. 11. 13
l46 AVVENIMENTI STORICI An . 1795.
reggimento, e concludesse un accordo con lui,
perchè superala quella prima repugna nza si do-
vea credere che altre potenze, seguitando l'esem-
pio di Toscana, si sarebbero più facilmente con-
dotte a fare accordo ancor esse. Per lo che fu udito
con facili orecchie il conte a Parigi, ed appena
introdotti i primi negoziati, fu concluso il 9 febbra-
io tra la Francia e la Toscana un trattalo di pace e
d,amicizia(3o), pel quale il granduca rivocava ogni
atto di adesione,consenso od accessione che avesse
potuto fare colla lega armata contro la repubblica
francese, e la neutralità della Toscana fu restitui-
ta a quella condizione in cui era il di 8 ottobre
del 1793. Giunte in Toscana le novelle della con-
clusionedel trattato, si rallegrarono grandemente
ipopoli, massime i livornesi, per l'abbondanza del
traffico,e con somme lodi celebrarono la sapienza
del granduca, il quale non essendosi lasciato tra-
sportare agli sdegni d'Europa^ solo mirando alla
felicità dei sudditi,aveva loro acquistato un quieto
vivere ed uno stato sicuro. Si bandi la pace pub-
blicamente colie solite forme, ma a suon di canno-
ni in Livorno, e al cospetto dell'armala inglese
che quivi avea le sue stanze. Pubblicò Ferdinan-
do, che la Toscana non doveva ingerirsi, nelle
turbolenze d1 Europa, perchè non fidava la sua
integrità e salute alla preponderanza di alcuno fra
i principi in guerra, ma bensì al dritto delle gen-
ti, ed alla fede dei trattati. Imperocché non avea
mai dato motivo ad alcuno di offenderla, ma era
stata imparziale e neutrale, giusta la legge fon-
damentale del granduca, pubblicata nel 1778 dal-
Alt» 1795. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. 1 47
la sapienza di Leopoldo. Era pubblicamente no-
to all'Europa come e quando il principe ne fosse
stato violentemente per una estrema forza svolto,
e con tutto ciò non aver altro tollerato il grandu-
ca sennonché il ministro di Francia si allonta-
nasse dalle terre di Toscana: ed avendo conosciu-
ta la nazione francese, perciò la Toscana colla
conclusione del nuovo trattato era stata reinte-
grata di quei beni che per forza gli erano stati
tolti,' per la qual cosa Ferdinando voleva e ordi-
nava che si eseguisse il trattato, e si osservasse
l'editto di neutralità del 1778.
g. 18. Perchè poi i buoni uffizi conservassero
quello che la sapienza aveva accordato, Ferdinan-
do spedì nuovamente il conte Carletti suo mini-
stro plenipotenziario in Francia . Introdotto il
conte al cospetto della convenzione nazionale dis-
se essere stalo mandato dal granduca affine di
ristabilire la neutralità preziosa al governo tosca-
no. Allora il presidente con magnifico discorso
rispose aver prese in vero le armi, non col desi-
derio della conquista, ma con quello della sua in-
dipendenza, intendendo d'esser libero e di rispet-
tare i governi altrui. Piacendogli poi la toscana
moderazione, le cure avute dei perseguitati e le
dimosl razioni amichevoli del suo grauduca, accor-
dava alla Toscana lutto ciò che offrivagli quell'in-
viato in di lei nome (3 1). Finalmente la cerimonia
si terminò con fraterni abbracciamenti, ma una
nube si sollevò dopo aualche giorno. La figlia *li
Luigi XVI stava per dipartirsi dal tempio, ed il
Carletti impetrò dal ministro dell'interno il per-
i48 AVV&Nìtfr-NTl STORICI An. 1795.
nesso di presentare i suoi doveri all'illustre pri-
gioniera. Quest'omaggio di convenienza spiacque
al direttorio, e rinviato toscano ricevette Tordi-
ne di dover tantosto abbandonare la Francia. Pe-
rò nel decreto del direttorio stava dichiarato che
un tal contrassegno della indignazione nazionale
non ricadeva che sopra il solo conte, ed in verun
modo andava a ferire il suo padrone col quale la
repubblica desiderava di nonavere che delle ami-
chevoli relazioni (3a).
g. 19. Fu di mestieri a Ferdinando il mostrarsi
sodisfatto di siila! te proteste, e disapprovare il
conlegno del suo inviato, in luogo del quale spedì
cjon Pieri Corsini nel gennaio del 17^6. Alquanti
mesi dopo il generale in capo dell'armata francese
in Italia, Napoleone Bona parte, era il padrone di
tutta l'Italia superiore. Quantunque la condotta
di Ferdinando non fosse riuscita ostile ai france-
si dopo il trattato del 179S, e sebbene avesse
più che adempito ai doveri della sua neutralità
col dare agli emigrati d£ Francia l'ordine di usci-
re dai suoi stati, pure la di lui condiscendenza
noi poteva garantire interamente dagP inconve-
nienti della guerra, ftonaparte troppo destro e
troppo ambizioso per fermarsi a mezza via, mal
poteva accomodarsi della sola neutralità: volea che
tutti parteggiassero per esso lui, e che tutti da lui
dipendessero. GT inglesi procedevano nella stessa
guisa,e Livorno ormai caduto quasi intieramente
nelle loro mani, valeva a meraviglia pe'loro proget-
ti. Agli occhi del generale Francese importava anzi
tutto d'imporre un leonine alla loro onnipotenza
Art. 1396. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. llf. 1/^9
in quei|)orto* Non già che agli occhi di Bona par-
te fosse buon consiglio di obbligare il granduca
di Toscana con vessazioni di sommo pregiudizio^
ma ciò ch'egli pretendea, erano le vessazioni van-
taggiose, cioè Livorno, pecunia ed influenza de-
cisiva nella Toscana; di maniera cbe nelle sue
lettere spedite al direttorio francese soleva scri-
vere „ La politica della repubblica verso il gran-
duca è detestabile (33) m
g< io. Correva voce da lungo tempo che Tar-
mata francese nel procedere sopra Roma stava
per entrare in Firenze, e già Bonaparte avea ra-
dunata una divisione di truppe sotto gli ordini
di Vaubois,e quindi rapidamente diretta a Pistoia.
Il granduca spedi subito il Manfredini ed il prin-
cipe Corsini al suo alloggiamento per dar opera
a farlo cambiare di determinazione. „ La To-
scana, dicevano essi, ha negato il passaggio alle
truppe papali e napoletane, come potrebb'ella
concederlo alle truppe francesi? «Bonaparte tìnse
allora, quasi riguardo al ministro,di modificare gli
ordini ricevuti, ma a condizione che avrebb'oc-
cupato Pisa, Una carta dell1 Italia stava spiegata
innanzi agli interlocutori „ eccovi, dicea Bona-
parte, qui ogni via è buona per condurmi a Ro-
ma, ma io anderò per Pisa, e farò un gomito, co-
me questo „ e in cosi dire poggiava il gomito
sopra Livorno, accennando, ma senza nulla pro-
nunziare, (jual fosse il gomito, eh"1 e^li meditava
di l'are. Il marchese, quantunque consumato nelle
scaltrezze diplomatiche, non seppe comprender
quella, ed ali io non vide nel gesto di Bonaparte
l5o AVVEDIMENTI STORICI Ali. 1706.
che una mancanza del saper vivere , coirebbe a
dire molto bonariamente col suo sovrano nel pro-
gettargli che la Toscana ne anelerebbe assoluta
colla sola occupazione di Pisa, e lutto al più del
territorio circonvicino. Gl'inglesi però non dritte!*
così facilménte nella refe, poiché prevalendosi
di alcuni giorni che ad essi ancora rimanevano-,
sfornirono le Officine ed i magazzini, dirigendo
le loro merci verso s. Fiorenzo nella Corsica, eoi
mezzo di cento bastimenti ben carichi e dispo-
sti alla vela; bastimenti sopra i quali Bonapartè
avea fatti i suoi conti, è là cui preda non era
straniera all'adottata determinazione (34).
g. ai. Recatosi Bonapartè a Pistoia nel dì a$
di giugno, inviò parte delle sue truppe verso Li-
vorno, e nel tempo slesso scrisse a Ferdinando
IH quanto appressò 4 La bandiera della repub-
blica francese è costantemente insultata nel porto
di Livorno: le proprietà dei negozianti francesi
sono violate: siccome poi la Toscana trovasi nel-
l'impossibilità di reprimere gl'inglesi e far rispet-
tare i dritti di neutralità, così il direttorio ve-
dendosi nel dovere di respingere la forza con la
forza, aveva ordinato di far marciare una divisio-
ne a Livorno, dove sarebbesi condotta coi pri il-
ei pi i di neutralità che veniva a mantenere, e però
si desiderava dal governo francese che si conti-
nuasse P amicizia tra i due stati ,,. Il granduca
dunque non avendo forze da resistere, si limitò
a fargli rispondere „ Nulla aversi a rimproverare
della condotta leale tenuta colla repubblica tìi
Francia , ma che non poteva riguardare senza
Ali. 1796. DEI TEMPI AUSTRIACI C 4P. 111. l5l
sorpresa il partilo ordinalo dal direttorio esecu-
tivo: egli però non avrebbe opposto alcuna forza,
ed avrebbe ancor conservata verso la repubblica
francese ogni buona corrispondenza, colla lusin-
ga che dopo migliori informazioni fosse per ri-
vocare la sua determinazione, mentre avea data
facoltà al governatore di Livorno per accordare
condizioni dell'ingresso „ (3.S).
§.2^. Frattanto i francesi celeremente marcian-
do condotti dal general Murat comparvero passato
TArno presso a Fucecchio con una banda di ca-
valli alla porla di Pisa, avendone già spediti altri
a Siena. E mentre salpavano gli inglesi, fuggendo
in Corsica colle lor merci, arrivarono i francesi
in Livorno. Poco dopo entrò Bonaparte medesi-
mo , contento d* avere scacciato da quel porlo
tanto opportuno gli odiali inglesi . Vi furon
teatri, applausi ed illuminazioni non per voglia,
ma per ordine e per paura. Il chiamavano Scipio-
ne, ed era per continenza delle donne, e non già
«Ielle ricchezze , per arte di guerra , non per ri-
spetto alla libertà della patria; degno rampollo in
tutto di un secolo grande per armi , e non per
virtù. Furono immediatamente presi i bastimenti
e le mercanzie degl' inglesi e degli altri nemici
della repubblica, i quali non s^eran potuti colla
fuga salvare. Furono staggiate le napoletane so-
stanze, e confiscate le inglesi , le austriache e le
russe ; furono inclusive investigati i livornesi
conti per iscoprirle, disarmati i popoli, ed occu-
pai»* le fortezze, e per far colme le insolenze fece
Ilonapnrte arrostare il governatore di Livorno
l5a AVVENIMENTI STORICI Alti 1 CO^rf
Spannocchi , supponendo che avesse favorito la
evasione de^baslimenti inglesi, e lo spedi al gran-
duca, scrivendo esser egli ben persuaso che S. A.
R. avrebbe dati deg.fi ordini per punirlo. Si co-
stringevano frattanto i negozianti^ affinchè sve-
lassero le proprietà dei nemici, ed eglino per Io
men reo partito offerirono cinque millioni di ri-
scatto. Le conquistale merci si venderono con
molte frodi da coloro che presedevano alla ven-
dita cou grave discapito della repubblica conqui-
statrice, che vinceva i soldati altrui.e non poteva
vincere i ladri propri del che si mossero a grave
sdegno e fecer grandi querele Belleville console
francese in Livorno per onestà di natura , e Bo-*
Raparle nel vedere che quanto succia vansi i pre-
datori era tolto ai soldati. Se ne vergognò anche
Yaubois generalesche da una parte era stato pre-
posto al governo di Livorno, e se ne lavò le mani
come di cosa infame. In somma fu rèa nel prin-
cipio P occupazione di Livorno, ma non fu mi-
gliore negli effetti: solo risplendè più chiaramente
la virtù di Vaubois e di Belleville (36).
g. a3. Lasciato in Livorno il generale Vaubois
con 2800 uomini di guarnigione, Buonaparte re-
cossi a s. Miniato, dalla qual terra si crede oriun-
da la sua famigliarsi recò in seguito accompagnata
da Berlhiei , dalla moglie , dallo zio Fesche ija
una parte dello stato maggiore nella stessa Fi*
renze , ove il granduca avea tolto-, poc* avanti r|
portafoglio della guerra ai Serrati per rinvestirne
il cavalier Fossorabroni , Ferdinando III Io ac-
colse coi più grandi onori, e gli dette un pranzo
An. 1796. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. 111. 1 53
magnifico; e condueendolo nella celebre gallerìa
di Firenze , Io servi da iuterpetre ai capolavori
dell'arte italiana; ma fin d'allora era stabilito che
tra le indennità da pagarsi alla Francia vi avreb-
bero parte i quadri ed i monumenti di scultura
di quel museo, non esclusa la Venere defedici.
Queste violenze ben dure a tollerarsi^ non anda-
vano neppnr raddolcite dalla iattanza colla quale
Bonaparte alle frutta dei pranzo e dopo la lettura
di un dispaccio, si era posto a dire, stropiccian-
dosi le mani „ eh! trattasi della resa della citta-
della di Milano e di Mantova, la sola fortezza che
vostro fratello ancora possegga nella Lombardia „
Ma ad onta di tutto ciò era intenzione di Bona-
parte che gli agenti dei direttorio francese si com-
portassero nella Toscana il nién tirannicamente
che fosse possibile, e nei suoi dispacci a Parigi
mosse non lievi parole in questo argomento. Era
intenzione poi di Bonaparte , come scrisse al
diteti orioli toglier lo stato a Ferdinando IH, a
cagione ch'egli era principe di casa austriaca. In
tal maniera voleasi trattare un principe amico ed
alleato della Francia dal generalissimo e da certi
agenti della repubblica, che in Italia non cessa-
vano di accusare la perfidia italiana e la malva-
gità del Machiavelli. E pei che questo tradimento
del Bonaparte verso il granduca avesse in sé tutte
le parti di un atto vituperoso, mandò al direttorio
che conveniva starsene quietamente, né dir pa-
rola che potesse dar sospetto della cosa , insino
a che il momento fosse giunto di cacciar Fer-
dinando (67). Il suo scopo dovea consistere in
1 54 AVVÉNIMÉNTI STORICI Atl. 1796.
addormentare il principe sino al momento in cui
si avesse il destro di prendere una risoluzione
sul di lui conto. Egli è con eguali vedute che in
un rapporto al direttorio, dopo aver detto che il
granduca vivamente pressato ad abbandonare la
Toscana, era nulladimeno restato nei suoi stati,
aggiungeva „. Questo contegno gli ha meritato
un posto nella mia stima „. Questa stima per al-
tro non impediva che il Bona par te non fosse
soddisfattissimo di avere in certa guisa un ostag-
gio nel fratello dell'imperatore, e non si sentisse
disposto ad usare di un tal vantaggio secondo le
occorrenze. Fu egli stesso quegli che suggerì al
direttorio l'ordine ricevuto di poi in un dispaccio
confidenziale di rapire il granduca, se l'impera-
tore veniva a morire, e se il fratello , ovvero il
suo erede presuntivo si mettesse in via per Vien-
na . Il dispaccio direttoriale conteneva eziandio
l'ordine di occupare militarmente la Toscana. Il
Bonaparte mandò al ministro di Francia Miot
residente in Firenze di tenerlo avvisato del mo-
mento in cui Ferdinando sarebbesi incamminato
alla volta di Vienna, ma l'imperatore non morì,
e Ferdinando non si mosse di Toscana (38).
g. 24. Presidiato Livorno. i commissari Salice-
ti e Garrau proposero al loro governo di occupa-
re eziandio Portoferraio nelP isola dell' Elba, ed
il direttorio nel giorno 11 di luglio scrisse a Na-
poleone che „ se credeva ciò utile lo eseguisse „.
Wa gl'inglesi furono più solleciti, e nel giorno o
dello stesso mese Nelson si presentò con impo-
nenti forze sotto quella piazza, e nel di seguente
Jil. 1796. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. 1 55
chiese che „ si pennellesse l'ingresso alle truppe
britanniche, le quali avrebberla presidiata per im-
pedire che l'occupassero i francesi „. Il governa-
tore toscano cedendo alle imperiose intimazioni,
consegnò la fortezza, ed il granduca fecesi allora
a protestare contro siffatta violenza di uno stato
neutro. II generale Bonaparte di ciò informato
disse al granduca „ che il direttorio esecutivo
sarebbe stato certamente autorizzato ad impadro-
nirsi per rappresaglia della Toscana, ma fedele
ai sentimenti di moderazione non avrebbe per
nulla alterato la buona armonia „. In questi sen-
si poi acerbi ed insieme tranquillizzanti scriveva
appunto quel condottiero, poiché avea suggerito
al direttorio che „ conveniva aspettar la decisio-
ne della campagna, prima di prendere un partito
conforme ai veri interessi della repubblica, giac-
ché allora sarebbe certamente convenuto alla
Francia di lasciare il granducato al fratello dello
imperatore „. Il direttorio acconsentì a tali sug-
gerimenti (39). Intanto il Manfredini volò a Pia-
cenza per decidere sull'esistenza della Toscana.
Bonaparte le permise ancora di vivere mediante
una contribuzione di due millioni, e la chiusura
de'suoi porti agl'inglesi, formula avventurosa, al-
l'appoggio della quale la Francia era sempre sicu-
ra di poter dire „ voi ne avete infrante le clau-
sule! „ imperocché volesse o non volesse Ferdi-
nando, gì' inglesi mettevan sempre il piede in
qualche parte (4o).
g. a5. La occupazione di Livorno fatta dai
francesi mise in gran costernazione la vicina re-
l56 AVVEDIMENTI STORICI Aìl. 1>96.
pubblica di Lucca, la quale considerandola cata-
strofe a cui vedea soggiacere per raccesa guerra
la misera Italiani propose di evitarne per quauto
possibile fosse i mali che seco recava. Determinò
primieramente quella repubblica di procacciarsi
la benevolenza dei francesi con ogni sorla di uf-
fici, ed anche colla forza dell'oro se fosse stato
di bisogno. Secondariamente fu sollecita di allon-
tanare qualunque motivo di lagnanza col fare am-
ministrare pronta ed imparziale giustizia, e con
alleggerire le miserie del basso popolo. In terzo
luogo finalmente dette cura d'invigilare che le
massime francesi non prendessero piede fra i
lucchesi, o almeno non allignassero in quel suolo.
X vantaggi di tal metodo erano potenti, percioc-
ché si ritardava per lo meno lo scoppio della tem-
pesta, e non si dava campo ai francesi di usare
il pretesto di sollevare l'oppressione. Venne in
quel tempo uno straniero a Lucca, e si esibì oc-
culto mediatore tra la repubblica e l'armata fran-
cese, promettendo egli di impegnare i capi della
armata a non occupar Lucca, né farvi passare le
truppe se non in modo amichevole, il che si oU
tenne in vero dalla repubblica lucchese mediante
per altro l'occulto sborso di sessantamila zecchi-
ni. In questo mentre il direttorio francese incul-
cava ai lucchesi il mantenimento di neutralità tra
le due repubbliche francese e lucchese. Ma poi
domandatosi dal Bonàpai'te seimila fucili a titolo
di requisizione,ed il passaggio di millecinquecento
uomini, i quali a spese della repubblica lucchese
si dovettero provvedere dei bisognevole, ciò di-
An. 1796. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. HI. 1§J
spiacque oltremodo ai lucchesi, essendosi accorti
della falsità della mediazione mal pagata allo stra-
niero che la promise. Volea poi Napoleone che
Lucca fosse feudo imperiale , ma due rinomati
senatori lucchesi Garzoni e Mazza rosa, spediti a
lui per implorarne la protezione, il disingannaro-
no per modo ch'egli mostrossene convinto, trat-
tando quella repubblica siccome libero stalo e del
tutto indipendente da Vienna. Afa se le parole del
generalissimo potevano alcun poco racconsolare
i padri lucchesi, i fatti che succedevano in Italia
gli uni dopo gli altri affliggevano al sommo. Tra
queste afflizioni per altro non v'era quella di te-
mere che si volesse cambiare il governo di ari-
stocratico in democratico, poiché pochissimi la
pensavano allora diversamente, essendo in fine la
nobiltà amata ed il suo governare stimato pater-
no; e ad oggetto di porsi in perfetta regola colle an-
tiche costituzioni dello stato crearono molti no-
bili che rimpiazzassero quei mancanti per le spen-
te famiglie (4 i).
g. 26. Il direttorio francese avrebbe» desiderato
di acquistare Pisola dell'Elba, nella quale il gran-
duca di Toscana possedeva Portoferraio con un
piccol distretto; nel restante il re di Napoli ne
aveva la supremazia col dritto di presidiare Por-
tolungone, e la famiglia Boncompagni ( signora
del vicino principato di Piombino ) vi possedeva
con giurisdizione feudale un abbondante miniera
di ferro. Era intenzione del direttorio di cedere
in cambio al monarca delle due Sicilie l'isola di
Corfù, con Pobbligo però che indennizzasse la
Su Tose. Tom. 11. 14
l5^ AVVENIMENTI STORICI Atl. 1797.
Toscana con una parte dello stato dVPresidii, ed
il principe di Piombino con una rendita corri-
spondente (42). I! ministro napoletano acconsentì
alla cessione dell'Elba, ma in vece di Gorfù chiese
in compenso la Marca d'Ancona, lasciandosi al
suo sovrano l'incarico di farvi acconsentire il pa-
pa. Ma Bonaparle nelTintendere tal proposizione
rispose semplicemente „ non potersi dalla Fran-
cia cedere ciò che non gli apparteneva (43)». An-
che il general Clarke avea l'istruzione „ di pro-
porre la cessione dei Paesi Bassi alla Francia, re-
stituendosi in cambio all'Austria le provincie di
Lombardia} oppure se più le fosse piaciuto, in ve-
ce della Lombardia, avesse la Romagna, la Mar-
ca d'Ancona ed il ducato di Urbino. Si assegnasse
la Marca di Fermo al re di Napoli, Roma al gran-
duca in cambio della Toscana,che sarebbesi unita
al Parmigiano per interessare la Spagna. Lascias-
se eziandio traspirare che la Francia non si sa-
rebbe opposta, se TAustria avesse unita ai suoi
stati la Baviera, dando per compenso all'elettor
palatino Roma col senese (44) » In mezzo a tan-
ta disparità di voleri, i toscani gioirono per esser
nato nel 3 d'ottobre dei 1797 l'erede dello stato
loro, qual fu l'augusto Leopoldo II felicemente re-
gnante.
g. -2,7. La creazione della repubblica cisalpina
ordinata da Napoleone angustiò le altre potenze,
ed appena si annunziò loro, meno che a Lucca,
fu subito riconosciuta dalle confinanti corti di
Turino, di Firenze e di Parma. II senato lucche-
se,che non era stato avvisato della creazione del-
An, 1797. DEITEMPIADSTRIACICAP.III. 1 5o,
la nuora repubblica cisalpina, dubitò di qualche
mala intenzione, e determinò di passar sopra alle
forme ordinarie, e mandò senz'altro a complimen-
tare il direttorio di Milano per averlo se uon
amico almen non nemico, al qual messaggio fu-
rono deputati i senatori Santini e Garzoni. Ciò
non ostante dopo la partenza dei due rispettabi-
li deputati , una mano di soldati cisalpini, par-
tendo da Massa ducale, entrò nel lucchese e si
portò ad occupare il Campacelo, porzione del di-
stretto di Montignoso (45). Avvenne ancora che
alcuni malcontenti della dominante aristocrazìa
lucchese si unirono in società segreta, e scrissero
al direttorio di Francia esser la repubblica tiran-
neggiata da pochi oligarchi. Onde affettar costoro
amicizia per i francesi, ma poi odiarli segretamen-
te, avevano una cura grandissima di tenere a fre-
no i patriotti. Per ovviare a questi mali, chiede-
vano che Lucca fosse unita alla repubblica cisal-
pina. Il direttorio comunicò quella rappresentan-
za al Bonaparle, invitandolo ad informarsi se il
voto espresso nella medesima era veramente quel-
lo dei lucchesi, ed in questo caso facesse quello
che credeva conveniente per aiutarli: ma Bona-
parle informato d'altronde che i francesi erano
ben liattati in Lucca, trascurò questo piccolo af-
fare (46).
g. a8. 1 francesi continuarono frattanto a pre-
sidiare Livorno, ma erasi di già conosciuto che
mediante uno sborso di denaro l'avrebbero sgom-
brato^ cosa in quella circostanza moderatissima.
Molto si negoziò su quest'articolo, e lilialmente
l6o AVYEK1MEHTI ST0E1CI Atl. 1797.
il Manfredini concluse con Bonaparte una con-
venzione in Bologna, nella quale fu stabilito,, che
le truppe francesi ed italiane si sarebbero rilira-
te da Livorno) col patto che gl'inglesi sgombras-
sero Portoferraio} che il granduca non permettes-
se il passaggio per la Toscana ad alcune truppe
delle potenze belligeranti, ed il porto di Livorno
goderebbe nuovamente la franchigia di neutralità,
e che il governo toscano pagasse alla Francia un
millione di lire tornesi,e rimborsasse alle diverse
comunità il prezzo delle somministrazioni fatte
alle truppe francesi (47) »v Gl'inglesi sgombraro-
no di poi da Portoferraio nel giorno 16 d'aprile,
e Bonaparte, non volendo più differire la spedizio-
ne che da tanto tempo bramava sopra Roma, de-
terminò che partissero i francesi da Livorno (4 8),
coirordine di traversare la Toscana, e marciare
sopra Foligno. Quattrocento dei romani ch'erano
stati inseguiti e bàttuti rimasero prigionieri e al-
trettanti si sbandarono, e per la terra del Sole
penetrarono in Toscana e vi si dispersero. Cer-
tamente in quella sovversione dell'Italia, nono-
stante la convenzione fatta ed eseguita, il gran-
duca non si credeva sicuro e viveva in continui
timori. E di fatti se proseguiva la guerra colTini-
peratore, il direttorio francese avea già stabilito
che „ non sarebbe stato conveniente di lasciare
il granduca a Firenze: gli si permetterebbe di ri-
tirarsi in Austria, e si lasciasse che i toscani da
sé stessi e senza turbolenze adottassero un libe-
ro reggimento,,. Ma col trattato di Gampoformio
svanì un tal disegno, e allora Bonaparte limitale
Alt* 1797. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. IIL l6l
sue operazioni a chièdere a Ferdinando IH un'al-
tra contribuzione di due millioni di franchi, col
pretesto che agevolasse le negoziazioni di altret-
tante cambiali per simile somma (49).
g. 29. Comparivano di fatti in questo tempo
nella Toscana persone da tutte le parti, che da
nessun altro scopo sembravano qui richiamate,
se non da quello di fare parlitanti alla Francia, e
di alienare i toscani dalla suggezione del proprio
sovrano, facendo loro sentire i sognati beni della
libertà. Mosso Ferdinando da sì torbido principio,
e convinto dalla esperienza che le leggi crimina-
li così moderale, come lo erano state dal suo au-
gusto padre proporzionatamente all'indole della
nazione,potevano essere di un incitamento ai faci-
norosi dei popoli vicini di condursi in Toscana
con danno della pubblica quiete, richiamò un
maggior rigore nei giudizi, ed aggravò le pene
per prevenire i mali e scoraggire i male inten-
zionali (5o). La pace di Campoformio rese final-
mente un qualche raggio di sicurezza alla misera
cotte della Toscana si crudelmente dilacerata
in tutti i sensi da circa tre anni. E tino a che fri
possibile di prestar fede a quella pace mentitrice,
il granduca seppe ben comportarsi colla trionfan-
te repubblica. Alcuni francesi erano stati insul-
tati a Livorno ed a Pisa, ed egli fece punire gli
autori di siffatti oltraggi. Dei propagandisti, geno-
vesi specialmente, tentavano di comporre una
rivoluzione nei suoi stali: prima d'infliggere i ca-
stighi mandò a chiedere a Bonaparte s'egli inteu-
•4'
l6a AVVENIMENTI STORICI Ali. 1798.
deva di proteggerli, e non esegui gli arresti , i
processi, gli esilii che dietro le riportate licenze.
Il governo provvisorio delia Liguria domandò so-
disfazione,e questa le venne accordata col permet-
tere ai non turbolenti e temperati genovesi il
potei portare la coccarda nazionale ligure anche
in Toscana (5i).
g. 3o. Intimato dal commissario Haller al pa-
pa Pio VI di partire da Roma, essendo i suoi slati
instituili in repubblica, s'incamminò col seguilo
di pochi familiari alla volta di Toscana, ed ac-
compagnato dai francesi tino ai contini giunse a
Siena, accolto quivi in un convento di religiosi
agostiniani, vi dimorò tre mesi, fintantoché per e-
vitarei frequenti terremoti che accaddero in quel-
la città passò ad abitare nel chiostro della Certo-
sa presso Firenze, dopo che peraltro il granduca
n'ebbe avvisato il direttorio. Ma la presenza del
pontefice sul continente, particolarmente in paese
sì vicino a Roma, dava sospetto ai repubblicani;
per lo che ordinarono che si trasferisse in Cagliari
di Sardegna. Le benigne persone a lui sempre
affezionate rappresentarono che né la sua età né le
infermità permettevano che a quel viaggio maritti-
mo s,accomodasse.A.uche il le di Sardegna procurò
di esimersi dal divenire custode del papa; per ia
qual cosa Pio VI fu lasciato stare nella Certosa
insino a che venuti in Italia i tempi pericolosi
pei repubblicani lo trasferirono in Francia. Ap-
pena scaccialo da Roma il papa, si pensò a fare
altrettanto dei cardinali, i quali furono arrestati,
rinchiusi in un chiostro, e quindi condotti a Ci-
Aa. 1798. dei temp; austriaci cap. ih. iG3
vita-vecchia, e trasportati e dispersi sulle coste
di Toscana, delle due Sicilie, e del veneziano (5a).
g. 3 1. Risolutasi in Napoli la guerra, Mack for-
mò il vasto disegno d'invadere lo stato pontificio
in diversi punti, e intanto spedire per mare una
divisione in Toscana per minacciare i francesi
alle spalle. Quest'opera fu da lui commessa ad
una schiera di napoletani sotto il comando del ge-
nerale Naselli in numero di circa 6000 uomini e
posta su navi inglesi e portoghesi governate da
Nelson, sbarcò a Livorno (53). onde fare insorge-
re la Toscana, e prendere le comunicazioni tra
l'esercito di Roma e quello dell'Italia settentrio-
nale. Il loro generale Naselli non omise dal perse-
guitare Tuna, e di porre a rubagli altri, mentre il
granduca, tìngendo di cedere alla violenza d'una
forza maggiore, spedì un corriere straordinario a
Parigi, ed implorò l'aiuto de'francesi perisbrigarsi
da'violatori della neutralità.! soccorsi giunseropiù
improvvisamente ch'ei non credeva, poiché Cham-
pionnet entrò in Roma ed in Napoli,ed i napoletani
abbandonarono Livorno. Essendo stato intimato
ai napoletani, menli'erano vicini aRorna, di de-
porre le armi, Damas fuoruscito francese rispose
militarmente, e retrocedette per la via Cassia col
disegno di recarsi ad Orbetello. Due squadroni
francesi l'inseguirono sino alla Storta, e con una
scaramuccia gli toUero cinque cannoni. Keller-
man ch'era in posizione a Ponte-Felice , intesa
la direzione di Damas, marciò lateralmente a de-
stra, e ne raggiunse la retroguardia presso To-
scanella. Si combattè quivi per due ore con varia
l64 AVVENIMENTI STORICI Art, 1793.
fortuna, e fratturilo la maggior parte della divisio-
ne napoletana essendo giunta ad Orbetello, Da-
mas si ritirò colla retroguardia in questa debole
fortezza, e convenne con liellerman di potersi
imbarcare tranquillamente, abbandonando Tarti-
glierìa. II distaccamento che occupava Civita-vec-
chia s'imbarcò égli pure, e così i napoletani es-
sendosi allontanati da ogni parte, Viterbo ch'era
rivolto rientrò in ossequio, ed i consoli da Pe-
lugia ritornarono a Roma (54). In pari tempo il
re del Piemonte con i suoi reali dovendo abban-
donare la sede dei loro antenati, scortati da 80
soldati a cavallo francesi e altrettanti piemontesi
giunsero a Livorno. Condussersi gli esuli princi-
pi in Parma, poi in Firenze, e quivi furono ac-
colti dal granduca, come si conveniva al grado ,
alla parentela ed alla disgrazia . Partitosi poi da
Livorno lo sventurato re arrivò al cospetto di
Cagliari , dove potette fare una protesta d'essere
stato improvvisamente assalito da una potenza
alleata, senza averle mai dato motivo d'essere in
simil guisa trattato e spogliato a forza del regno
avito (55).
§. 3a. I nuovi rumori che facevansi intorno
alio stato toscano, ed i nuovi preparativi di guer-
ra che minacciavano ogni giorno più i principi,
fecero provvedere alla comune sicurezza. Ferdi-
nando adunque tanto per vegliare al manteni-
mento dell'ordine pubblico, quanto per far rispet-
tare la sua neutralità, si pose a levar delle truppe
e ad organizzare delle milizie, arruolando nuovi
corpi di volontari da unirsi ai battaglioni delle
Ali. 1798. DEI TEMPI AUSTRIACI GAP. HI. l65
bandepreseduledagPuffiziali della truppa regolata
per opporsi colla forza alla forza (56): il suo primo
bando, ancora assai misurato, uscì il aa novem-
bre deiranno 1798. Due otre giorni dopo con un
altro scritto fece un appello ai possessori di terre
ed ai coltivatori, invitando i primi ad indanniz-
zare i secondi dell'abbandono in cui lasciavano
i loro lavorile promettendo di fornir loro le armi:
poscia fu pubblicato un indirizzo ai capitoli ec-
clesiastici ed ai conventi, per indurli a consegna-
re quanto essi possedevano di effetti in oro ed
argento: chiamaronsi quindi le comuni dello stato
a voler concorrere in un imprestito di 800,000
scudi (57).
g. 33. Fu grande in quest'anno il terrore dei
senatori lucchesi, sapendo che la milizia cisalpina
si accostava alla lor patria dalla parte di Massa.
Quella soldatesca per ahro in numero di soli 600
uomini non fece che pernottare nei contorni di
Lucca, e la mattina partì per la via delia Garfa-
gnana per tornarsene a Massa*, e pare che Pog-
getto di tale spedizione fosse di dar mano ad una
rivoluzione in Lucca. In questa guisa la saviezza
del governo, e la piccolezza del numero dei no-
vatori fecer sì che la quiete non fu niente alte-
rata in quel frangente. Un passo più sfacciato fe-
cero i cisalpini di Massa, poiché occuparono ar-
mata mano la terra di Monlignoso, e vi pianta-
rono l'albero così detto della libertà. A questo
male però era pronto il rimedio, l'orciocchè il
Berthier, allora generale in Italia, avendo chiesto
ai lucchesi un millione di franchi, sotto il mode-
l66 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1798.
sto titolo di prestanza fruttifera per soli tre mesi,
e con offrire cauzioni a piacimento, sebbene per
le cure del Garzoni convenisse di accettarne soli
quattrocentomila, il Berthier, dico, dette órdini
i più assoluti, i più perentorii al governo di Mi-
lano per la restituzione della terra di Montignoso
come tosto accadde. Sennonché ei non volle che
la gratitudine si mostrasse soltanto dalla sua par-
te, ma costrinse eziandio i lucchesi a dimostrar-
gliela dalla parte loro col pagargli altre aoo.ooo lire
tornesi. Il Berthier nelfassestare i lucchesi, ser-
viva anche ai tini ed espressi voleri del governo
francese. Non erano per allora maturi i destini
di Lucca, poiché essendo Bonaparle stato consul-
tato dal direttorio sulle cose dltalia, aveva detto
espressamente „ che una mutazione nel governo
lucchese non arrecherebbe verun vantaggio alla
Francia, la quale nel presente sistema ha il mag-
gior predominio sulla Toscana, egualmente che
sopra Lucca, e che il conservarla intatta poteva
essere una prova della generosità e lealtà france-
se verso quei governi che la rispettavano e si
fidavano in lei (58) „.
g. 34. Si comandò frattanto dal governo mi-
lanese al Garzoni, inviato dei lucchesi a Milano,
di lasciare quella capitale della repubblica cisal-
pina in termine di i(\ ore5 e & esser fuori degli
slati entro lo spazio di tre giorni. Rotto così ogni
freno verso i lucchesi, non è da maravigliarsi se
viepiù i cisalpini insolentivano, siccome fecero
dal lato di Montignoso . La cosa andò tanto in-
nanzi, che cinque in seicento uomini andarono da
u4tt. M9S. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. IH. 167
Massa ducale ostilmente sopra la detta terra: il go-
verno lucchese avea colà mandalo una mano di sol-
dati stanziati, a cui s'erano unite le bande paesane
per difendere in caso di aggressione il territorio.
Ma i lucchesi, quando videro impostarsi i cisalpini
per lo sparo della loro moschetterìa , fuggirono
come non assuefatti al fuoco, lasciando la terra
indifesa, che fu tosto occupala dal nemico. Lo
spavento che nacque da questo fatto scemò per
altro ben presto, poiché i cisalpini abbandonaro-
no la preda e se ne ritornarono in quel di Massa.
Un tal procedere al tutto ostile, anzi più proprio
dei masnadieri che d^un governo , determinò il
governo lucchese di mettersi sulle difese, invian-
do della forza regolare a Camaiore e Viareggio ,
terre vicine al punto inquietato per coprirle da
ogni insulto. Su di che poco si poteva sperare;
come l'esperienza avea fatto vedere, quantunque
soldati e paesani mostrassero tutti delle eccellenti
disposizioni, perciocché il paragone del governo
cisalpino col lucchese serviva a mette» questo in
una più bella luce (59).
g. 35. Il senato lucchese fece note le sue scia-
gure ai capi francesi in Italia, e siccome le stesse
ragioni di mesi innanzi vigevano sempre presso
il governo francese per non far cangiare allora le
sorti di Lucca, così il generalissimo Brune ed il
ministro francese presso il granduca di Toscana
proposero ai lucchesi di spedir nuovamente un
oratore alla repubblica cisalpina , assicurandoli
che sarebbe slato ascoltato. Per le slesse ragioni
non irovarono protezione presso il Talleyraud
l68 AVVEDIMENTI STORICI Ali. 1798.
due soggetti che si dicevano deputati del popolo
lucchese, i quali, trasferitisi in quella metropoli,
chiedevano in nome della nazione lucchese la
unione della repubblica cisalpina . Il ministro li
cacciò via, dicendo non volersi la Francia impac-
ciare degli affari dei governi stranieri, il che era
vero allora quanto a Lucca soltanto. Questi due si
facevano forti nella loro dimanda sopra una lista
di circa tremila nomi di persone consenzienti. Fu
però verificato che false erano quelle firme nella
generalità, pochissime le vere, e di queste la mag-
gior parte estorta colla seduzione del denaro .
Frattanto il Brune ritenne le truppe massesi
dallo insultare ulteriormente i lucchesi nel ter-
ritorio di Montignoso , figurando di proteggerli,
per avere uno dei soliti pretesti di ottenerne in
ricompensa dell'oro. La domanda fu di due mil-
lioni e trecentomila lire tornesi, parte in contante,
parie in cannoni e munizioni do guerra, olio, co-
rami, tele e panni. Frattanto promettevasi mari
e moDti alte repubblica,se dava il domandato con-
tingente , e minacciavasi in caso contrario di
avere colle armi quello che adesso domandava
cortesemente e con offerta di largo compenso, t
padri dopo molti inutili sforzi consentirono che
fosser pagati ai francesi franchi ottocentomila a
diverse scadenze dietro V obbligazione scritta ,
che la Francia assistesse nel congresso di Ra-
sladtalla conservazione dello stato di Lucca nella
solita sua forma, con altre obbligazioni di minore
entità (60).
g. 36. I frequenti forti sal.issi che dai francesi
An. 1798. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. 111. 1 69
facevansi al tesoro lucchese, lo avevano da qual-
che tempo assai impoverito, sicché per far fronte
a nuovi obblighi, se mai non si fossero potuti
evitare, avea il senato prudentemente invitato i
facoltosi ad un imprestito, e stabili di fondere il
vasellame d'argento destinato al servizio del pa-
lazzo pel valore di scudi i5,ooo, e s'invitarono i
luoghi pii a spogliarsi a prò del pubblico degli
argenti lavorati, promettendo di pagarne un fruito
conveniente sul capitale da restituirsi a tem-
po debito, ed a somministrare del contante alle
stesse condizioni. Ma i commissari francesi non
erano mai sazi di denaro, ed infatti si tornò verso
la fané del 1798 a tentarla repubblica di Lucca
per aver oro e molto. Questa volta però i senatori
ricusarono di consentire alla proposta non che in
tutto ma neppure in parte, né si lasciarono svol-
gere per lusinghe o per minacele. Da che venisse
questa fermezza di una negativa assoluta non si
può dire per certo, ma forse la infondeva il vede-
re in mala condizione le cose di Francia nella
penisola (fi 1 .
§. 37. In tempo che incominciarono le ostilità
in Italia, il general francese Scherer attese imme-
diatamente a disporre il suo esercito per recarsi
sulle offese} spedì Gauthier con una divisione ad
occupare la Toscana, e così proteggere la ritirata
di Wacdonald. Partito questi a'7 di maggio da Ca-
sari a. con 17 mila uomini giunse a'i4aRoma, ai
:*4 a Firenze, ed 8^2,9 a Lucca. Egli avea lasciati
deboli presidi i nelle fortezze che occupava nella
bassa Italia, ed uniie a sé le truppe di Gauthier
SI» Tose. Tom. 11. 15
1^0 AVVENIMENTI STORICI Art. 1799.
sul principio del giugno, erasi accampato a Pi-
stoia,inviando frattanto il generale Dombrowscki
per la valle di Magra ad impadronirsi di Pontre-
moli. allora Moreau diresse il generale Lapoype
con un distaccamento di liguri e francesi ad occu-
pare Bobbio; e mandò la divisione di Victor a
Pontremoli, mettendola sotto gli ordini di Mac-
donald. Propose quindi a costui di recarsi con
tutte le sue truppe per la valle della Marra sulla
Trebbia, mentresso contenendo i collegati sulla
Bormida sarebbe marciato per Tortona ad unirsi
secolui a Bobbio. Macdonald però avrebbe prefe-
rito che Moreau stesso si portasse coi suo eser-
cito a. Pontremoli, e discendesse per la valle del
Taro, mentresso marciando per Modena sarebbe
venuto ad incontrarlo fra Parma e Piacenza. Con
questi movimenti egli sperava di battere separa-
tamente Tarmata dei collegati, sparsa sopra una
vasta superfice, tagliar la loro linea di operazione,
togliere il blocco di Mantova, e forse ricuperare
quanto i francesi aveano in due mesi perduto. I
due condottieri fra loro distanti non stabilirono
alcuno di questi disegni, e frattanto Macdonald
incominciò ad eseguire il suo, e s'incamminò ver.
so la Trebbia, ove non potendo sostenersi, tro-
vandosi privo del soccorso che aspettava, e non
avendo notizie precise della marcia di Moreau,
ordinò la ritirata in due colonne, e ne diresse
una per le valli del Taro e della Macra sopra Luc-
ca, e l'altra per Modena a Pistoia. Ma il Macdo-
nald sul principio di luglio abbandonò la Tosca-
na, e consegnò a Moreau i3ooo uomini che gli
^«.1799. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. I?i
erano rimasti, e con questi Tarmata francese in
Italia ascese e 4^000 combattenti (62).
§. 38. Appena sul fine del precedente anno
s'intese lo sbarco dei napoletani a Livorno, Fou-
bert ingiunse subito a Serruiier di radunare la
sua divisioue a Modena, e per Pistoia recarsi a
Lucca, mentre Miollis con tremila cisalpini vi si
sarebbe portato dalla parte di Massa. Serrurier
pubblicò da Modena un bando, in cui annunzian-
do che entrava nel granducato unicamente per
discacciare i napoletani e gTinglesi da Livorno,
diceva ancora che portavasi nel lucchese, non già
per distruggere il governo, ma con promessa di
far rispettare le persone, le proprietà e la religio-
ne. Giunse difatti a Pistoia il Serrurier generale
di divisione con varie migliaia di soldati. I padri
lucchesi mandarono tre senatori ad incontrarlo
per istornare almeno l'ingresso delle soldatesche
in città. Adunavasi pure nel medesimo tempo a
Massa, sotto il comando del generale di brigata
Miollis, ed anche a questo furono mandati amba-
sciatori pel suddetto effetto. Nei giorni 2 e 3 del
1799 entrarono in Lucca le soldatesche dal lato
di Pistoia sotto il comando del Serrurier, e il dì
4 le altre dal lato di Massa sotto gli ordini del
Miollis, che in tutto sommavano 6000 uomini tra
fanteria e cavallerìa. Grande lo sbigottimento di
ogni ordine di persone, e deserta pareva Lucca
nell'entrare delle truppe. Appena giunto in Luc-
ca il Serrurier ripetè al popolo le cose medesime
promesse col bando pubblicalo da Modena, assi-
curando di più che ciascuno sarebbe stato man-
iyH AVVENIMENTI STORICI j£n. 1799*.
tenuto nei suoi diritti, e che niun cambiamento
di governo sarebbe accaduta Nel punto però che
faceva noti al pubblico tai sentimenti, teneva al-
tro discorso con quei che a nome del governo lo
attorniavano per onorarlo. * O date tostor ei di-
ceva loro, cinquemila zecchini, e in seguito due
millioni di franchi, ed avrete libera la città come
prima , subito che i napoletani abbiano abban-
donato Livorno, oppure esponetevi a vedere, giu-
sta gli ordini che ho, cangiare il governo d'aristo-
cratico in democratico, ed esigere sulla sola no-
biltà le somme richieste, e guarentire l'osservanza
de'miei comandamenti con quattro statichi della
vostra condizione ,„ Mentre fu sodisfatto colla
prestezza voluta alla prima richiesta dei 5ooo
zecchini, il generale dichiarò con una sua lettera
che l'imposizione dei due millioni dovea pagarsi
dalla sola nobiltà, ed aggiunse che doveano som-
ministrare artiglieria,, fucili, e le corrispondenti
munizioni necessarie alla difesa delle coste e del
golfo della Spezia: panni per vestire 3aoo soldati,
dodicimila camice, altrettante paia di scarpe. E
come se tutto questo fosse poco, mandò i! Serru-
rier a suggellare le pubbliche casse, dicendo es-
ser proprietà francese il danaro che vi si conte-
neva, dopo averne presa perse una buona somma
in oro come per mancia (63).
g. 39. Tante richieste spaventarono i senatori
lucchesi, e quel che più ^affligge va e sgomentava,
era l'ingiustizia insopportabile che la sola nobiltà
dovesse contribuire ad una gravezza si enorme.
Ma pure in tanta piena di mali non si smarrì il
jill. 1y99. DEI TEMP/ AUSTRI VCI CAP. III. 1 70
senato lucchese, poiché comandò una colletta «li
oro, d^argento, di gioie,cJi numerario da tutti i nobili
senza distinzione di sesso,nè di stato: domandò al-
trettanto alle chiese^ ai corpi ecclesiastici e luoghi
pii per approntar denaro. Spedì un senatore al
Joubert generalissimo per impetrare di poter di-
sporre delle somme sequestrate nelle pubbliche
casse, in conto di due millioni. Joubert conde-
scese a questa inchiesta, ed i lucchesi pagarono
di quel del pubblico seltecentomila lire tornesi,
e per un millione e trecentomila dovette corri-
spondere la nobiltà in men di un mese, con ag-
gravio pesantissimo de'singoli nobili, alcuni dei
quali ebbero a dare oltre il valore della rendita
di un anno del patrimonio loro. All'agonìa di quel
pagare così esorbitante altre cose unironsi per
viepiù addolorare i senatori. Le umiliazioni che
pativano, erano grandi, ed inuniti erano gl'imba-
razzi a cui si trovavano. I novatori lucchesi quan-
tunque in piccol numero, e col nome di patriot -
ti, incoraggiti dalla presenza di una forza protet-
trice alzarono il capo, parlando contro Paristo-
crazìa e contro i nobili,chiamando tirannide la pri-
ma e tiranni i secondi . Era in sostanza P am-
bizione e Pinteresse che faceali sparlar cosi nelle
piazze, nei caffè e nei pubblici ridotti, sperando
da un cambiamento di governo impieghi ed ono-
ri. Costoro fermentarono tanto, che fecero deter-
minar Serrurier dj proporre ai senatori lucchesi
una vaiiazione di governo. Egli peraltro non vol-
li* (wr allora porre la mano fraiv.a in questa ma-
teria, forse per andar cauto, non essendo anche
1J/} AVVEDIMENTI STORICI Ali. 1799.
sicuro dell'etfetlo che un violento cambiamento
nell'ordine politico avesse colà ingenerato, e spe-
cialmente sulla numerosissima popolazione delle
campagne ch'era affezionala alla nobiltà ed al go-
verno, ed odiava i francesi. Questa popolazione a
tanto arrivò che si lagnava alla scoperta di non
essere stata chiamata in tempo a difesa della cit-
tà, stimando per avventura nella semplicità sua
che fosse la forza di Francia quella e non altra
che occupava Lucca (6£).
g. 4o. Finalmente il dì j 5 di gennaio del 1799.
stanziò il senato quanto appresso „. Si faccia ri-
torno all'antica costituzione democratica d^lTo
stalo lucchese, e perciò s' intenda annullata la
legge del 1 556, detta martiniana ( per cui era stato
limitato il numero degli eligibili al governo ) co-
me altresì quella del 162,8 ( che determinava le
famiglie su cui cader doveva la scelta dei gover-
nanti ). Ogni titolo, ogni distinzione che sollevi
un cittadino sopra l'altro si tolga di mezzo. Do-
dici senatori vedano se intiera o modificata deb-
ba riassumersi l' antica popolare costituzione, e
se ne consiglino anche con chi piacesse loro. Il
presente governo seguiti a modo di provvisione
lino a che il nuovo non sia in atto „ I senatori
scelti al fine suddetto si accinsero all'opera con
molto zelo, e chiamarono a consulta i patriot ti
per vedere di conciliare te diverse opinioni. Fu
dunque decretato il dì 2,8 gennaio che per la cit-
tà fossero eletti dalle parrocchie quarantaquat-
tro soggetti^ e per la campagna dalle vicarie cin-
quantaqualtro uniti a sei scelti nel suo numero
Atl. 1799. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. IH. tj'5
dal senato dovessero esser gl'interpetri della vo-
Ionia universale in ordine al futuro reggimento,
purché democratico, ed in ordine ai futuri leg-
genti. I nobili, ì preti, i frali ed i servitori furo-
no tutti esclusi dalfintervenire alle sessioni delle
parrocchie e delle vicarìe (65).
§. 4 •• Giunse il dì prescritto per le adunanze
di quei delle parrocchie e delle vicarìe. La scelta
dei deputati cadde sopra soggetti degni della co-
mune fiducia. Propalate le elezioni, i patriot ti se
ne rammaricarono, perchè videro così finita per
essi ogni speranza d'impieghi, ci' onori, e di iucru
pecuniario, primo e forse unico scopo delle mas-
sime che professavano. Quindi si misero atlorno
al Serrurier, scongiurandolo a provvedeie alfa
causa loro. Il generale mostrò di lasciarsi vincer»-*;
promise aiuto. Il dì seguente ristrettosi egli con
alcuni patrioti!, nei quali aveva maggior fiducia,
disegnò un nuovo governo alla foggia di quello
di Francia, ad imitazione della costituzione delia
repubblica ligure, e destinò i suggelli che dove-
vano amministrarlo come più gli piacque, burlando-
si cosi della data fede e del giudizio proferito da
una intiera nazione col suo assenso. Compiuta
l'opera nei segreto ili pochi, il Serrurier portossi
a palazzo, accompagnato dai maggiori suoi uffi-
ciali, e presentatosi a qu« i eh'erano destinati al
nuovo governo, unitamente ai senatori, pronun-
zio in presenza degli uni e degli altri un discorso,
col i|imJe comandava che in Lucrasi organizzai*
le un governo intieramente democratico, ed in-
tanto presentò ..i governanti ini ifstema di or-
1?6 AVVENIMENTI STORICI Att. 1 79$,
ganizzazione provvisionale, al quale invitò i luc-
chesi a conformarsi. Al gonfaloniere e senatori
parlò in questa guisa „ Gli ordini del generale in
capo dell'esercito d'Italia mi conducono oggi ìq
questo luogo per dichiararvi una gran verità, e
farla mettere in pratica. L'uomo è nato libero e
domanda di entrare nei suoi diritti. In conseguen-
za o signori, da ora in avanti non esiste più fra
voi condizione alcuna privilegiata di persone, e
tutti gli uomini sono eguali. Ho scelto dalla mas-
sa i cittadini destinati a governare per modo
provvisorio la repubblica di Lucca (66) ,,.
g. 4^. Dolenti i senatori per l'imminente di-
sastro della patria , ma non avviliti } cedettero
alla necessità, e lasciaron vuoti quei seggi che
onoratamente occupalo avevano essi ed i loro
antenati per circa due secoli e mezzo: così termi-
nò il governo aristocratico a Lucca . Il governa
dal Serrurier istituito in quella città per modo
di provvisione,consisleva in un potere legislativo,
con due consigli, uno detto dei giuniori di qua-
rantotto membri, e l'altro chiamato dei seniori
di ventiquattro, ed un potere esecutivo nominato
direttorio di cinque soggetti. In oltre cinque mi-
nistri furono creati, cioè per le finanze , per gli
affari esteri, per Pintemo, perla giustizia, guerra
e marina. La scelta di questi nuovi moderatoli
benché presi dalla massa,come il Serrurier annun-
ziò, non fu fatta peraltro senza giudizio. Si ebbe
un talqual riguardo ai talenti,alla civiltà della con-
dizioue.ed anche al buon nome. Molti erano vera-
mente cabli democratici, ma non pochi professava-
An. 1799. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. 177
no dei principii moderati, ed i nobili non furono
totalmente esclusi.4ppena accaduto il cambiamen-
to,! democratici non capivano in sé dall'allegrezza.
Dicevano d'esser rigenerati , lodavano a cielo i
francesi per tanto bene, ed avrebber voluto mol-
tiplicare quel giorno come il più bello della lor
vita . Partecipato che ebbe il nuovo governo lo
esultamento suo alle repubbliche ed alle potenze
italiane , dalle quali per altro non sappiamo se
avesse Lucca risposta veruna , scrisse a Parigi ,
ma con egual sorte: di tal cosa dovettero sentire
i lucchesi una non lieve amarezza. Una legge. che
riuscì nell* insieme la più salutevole per quello
stato, fu l'abolizione dei tidecommissi. come otti-
ma fu pure la provvisione di proibire ogni tor-
mento negli esami di cose criminali. Questo bar-
baro costume trova vasi tuttavia in Lucca, sebbene
per l'applicazione dei tormenti fosse allora men
crudele di quello ch'era in antico. Furono in ol-
tre invitati dal nuovo governo i regolari dell'uno
e dell'altro sesso ad uscire dai loro conventi, do-
mandando per altro la secolarizzazione nelle for-
me prescritte dalla chiesa, ma nessuno secondo
tale invito (67).
g. 43- Frattanto sotto il nuovo governo luc-
chese niuna libertà regnava ne'consigli pubblici,
che ogni cosa dovea farsi a voglia dei francesi ,
volendo il governo servo e pieghevole ad ogni
ingorda e strana dimanda . Oppressi i nobili per
causa dello sborso di due millioiii, furono gravati
di un mezzo millione gli ecclesiastici, J più ricchi
possidenti dopo di loro. La risoluzione di attor
1?8 AVVENIMENTI STORICI Atl. 1799.
zare e vettovagliare la città, servì di pretesto a
questo gravissimo peso, ma la versa/ione di quella
somma non corrispose al destino che avean detto
d'impiegarla. La libertà civile in Lucca era nulla,
com'era la politica. L'alta polizzia stette per alcun
tempo in mano dei francesi, quindi regnava il so-
spetto, la paura, il terrore. A chi tra i nobili non
rimpatriava si minacciava di confiscare i beni ; a
chi tra i contribuenti non pagava, si diceva che
sarebbe condotto al castello di Milano. Tanto nu-
merario levato di circolazione, che si calcola a
circa tremillioni di scudi, tanto spavento incusso
negli animi dei facoltosi, avean fatto quasi cessa-
re ogni traffico, ogni lavoro. Da ciò ne venne la
pubblica miseria, e le lamentevoli voci degli ar-
tigiani e dei giornalieri. In (ine da una felicità
genera le, i lucchesi eran venuti ad una generale
miseria. Il governo non era amabile, ma dolce
più per necessità che per volontà (68).
g. 44* Sparsasi voce d'essere entrati i tedeschi
nella Toscana, i lucchesi, specialmente quei di
campagna, fecero notabili dimostrazioni di gioia
con fuochi ed illuminazioni, e con abbattere il
piantato albero della libertà, dove dai partitanti
francesi era stato inalzato. I francesi d'altronde
ed i patriolti temendo di una popolare insurre-
zione contro di loro, procurarono di sedare il tu-
multo, ma svanito quel moto per aver saputo che
vana era la notizia, vollero i francesi nonostan-
te avere in mano una guarentigia, e impadronen-
dosi di un certo numero di nobili, furono spediti
all'isola di s. Margherita, ove soffrirono privazioni
An. 1799. DEITEMPIAUSTRIACICAP.III. 179
d'ogni genere, e quindi mandati a Digione luogo
stabilito loro per confina Vari arresti furon fatti,
ed una commissione militare francese prese ad
esaminare i supposti rei, ma tutti rimaseroassoluti,
salvo un prete condannato a. due anni di prigio-
nìa.Il passaggio della soldatesca del IVIacdonald per
Lucca finì di rovinare il tesoro di quella repub-
blica, e fu d^uopo al governo, per riparare ai biso-
gni urgentissimi, ricorrere ai mezzi straordinari
generali, ciò che finallora non avea fatto. Fu dun-
que posto un balzello su tutte le finestre delle
fabbriche abitate tanto urbane che rurali. Ma le
battaglie perdute dal Dlacdonald alla Trebbia,
combattendo cogli austriaci e coVussi, troncarono
ogni speranza ai francesi. Finalmente essendo gli
austriaci arrivati a Firenze col generale Schneider,
ed avanzandosi già verso Lucca, faceva d'uopo ai
francesi, deboli com'erano, di lasciar quel paese
pigliando la via di Genova.
g. 45. In tal frangente congregatisi i due con-
sigli decretarono che il dì 17 di luglio si des-
se mena potestà al direttorio di far tutto ciò che
convenisse alla quiete ed alla sicurezza dello sta-
to. Fatto il colloquio, nel giorno medesimo ne
risultò che si elessero dieci soggetti nobili presi
tra i più accetti alPuniversale, al fine di governar
lo stato a modo di provvisione. Un bando del di-
rettorio annunziava questa determinazione al
pubblico, raccomandando nel tempo stesso mo-
derazione e, tranquillità. Appena peraltro che fu-
ron parliti i francesi, lo che fu verso la sera del ìy
luglio, s'incominciò a folleggiare con gioia tumul-
l8o AVVENIMENTI STORICI An, 1799.
tuosa. Nel giorno del 18 fu anche più grande il
clamore per la gente di campagna venula in folla
a prender parte a quella sregolata allegrezza. Molti
de'patriotti minacciati dal popolo si nascosero,
e molti soprappresi dalla paura se n'eran partiti
coi francesi alla volta di Genova. In mezzo a tali
schiamazzi giunse nel giorno stesso dal lato di
Firenze qualche centinaio di soldatesca austriaca,
la qual servì a tranquillizzare gli onesti cittadini
nemici delle violenze e delle reazioni. I tedeschi
furono accolti come liberatori, come salvatori.
Certamente parve un bellissimo preludio agli ari-
stocratici che il generale RIenau nel creare una
nuova reggenza il 24 luglio, la quale intitolò reg-
genza provvisionale della città e dello stato di
Lucca, la componesse dei dieci soggetti che for-
mavano appunto il collegio ultimo degli anziani
della repubblica aristocratica (69).
g. 46. Ferma la reggenza nel principio adot-
talo di sostenere in genere l'indipendenza e la
libertà lucchese, conservò primieramente il no-
me non solo, ma le forme altresì della repubbli-
ca. Richiamò gli uffizi e i comitati per le diverse
attribuzioni, come al tempo passato. Si rivolse
quindi a Vienna per ottener patrocinio alla spi-
rante repubblica lucchese, ma non ottenne sodi-
sfacenti risposte. INon fu neppur trascurata l'oc-
casione di raccomandare la sorte di Lucca ai due
generalissimi in Italia tedesco e russo, il Melas
cioè ed il Suwarow, ma non ne ottennero i luc-
chesi inviali che buone parole. Qui fa d'uopo il
sapere che fino dal 3o luglio era venuta ai lue-
An. 1 799. dei tempi austriaci cap. in: 181
chesi l'intimazione dal general Klenau di conse-
gnare al comando tedesco tutti i cannoni e tutte
le armi della nazione per portarsele via. Ma non
ostante che dal generale Suwarow fosse stato
promesso, che cessato il bisogno quelle armi da
guerra sarebbersi restituite ai lucchesi, pure rav-
viso dato loro dal Klenau fu di tale amarezza
neiruniversale dei lucchesi da credersi appena.
Dicevasi da essi che l'artiglierìa lucchese non po-
teva essere d'uso alcuno né per campagna né per
fortezza, perchè troppo pesante js di un calibro
affatto fuori di uso, e che gli schioppi per questa
ragione e per esser logri dal frequente nettarli,
erano pure inutili; ma non valsero né ragioni né
lamenti, e bisognò cedere. Erano i cannoni da
cento venti, tutti di grosso calibro, e due ve ne
erano di oltre libbre dodicimila Puno. Eran tutti
di bronzo, e alcuni distingue vansi per la ricchez-
za degli ornati e delle figure. Il valsente di questa
artiglierìa fu stimato di un millionee centosedici-
mila lire lucchesi, compresi gli schioppi, per la
più parte inutiIi,ch',erano nella pubblica armerìa,
la quale altresì rimase spogliata del tutto. Se par-
ve durissimo quello spoglio, insopportabile riu-
scì il comando de'medesimi tedeschi. che le spese
di trasporto dovessero soffrirsene dai lucchesi.
Ne andarono in circa ventiseimila lire lucchesi
per questo, la qual somma aggiunta alla prima e
ridotta in franchi fa 856, 5oo (70).
5. 47. Per corrispondere alle inchieste della
soldatesca straniera, fu d'uopo che ognuno degli
impiegati nei comitati esercitasse gratuilanit'nte
SI. Tose. Tom. 11. 16
l82 AVVENIMENTI STORICI Alt* 1709.
il proprio uffizio, e fu comandato che si pagassero
i resti delle contribuzioni imposte su i nobili e
su i preti. Lagnanze suscitaronsi contro il gover-
no ma a torlo,percbè la soldatesca molto doman-
dava, ne le si potea negar cosa alcuna. Si dovet-
ler mettere imposizioni su tutte le rendite dello
stato, si accrebbe il prezzo del sale, e l'appalto
del tabacco e dei liquori fu pur ceduto, al line di
ottenere un imprestilo di ventimila scudi \ così
d'altri debiti assai rilevanti si aggravò il pubblico
erario. Si fa pertanto ii calcolo, che da Lucca nello
spazio di 28 mesi, cioè dai 1798 fino al maggio
del 1800, i francesi aveano avuto pel valsente di
novecento quarantaduenne seicento cinquanta
francesooni, ed i tedeschi pel valore di duecento
cinquanlacinque mila duecento settanta, tanto-
ché il piccolo stato di Lucca si trovava impove-
rito di un 1,197,920 francesconi , che formano
franchi 6,708,352.
g. 4^« Lo spirito di parte fece sì che furono
sospese con bando del 17 ottobre 1799 tutte le
leggi sancite sotto il passalo demopratico go-
verno. Da ciò nacque T inconveniente di molti
danni cagionati per la ripristinazione dei tìdecom-
missi, che reputavansi già aboliti, e sopra i quali
eran corsi dei rilevanti imprestiti. Fu al seguito
di questa sospensione che videsi collocar di nuovo
al palazzo di giustizia la trave per dar la corda e
la gogna: cose che dalla democrazìa erano state
tolte. IVIa già le corti d'Italia, anzi dell'intiera Eu-
ropa,stavano un'altra volta in pendente. Per quel
genio immenso del Bonaparle un cambiamento
Alt, 1799. DEITEMPIAUSTRIACICAP.III. 1 83
grandissimo era accaduto in Francia nel 1799.
Spento da lui in un soffio il direttorio, egli si re-
cò in mano la somma delle cose, sotto il titolo di
primo console (71).
§.49. Alla distruzione dell'antico governo di
Lucca successero gravi disastri in tutta la To-
scana. Imperciocché appena si ruppe la guerra fra
l'Austria e la Francia, il direttorio francese, co-
me già div'sato avea da due anni (72), fece subito
scacciar da Firenze il granduca. Scherer general
francese prescrisse a Miollis di avanzarsi da Luc-
ca a Livorno, e nel tempo stesso dalla Lombar-
dia diresse il generale Gauthier con tremila uo-
mini a Firenze. Per adombrar poi alquanto l'in-
vasione, addusse il pretesto dello sbarco dei na-
poletani. Quindi nel 20 di mano pubblicò un ma-
nifesto, in cui disse ai toscani „ I nemici del loro
riposo e della repubblica francese aver meditato
di assicurarsi di Livorno, è di accendere da quel-
la parte la guerra in Italia: i francesi aspettarsi
allora che il granduca avrebbe preso le opportune
misure per ripararvi; ma esso al contrario essersi
disposto alla guerra con segreti apparecchi me-
diante un tacito assenso nel ricevere le truppe
straniere.In tale stato di cose il governo francese,
tanto per la sua dignità, quanto per la sicurezza
delle repubbliche italiane, avere stimato conve-
niente di occupare la Toscana (73) „. Il granduca
non avendo mezzi di difesa pubblicò,, che avreb-
be consideralo come una pròva dell'affezione dei
suoi sudditi fedéli, se secondando le sue paterne
intenzioni nell'ingresso delle truppe francesi es-
l84 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1799.
si conservassero la più perfetta tranquillila, ri-
spettassero quei militari e si astenessero da ogni
atto che potesse occasionare qualunque lagnan-
za (;4>
g. 5o. Dietro tali disposizioni il generale fran-
cese Gauthier da Bologna entrò nella felice To-
scana, e il dì a5 di marzo conducendo seco un
grosso corpo di cavalleria con qualche nervo di
fanteria e col solito corredo di artiglierìa e di sal-
mone, fece, qual trionfatore, il suo ingresso ar-
mato per la porta di san Gallo nella pacifica città
di Firenze, e così la sede di civiltà venne occu-
pata da insolite e forestiere soldatesche. I trionfa-
tori disarmarono i soldati toscani, s^impadronirono
delle fortezze, del corpo di guardia del palazzo
vecchio, delle porte \ e quindi il generale inli-
mò al granduca di partile al più presto possibile.
Al tempo medesimo Miollis assaltala ed occupa-
ta Pisa passò a Livorno, e quivi pur disarma-
te le truppe del granduca, pose presidio nei por-
ti, guardie sul porto, mano sui magazzini inglesi
e napoletani, occupando poi anche Portoferraio.
Un Reinhard, commissario del direttorio, recò in
sua potestà la somma delle cose, ed ordinò che
i magistrati continuassero a fare gli uffizi in no-
me della repubblica francese. Disfatto dai repub-
blicani il governo toscauo, partì per Vienna con
tutta la sua famiglia il granduca, e potette con
mezzi pecuniari ottenere il permesso di passare
senza ostacolo co'suoi in mezzo alle legioni fran-
cesi. Gli fu concesso dagli occupatoli del suo sta-
to di portar seco, olire quella porzione di tesori
Alt. 1799. DElTEMPlADSTBlACICAP.nl. 1 85
che gli venivan lasciati, anche alquanta mobilia
del palazzo Filli, alcuni quadri, e molte statue di
sommo pregio (75). Egli partì per Vienna il 17
marzo, dopo avere in un ultimo bando esortati i
suoi sudditi a rimanersene tranquilli. Questo in-
vito non fu molto gustato dalla moltitudine, la
quale ogniqualvolta n'ebbe il destro ebbe ad ir-
rompere contro l'occupaxione, ed a stabilire le
proprie magistrature framezzo alle grida Viva
Ferdinando (76). Si piantarono i soliti alberi
sulle piazze, sì fecero discorsi e gridarono libertà,
ma non si fecero grandi schiamazzi come altro-
ve (77).
g. Sii. II dominio dei francesi in Toscana in-
cominciò da opere spietate. Gli esuli francesi, o
preti o laici che fossero,che sotto il placido dominio
di Ferdinando si erano ricoverati, furono senza
remissione cacciati, e fra questi vi fu il papa Pio
VI, che abitò nel monastero della Certosa pres-
so Firenze, come dicemmo (78). Intanto il com-
missario francese Reinhart istituì in Firenze un
governo provvisorio, al quale nominò Chiarenti,
Degores e Puntelli: mise in vendita molti beni
allodiali del granduca e dell'ordine di Malta, e
forzò i particolari a comprarli: confiscò a Livorno
le mercanzie degl'inglesi, portoghesi e delle altre
nazioni nemiche della Francia. Estrasse quanto
potè dalla Toscana,e prese sattautadue quadri dal
palazzo de'Pitti. Lasciò per altro inlatta la galleria
«li Firenze, essendo quello stabilimento una pro-
prietà municipale e non del governo. Frattanto
il Puccini, direttore di essa galleria, avea salvata
i6->
l86 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1799.
la Venere de'Medici con tutti gl'intagli in pietre
preziose di essa galleria, trasportando il tutto a
Palermo, da dove poi furono tali oggetti riporta-
ti in Firenze dopo la partenza dei francesi. In
Toscana non essendovi dritti feudali, e molte co-
se essendo state rinnovate da Leopoldo. la rivo-
luzione non produsse nell' interno dello stalo
gravi sconcerti. Le contribuzioni che imposero i
francesi nello spazio di tre anni non oltrepassa-
rono ottomillioni di franchi. Rimase bensì gene-
rale l'avversione contro i francesi, e perciò le no-
tizie delle loro disfatte in Lombardia suscitarono
facilmente nel basso popolo lo spirito di solleva-
zione e di vendetta. Difatti nella metà di aprile
l'aspetto di alcuni giovani, ornati alla foggia pa-
triottica, eccitò un tumulto in Pistoia, ed i mot-
teggi irreligiosi di simili giovanastri ne suscita-
rono un altro in Firenze. Fu il primo sedato
dagli ecclesiastici, ed il secondo dissipato da po-
che pattuglie (79).
g. 5a. Giunsero i francesi in Cortona in poco
numero il dì 9 d'aprile sotto il capitano Jacobè,
uomo d'oneste e piacevoli maniere, destinato a
comandare il presidio. Lo stabilimento del nuovo
governo però fu differito fino al i5, e al ao l'ere-
zione dell'albero della libertà nella piazza di san
Andrea. Questa festa non ebbe ne spettatori né
applausi} le finestre che guardavano la piazza ri-
masero chiuse: la festa di ballo che nella sera del
ai ebbe luogo al teatro restò spopolata e senza
brio , .sebbene non si fosse perdonato a spesa
per renderla bella. Pochi volontariamente corsero
Ali. 1799. DEI TEMPI ÀUSTE1ACI CIP. III. 1 87
a dare il nome loro nel ruolo della guardia na-
zionale, lo che fece adottare misure di coazione,
onde il popolo, che per la carestìa ed epidemìa di
queir anno appena colP assiduo travaglio potea
supplire ai moltiplicati bisogni, sempre più si a-
lienò dai francesi (80).
g. 53. Intanto nel giorno 6 di maggio un uo-
mo, di cui mai si è saputo il nome, corse a ca-
vallo da s. Giovanni per Montevarchi e Figline
sino ad Arezzo, portando una banderuola austria-
ca, e gridando „ essere i francesi dovunque di-
sfatti e gli alleati entrati in Firenze „. A tale an-
nunzio quelle popolazioni si sollevarono e distrus-
sero gli emblemi repubblicani. II capitano Mari di
Montevarchi si eresse capo di quei sollevati, gli
ordinò per quanto potette in una specie di mili-
zia, ed ebbe compagna in ogni impresa la spiritosa
Alessandra sua consorte. Albergotti, Romanelli
e Brozzi, nobili aretini,assunsero la parte governa-
tiva di quei paesi, e intanto la piccola guarnigione
francese fu arrestata e scortata tino a Siena, do-
ve potette unirsi alle altre truppe ài sua nazio-
ne (81).
g. 5$. I cortonesi al vedere i fuochi di gioia
che brillavano in tutta Pestensione della Val di
Chiana si esaltarono, e sulla fede di un corrière
aretino giunto a Cortona colla nuova dell'ingres-
so dei confederati in Firenze, e della già operata
rivoluzione toscana, corsero in folla e furibondi
ad abbattere e bruciare fra mille insulti P albero
della libertà: si armarono come meglio poterono,
occuparono le porte e le piazze, e formando una
l88 AVVENIMENTI STORICI Ali» 1/99.
milizia civica chiusero in carcere il comandante
francese, e i pochi soldati che l'obbedivano. Il
vescovo cantò il Te Deum e predicò del debito
di riconoscenza al cielo che avea voltate in meglio
le cose. Né per la smentita notizia dell'arrivo dei
confederati in Toscana cessò il fervore e l'ardi-
mento djel popolo di Cortona, che ormai conci-
tato, non udiva più consigli di prudenza e di
moderazione. Molti onesti furono arrestati e in-
giuriati per sospetto di attaccamento alle france-
si novità; l'odio personale si procacciò i soliti
sfoghi, designando alla plebe come giacobini e
come miscredenti gli odiati (8aj.
g. 55 . AH1 improvviso fu noto per lettere
private,con atroce abuso usurpate e lette dal go-
verno provvisorio, che 4000 pollacchi delle trup-
pe francesi poco innanzi giunte in Perugia si spe-
divano in Cortona per ricondurla al governo re-
pubblicano. Fu dapprima creduto spauracchio dei
francesiste ne crebbe l'odio del popolo cortonese
contro quelli ai quali erano dirette le lettere; ma
non andò guari che la notizia rimase accertata.
Allora consigliavano i prudenti ad abbandonare
ogni atteggiamento ostile,a ricevere i francesi, ad
attendere un momento più favorevole per squo-
térne il giogo. La voce del pastore, convocato il
popolo a S.Francesco, persuadeva e pregava a di-
portarsi pacificamente. In vano! ogni parola che
suonasse quiete e pazienza, accresceva il furore
del popolo. Ognuno che fosse sospetto di tali
pensieri era oggetto de'suoi insulti e delle sue
minacele. Furono raccolte quante armi e quanti
Ail* 1799. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. l8g
strumenti atti non destinati ad offendere si tro-
varono, togliendoli con violenza dalle case dei
cittadini: furono le mura preparate alla difesa,
provvedute munizioni, e fabbricato un cannone
di legno, chiesti aiuti agli aretini, e -ordinalo il
suono della campana a stormo per tutto il distret-
to. Giunsero alcuni aretini, giunsero i campagnoli
armati più di roncbe e di falci che di archibusi,
e andarono incontro alla schiera francese al di là
di Terontola . Ivi sulla via maestra e presso il
ponte di un umile rivo fecero in fretta qualche ri-
paro. I pollaceli! intanto avanzavano, e istrutti
della posizione e della forza de'cortonesi eransi
parliti in tre schiere col disegno di circondarli.
Ala avvisatine i cortonesi si ritrassero in fretta,
parte agli aguati lungo la strada al Gampaccio,
parte iu città, favoriti dalla cognizione dei luo-
ghi e dalla stagione che avea coperti i campi di
foltissimi ed alti grani. Intanto i soldati francesi
irritati correvano la campagna bruciando, predan-
do, insultando ed uccidendo. Una parte di loro
inviatasi alla città ad assaltarla, s'abbattè nell'a-
gliaio degfinsurgenti, che da luogo sicuro facen-
do fuoco, offendevano senza essere offesi. Molti
furono gli uccisi di quella schiera^ pure avanzava
e giunse sotto Cortona, ove in mezzo alla coster-.
nazione ed al terrore eransi pure preparale le di-
fese. Quattrocento uomini della città e del con-
tado vegliavano sulle mura, e cento aretini giun-
ti sulla sera confortavano coir esempio e colle
parole gli sbigottiti. I soldati di Francia si prepa-
ravano a forzare contemporaneamente la porla a
190 AVVENIMENTI STORICI An. 1799.
s. Domenico e quella di s. Agostino, ma il vivis-
simo fuoco che fu fatto dalle mura e con moschet-
ti e con spingarde ne l'impedì (83).
g. 56. Tre ore durò il conflitto, tutta notte il
terrore per colpi di archibuso ad intervalli spa-
rato} ma fosse difetto di munizione,comé fu detto,
o legge militare che chiamava altrove i póltacchi;
essi abbandonarono il pensiero di occupar Cor-
tona, ed il 14 màggio alla punta del giorno dalle
alture della città furon visti inviati in ordinanza
alla volta di Firenze. Di quanti soldati fossero ap-
punto scemate le loro file non fu noto, ma certo
il numero non ne fu leggero. Quattordici caddero
vivi in mano degli insurgenli, colti alla spiccio-
lata dopo la partenza del grosso della schiera. La-
crimevoli tracce lasciarono nella campagna per
furti, omicidii, incendi e stupri (84), non esclusa
la vocazione delle suore benedettine di s. Miche-
langiolo presso la città. Ma benché la fortuna a-
vesse preservato Cortona dall'ultimo esterminio
in questa occasione, non avvisò di poter resiste-
re alla avanguardia di Macdonald, che composta
di i5oo soldati, e preceduta da severe minacele
del generale, si era avviata alla volta di quella
città. A. lei fu spedito pregando pace e perdono ,
e fu concesso. Giunse la schiera a Cortona il 16
maggio, ov'era già stato nuovamente eretto Pai-
nero della libertà, e scarceralo Palifico comandan-
te e presidio francese} fu accolta piacevolmente,
e piacevolmente trattò coi cittadini. Ristabilì il
governo repubblicano e si partì da Cortona dopo
due giorni, lasciandovi un presidio di ottanta sol-
Atl. 1799. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. J$I
dati sotto nuovo e più severo comandante . La
ritirata di Macdonald coll'armata di Napoli per
Radicofani e Firenze sul fine di maggio, e la po-
sizione presa da Yignoles a Siena con una brigata
francese per proteggerla, impedirono per poco i
progressi della insurgenza toscana (§5).
§. 57. Appena per altro cessò il timore della
forza imponente, che Arezzo, con ogni miglior
modo che alle guerre tumultuarie si appartiene,
si fortificò, anzi ogni casa ed ogni edilizio era for-
tezza: vedevansi feritoie aperte in ogni muro, i
tetti la maggior parte levati, le sommila delle
case appianate, acciocché i difensori potessero
insistervi a ferire il nemico; i capi delle strade
munite di cannoni, ed assicurati con isbarre e
con isteccati. Numerose squadre di gente venuta
dal coutado, e variamente armata custodivano le
porle, e curiosamente e diligentemente esamina-
vano chi entrava e chi usciva. Uflizi divini cele-
bravansi ogni giorno nella cattedrale dal vescovo
e dal clero in ringraziamento delle vittorie acqui-
state dagli alleali e dai toscani contro i francesi.
Stava appeso a guisa di trofeo alla Tolta della
chiesa un cappello con gallone in oro, ch'era stato
di un aiutante generale pollacco, ucciso nelle vi-
cinanze di Cottona con una coltellata per ingan-
no da un prete mentre era venuta a parlamento
con lui. Si niovevan sospetti ad ogni tratto in
mezzo a quei contadini infuriati per voci date o
a ragione o a torlo di giacobino; e mal per chi
non aveva i capelli in coda, e chi non gli aveva
gli metteva. Ad ogni tratto, e quando più l'ardore
1()2 AVVENIMENTI STOBICl A*. 1?99.
li trasportava, si avventavano alle persone che
non conoscevano, gridando: „ se sapessi che lei
è giacobino gli passerei il cuore con questo col-
tello „} e sì brandivano il coltello che facevano
Tatto di ferire. Era in somma lo stare cattivo, il
viaggiare peggiore (86).
g. 58. Tuttavìa questi uomini tanto sfrenati
contro i francesi, e contro coloro che avevano
o che pareano aver odore di essi,mostravansi ob-
bedientissimi al nome di Ferdinando. Erasi in
mezzo a questi tumulti creato in Arezzo un ma*
gistrato supremo sotto titolo di suprema regia
deputazione, in cui entravano preti, nobili e no-
tabili. Un cavaliere per nome Angiolo Guillichi-
ni n'era il presidente: uomini né sfrenati né fe-
roci non potevano impedire il furore del po-
polo, solo ingegnavansi di dargli regola e legge.
Dì e notte sedevano per esser sempre pronti ai
casi imprevisti. Facevano disegni di nuove som-
mosse in favore del granduca continuamente,
traevano a suo nome tutti i magistrati, mandavano
ordini alle città tornate a divozione, mescolavano
ai contadini sollevati le guardie urbane, ed alle
guardie urbane i soldati regolari, che già vestito
avevano Tabito e le insegne del governo grandu-
cale; e poiché pensavano a far vera guerra avevan
calato certo numero di campane con intendimento
di fonderle ad uso di cannoni. Tra quelle turbe
tumultuarie chi portava la coccarda di un colore,
chi d'un altro, chi l'immagine d"un santo, chi d'un
altro, chi della Madonna, chi del papa, chi decus-
si, chi degli austriaci, chi del granduca, chi tutte
Ah. 1794.». DEI TEMPI ATSTR1ACI C\P. 111. ig3
queste insegne: e chi era stalo tinto nelle faccen-
de precedenti più ne portava, col fine di allonta-
nare da se quel nembo tanto pericoloso. Questa
fu la mossa dWrezzo per la quale Macdonald pri-
ma di partire mandò contro gli aretini un bando
terribile, che passerebbe a fil di spada, che da-
rebbe la città alle fiamme, che eleverebbe sulla
piazza d^Àrezzo una piramide con queste parole:
Arezzo punita della sua ribellione. Ma tutto fu
indarno, poiché gli aretini non si sbigottirono, ed
il francese non si accinse a domarli, lasciando
pendenti le cose loro, perchè non era parata la
occasione, e perchè Arezzo era città forte fuori
di strada, ed ei volea camminar veloce ad altra
impresa. Un Andrea Doria mosse Àlbiano, terra
vicina al genovesato, a sollevazione contro i fran-
cesi, non senza commettere i soliti atti di cru-
deltà (87).
g. 5g. Simili spaventi succedevano in altre
parli della Toscana, e specialmente nella Val di
Chiana, che si teneva tutta apertamente pel
granduca , e mandava le sue bande or qua or là
dove si temeva che la paura o altra causa ope-
rasse alcuna defezione . ]>è eran contente alle
minacce e ai conforti} persecuzioni, multe, rapin e
ed anco la morte dei sospetti segnavano la via da
essi corsa. FI giorno 8 di giugno giunse presso
Cortona una banda d'insurgenti, e mandò inti-
mando al presidio francese di rendersi prigio-
niero. Non era tale la forza raccolta a Carauctn
da poter volere di per sé stessa quanto chi 'deva,
ma essendo in arme Hutto il paese all'ini orno con-
Si. Tose, Tom. 11. 17
11)4 AVVENIMENTI STORICI Aìl, 1799.
tro i francesi, il comandante loro in Cortona, che
temeva non poco anco degli abitanti di essa, eva-
cuò la città e condusse quei pochi suoi soldati
verso Perugia. Entrarono poscia gl'insorti non
per assalto ma per favore dei partigiani. Guai a
chi era sospetto di francesismo! ( ed i più ricchi
e i più quieti n'era n sempre accusati )\ insulti,
strapazzi, danni d*ogni specie non gli mancarono.
Cadde ogni segno della repubblica} il governo fu
ordinato nella forma, e sotto la dipendenza del-
l'aretino furono erette strane ed in un dispen-
diose fortificazioni, e si ordinò una leva che frut-
tò oltre duemila soldati, i quali andarono cogli
altri taglieggiando e concitando i paesi vicini: la
paura o la speranza trascinava nella insurrezione
anche molti dei più tranquilli. Fu imposto a Cor-
tona dalla deputazione aretina per i bisogni della
guerra un tributo di grani e di cinquemila scudi
ridotti poi a duemila: furono vestiti, equipaggiali
e nutriti molti soldati e del distretto e d'altro-
ve (88).
g. 60. GPinsurgenti della Toscana pei venner
poi al colmo dell'entusiasmo, allorquando rice-
vettero manifesti degenerali austriaci e russi, che
li animavano a cooperare alla liberazione d'Ita-
lia, e quando nella metà di giugno vider giugne-
re fra loro il colonnello tedesco Schneiderf con
un centinaio di austriaci qua mandati da Rray.
Accorsero allora ad unirsi cogli aretini diversi
officiali delle disperse truppe toscane, e negl'in-
contri coi distaccamenti francesi spediti qua, spes-
so si combattè con varia fortuna (8^*). Siccome poi
Jll. 1799. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. I$5
la fortuna francese in Italia andava sempre de-
clinando, il colonnello Schneiderf con pochi sol-
dati tedeschi, gl'Insorgenti aretini e quei di tutta
la Val di Chiana stabilirono di andare contro Pe-
rugia, città cirera tenuta amicissima dei francesi.
Partirono dunque per quell'impresa il 20 di luglio,
e la fortezza resistè 6no al giorno ultimo d^ago-
sto. Non fu combattuto, e la rovesciata fortuna,
più che la potenza degli assediatori, persuase i
francesi a render la piazza con onorevoli condi-
zioni (90). Venti giorni prima gli aretini si erano
avanzati con forte distaccamento a Siena, neavea-
no atterrate le porte col cannone, e costretto il
presidio francese a ritirarsi nella fortezza. Dopò
la disfatta della Trebbia e la ritirata di Macdorrald
per Modena, Pistoia e Lucca, i francesi compre-
sero di non potersi più sostenere in Toscana. Es-
si per tanto sgombrarono Firenze il di cinque
di luglio, e nello stesso giorno la piccola for-
tezza di Siena si arrese ai sollevati aretini (91).
Rimasta Firenze vuota d' ogni presidio e priva
affatto di pubblico danaro, si trovò in tumulto, e.
non pochi disordini accaddero in quei giorni, nei
quali si tenne in anarchia . I cittadini uniti ai
contadini infierivano contro quelli che conosce-
vano aderenti ai francesi, saccheggiavano le loro
case, li maltrattavano, e molti li chiudevano in
carcere (92).
g. 61.II giorno 8 di Inolio entrò in Firenze i!
colonnello austriaco barone d1 Aspre con forte
distaccamento, e non molto dopo sopraggiuns*-
Clenau con altre truppe. I francesi intanto esatte
196 AVVÉNIMÉNTI STORICI An. 1 599.
gravi contribuzioni abbandonarono Pisa, e nel
giorno 16 luglio cedettero per capitolazione Li-
vorno (93)., Il popolo volterrano animato dallo
esempio degli aretini, sotto la condotta del cav.
Marcello Inghirami e d'altri cavalieri volterrani
spiegate le bandiere toscane militò contro i fran-
cesi di concerto con gli aretini medesimi . Fino
dal dì 5 di luglio partissi dalla patria PInghirami,
comandando una mano di gioventù armata, chey
forte più in coraggio che in numero, non vedeva
il momento di affrontare il nemico. AJ comando
della avanguardia era il cav. Curzio di lui fratello.
Prese egli la via della maremma lungo il litorale
toscano, dove s'erano fortificati i francesi, ed in-
grossatasi canna facendo quella truppa di cavalle*
ria e d'infanterìa giunse alla- fortezza e scalo di
Cecina* ove ne fese prigioniera la* piccola guar-
nigione francese, e potette inclusive predare un
corsaro francese. Di là passò quel comandante
con pai te de'suoi al forte di B4bbona,ed impadro-
nitosene, la guarnigione francese si rese a lui pri-
gioniera* Tornato per affari il cavaliere Marcello
a Volterra, facea le sue veci il cavafiere Curzio
Inghirami, che s'unpadronì delle torri di Vada e
Castiglioncello, da dove prese la fuga fa guarni-
gione francese* e solo si reseroprigionieri di guer-
ra alcuni piemontesi stanchi di seguire le pusil-
lanimi bandiere dei fuggitivi francesi. In quello
stesso giorno i maremmani £ecera prigioniera la
guarnigione francese di Grosseto e Piombino ,
forte di i5o uomini, con dodici cariaggi, duepez-
zi ili cannone ed una bandiera, che incammina-.
Jtl. i 799. DEI TÈMI»! AL1 STHUC1 CAP. 117. 197
vansi verso Pisa. Gl'insorgenti per altro,<lovendo
in piccol numero disarmare i francesi, usarono la
astuzia in difetto della forza, mentre potettero
persuadere il comandante francese, che le vicine
colline erano per ogni dove occupate da gente ar-
mata, decisa di battersi finoalPultimo sangue,mzi-
chè lasciare avanzare il nemico. Frattanto il capi-
tano dei piemontesi, ch'erano uniti coi maremma-
ni al comando degPInghira-mi.si trincerò alla for-
tezza di Cecina, con operazioni altrettanto pronte
quanto regolari e sicure. Non vi erano infatti che
diciotto fucili nelle mani della truppa volterrana-
piemontese, onde con soli 18 fucilieri si dovean
disarmare i5o uomini provvisti di fucili e canno-
ni. Gli strattagemmi usati dal savio capitano Bru-
neri per fare apparir molli armati, mentre pochi
ne aveva, furon tali che meritano ogni lode. Da
Cecina passarono grinsurgenti a Rosignano per
recarsi a combattere il forte detto il Romito,
marciando in ordine di battaglia con artiglieria e
pochi bagagli. >Ia una imboscata del nemico fece
loro una scarica sì tenibile che l'obbligò a retro-
cedere, e presa altra via per accostarsi al forte,
obbligarono i francesi a fuggirsene a Lantignano.
dove con artiglieria e moschetlerìa ben si dife-
sero, talché gl'insorti si ritirarono al forte «lei
Romito (9^).
§. 6a. In questo medesimo giorno fu spedito
dal domandante cavaliere Curzio Inghirami l'aiu-
tante Ardimi a Portoferraio, con lettera dirett I
a quH contentante francese, intimante la resa di
quella fortezza. Disprezzo il francese una tale in-
•?*
198 AVVENIMENTI STORICI Jn. 1 ;99.
timazione , ma poi si arrese al governatore na-
poletano del presidio di Portolungone. Nel gior-
no i4 il cav.Curzio s'incamminò verso ÌVIont^nero
per ivi accamparsi e fare altre spedizioni contro il
nemico. Marciò per tanto la cavalleria e l'infante-
rìa volterrana e maremmana, alla quale era sem-
pre unito un piccol corpo d'aretini, ed un corpo
considerabile di piemontesi coi loro ufficiali, che
il comandante Inghirami avendoli trovati in di-
Terse torri e fortezze del littorale, e conosciutili
degni della di lui confidenza, gli aveva accolli fra
le sue truppe. Occupate dagP insurgenti le mi-
gliori posizioni, e situata V avanguardia in una
collinetta la più prossima al forte di Lantignano,
si die principio a delle scoirerìe per varie parti
della campagna, che si avanzarono fin sotto le
porte della città di Livorno. Nel giorno 16 a not-
te avanzata i volterrani si determinarono di at-
taccare il forte di Lantignano dissali o, ma la
guarnigione francese avea nascostamente evacua-
to per timore quel fotte. Scorso in questa guisa
il littorale toscano a mano armata, seppero i no-
stri Tevacuzione dei francesi di Livorno e assai
ne gioirono. Si sparse allora la voce per le vicine
contrade che la truppa del comandante Inghirami
aveva occupato la città e porto di Livorno, di con-
certo col governatore della città il generale La-
villette, ed un popolo numeroso accorsevi per
esternare a quella truppa il suo giubilo. Pochi
momenti dopo l'ingresso delle truppe volterrane
in Livorno, l'arcivescovo di Pisa vi entrò pubbli-
camente, e furono ripetuti universalmente gli ev-
j4rl. 1799 . DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. 111. 199
viva dai popolo. Dei piccoli tumulti., inevitabili ivi
una sovversione sì repentina di stalo, che nacque-
ro nel paese, furon tosto sedati dalla prontez-
za delle nuove truppe, non meno che dalla pru-
denza dei suoi comandanti (95).
g. 63. La sagaeità dei medesimi fu posta pure
a profitto per fare altre prese nel mare . Nei 4
primi giorni da quella guarnigione furon falle nel
porto altre prede. iNel dì 1 8 di giugno con inattesi
strattagemmi suggeriti dal cav. Curzio Inghirami,
fu preso uno sciabecco forte di 14 pezzi di can-
none, sei ilei quali erano di bronzo , con più 4
petrieri a cavalletto , e con dei soldati francesi
di passaggio della guarnigione di Portoferraio e
suo equipaggio. Nei dì seguenti furon predati al! ri
considerabili bastimenti r.ol metodo stesso, cioè
una nave, una tartana, una pollacca, una brigan-
tina, e tutti bene armati di cannoni, trasportando
la guarnigione di Portoferraio eh"1 evacuava quel
forte. In questi bastimenti furon trovati circa 80
cantara di polvere da botta e mille palle da can-
none, con altre munizioni da guerra. Nel dì 21
furono condotti a Pisa e consegnati al comando
austriaco 700 prigionieri francesi, scortati da 117
dei nostri soldati fra cavallerìa ed infanteria sotto
il comando dello scrivente , allora capitano dei
cavalleggieri del litlorale toscano(96). Cessato il
timore di un sollecito ed improvviso ritorno <tfi
francesi in Livorno, questa truppa tumultuaria fu
ringraziata e congedata. Sottratta così la Toscana
ai francesi. Ferdinando III dal fondo dell'Ausilia.
e sollo i ispirazione del gabinetto austriaco, uo-
200 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1 >9&
minò una reggenza alla cui testa vi era il general
Sommari Vt't . Incaricato al tempo slesso Jet c.o±
mando di tutte le truppe austriache nel grandu-
cato, Sommariva andava organizzando le truppe
toscane , mettendo in questa missione un zelo
infaticabile (97). Gli aretini tornati da Perugia e
da altre spedizioni, rientrarono sul finire del Pa 11-
no nei loro focolari. Piacque a molti l'energia di-
mostrata in tale occasione da quei popoli} i mafi
però, che sono inseparabili dalle guerre popolari,
ne resero lungamente funesta la rimenìbranza(g8).
§. 64. Reduce dalla spedizione in Egitto Na-
poleone Buunaparte , e recata in sua mano la
somma delle còse della Francia col titolo di pri-
mo console, distrusse il direttorio, e concepì il
disegno di conquistare V Italia. Mossesi con pò-*
derosa armala alla volta di essa , riuscì mirabil-
mente a valicare il Sambernardo con tutta la sua
genie, coi bagagli e con le artiglierìe, e scese in
Italia. Scontrati in vari punti i confederali, gli
battè , e finalmente riportata completa vittoria
sopra di loro nelle pianure di Marengo, i destini
della penisola -passarono nelle di lui mani (99.
A tali notizie stupirono tulti,ed i lucchesi in par-
ticolare furono i primi a sentirne i danni, poiché
il dì 7 di luglio un proclama del Launay generale
di brigala, in data da Castelnuovo della Garfa-
gnana, annunziava il suo prossimo arrivo in Luc-
ca, alla quale, per quanto ei diceva, era di nuovo
resa la libertà. Difatti vi entrò il dì 9 alla testa di
un corpo di soldatesche repnbblicane. ed il primo
passo ch'ei fece fu di creare un nuovo governo
^«.1800. DEITEMP1AUSTRIACICAP.III. 201
provvisionale, che compose per la maggior parte
di parziali della Francia. Il Ma ssena generale in
capo prometteva da Genova protezione ai luc-
chesi} ma non si tardò a ordinare da lui che gli
ex-nobili pagassero un millio.ne di lornesi, tempo
24 ore una metà, e io l'altra, ma era impossibile
il soddisfarvi, perchè mancavano i modi. Vedendo
il Massena che le cose non andavano secondo la
sua volontà per l'affare importante della contri-
buzione, spedì a Lucca un prefetto militare, con
piena autorità anche sul governo, e chiamavasi
l'Anglès. Appena arrivalo il 20 agosto cambiò in
parte il governo , e ne ristrinse il numero dei
membri sulla speranza di averli più pieghevoli ai
suoi cenni. Poscia si mise in sul volere riscuotere
ad ogni costo: provò le buone maniere , e non
frullarono, ed egli venne alle cattive. Tutto il
paese era in trambusto per le avanìe di costui} si
mormorava e si parlava anche alto , perche gli
austriaci prossimi ne davano coraggio ; ma il
timore prevaleva, ed ognuno sforzavasi di pagare
qualche cosa. Il governo lucchese offriva crediti
della nazione in saldo delmillione; pregava e
scongiurava perchè si desistesse da quelle avanìe,
ma tutto era inutile col prefetto. Col mezzodì un
tal Cotenna spedito a IVI ilano, qualche moderazio-
ne si ottenne. Il generale Brune delle ordine eh©
si sospendessero le esazioni per verilicare frat-
tanto i pagamenti già falli , e rimosse da Lucca
l'odioso prefetto. Ottenne in oltre il Cotenna una
diminuzione di centomila fraixbi alla imposizio-
ne del iiiillioiie, ed un tal qual respiro al | ■».;•>
»0a AVVENIMENTI STORICI Alt. 1800.
mento delle rate, ed altri notabili alleviamen-
ti (100).
g. 65. Pochi dì questo governo stette in ca-
rica per essere da Lucca partiti i francesi, ed aver'
dato luogo agli austriaci d<i rientrarvi.il generale
Launay pubblicò il dì 9 settembre che i francesi
erano pel momento obbligati ad abbandonar Luc-
ca per motivi militari. Nel giorno suddetto il Lau-
nay nominò una commissione di governo di 11
soggetti, prendendone cinque da quella creata dal
prefetto, e poscia allo spuntare del giorno undici
se ne parti colla sua soldatesca in numero di
circa tremila uomini, prendendo la via della Gar-
fagnana. Alla nuova di questa partenza tutti gli
spiriti di subito si sollevarono. La guardia civile
chiamata dal governo a sopravvedere la quiete
pubblica, tenne in freno gli umori, ma nella cam-
pagna traboccarono orribilmente, e si venne a
questo di voler dare addosso ai francesi. Le caro-
pane delle parrocchie vicine alla strada, per dove
passar doveva la soldatesca, suonarono a martel-
lo , ed i contadini armati fucilavano a furia la
mattina del 10 assai per tempo ad un luogo sulla
strada chiamata Vinchiana: passo brutto , perchè
da un lato ha il Serchio profondo, e dall'altro la
montagna. La cosa parve d'importanza al generale
Launay, e prima di porsi in marcia, volle che la
strada fosse spacciata dai sollevati. Andarono a
questa spedizione un buon numero di francesi ,
e la compagnia lucchese à' artiglierìa con due
pezzi da campagna. Al varco or descritto, il quale
è sei miglia distante dalia città, i villani comin-
An. 1800. DEI TEMPI AUSTRIACI C4P. III. 2o3
ciarono dalle allure e dall'altra sponda del fiume
a bersagliare i repubblicani : parecchi francesi
caddero estinti, ma in fine più potette la maestrìa
che il furore, ed i villani furono cacciati, o si
sbandarono. Casi veramente compassionevoli ac-
caddero iu quella parapiglia : innocenti e colpe-
voli, armati e disarmati, quanti francesi trova-
vano, uccidevano (101).
g.66. Il nuovogovernoannullava ciò ch'era sta-
to fatto o stabilito intorno alle confìsche, lascian-
do ognuno iu libertà di starsene o tornare, come
più gli piaceva, raccomandando quiete e modera-
zione.Venne poscia un capo di soldatesca austriaca
ad occupar Lucca per ordine del generale Somma-
ma, il quale nominò un uuovo governo, composto
tutto di nobili. Le allegrie nel rivedere i tedeschi
furono ben più moderale della prima, volta; no-
nostante si rividero con piacere dalla generalità,
come quei che venivano a cacciare gli odiati fran-
cesi. IVIa tali dimostrazioni di gradimento si con-
vertirono ben presto in atti di dispetto e di rab-
bia, allorché partirono i tedeschi alla volta di Fi-
renze, dando luogo ai francesi che in mollo mag-
gior numero venendo sopra Lucca dal lato della
Garfagnana tosto vi entrarono chetamente per
effetto di una convenzione, condotti da un gene-
rale di brigata Clement. Tale sollecito ritorno
dei francesi devesi attribuire alla risoluzione
presa dal primo console segretamente d^nvadere
la Toscana innanzi che la tregua spirasse (102.).
£. 67 . Colla vittoria di Marengo P Italia
essendo ritornala alla discrezione della Fran-
ao4 avvési-westi STORICI Jn. 1800.
eia , Bonaparte riassunse i negoziati colla Spa-
gna per avere la Lunigiana , purché si potesse
traslatare e ingrandire il ramo borbonico ili l'ar-
ma, e si concluse un trattato in Madrid nel gior-
no primo di ottobre, ^ingrandimento poi che si
adocchiò fu la Toscana, e se ne fece proposta
all'infante duca di Parma. Questi peraltro vi si
ricusò decisamente, e manifestando la cosa al
granduca Ferdinando soggiunse „ che mai avreb-
be acconsentito ad acquistare con un cambio gli
stati altrui, ed aspettarsi che anch'esso non avreb-
be mai fatto alcuna cessione se gli fosse stalari-
chiesta „. Frattanto la Toscana era ancora in po-
tere degli austriaci, ed il generale Soromariva,
che vi comandava un distaccamento tedesco, ave-
va in oltre ordinato seimila italiani ( io3) e teneva
nel tempo stesso in riserva delle formidabili ban-
de di montanari. Nel momento in cui il gene-
ral Pino abbandonava la linea del Rubicone per
riunirsi a IT esercito della Cisalpina in Bologna, i
villici di Arezzo e dei distretti circonvicini costi-
tuironsi in bande irregolari, e si mostrarono nel
ferrarese e nel modanese. Il general Pino potet-
te sorprenderli a Faenza, e dopo averli messi in
scompiglio, ripartite le sue truppe in tre corpi,
li annichilò a Lugo e Ravenna, e sulla strada di
Arezzo, Sornmariva non poteva apparentemente
approvare siffatta insurrezione, ma quando un
messaggio di Brune venne a rinfacciarlo di aver-
la provocata, ed in conseguenza gli significò di
disarmare le sue truppe, egli fece resistenza, ed
invadendo la Cisalpina, s'impadronì di s. Leo, di
Atl. 1800. DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. 205
Castiglione, e levò delle contribuzioni iti quella
contrada posta sotto la protezione francese(io4).
§. 68. Ciò dette occasione, movendolo anche
l'esca di Livorno, al console di fare risoluzione
«T'occupare sforzatamente la Toscana. A questo
fine ordinò al Dupoat che varcasse prestamen-
te gli Appennini e sf impadronisse di Firenze-,
al Monnier che andasse a combattere e disfa-
re in Arezzo quel nido infesto di sollevati; a
Clenient che marciasse più sotto, e s* impadro-
nisse di Livorno. Né fu diverso l'esito dalle in-
tenzioni, poiché il primo occupò facilmente la
capitale della Toscana , e V ultimo partendosi
da Lucca giunse a Livorno, dove pose mano ad-
dosso a cinquanta bastimenti inglesi, e ad una
quantità grandissima di frumento. Le cose non
andarono quiete dalla parte di Arezzo. Gli areti-
ni nou udendo alcuna propostasi risolvevano ad
una ostinata resistenza. I francesi bersagliarono
con cannoni e con granate reali duramente la
città ed il castello, ma quei di dentro si difen-
devano virilmente. Cara-San-Cir si aliali* ava in-
darno: gli aretini con tiri a scaglia, con grana-
te, con pietre tenevano lontani gli assalitori. Il
generale repubblicano mandava i suoi ad un
assalto : già con fuochi artifiziali avean bruciale
alcune porle, ma essendo fortilicale con grosse
lastre di rame e terrapianate, furono costretti ad
abbandonare l'impresa non senza mollo strazio
e sangue loro. Il seguente giorno che fu ai 19 di
ottobre avendo meglio ordinata la fazione si ac-
costarono la mal ti 11» mollo [tei tempo con le
St. Tose. Tom. 11. 18
206 AVVENIMENTI STORICI Aft. 1800.
scalo alle mura, vi salirono sopra, ed impadroni-
tisi delle porte le apersero ai loro compagni. Al-
lora tutta la brigala repubblicana, fatto impeto
nella città, la occupò} non però senza nuovi con-
trasti e nuovo sangue, perchè dalle finestre, dai
tetti, dalle feritoie aperte a quell'uopo in tutte
le case, gli abitanti secondati anche da qualche
nodo di genti regolari toscane, piovevano addos-
so ai repubblicani ogni sorta darmi. Finalmente
prevalse il valoreordinato alla rabbia disordinata:
Arezzo venne tutta in mano di chi l'assaltava.
Seguitò una strage, una insolenza, un sacco tale,
qual doveasi aspettare da soldati irritali per in-
giurie nuove, che avean risuscitata la memoria
delle antiche . Vari salvaronsi ritirandosi nella
fortezza^ poco dopo chiesero i patii e l'ottennero,
e quindi la fortezza fu smantellata e le mura ca-
stellane in alcuni luoghi abbattute. Il terrore
pel concetto caso di Arezzo (Vrisolvere in gran
parte le masse toscane. A ciò successe una quie-
te apparente, ma covavano pessimi umori, pros-
simi a prorompere se una nuova occasione si
appresentasse; ed è singolare come il paese più
pacifico d*1 Italia perseverasse più d' ogni al-
tro ostinatamente nel desiderio di guerra. Sora-
mariva e i suoi tedeschi ritiraronsi nel ferrare-
se (io5).
g. 69. Sottomesso lo stato di Toscana, Du-
pont ritornò con parte delle truppe in Lombar-
dia, e qua vi rimase Miolliscon circa seimila uo-
mini, la maggior parte cisalpini e piemontesi. In
Livorno furono sequestrati i bastimenti inglesi, e
Ali. 1800. DEI TEMPI AUSTRIACI CIP. III. 207
sul fine dell'anno essendovisi recato il Petiet,mini-
stro residente a Milano, vi chiese una contribu-
zione di due niillioni di franchi (106). Caduta h
reggenza che dirigeva le cose della Toscana per
Ferdinando HI, un triumvirato francese a lei su-
bentrò, e fino al 9 febbraio delPi8o2 amministrò
gli affari dello stato. Merita particola!* menzione
la fedeltà colla quale gli elbani conservavansi de-
voti a Ferdinando III, benché le cose della Tosca-
na fossero tanto variale. Eglino opposero validis-
sima resistenza alla flotta francese, che si sforza-
va di occupare la loro isola, uè cedettero se non
quando furono assicurati dallo stesso Ferdinan-
do, che a lui nessun torto avrebber fatto, e che
acconsentiva alla loro resa. Ritornando allora da
Napoli il general Mura', cognato di Napoleone,
fermò sua sede in Firenze, e preso il governo di
tutta la Toscana fece mostra della sua autorità
e della sua vanagloria, recandosi ora in una città
ora in un'altra di essa a ricevere le onoranze che
sapeva a lui prepararsi (107).
g. 70. Il Glement, allorché fu in Lucca, confer-
mò in quella città provvisionalmente il governo
eletto dal Sommariva, e promise un contegno dol-
ce e tal quale portava il suo nome. Ma presto si
tornò alle solite domande di denari, poiché un
commissario si mise ad insistere sul residuo del-
la imposizione del inillione tassato dal Massena.
Furono mandati degli ambasciatori per avere il
minor male, e cercare di diminuire la soldatesca.
Ma quantunque queste domande fossero mode-
'J. 08 AVVENIMENTI STORICI Jn. 1800.
rate, pure cran sempre esorbitanti. Per la qual
cosa fu comandato un prestito di venticinquemila
scudi ai più facoltosi lucchesi per corrispondere
ad un ordine assoluto e perentorio del ìVIurat, di
pagare in conto del millione imposlodal Massena
i5o,ooo franchi. Durissimi e rovinosi erano i mo-
di che s1 impiegarono per Irar denaro, special-
mente in un paese ridotto alla miseria più deplo-
rabile^ fu mostrato al IVIurat che il piccolo stata
di Lucca avea pagalo nei corso dai cinque ai sei
ultimi anni P enorme somma di 22, millioni di
franchi. IVIa frattanto volea il Murat ordinaria-
mente da Lucca trecentomila franchi al meso,
ed il mantenimento pure di iooo soldati france-,
si (108).
g. 71. Nella pace fatta a Luneville fra PAustria
e la Francia fu rinnovato il trattato di Campo-
formio „ circa la cessione dei Paesi Bassi alla Fran-
cia, il possesso dei dominii veneti a favore della
Austria, e Passegnamento della Brisgovia al duca
di Modena in compenso degli stati ceduti in Iia-
lia; il granduca rinunziare alla Toscana ed alla
porzione dell'isola dell'Elba che ne dipendeva,
non che a tutti i dritti e titoli derivati dai mede-
simi stati, i quali sarebbero posseduti in tutta so-
vranità dall'Infante duca di Parma. Esso poi aves-
se in Germania una piena ed intiera indennità
perii stati d'Italia; disponesse a suo beneplacito
dei beni che possedeva particolarmente in To-
scana, tanto per acquisti personali degli impera-
tori Leopoldo II suo padre e Franceso I suo avo.
DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. 209
I crediti, gli stabilimenti e le altre proprietà del
grandueato,non che i debiti ipotecati sullo stato,
passassero ai nuovo sovrano ,,(109).
§. 72. Ricominciale le ostilità nella Lombar-
dia il conte Ruggero Damas si mosse colle trup-
pe napoletane, e traversalo Io stalo romano era
entrato in Toscana alloggiandosi in Siena. Dallo
alno lato il marchese Sommariva con qualche
squadrone di tedeschi e coi fuoruscili aretini si
era ancor egli fatto avanti ed aveva levate a ru-
more le parti superiori del granducato. Al qua!
moto sollevati gli aretini, siccome quei che mal
volentieri sopportavano il nuovo dominio^ di nuo-
vo eraii corsi alle armi, ed avean condotto ingra-
ve pericolo Miollis,che con poche genti custodiva
la Toscana, e che da principio lascio un debole
presidio in Firenze, e concentrò le sue forze a
Pisa, per ritirarsi secondo le circostanze verso
Modena ola Liguria. Messi in confusione e scon-
quasso i contini , s*1 incamminarono Sommariva
da una parte, ed il conte Damas dall'altra alPac-
quisto di Firenze, ove il generale francese avea
lasciato il suo debole presidio. Disperava Miollis,
perchè sentiasi più debole pel poco numero dei
suoi soldati misti di francesi, cisalpini e piemon-
tesi, di far forte ad un tratto a due nemici: ma
poi animato dal progresso dei francesi verso redi-
ge, non dubitò di recarsi anch'esso sulle difese e
bi avvicinò a Siena. Il general Pino che coman-
dava la avanguardia composta di un distaccamen-
to cisalpino e di uno squadrone piemontese, in-
contrò l'avanguardia napoletana al castello di
2,10 ÀVVEK1MENTI STORICI
Montereggione, distante 9 miglia da Siena, e Fa
respinse sotto le di lei mura. Quivi Damas avea
quattro o cinquemila uomini in posizione, ma
Pino non dubitò di attaccarli immediatamente
colla avanguardia senza attendere V arrivo di
Mioliis. Ne vana riuscì l'impresa, poiché dopo bre-
ve combattimenlo,i napoletani refugiaronsi confu-
samente dentro le mura. Pino fece subito aprir le
porte a colpi di cannone, e penetrato in città li
scacciò. Damas si ritirò; poi fece opera di ranno-
darsi su i poggi vicini, ma pressando viemaggior-
mente i cisalpini e piemontesi, fu costretto ad
abbandonare totalmente i territori toscani,ritiran-
dosi in quei di Roma per l'oscurità della notte.
Il marchese Sommariva udito il sinistro caso del
conte ritrasse prestamente i passi e si ricovrò in
Ancona. In tal modo Mioliis, pel valore de^suoi e
per la previdenza propria, ridusse di nuovo in ar-
bitrio di Francia le cose di Toscana (no).
g. ?3. Nel congresso tenuto a Firenze tra la
Francia ed il re delle due Sicilie, fra le altre co-
se fu stabilito che „ il re rinuoziasse a Portolun-
gone nelPisola dell'Elba., ed a tutto ciò che gli
spettava nelPisola medesima, agli stati dei Presidii
nella Toscana ed al principato di Piombino, dei
quali paesi la repubblica francese potesse dispor-
re a suo piacimento: questo stato fu poi ceduto da
Napoleone a Felice ed Elisa Baciocchi poi so-
vrani di Lucca. Inoltre Bonaparte, non ostante
quanto avea stabilito in Luueville riguardo allo
stato di Toscana, fece in Madrid conchiudere un
hattato col re cattolico, tenuto per allora segre-
DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. 21 l
Co. nel quale fu stabilito che il duca reggente di
Parma, colla guarentigia della Spagna, rassegnas-
se quel ducato alla repubblica francese, ed il suo
figlio in sequela di questa cessione, ed in eàecu-
zione del precedente trattato concluso fra il mo-
narca cattolico e la repubblica francese, con cui
la Spagna avea ceduto la Lunigiana, avesse in
compenso il granducato di Toscana. Il principe di
Parma nel recarsi a Firenze assumesse il titolo di
re di Toscana^ il primo console Io riconoscesse in
tal qualità, e si adoprasse per farlo riconoscere
dalle altre potenze. Il nuovo sovrano rinunzia sse
in favore della Francia alla parte delPisoladelTEI-
ba appartenente alla Toscana, ed il primo console
gli avrebbe dato in compenso il principato di Piom-
bino, spettante, in quanto alla supremazìa, al re
di Napoli. La famiglia regnante in Ispagna avesse
la Toscana in proprietà, e nel caso che la linea
del divisalo sovrano si estinguesse, vi succedesse
un altro infante di Spagna. 11 primo console poi
ed il monarca a favore del suo figlio gli avrebbe-
ro procurato una indennità conveniente in pos-
sessioni, oppure in rendila (n i) w.
g. 74. Il duca di Parma persistette nel dissen-
tire da quanto si era convenuto de'suoi stati} ma
non ostante la sua renitenza i francesi entrarono
in possesso «Iella Lunigiana, che poi vendettero
nel i8o3 agli stali uniti d'America per sessanta
milioni di franchi, ed il figlio del duca ebbe la
Toscana. Questi informato del suo nuovo desti-
no àssuuse il nome di Lodovico I re d'Etruria.
Partito adunque egli da Madrid passò colla sua
aia IVVENlMENTt STORICI
consorte a Parigi, da dove mandò a Firenze il
marchese Ventura che in qualità di ministro pie-
nipotenziario,prese possesso dejla Toscana col no*
medi regno d'Etruria, titolo che ritenne tino al ri-
torno di Ferdinando III. Pochi giorni dopo arrivò
Lodovico nella sua capitale e vi fu ricevuto con
militar pompa dal general Murat comandante Tar-
mala francese. Applicandosi quindi il nuovo so-
vrano a riordinare uno stato sconcertalo dalla
guerra e dalla insorgenza, avrebbe primieramente
desiderato che i francesi l'avessero subilo sgom-
brato, ma con lutto che facesse delle istanze a
Parigi ed a Madrid, non potette ottenere se non
che le truppe uscissero da Firenze, restando però
in Pisa e Livorno, adducendo il pretesto che vi
dimoravano perchè la guarnigione britannica oc-
cupava Porloferraio nelh'sola dell'Elba. Questi in-
glesi poi sgombrarono da quelTisoIa per mezzo di
un trattato stipulato a Londra, ed i francesi colla
occupazione di Portoferraio ebbero in loro potere
tutta t'isola dell'Elba (na).
§. 75. Salito al soglio reale di Toscana Pin-
fanle Lodovico di Parma fece sperare un prossi-
mo sollievo ai lucchesi. Difatti per ordine di Na-
poleone Lucca restò indipendente e libera, ed il
generale Saliceti fu incaricato da lui per far le
sue veci nelTordinamento del nuovo .governo,?
intanto avvertivansi da Murat i lucchesi che per
ordine del primo console non dovesse restare in
Lucca soldatesca francese, se non quanta e per
quanto domandar ne potesse il Saliceti, e lo sta-
to lucchese non dovea più gravarsi d1 alcuna
DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. IH. %lZ
contribuzione. Enlrò il potere esecutivo in atti-
vità il primo o*i gennaio 180^, e il di 3 si adunò
il gran consiglio. Furono poscia praticati con di-
versi governi gli uffici solili usarsi in simili circo-
stanze, e le risposte dei potentati furono tutte
le più obbliganti, perchè un'opera del primo con-
sole ancorché piccola comandava rispetto. La pa-
ce appoco appoco si ristabiliva nella repubblica di
Lucca} ma una lettera del Belluonrini ministro
lucchese presso Napoleone Bonaparte incominciò
a destare qualche inquietudine, poiché essendosi
egli presentato a Napoleone in compagnia d'altri
due deputali pel governo lucchese, il 19 maggio
iSo5 si sentirono dire „ so che a Lucca non sie-
te troppo uniti, questo non dev'essere, bisogna
stare uniti e d'accordo „. Ci vien poi riferito che
Napoleone aveva ordinato al Saliceti di far si che
i lucchesi come da loro lo supplicassero d"1 un
principe della sua famiglia per governarli con una
costituzione ( 1 1 3).
g. 76. Vedutasi Lucca nella necessità di con-
formarsi al generale esempio delle nazioni ad essa
legale con dei vincoli po!itici,noti6cò, che sareh-
besi pregato Napoleone a dare una nuova costitu-
zione a Lucca, confidando il governo ad un prin-
cipe della sua famiglia ed ai di lui successori
maschi, escluse le femmine. Napoleone pose il
suggello all'atto costituzionale lucchese con que-
sta dichiarazione „ guarentiamo la indipendenza
e la presente costituzione della- repubblica dì
Lucca. Acconsentiamo che i nostri carissimi ed
amatissimi cognato e sorella, il principe e laprin-
ai4 AVVENIMENTI STORICI
cipessa di Piombino, e la loro discendenza occu-
pino il principato di Lucca e vi sì stabiliscano,
promettendo e riservandoci dì rinnovare ad ogni
cambiamento di principe la slessa garanzìa. Vo-
gliamo in virtù del diritto da noi acquistato sopra
tutta la nostra famiglia che ne il principe, né la
principessa, nei loro tìgli in genere possano ma-
ritarsi che col nostro consenso. Promettiamo col-
Paiuto di Dio di allontanare per la nostra prote-
zione tutto ciò che potesse nuocere alla prosperità
del popolo lucchese, alla sua indipendenza ed alla
felicità dei nostri carissimi ed amatissimi sorella
e cognato, e dei loro discendenti „. Di tal maniera
ebbe termine la lucchese libertà, poiché i princi-
pi Felice ed Elisa Baciocchi nel luglio del 180S
si stabilirono in Lucca in qualità di sovrani (n^)-
§. 77. Frattanto essendo slato dichiarato e
coronato imperatore de" francesi e re d'Italia Na-
poleone nel 1807 mediante il trattato di Fontai-
neblau, Carlo 1Y re di Spagna acconsentì che
r imperatore Napoleone aggregasse la Toscana
alla Francia, e che Carlo Lodovico re d' Elruria
avesse il regno del Portogallo settentrionale, e
cosi partili gli spagnuoli nel dicembre del 1807
tornarono in Toscana i francesi, e vi costituirono
un nuovo governo. Divenuta l'anno dopo la To-
scana parte del nuovo impero, le truppe francesi
tornarono a presidiarla , ed i generali Reilie e
Miollis ne ressero il governo, ntantochè ai i5
di maggio 1808 pubblicato il codice napoleonico,
Menou fu eletto presidente di una giunta di go-
verno, e ne prese Tassoluta direzione. Allora il
DEI TEMPI AUSTRIACI CAP. III. ai 5»
territorio toscano fu diviso in Ire dipartimenti
cioè dell'Arno, delPOmbrone e del Mediterraneo,
e i popoli furono dipendenti da un prefetto e da
aiuti nella capitale e in Siena e in Livorno; da
sottoprefetti nelle altre città, e da maires e sotto-
maires nelle terre e nei paesi diversi dello sta-
to, rimanendo però l'onore d'una corte iu Firen-
ze, avendo Napoleone concesso ad Elisa sua
sorella di risedere nella reggia della Toscana col
titolo di granduchessa. Dopo tanti dolorosi cam-
biamentijcomposle così alla meglio finalmente le
cose, Elisa governò la Toscana tino al 14 aprile
del 1814 ; nel qual tempo, caduto dopo tanti
trionti Napoleone. questo stato tornò in potere del
suo legittimo sovrano il granduca Ferdinando 111}
non facendo conto de' pochi giorni che le trup-
pe napoletane soggiornarono in Firenze, lusin-
gandosi d*1 aver conquistata la Toscana per il
loro re, allora Murat col solo traversarla. Fuggi-
ti però questi nella oscurità della notte e a gran-
di giornate ricondottisi a Napoli pel timore che
in loro poneva l'avvicinarsi degli austriaci, ai 19
del detto mese il principe don Giuseppe Ro-
spigliosi prese solennemente il possesso del gran-
ducato in nome di Ferdinando IH, e nel set-
tembre di questo medesimo anno, dopo molte
variazioni sofferte da questo paese, il quale fu
cambiato coll'elettorato di Salsburgo, e di nuovo
poi nel i8o5 con quello di Vursburgo (t »5), i to-
scani tornarono a godere della desiderata presen-
ta del loro amalissimo sovrano (116).
g. 78. Ecco passato un tratto di tempo non lun-
Ìl6 AVVENIMENTI STORICI
go, ma veramente calamitoso per le tante e cosi
dolorose vicende, nelle quali i popoli toscani tre
varonsi disgraziatamente avviluppati. V invasio-
ne dei repubblicani cagiouò tra noi ribellioni
sconsigliate, e azioni così atroci, che disonorano
la dignità degli avi nostri. Le contribuzioni for-
zate imposte dai nuovi conquistatori rendevano
spogliate le chiese, le case, e tutti i luoghi ove
conservavansi ricchezze, e Pinvidia di vedere nel-
le nostre città non pochi capo-lavori di belle arti
facevali arditi a rapirli. A. tanto guaio poco fu di
sollievo il breve e pacifico governo degli spa-
gnuoli, ed un misto di beni e di mali apportò il
nuovo ordinamento delle cose sotto l'imperatore
INapoleone. Migliorò, è vero, i vari rami di ara.
ministrazione, ed i sistemi giudiciari tanto crimi-
nali che civili e commerciali, sia per la sollecitudi-
ne nella esecuzione dei processi, sia per le pubbli-
cità delle discussioni, sia per la bontà delle leg-
gi: più belle e più comode rendette le strade che
potevano facilitare il commercio: le città ed i ca-
stelli furono illuminali in tempo di notte, la na-
zione maggiormente incivilita, le scienze e i dotti
protetti, le arli e gli artisti non trascurati. Ma
tutto ciò non compensava il duolo che i genitori
a causa delle frequenti coscrizioni sentivano,
per cui vedevansi strappar dal seno i loro tìgli
nel fior delTetà per servire con valore italiano
sotto le bandiere d'uno straniero; non ratteneva
i popoli dal lagnarsi per tanti titoli d'imposte,dal-
le quali erano oppressi, né toglieva Tortore ed il
sentimento di esecrazione nei buoni che vedevano
DEI TEMPI AUSTRIACI GAP. III. 217
sanluari spogliali , conventi a profano uso ri-
dotti, religiosi soppressi, la sanla religione sprez-
zata, e pertino ii pontefice oltraggiato. Cadde però
1"' autore di tante sciagure a nostro danno su-
scitate, e la Toscana riavendo il suo principe ri-
sorse a vita novella (117).
H U 1 E*
JiJJOil 3
■ .dil .ih kJì,
S-m ■ l X • U I t «
(I) Ciccia porci , Compendio di Storia fiorentina,
libio in, pag. 494. (2) Ferrini, Compendio di storia
della Toscana , epoca vi , §. 12 . (3) Memorie per
servire alla vita di Leopoldo II, lib. iv , pag. 264.
(4) Ivi, pag. 276. (5) Ivi, pag. 278. (6) Cicciaporci
cit. (7) Memorie cit. pag. 183. (8) Ferrini cit. ep. vi,
$. I . (9) Ivi. (10) Memorie cit. lib. iv , pag. 185 .
(II) Coppi, Annali d'Italia, anno 1 789. (1 2) Ciccia-
porci cit. lib. ih , pag. 498. (13) Arlaud , (Jnivers
pittoresque , Europe, tom. 11, Italie, pasr. 342 .
(14) Cicciaporci cit. (15) Leo, Storia degli stati ita-
liani, voi. 11, lib. xii . pag. 558. (16) Botta , Storia
d'Italia, voi. 1, lib. I. (17) Cicciaporci cit. lib. in ,
pag. 499. (18) Ferrini cit. ep. vi , $. 11 . (19) B.o-
grafia universale, supplemento, art. Ferdinando III.
(20) Ferrini cit. $. 13. (21) Biografia universale cit.
(22) Ivi . (23) Ivi . (24) Botta cit. lib. ni, e Biogra-
fia universale cit. (25) Biografia cit. (26) Ferrini cit.
cp. vi , $.13. (27) Leo , cit. pag. 574 . (28) Botta
ni. lib. v . (29) Ivi . (30) Segur , l)t.>c»dc istorie* u
quadro politico dell'Luiopn dal 1786 ai 1796, tom.
u . anno in, 1795, e. xm . (31) Botta cit. I * I> - n •
' Si. Tose. Tom. 11. 19
V,|8 AVVENIMENTI STORICI
(32) Biografia universale cit. articolo Ferdinando. III.
(33) Ivi. (34) Ivi. (35) Coppi citalo anno 1796 e
Rotta cit. lib. vii. (36) Bolla cit. (37) Ivi. (38) Bio-
grafia univ. cil. (39) Coppi cit. an. 1796. (40) Biogra-
fìa universale cit. (41) Mazzarosa , Storia di Lucca ,
voi. li, lib. vili, p. 130. (42) Correspondence de Bona-
parte, voi. iv, pag. 24. (43) Coppi cit. anno 1 7 97 .
(44) Ivi. (45) Mazzarosa citato , tom. u , lib. vili .
(46) Correspondence cit. pag. 225, 271 . (47) Coppi
citato. (48) Correspondence cil. voi. in, p. 13-340.
(49) Coppi citato, (50) Ferrini citato, ep, vi, §. 14.
(51) Biografia universale citata , art. Ferdinando HI,
(52) Coppi citato, anno 1 798, e Botta cit. lib. xin .
(53) Botta cit. lib. xiv , (54) Coppi, cit. an. 1798.
(55) Botta cit. lib. xv. (56) Ferrini cit. ep. vi, $.
li. (57) Biografia cit, art. Ferdinando III. (58) Maz-
zarosa cit. tom. ii, lib. viu, p. 147. (59) Ivi, p. 150.
(60) Ivi, pag. 152. («I) Ivi , (62) Coppi cit. anno
1799. (63) Mazzarosa citato, tom. n, lib. viu, pag.
160. (64) Ivi, pag. 104. (65) Ivi, pag. 165, (60) Ivi.
(67) Ivi. (68) Ivi. (69) Ivi. (70) Ivi. (71) Ivi tom. n,
lib. ìx, pag. 199, (72) Coi respondeuce de Bonapar-
te, voi. iv9 pag. 241. (73) Raccolta di bandi pubbli-
cati in Bologna, tom. xiv, parie 13, pag. 62. (74) Cop-
pi citato anno 1799. (75) Bolla, Storia d' Italia cil.
lib. xvi. (76) Biografia universale cit. (77) Botta cil.
lib. 16. (78) Ved. §. 30. (79) Coppi cit. an. 1799.
(80) Storia di Cortona cap. iv, pag. 88, (81) Coppi
cit, (82) Storia di Cortoua chala. (83) Ivi. (84) Ivi,
pag. 91, (85) Coppi citata. (86) Botta cit. lib. xvii.
(87)Ivi.(88)Storiadi CorlOnaciU p. 92. (89) Coppi cit.
mi. 1799, (90) Storia di Cortona citata (91) Coppi ,
cit. (92) Ferrini, cit. epoca vi, §. 15. (93) Coppi cit,
(1)4) Ingliirami, Relazione officiale delle imprese fat-
te dalle armi volterrane nel territorio toscano, (95) Ivi.
(96) Ivi, in line. (97) Biografia universale cit. arlN
colo Feidinando III. (98) Coppi cit. (99) Ferrini cit»
DEI TEMPI AUSTRIACI CAT. III. 2,10,
epoca vi, 5* 1^. 0°Q) Mazzaroso cit. toni. 11, lib. ìk.
(101) Ivi. (102) Ivi. (103) Coppi citato, anno 1800.
(104) Biografia universale cit. (105) Botta cit. lib. xx.
(106) Memoires de Napoleon par Gourgaud, lom. Il ,
pag. 18,61, 83. (109) Ferrini cit. epoca vi , §. 16.
(103) Mazzarosa citato , voi. 11, lib. ix , pag. 208.
(109) Coppi cit. anno 1801. (110) Coppi cit.., e Botta
cit. lib. xx. (111) Coppi cit. (112) Ivi. (113) Mazza-
rosa cit. voi. 11, lib. ix. (114) Ivi. (115) Le-Sage ,
Atlante storico, geografo, tav. 29. (116) Ferrini cit.
ep. vi, §. H5. (117) Ivi.
COSTUMI
EPOCA SETTIMA
PARTE PRIMA
ALIMENTI ED AGRICOLTURA
g. i. JLia rarità di chi noti minutamente e descri-
va i costumi giornalieri del suo tempo, dubitando
di nauseare ogni lettore che sa, senza leggere,
quali siano gli usi che pratica giornalmente, così
ne avviene che senza una voce tradizionale ma!
si possa dalle memorie scritte raccogliere quali
fossero i piti graditi cibi dei tempi che noi dicia-
mo in questa storia austriaci. Sento dire per
altro che allorquando in Francia voleasi accenna-
re una tavola sunluosamenle imbandita, dicevasi
preparata all'italiana, dal che apprendiamo che gli
italiani superavano i francesi nella magnificenza
delle loro mense. Ma quando d'allora in poi trovo
che i nomi della maggior parte delle vivande ap-
prestate alle nostre mense portano nomi fran-
ceij, come gatto, bignè, ragù/ricandò, fricassè,co-
'9*
222 COSTUMI
tolette, culi, salmi, antremè, e simili nomi, ho ra-
gione di credere che i toscani abbiano raffinato il
gusto delle lor mense sull'esempio dei francesi}
ma ciò sia detto dei facoltosi.
g. 2. Tra le persone che godevano d'una cer-
ta agiatezza scemò in qualche modo Puso del vi-
no, perchè si abituarono ad usarne in una sola
commestione, cioè al pranzo, facendo consistere
le altre refezioni nei generi che si spacciavano
pei caffè, trovandoli ad un tempo più economici,
meglio addicenti al gusto del giorno,e in parte più
salubri del vino. Fu difatti,. come Io è anche pre-
sentemente, assai grande il consumo del latte,
del butirro, del caffè, delle acque acconce, della
birra e di simili altre bevande di ristoro. In fine
F uso frequente ed abbondante delle droghe è
stato in ogni ceto di persone o riformalo o assai
moderato. Nella classe popolare, o piuttosto dire-
mo noi degli operanti, è scemata la consumazio-
ne del vino in un modo ancor più notabile in pro-
porzione del consumo che se ne faceva nel prin-
cipiar di quest'epoca, mentre allora bevea quel-
la classe il vino non solo nella più considerabile
refezione d'ogni giorno, ma ancora in altre, sebbe-
ne questa derrata non raramente fosse cara più di
quel che lo è di presente, ed abbenchè fosse il
suo salario uguale a quello che ancora riceve, al-
lorché trova lavoro. Ma negli ultimi periodi dei
quali tratto, vale a dire verso il 1800, cresciuta
la popolazione, l'operaio spesso ozioso dovea coi
guadagni d'altri giorni provvedere alle giornate
nelle quali si trovava disoccupato, e la prima ri-
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE I. 223
forma cadendo sulle consumazioni non neces-
sarie,quella del vino dovett'esservi compresa (»).
§. 3. Ora passando a ragionare dell'agricoltura
toscana . dico primieramente che vedemmo già
nell'epoca antecedente quanto i granduchi Me-
dicei si occupassero a favore di essa; ma la To-
scana non fu mai florida in quel periodo, quanto
lo è stata nell'ultima epoca di questa mia storia,
poiché oltre ad essere stata la prima a formare
una società di dottissime persone, tutte intente a
promuovere l'utile maggiore dell'agricoltura, cioè
l'accademia de'Georgotili, il granduca Pietro Leo-
poldo suddivise in piccole frizioni i lati fondi, e la
sua mano henetìca spezzò i duri vincoli che incep-
pavano l'industria. Ora lo stalo dell'agricoltura
j otea dirsi prosperante in tutta la Toscana, ma
non era florido veramente che in Val di Nievole.
perchè l'industria ivi era comune ed ereditaria in
tutti gli agricoltori; mentre in Val d'Elsa, ove Parte
andava operando prodigi nelle colmate de'monti,
rio era dovuto all'ingegno e allo zelo di pochi len-
tamente dagli altri imitati, ed in tutte le altre lo-
calità lei granducato l'agricoltore mostrnvasi ben-
sì attivo, ma raramente industrioso. Ben è vero
che le antiche ed erronee pratiche andarono ap-
poco appoco migliorando , e quando ciò otfcn-
nesi dappertutto, la ricchezza del suolo toscano
potette emulare quella speciale del territorio luc-
chese limitrofo (2).
§. f\. Leopoldo I, mentr'era granduca di To-
scana, liberò i coltivatori delle campagne da alcu-
ne vessazioni «he avevano, e le tene dada n«t-
224 COSTUMI
vitù, moderando e restringendo il dritto d'isti-
tuire de'tìdecommissi} e in tal modo più libera di
prima divenne la divisione dei grandi poderi, la
quale è sommamente vantaggiosa per l'aumento
dell'industria agreste. Egli concesse all'agricol-
tura il primato legale fra tutte le professioni nel
granducato, il cui suolo per natura esige gran
diligenza ed ingegno, ed è capace di produrre tutto
ciò che può'mai bramarsi sotto il suo clima tem-
perato, e comprendendo che la dura legge del pa-
scolo impediva ai proprietari delle terre di circon-
darle con difesa stabile, acciò non vi andassero a
nutrirsi gli animali insalvatichiticene notabilmente
guastavano tutti i vegetabili , abolì questa antica
legge, e con ciò divennero maggiori di prima i rac-
colti, ed i bestiami si resero domestici (3). Pietro
Leopoldo, detto il Solone del nostro paese, favo-
rì gli affitti di ogni specie, ed in alcuni casi con
preferenza dei contadini : ordinando poi tutte le
leggi in armonia col principio di privilegiare la
agricoltura, conseguì lo scopo politico di formare
del suo stato una riunione di famiglie patriarcali,
che popolavano le campagne a preferenza delle
città, e vi richiamavano quella cultura fisica e
morale che l'incivilimento dell'agricoltura, e la
miseria dei produttori, aveano bandito dalle gran-
di tenute, amministrate dalla inerte opulenza cit-
tadinesca, col macchinismo dei già servi della
gleba trasformati in servi coloni (4).
g. 5. Né a ciò si limitarono le benefiche ve-
dute di Leopoldo I a vantaggio dell'agricoltur»,
meulie si rivolsero ancora sopra tutte le tene
DEI TEMPI AUSTRIACI PABTE I. 225
i ncolte della Toscana, e con tagli, canali, colma-
te ed argini secondo il bisogno, cambiò la qualità
istessa di quei luoghi che incolti e paludosi per
lo innanzi, divenissero sani, fertili e ricchi paesi.
Tra le terre che provarono tali importanti van-
taggi sia di esempio il piano di Pescia. il quale,
per quanto estesissimo, è stato so ggelto a sì forti
inondazioni, che ne hanno portate le acque fino
alle porte della città. Appoco appoco per altro que-
sta pianura è stata per così dire riconquistata, e
fu Pietro Leopoldo che riportò sì rilevante vittoria
su quelle acque che la danneggiavano , apren-
do uno scolo al padule di Fucecchio, scolo ch'era
stato chiuso dai suoi predecessori per formarvi
una conserva di pesce. Tra le più belle colmate
poi a tal riguardo eseguite nella Toscana sotto
il regno de'prhicipi austriaci, contami quelle della
Val di Chiana, che han resa quella paludosa pro-
vincia la più fertile di tutto lo stato; quelle del
pian di Pisa risanate per le cure dei certosini, e
finalmente quelle della casa Ferroni nella Val
di Nievole verso lo stagno di Fucecchio , ed il
prosciugamento di una gran parte del pietrasan-
tino (5). Più difficile rendevasi a quel sovrano il
far provare i medesimi ottimi effetti agli abitanti
di quella parte paludosa del senese, la quale con-
finando colla provincia pisana, ed estendendosi
lungo i! mare in larghezze diverse da cinque fino
a diciotto miglia, ed in lunghezza di quasi dieci
miglia, cioè più in là delle paludi di Castiglione,
dalle pianura di Grosseto sino ai confini dello
*tato della Chiesa , presentava degli ostacoli a
aa6 e o s t v m ut iaa
quel prosciugamento , i quali sembravano insu-
perabili. Ciò mosse il di lui cuore, e formò la sua
più grande attenzione fondata sulla conoscenza,
che i terreni quivi non sommersi e solo circon-
dati dalle acque erano per natura fertilissimi. Si
mandaron pertanto dal sovrano alcuni dei più
intelligenti mattematici ed idraulici su quei luo-
ghi; e le parti principali delle maremme di Siena
furono ridotte in uno stato da potersi ben col-
tivare dai paesani e dai forestieri, i quali, rendu-
tasi un poco migliore la qualità di quell'aria, an-
darono ad abitarvi.Si fece che questi pagassero un
sol quarto del valore delle case} si distribuirono
le terre a piccolissimo prezzo e in dono, e sì
prestò danaro a chiunque vi si volesse ricovrare
per occuparsi del coltivamento della terra, per
Jo che vi si cominciava a conseguire l'intento di
una buona coltivazione e della salubrità dell'aria,
e per l'aumento della popolazione in tutti i luoghi
prosciugati. Ma frattanto si vuole chela salubrità
dell'aria della maremma senese dal secolo XIII
al XVIII sia sempre andata in deperimento (6).
Benché questi felici progressi allora si arrestas-
sero per le vicende politiche , nulladimeno tali
operazioni, che mostreranno sempre la saggezza
e l'animo grande di Leopoldo, sono state secon-
date dall'augusto di lui figlio Ferdinando III (7).
g. 6. Questo magnanimo principe,grande am-
miratore ed imitatore delle cure paterne a prò
dello stato, proseguì con tutto Io zelogPintrapre-
si e già avanzati lavori della Chiana^ ove non ces-
sano di ammirarsi le operazioni di uno stabile
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE I. 2.1J
honificamenfo. La città di Chiusi deve a lui il no-
iabile miglioramento dell' aria per il prosciuga-
mento delie paludi, che ancor oggi conservano il
nome di bozze. L'agricoltura ebbe da lui valevo-
lissimo incoraggimento, e le pianure della Cecina
ed in particolare della Chiana, una volta quasi
infruttifere a causa delle acque stagnanti, furono
da esso cambiate in fertilissimi campi, d'onde
ritraesi considerabile copia di grani pel commi
bene. Gli aretini che men degli altri risentirono
tali vantaggi, riconoscenti a tanto benefattore,
mentr' egli viveva, decretarono di alzargli una
statua, ed il fecero. L'acquistata fertilità delle
pianure per mezzo di colmate allontanò fatteti-
zione e la cura dei gran proprietari della collina,
La quale di sua natura non potendo dare un utile
eguale a quello della pianura, molto meno polca
ciarlo dopo essere slata per la mala diversione
delle acque spogliala dei primitivi e migliori stra-
ti delle teire vegetabili, per cui le colline rimase-
ro allo scoperto, ed i massi calcarei e Pargilla o
silice pressoché in istato elementare. Questo im-
menso acquisto nelle pianure di Toscana. di pro-
fittare cioè delle terre che le acque trasportano
dalle colline e dai monti per rialzare il Jivello
della pianura, si deve in origine alla felice idea
«lei gran Torricelli , proseguita poi senza inter-
ruzione dai sovrani della Toscana. I poderi delle
nostre campagne qualche secolo indietro ermo
quasi tulli situati in collina, perchè le pianure es-
sendo coperte di acque slagnanti, non potevano
esser popolate a motivo dell'aria insalubre, e per
228 COSTUMI
conseguenza neppur coltivale. La popolazione
dunque essendo limitata alla collinare tene sole
dei colli erano sementate e coltivale a vili e ad
olivi. E temendo sempre i deposili delle acque
anche in collinari debbono esser determinati a re-
golare le coltivazioni delle viti e degli olivi presso
che perpendicolarmente, piuttosto che orizzontal-
mente. Ecco fino al termine dei giorni che io qui
descrivo e più oltre, i fattori meno istruiti, rego-
lando le loro coltivazioni, altro scopo non hanno
avuto che quello di dar lo scolo alle acque} pra-
tica la quale portava danni grandissimi alle col-
line toscane (8).
g. 7. Mi si presenta peraltro un articolo che
tratta degli alimenti e dell'agricoltura che fra i
contadini toscani stettero e stanna in uso ne-
gli ultimi periodi della più recente epoca di
questa storia^ articolo eh"1 io trascrivo letteral-
mente per essere importantissimo, scritto da due
sperimentati georgotìli. Welle borgate, essi dicono,
che s'avvicinanoalle mura delle città,non esistono
opificii notabili, ma vi si esercitano principalmente
le arti necessarie all'industria agraria. Il frumento,
il vino, l'olio, le frutta pel consumo delle città
son quei principali prodotti, che repartiti minu-
nateraente fra un gran numero di coltivatori ,
e uniti ai guadagni sul bestiame, costituiscono la
floridezza della campagna, e procacciano a molti
lina sussistenza discreta. Il grano produce annual-
mente dalle scialle nove misure sopra una di se-
menta. La rotazione agraria è per lo più la se-
guente. Nel primo anno si semina il grano colla
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE I. 2.1$
resta, nel secondo il grano gentile, nel terz'anno
la medesima sementa, concimando il campo con
lupini rotti o arrostili al forno, nel quart'anno
fave e vecce, o erba da foraggio.
J. 8. La raccolta piena delle olive nella mag-
gior parte dello stato è biennale, ed è annua sol-
tanto nei terreni più ubertosi per la loro espo-
sizione e meglio concimati, per lo più a spese dei
possidente. Le fruite e gli erbaggi per la vicinan-
za della città producono una rendita ragguarde-
vole, cumulata per via di minuto dettaglio. Così
di molto rilievo è il prodotto del bestiame in-
grassato pel macello, in specie quando la picco-
lezza del podere risparmia i bovi aratori per tut-
to l'anno. La media estensione dei poderi è fra i
18 ed i 25 quadrati per ciascheduno, o sia tra le
180.000 e le a5o,ooo braccia quadrate fiorentine.
Sussiste unicamente il sistema colonico o dì
mezzerìa annua, basato sulla perfetta divisione
a metà dei prodotti. Il possidente dà la casa per
alloggio al mezzaiolo, e la risarcisce asuo carico^
sborsa senza interesse il rapitale pel bestiame e
per la compra dei letami 5 spende nelle pianta-
gioni d'olivi, di viti e di piante arboree nella
manutenzione del fondo quanto ai muri, argini,
(ossi, canali ec, son suoi, e mantiene i tini per la
vendemmia, gli attrezzi e le macchine da vino e
da olio, ed ha il carico di pagar la tassa prediale
e le imposte comunitative. II mezzaiolo poi non
paga che la tassa di famiglia, dà al possidente una
indennizzazione annua in grasce pel manteni-
mento dei vasi vinari, e degli attrezzi da olio:
St. Tose. Tom. 11. 20
23o COSTUMI
apre una quantità proporzionata di fosse da vi-
ti; reca al possidente un determinato numero di
polli, d^ova ed anche di frutta \ gli traspor-
ta le grasce a casa senza pagamento, ed ha altri
obblighi di servigio domestico, variabili secondo
la discretezza del possidente, o secondo le con-
dizioni dei poderi. Nei più fertili per esempio
tutto il seme è a carico del contadino, e negli
sterili è diviso fra lui ed il possidente. I nostri
contadini sono attivi e destri nelle faccende, ed
uniscono spesso la docilità campestre all'umana
cortesìa. Molti sanno leggere e scrivere , e re-
cansi a vergogna il non sapere, ed imparano an-
che T aritmetica: nonostante non vi è faccenda
abietta e fastidiosa alla quale non si sottoponga-
no volentieri, quando giovi al miglioramento dei
loro campi. Le donne, che nei di festivi si vedon
vestite con graziosa eleganza, non sdegnano nella
settimana dal vangare, zappare, segar lo strame
per le bestie, e da ogni più faticosa faccenda.
g. 9. I nostri agricoltori si cibano di pane di
grano puro, e solo nelle annate le più scarse vi
mescolano un terzo di fave. Quando è mite il
prezzo della carne, i più la mettono al fuoco due
o tre volte la settimana, contentandosi negli altri
giorni degli erbaggi del podere e delie civaie e
palate. Sogliono essere molto sobrii, e una volta
sola al giorno, e ordinariamente la sera, mangia-
no la minestra, ma nell'epoca delle maggiori fac-
cende fanno più pasti. II consumo del vino per
ogni adulto può valutarsi dai tre ai quattro barili
di vino fanno, poiché fanif uso del vino stretto,
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE 1. i3 I
e del vinello, o acquarello, riserbando in gene-
rale pochi barili di vino buono alla mietitura, e
quello che loro avanza lo vendono per le spese
comuni della famiglia. Il consumo dell'olio, com-
preso quello da lumi, può valutarsi dai sei agli
otto fiaschi a testa. Il salario d"un operante suole
ascendere a un paolo al giorno per la battitura, e
mezza lira perla vangatura, oltre il vitto, e a cin-
que o sei crazie per una bigoncia d^live raccolte.
Tutte le spese annue di una famiglia colonica di
6 a 8 individui, meno il fuoco e l'abitazione, soni
mano da i4oo a 1600 lire, alla quale spesa non
provvedono le sole rendite del podere, ma an-
che le opere che i contadini fanno per conto del
possidente, se questi volgesi a migliorare il suo
fondo, e quelle che facilmente posson fare nei
poderi vicini, ed i lavori delle donne che tessono,
filano, fanno i bucati pei cittadini e la treccia da
cappelli. II capitale dei mobili ed attrezzi rusticali
di una buona famiglia colonica può valutarsi dal
le Soo alle 1200 lire (9).
NOTE
(1) Kidolfi, Considerazioni dell'industria e special-
mnnte sull'agricoltura; memoria che sta nella conti-
nuazione degli atti dell'imperiale e reale accademia
dei Georgofili di Firenze, voi. xn, pag. 32. (2) Zuc-
cagni, Atlante geografico, fisico e storico del grandu-
23a COSTUMI
calo di Toscana, tav. i. (3) D'Appozzo, Sopra Pagri-
coJtura in ogni paese MS. (4) Paolrni, Occhiala filo-
sofica ai saggio di un trattato teorico-pratico sul si-
stema livellare secondo la legislazione e giurisprudenza
toscana dell' avvocato Poggi ; memoria inserita nella
continuazione degli Atti dell'accademia dei Georgofiii,
voi. Xir, pag. 59. (5) Simonde, Agricolture toscane ,
§. i. (6) Ximenes, Esame dell'esame di un libro sopra
la maremmasenese,p.124. (7) D'Appozzo cit. (8) Chia-
renti, Riflessioni ed osservazioni sulT agricoltura to-
scana, cap. iv e v. (9) Ridolfi e Tartini , Notizie e
guida di Firenze e dei suoi contorni,, cap* in, indu-
stria e commercio»
d m
DEI TÈMPI AUSTRIACI aia
PARTE SECONDA
VESTIARIO
g. i. Prima che Francesco duca di Lorena sa-
lisse al trono di Toscana era già cangiata la fog-
gia civica di vestire in questo nostro paese, men-
tre se osserviamo Pabbigliamento delle due figure
qui esposte insieme (a)con un uomo popolare (£),
troveremo che il taglio degli abiti dei due sessi
ha subita una molto notabile alterazione dalla
ultima foggia da noi mostrata ai tempi del gran-
duca Giovan Gastone. La donna ch> alla tav.CLt,
num. i, porta i manichini come il suo amico ed
il resto ilei di lei abito incomincia ad accostarsi a
quella moda caricatissima di portare il guardin-
fante: ha le scarpe con fibbie come Puomo ed i
tacchi alti. Anche fra i contadini e le contadine
vi f»ra Puso di portare scarpe con tacchi e febbie
d'argento, e variavano pure nel resto degli abiti,
come lo mostra la coppia villereccia qui dipin-
gi) Ved. tav. CU, num. 1.
(*) Ivi num. 2.
io*
2.^4 COSTUMI
ta (a): te ragazze per altro vestivano con bella ele-
ganza (b).
g.a.Dopolamoda àVcitladini e cittadine da noi
additata^'introdusse un altra foggia di vestire che
meglio può intendersi dal vederne qui la copia {e).
Di belle e ricche stoffe di seta, divelluto, di raso,
di broccato d'oro e dargenlo erano le ampie ve-
sti delle nobili e ricche cittadine, sotto dell^ qua-
li portavano grandissime fardiglie, oguardinfanli.
Erano esse vesti guarnite al basso per Io più da
due ordini di fini merletti disposti a festoni, ed
i merletti pure a più giri erano ai manichini che
uscivano dalle maniche, le quali non oltrepassa-
vano il gomito: in un altissimo tuppè con un no-
do sulla sommità 4ei capelli, o o\i nastri intrec-
ciati di perle, o diamanti e fiori con un ordine
continuato di grossi ricci per ciascun lato che dal-
ia cima giungevano tino alle spalle, consisteva
generalmente Pacconeiatura di testa delle nostre
antiche dame(rf), che con indicibile pazienza tolle-
ravano la noiosa operazione di un esperto parruc-
rhiere, il quale continuava per varie ore a disten-
dere, arricciare, increspare e mantecare i capelli;
dopo di che usavano per Io più inbellettarsi ed
attaccare qua e là de^ei nella faccia. Gli uomini
a vean abiti grandiosi di panno o di velluto, giub-
■
(a) Ved. tav. GLI, num. 4.
(b) Ivi num. 5.
(e) Ivi num. 3 e tav. CLU, num. 1.
[ci) Ved. tav. CUI, num. t.
DEI TEMPI AUSTBItCl PARTE li. fc35
be della stessa stoffa o di seta secondo la stagio-
ne, ricamale ed ornate d'oro e d'argento, e sì lunghe
che giungevano quasi alle ginocchia} bottoni d\)ro
odi madreperla o d'acciaio grandissimi agli abiti,
più piccoli alle giubbe, e tanto negli uni che nel-
le altre dal collo tino all'estremità; calzoni corti,
orlati d'oro o d'argento odi diamanti al cinturino
dei medesimi, ed alle scarpe} spada al fianco, cap-
pello triangolare di feltro o di seta, grandissima
zazzera a due o tre ordini di ricci e tutta polve-
rizzata di ciprio: borsa nera di seta per racchiu-
dere i capelli di dietro (a)} colletto bianco a più
pieghe allacciato dietro al collo con fibbia; mani-
chini di merletti e gran lattughe al petto di egual
materia: nell' inverno gran mantello di panno
bianco o di seta verde foderato di pelli (i).
§. 3. Conosciutosi dal granduca Leopoldo I
ohe il lusso era dannoso alle famiglie non facol-
tose, procurò di reprimerlo con amorevoli mez-
zi (a), nel che felicemente riuscì, come lo mosti a
il quadro da me riportato alla lav. CLIll dell' a-
tlante di quest'opera. Se ci facciamo ad osservare
il vestiario degli uomini, il quale, non ostante elio
qui sia alla militare, pure tolte le insegne del gra-
do da essi occupato, era quello dei cittadini, lo
troveremo men ricco, ma quasi simile al or ora de-
scritto, mentre essi portavano giubba lunga o abi-
ti, sottoveste fino ai fianchi, lattuga al petto o
manichini uguali: calzoni corti con fibbie d'argen-
to o di. altro metallo, e queste pure alle scarpe;
(a) Ved. tav. CU, mini. 3.
a36 COSTUMI
spada al Banco e cappello triangolare. I/accorrcia-
tura della testa era senza barba né baflV, un riccio
alle tempie e capelli tirati dietro,» quali veni vara
legati con un nastro nero di seta a guisa di coda.
Le donne nobili e cittadine avevano i capelli pu-
re tirati dietro con sopra un crestino ed un gros-
so riccio sotto le orecchie: la loro sopravveste dr
seta o d'altra stoffa con maniche corte contorna-
te da due file di merletti di trina, era aperta da-
vanti onde far vedere il sottabito guarnito in fon-
do di alta balza della medesima trina: usa vari
sempre le faldiglie o guardinfanti ma un poco
più modificati. Gli abiti dr appartamento che le
dame portavano a corte furono proibiti nel 1787,
nella quaP epoca cessò pure l'uso del baciamano
e il costume di fare alle AA, RR. 1» reverenza
colla genuflessione.
5.4. Sottoil regno di LeopordoI si cominciò ad
introdurre nei militari toscani una uniformità di
vesti del tutto nuova5come lo mostrano! due mi-
litari da me riportati (a). Partito dal granducato
Leopoldo I per andare a governare l'impero au-
striaco.e restato nel suo posto di grand, di Tosca-
na Ferdinando III di lui figlio, la foggia di vestire
dei toscani cambiò affatto^ poiché le ricchissime
vesti dibroccatodivennerosacri arredi da chiesa:
non più ricci: gli uomini si tagliavano i capelli,
le donne arrossirono dei caricati loro crestini, e
tutto divenne leggerezza ed affettata semplicità.
Gli uomini usarono calzoni lunghi^sopirabiti, giub-
(a) Ved. tav. CXXXIX. un.n. 3, 4.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE li. 2,Zj
be lunghe e cappelli tond i di feltro con pastrani
a più baveri nell'inverno, portando allora nella
detta stagione panni con nomi e colori diversi, e
nell'estate le medesime forme d'abiti con robe
più leggere (a). Le donne portavano secondo la
stagione abiti si seta, di casimirra o altro (b); ma
il lettore sarà meglio informato dalle stampe che
dalla mia narrazione, giacché d'allora ai tempi
consecutivi poco si è variato sull'uso dei panni
e delle stoffe, come pure nel taglio degli abiti.
g. 5. I due gruppi da me riportati alla tavola
CLII, numero 4 - 5 ed all'altra GLIV , nume-
ro i, ci danno l' idea della maniera di vestire
dei contadini dei due sessi sul finire del secolo
XVIIT, ma di quei discosti dalla capitale, mentre
nei contorni di Firenze vestivano con più elegan-
za e ricchezza (e), giacché scorgiamo nella don-
na molti ori, anelli ed un bel manicotto. Anche
sotto il regime di Ferdinando III l'uniforme della
milizia toscana fu variato, ed era come presentasi
nelle tavole di questa mia storia (d).
(a) Ved. tav. CLII, num. 2.
(b) Ivi num. 3.
(e) Ved. tav. CUV, num. 2, 3.
[d) Ivi num. 4, 5.
NOTE
(1) V errario, Costume antico e moderno , Europa ,
±38 COSTUMI
pag. 928 . (2) Paolini, Discorso sul lusso dei conU-
dini ; sta nel tomo n , pag. 452 della continuazione
degli Atti dell'imperiale e reale accademia dei Geor-
gofili.
*— 30O0CI ■
DEI TEMPI AUSTRIACI 239
PARTE TERZA
USI DOMESTICI, CIVILI E MILITARI
§. i. .Lia franchezza nel conversare che verso la
tine del secolo XVI lì trova vasi in vigore nella
Toscana, fu appresa insensibilmente dall'esem-
pio dei forestieri, che concorrevano in gran nu-
mero in questa regione. I toscani avevano natu-
ralmente dello spirito, della grazia, e della poli-
tezza nella società: presso di essi trovavasi della
affabilità e dell'attenzione. Il saper cavalcare un
destriero con maestrìa faceva parte di educazione
per la nobiltà*, e forse a tale effetto il granduca
di' Toscana, Francesco duca di Lorena, fece inal-
zare in Siena nel 174°*. a similitudine di quella
di Firenze, la cavallerizza a benefizio dei nobili
convittori del collegio Tolomei e di ogni altro
cavaliere onde apprendervi il maneggiodel destrie-
ro sotto abili maestri(i). I fiorentini in particolare
avean V ambizione di passare per ingegni acuti
e vivaci: quelli del ceto medio avean fama d'esser
naturalmente inclinali ai motteggi ed alla sati-
ra (2). I lucchesi passavano per molto destri ed
industriosi: i senesi erano affabili e allegri: la
24o COSTUMI
loro conversazione dolce e piacevole; le donne
amabili e di bel sangue (3).
g. a. I toscani in generale vivevano con mol-
ta economia: essi avevano, come costumavasi nel
resto dltalia, degli appartamenti magnifici, che
non erano abitati; delle carrozze e degli equipaggi
che servivano solo per andare al passeggio o in
campagna (4). II lusso di apprestare le mense era
assai diminuito, e non si può uguagliare a quello
dei nostri più antichi, giacché in vece di una smo-
data quantità di vivande, di massicce argenterie,
e di una turba di convitati, vi era più sceltezza
nei cibi, più eleganza negli ornamenti, e si era
diminuito il novero dei commensali; in ciò gua-
dagnò la filosofia del buon gusto. Eran le tavole
apparecchiate con tovaglie bianche, ed all'intor-
no ordinatamente eran determinati i posti dei
commensali. Le porcellane sbandirono in parte
i piatti d'argento, ma di queste non se ne vale-
vano che i doviziosi e splendidi personaggi, men-
tre il popolo usava Io stagno o le terre meno co-
stose. Le imbandigioni cominciavano dalle zuppe
e venivan poste sulla tavola più vivande, e leva-
te quelle, altre ne sottentravano nel numero stes-
so dei piatti che furon posti la prima volta. Le
donne in generale godevano la preminenza alla
tavola, sia di posto, sia nella .presentazione dei
cibi. L'ultima imbandigione era il così detto de-
sers dai francesi: dopo i! pranzo in vece di lavar
le mani con acqua misla ad essenze odorose, ve-
niva portata una lazza di vetro colorata, ricolma
d'acqua per l'abluzione delle labbra e delle m3ni.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE III. 2.^t
I pranzi villerecci erano meri fastosi che quei di
città, ma se in città splendeva più la ricchezza ed
il lusso, in campagna all'incontro v'era l'abbon-
danza degli apparecchi, ed una troppo libera gaie-
tà (5).
g. 3. Le cerimonie dei matrimoni poco varia-
rono da quelle dei tempi medicei, poiché succe-
devano gli sponsali dopo essere state fatte tre
volte le proclame dal parroco della cura. Lauti
pranzi e gran cene si usavano in simili circostan-
ze} parlo del ceto medio e del basso popolo, che
si atteneva mai sempre alle antiche usanze, e le
usanze del basso popolo formano la parte più di-
stinta dei costumi nazionali (6). Non minore sfar-
zo facevasi dalla nobiltà in tali circostanze, poi-
ché la Gazzetta patria del 1766 pag. 168 alPocca-
sione dello sposalizio del marchese di Chianni
Giuseppe Riccardi con Maria Teresa figlia del du-
ca don Ferdinando Strozzi si esprime così „ Do-
po aver dato Panello alla presenza di due testi-
moni nella privata cappella del palazzo Strozzi,
ed aver fatta una sunluosa colazione in compa-
gnia della numerosa nobiltà sì forestiera che na-
zionale invitatavi, gli sposi, entrati in una tanto
elegante carrozza quanto ricca col seguito delle
dame ed altra nobiltà, passarono alla visita della
Santissima Nunziata, e dopo breve orazione si
portarono al palazzo Riccardi. Nella magnifica
galleria di questo palazzo era apparecchiata a qua-
ranta persone grandiosa mensa, alla quale sedero-
no fra dulce armonia di strumenti insieme con
gli sposi, dame, cariche di corte e ministri esteri.
SU Tose. Tom. 11. 21
a{a costumi
Nel tempo di questo splendido banchetto furono
dispensate in lode dei signori sposi diverse poe-
tiche composizioni fatte da abili soggetti. Final-
mente verso le ore sette della sera si portarono
al palazzo del marchese Corsi a godere di un so-
lenne feslino,al quale aveva precedentemente in-
vitala la nobiltà tutta „. Tra i contadini in varie
parti della Toscana si usava che air occasione
delle nozze, oltre i rozzi ma lauti pranzi, la sposa
veniva accompagnata dai parenti alla casa delio
sposo, e avanti a loro precedeva un giovane con
la conocchia, facendo mostra di essa, forse per
far vedere che la sposa non dovea stare in ozio,
e quando eran giunti al destinato luogo davan
fuoco alla stoppa della conocchia fra gli evviva e
lo sparo deYucili o altre armi. Più frequentemen-
te per altro era fuso che la suocera, se vi era, an-
dava incontro alla nuora, e sulla porta di casa le
consegnava un mestolo da cucina in segno che la
suocera cedeva alla nuora il maneggio delle cose
domestiche, di che la sposa stima vasi oliremo do
onorata, quando poi succedeva il contrario, pre-
sentavate dei fichi secchi, e delle noci. La sera
dello sposalizio per lo più v'era la festa detta la
veglia, ove ballavano al suono di uno strumen-
to detto il rubeco, ch'era fatto a guisa di man-
dolino o chitarra o liuto. Fu stabilito dal magi-
strato supremo che le promesse di sponsali non
dessero azione alcuna nel foro per obbligare i
promettenti ad effettuare il matrimonio (7).
g. 4» l*f donne di città nell' epoca di che
ragioniamo, vivevano con una intiera libertà, e
senza una gran bellezza esse erano molto cortesi
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE HI. 2.fò
ed amabili nella conversazione: avvezze a veder
sempre dei forestieri, sapevano riceverli colle
attenzioni le più graziose. Quando i teatri erano
aperti, i palchetti delle darne di spirito dovean es-
sere riguardali come luoghi di assemblea dove
si faceva la conversazione (8).
g. 5. Le forze militari di Toscana nel 1753
fuiono regolate sul piede di ti e reggimenti d'in-
fanterìa ed uno di dragoni ascendenti a 5oo uo-
mini: vi fu aggiuuto un secondo reggimento di
dragoni due anni dopo. Queste truppe furono
portate fino al numero di 6000 uomini (9) onde
tenere il buon ordine per le città di Toscana, e
per guardare i porli di mare ad essa appartenenti.
Per arrivare al dello numero di 6000 uomini e
così completare quel corpo che si nominava il
reggimento R. toscano, ordinò Pietro Leopoldo
nel 1767 che si forzassero al servizio militare quei
sudditi che conducevano una vita licenziosa e
scandalosa: queste reclute forzate furon fatte con
poca precauzione, e vennero violentati dei citta-
dini onesti e costumati, i quali avanzarono i giu-
sti loro reclami contro l'arbitraria violenza verso
di loro, ff quel principe vi provvide perchè in av-
venire non seguissero tali inconvenienti (io). Il
porto di Livorno era fornito di una numerosa e
bella artiglieria, come pure Tantico castello ch'era
di faccia all'altra parte del porto, in cui vedevansi
12 bei cannoni di bronzo, che fece fondere Ferdi-
nando I, e che si chiamavano i 11 apostoli. Io que-
sto porto stavano all'ancora ordinariamente pa-
recchie centinaia di basthnenli,e sempre in Ottg-
244 COSTUMI
gior numero in tempo di guerra (n). Anche Por-
toferraio era guarnito di militari appartenenti al
granduca di Toscana! luoghi situati in campagna
detti fortezze, quali erano Pontremoli, Pistoia,
Pisa, Siena, Arezzo, Volterra, Montecarlo, Ter-
ra del Sole, S. Martino, le torri lungo la spiag-
gia del maree Grosseto^avevanoiloro comandan-
ti e la guarnigione ad essi subordinata (12)
g. 6. Siccome la marina per uno stato è la
parte forse più considerabile , così Leopoldo I
comandò che fossero scelti dodici giovani di fami-
glie capaci di far le prove dell'ordine equestre di
S. Stefano, per esser impiegati nel servizio della
marina di guerra in qualità di guardie marine.
Quelli che si fosser distinti in tal servizio, erano
ammessi all'ordine di S. Stefano, nel quale po-
tean godere l'anzianità dal giorno del rescritto
d'ammissione nel corpo delle suddette guardie.
Lo stipendio era di scudi 200 all'anno, con l'ob-
bligo di continuare il servizio sopra le navi da
guerra, e che il detto stipendio doveva loro ces-
sare, allorché fossero promossi al grado d'uffiziali
delle navi, nel quale goder dovevano gli stipendi
e le commende che appartenevano a quel grado di
uffizialità al quale erano giunti ( i3). Per fornir poi
la marina di buoni soggetti, che consisteva in cin-
que fregate, fu eretta in Livorno una scuola per
le guardie marine nobili, alla quale il granduca
aveva dato un ottimo regolamento: ivi la gioven-
tù nobile era istruita nella nautica ed in tutte
quelle scienze ed arti che vi hanno relazione (14).
g. 7 Ai tempi del governo austriaco continua-
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE III. ^45
vano i giuochi pubblici, poiché recandosi Leo-
poldo I a Livorno, furono eseguiti nella piazza
grande il giuoco del calcio, due corse di cavalli,
ed una di cocchi a tre ricche bandiere, con bella
illuminazione,e delle salve di cannone al di lui ar-
rivo. Oltre i fuochi artifìziati ed altri divertimenti
pubblici, vi era in uso la così detta festa delle
befane praticata per tutta la Toscana, consisten-
te nel portare per le strade deYimuIacri rappre-
sentanti diversi capricciosi e talvolta insignifican-
ti soggetti sopra d'un carro decorato all'intorno
di un gran numero di faci, tirato or dai cavalli, or
dal popolo festeggiante, ed accompagnato col suo-
no di vari rumorosi strumenti. Un tal costume ci
è pervenuto dai gentili romani, i quali eran soliti
nei primi giorni dell'anno celebrare solenni feste
in onore della Dea Cibele o d'altri Dei^ onde por-
tavano in trionfo le statue di queste false dei-
tà, accompagnate dal popolo con fiaccole accese
e precedute dai sacerdoti chesuonavan calube e
sistri onde rendere più decorosa e piò bella uni
simile funzione (i5). Un altro divertimento po-
polare facevasi in Toscana, edera il seguente. Fu
comune favoleggiare fra tutte le nazioni cattoli-
che e per sollievo dei bambini il dire, che nella
notte di mezza quaresima si segava la vecchia,
«piasi per tal vecchia si volesse intendere l'au-
stera secca quaresima, che per mezzo si dividevi
nella sera di quel giorno. Presso di noi adunque
dicevasi che si segava la monaca, ed ogni anno
>i dava ad intendere ai più semplici che si segava
una vecchia suora ormai annoiata «li vita. Oueslo
ai*
246 COSTUMI
divertimento consisteva, «;he le brigate plebee si
provvedevano, per solennizzare una tal favolosa
segatura,di scale, seghe e eampanacci, e andava-
no dopo le 24 ore pel paese, scampanando e bat-
tendo padelle, e trascinando t'erri e metalli da
strepito, ed il fine si era di assaporare delle frit-
telle o altre cose, che dicevano essere state pre-
sentate nel monastero dalla vecchia monaca per
non essere segata (16).
g. 8. Così editto sovrano del 1779 fu diminui-
ta la frequenza dei teatri, poiché si diminuirono
gli esteri commedianti, e si obbligarono i nazio-
nali a pagar due paoli il biglietto per l'ingresso
del teatro. Questo prezzo, allora straordinario,
servi a rallentare un poco un divertimento che
toglieva e tempo e denaro ai manifattori (17). Set-
te anni prima fu proibito che s1 introducessero
nello stato dei vagabondi forestieri, i quali quasi
sempre trovano la sussistenza nei proventi del
vizio, poiché i così detti ciarlatani sono sempre
dannosi, perchè distraggono il popolo dalle sue
ordinarie occupazioni, lo allettano all'ozio e vi-
vono col mezzo di un mestiero che promuove il
dispendio e la dissipazione (18): fu poi ordinato
che i teatri non si potessero aprire che nel car-
nevale nelle primarie città.
g. 9. Ogni città e paese di Toscana aveva il
suo santo protettore, nel giorno del quale, oltre
la sacra funzione, vi erano le feste popolari: di
esse non riporterò che quella di s. Giovanni di
Firenze.essendo questa la città capitale del gran-
ducato, nienti e riuscirebbe tedioso per chi l^^e
DEI TEMPI AUSTRIiCI P4RTE III. 2$J
l'avere un minuto ragguaglio di tutte le feste che
si facevano in detta occasione in ogni città e
paese, e anche in ogni cura. La vigilia per tanto
di s. Giovanni verso la sera si correva sulla piaz-
za di s. iMaria Novella il palio dei cocchi, dove già
le altezze loro reali si erano poste a sedere sopra
un palco parato di velluto cremisi, di ricco gal-
lone fregiato e ridotto a foggia di sala. Dopo che
i nohili di Siena aveano pubblicamente fatto ve-
dere il passeggio con altre operazioni cavallere-
sche di alcuni bei cavalli della scuola senese,
quattro cocchi di quattro diversi colori passava-
no avanti ai reali sovrani, e preso posto partiva-
no per correre alla meta. Nella sera si vedevano
i fuochi di gioia per la vicina solennità del santo
protettore. Sulla piazza del real palazzo de'Pitti
faceva assai bella comparsa una macchina illumi-
nata parte a cera e parte a olio con numerosa or-
chestra, come pure la via dello sdrucciolo illu-
minata alla maniera sorprendente della luminara
dei pisani. A.nche la nazione ebrea concorreva a
celebrare la festa con illuminazione d* un arco
trionfale. La mattina del santo protettore S. A. R.
colla R. consorte scendevano ambedue pel gran
stradone della regia villa del Poggio imperiale,
Tuno a cavallo e l'altra in muta , e giunti alla
porta Romana venivan salutati per la prima volta
con 101 colpo di cannone, dove il rimanente del*
la corte nobile aspettavali per avere anch'essa
l'onore di servirli in questa funzione. Dalla por
te Romana recavansi alla piazza del granduca col
treno disposto nell'ordine seguente (19).
248 COSTUMI
g. io. Dopo un battistrada vestito di scarlatto
cori soprabito simile, ricoperto Furio e l'altro di
guarnizione parte color giallo, parte verde, e cor-
petto guarnito di gallon d* oro, moveasi una
guardia a cavallo di cento dragoni preceduta da
tre cavalli di maneggio uno del Maggiore e gli
altri dei due capitani: venivan poi due corrieri
di gabinetto a cavallo con uniforme di scarlatto
guarnito d'oro, ai quali facevan seguito i cavalli
di maneggio dei tre uffiziali dello stato maggiore
della guardia nobile, accompagnati dai palafre-
nieri a cavallo, servitori e lacchè con livrea da
gala. Seguiva un officiale a cavallo della R. scu-
deria in uniforme turchina gallonata d'oro con
dodici cavalli di rispetto di S. A.. R. in magnifica
foggia bardati, con alcune gualdrappe alla turca
ricoperte dai ricami di gemme e perle, con fini-
menti di prezioso metallo: questi eran guidati a
mano da altrettanti palafrenieri tutti con livrea
da gala. Ne veniva inseguito la numerosa servitù
parimente in gala spettante ai ciarnberlani, con-
siglieri di stato e cariche di corte. A. questa suc-
cedevano gli aiduchi, i lacchè, gli staffieri della
corte reale con livrea di scarlatto, con pararna-
ne di velluto color d'oro, simile alla guarnizione
raddoppiata da tutte le parti, e framessa da altra
di color verde e bianca. Di poi si vedevano gli
uffiziali di corte in uniforme scarlatto di panno
sopraffine con fodera e sottoveste di seta verde
gallonata d' oro a più ordiui: gli uscieri cammer
haitzer^ aiutanti di camera, e controleur in altro
ricco uniforme color blu, con doppia guarnizione
DEI TEMPI AUSTRIACI TARTE III. 2,%$
d'oro. I paggi d'onore occupavano il loro posto
vestiti in abito uniforme di velluto color ponsò
arricchito di gallone d' oro : i trombi , il tim-
panista, i timpani della guardia nobile a cavallo
avevano il ricco loro uniforme ed i ricchissimi
drappelli. L'uniforme del timpanista e dei trombi-
si era di scarlatto con sottoveste di panno giallo
guarnito di gallone d'argento, con estremità di
velluto a pedino giallo, cappello bordato di gal-
lone d'argento e penna gialla: le gualdrappe e mo-
stre delle terzette erano di scarlatto guarnite in
due galloni simili alPuniforme. I drappelli erano
formati di drappo in opera celeste, quasi tulto
coperto da un ricamo di grottesco a bassorilie-
vo d' argento, che serviva di contorno all'arine
di S. A.R. fatta anch'essa di ricamo d'oro in bas-
sorilievo con tutti gli ordini, e con una quantità
di trofei militari a maraviglia espressi: finalmente
questi drappelli erano circondati da una frangia
a grillotti d' argento, e da una incatenatura di
capponi similmente d'argento. Dopo due forieri
vestiti di turchin-blù gallonati d'oro, precedeva»
no in due file i ciamberlani e le cariche di cor-
te (20).
J. 1 1. Annunziato da tanto corteggio sopra un
cavallo spagnolo compariva in aria maestosa e
trionfante il grandura di Toscana: l'abito d'oro
conlesto e gioiellatoci hastone di comando, gli or»
dini luminosi di brillanti, il cappello gemmato, i
gemmati finimenti del cavallo, la sella, la gual-
drappa, tutto in somma era maggiore di qualun-
que descrizione. La staffa deatra era guardata dal
a5o COSTUMI
cavallerizzo maggiore, e la sinistra dal vice-gran-
ciamberlano, l'uno e l'altro a piedi, e parimente a
piedi ne venivan due altri cavallerizzi.il sovrano
era seguito immediatamente dal corpo della guar-
dia nobile a cavallo, alla testa del quale cavalca-
va il capitan comandante , ed in seguito il ca-
pitan tenente a destra, e il tenente alla sinistra:
le prime due file della guardia erano cominciate
da due brigadieri, cui succedeva il restante del
corpo, che terminava con due file, dove erano im-
postati due altri brigadieri dalla parte oppostale il
loro marescial de logis chiudeva questa bellissima
ordinanza. La montura di gala delle guardie nobili
consisteva nell'uniforme di panno sopraifine scar-
latto con paramane, sottoveste e calzoni di color
blu chiaro, o sia celeste parimente di panno',
guarnito di gallone d'argento alla borgogna, con
alamari raddoppiali di gallone più largo e botto-
niera d'argento gettato, cappello guarnito di gal-
lone d'argento a merlo e penna bianca. Il porta-
spada ossia cinturone era di glasse d'argento con
fiori in velluto riccio celeste, guarnito di mezzo
bordo d'argento, e sua cerniera d'argento massic-
cio con cifra in bassorilievo di S. A. R., bandolie-
ra composta di tre galloni d'argento, che due la-
terali andanti, e quel di mezzo a scacchi di vellu-
to riccio celeste e argento, con tibbione, passante,
e lastra in punta d'argento gettato. Il patron
tasch, ossia piccola padrona di velluto riccio ce-
leste, era guarnita di gallone d'argento, con uno
scudo in bassorilievo d'argento gettato che co-
priva quasi tutto il coperchio, dov'era scolpita
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE III. a$>I
Tarme di S. A. R. con tutti gli ordini, e adorna
di vari trofei, colla cintura d'armacollo che l'in-
crociava colla bandoliera, composta di tre galloni
come la detta bandoliera, e con fibbia, passante,
e lastra in punta d'argento gettato, carabina e
tersette con canne di Pistoia montate tutlè in ar-
gento; spada da fazione d'argento, col forte della
lama inciso di grottesco dorato. La gualdrappa e
le mostre delle terzette erano di panno celeste
guarnite con due galloni alla moschetterà d'ar-
gento, uno più largo dell'altro, con quattro armi
di ricamo d'oro a bassorilievo , dov'era scolpita
l'arme di S. A. R. con tutti gli ordini e diversi
trofei militari: tutto il resto del finimento del ca-
vallo era ornato di borchie, fibbie e passante d'ar-
gento gettalo, colla contro briglia o sia bridone
fatto di passamano d'argento e seta celeste, oltre
il solito gallone. L'uniforme del maresciallo de
logis e dei quattro brigadieri era gallonata su
tutte le cuciture, con più un gallone che forma-
va varie punte fra un alamaro è l'altro. I tre uf-
fiziali dello stato maggiore, cioè capitano coman-
dante, capitan tenente e tenente, avevano il loro
uniforme di scarlatto guarnito su tutte le cucitu-
re d'un largo ricamo a lustrini di argento, il simi-
le alla sottoveste e paramane, ch'era di velluto
alla ren celeste, come pure la gualdrappa e mo-
stra delle terzette di velluto celeste eran guarni-
te parimente dello stesso ricamo, e frangiate a
grillotti di argento: le bardature pure dei loro ca-
valli colle loro selle eran coperte di velluto cele-
a5a costumi
ste, e gallonate d'argento con fibbie, borchie e
passanti d'argento gettato.
g. ia.A.Itro battistrada simile al primo prece-
deva una muta di corte montata in gala con i!
Gran-maitre della real sovrana. In altra più sun-
tuosa, servita da due cavallerizzi, da due pag-
gi a cavallo e da un distaccamento di sei guar-
die nobili parimente a cavallo, risplendeva sua
altezza reale, che nell'abito, nei brillanti, e nel-
la maestà chiaro vedevasi la real granduchessa
di Toscana, e di contro a lei sedeva la Gran-mai-
tresse. Altre quattro mute di corte pure in gala
ne venivan dietro colle dame di servizio della
granduchessa, accompagnale ciascheduna da due
staffieri allo sportello, con altra carrozza di rispet-
to tirata da sei cavalli come lo erano tutte le al-
tre. In ultimo vi era la banda militare che con
una compagnia di granatieri chiudeva questo cor-
teggiamento. In tal maniera giunto il sovrano
sulla piazza detta del granduca v'era la numerosa
nobiltà fiorentina, che aspettava il momento di
poter rendere al suo signore un tributo di servitù:
intorno intorno alla piazza si vedeva impostata la
truppa, lo squadrone dei dragoni, il corpo della
guardia nobile, i feudatari, i carri, gli stendardi, le
bandiere, i trionfi ec. Intanto il sovrano con altro
egual saluto delle due fortezze, accompagnato
dal maggiordomo maggiore si posava sotto ma-
gnifico trono in sedia d'argento massiccio lumeg-
giata d'oro e di gioie. Questo trono era inalzato
sotto Farco di mezzo della loggia dei Lanzi: a pie
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE HI. 2.53
del medesimo dalla parte destra v'erano le cari-
che di corte, i consiglieri di stato e i ciambella-
ni, dalla sinistra il vice-gran-ciamberlano, il su-
premo, e gli altri magistrati più antichi della cit-
tà. Nel medesimo tempo la granduchessa salita
sul terrazzino del prim1 ordine di palazzo vecchio
colle dame (T onore, sotto aurea residenza, era
spettatrice agli omaggi che si offrivano alla to-
scana sovranità.
g. i3. Asceso al trono il granduca, un pub-
blico banditore leggeva ad alta voce un editto,
col quale intimava ai sudditi, vassalli, feudata-
ri, e luoghi sottoposti al granducato di Toscana
l'obbligo di prestare nella mattina consacrata al
santo precursore la debita obbedienza, recogni-
zione e censo , secondo l'ordine col quale sareb-
bero stati chiamali. Il primo era un uomo a ca-
vallo rappresentante la città di Pisa, vestito con
casacca e gualdrappa di velluto cremesi, portan-
do in mano un paliotto d'egual velluto coll'arme
pisana, ed un altro simile mandato dai conti di
Maremma colla loro arme Gherardesca. Imme-
diatamente ne venivano a cavallo, in numero di
i So, quei che rappresentavano le città, terre e ca-
stelli del dominio fiorentino, a cui eia annesso
il pisano: questi divisi in due parti davano luogo
nel mezzo ai feudatari, o sia agli uomini, pure a
cavallo, mandati dai possessori di feudi, i quali
portavano in braccio una sottocoppa d'argento,
con servitore a livrea alia staila, o distinzione dei
rappresentanti le suddette città ec, che vestiti in
casacca e calzoni rossi guarniti di gallone periato e
òl. Tose. Tom. 11. 22
254 COSTUMI
berretta conforme con pennacchio, portavano in
mano un piccolo stendardo o sia banderuola di
maritino bianco con fregi e gigli rossi, ove in ca-
ratteri grandi leggevasi il nome della terra o ca-
stello dal portatore rappresentato*, tutti preceduti
dal maestro di campo e dai trombi del pubblico:
dopo avere inchinato il granduca si avanzavano
due adue,seguitandocollo stesso ordine il viaggio
tino alla piazza di s. Giovanni. Dopo la chiamata
dei sopraddetti passavano avanti al trono i quat-
tro carri mandati dalle terre di Barga, di Fucec-
chio, di Montecatini e di Montopoìi, antiche con-
quiste del popolo fiorentino, che servivano una
volta a portare un tributo di cera al santo. Le
macchine di questi carri, che erano di circa dieci
braccia d' altezza di diversa antica architettura,
venivano tirate da cavalli con uomini vestiti in
abito conforme ai soprannominati rappresentan-
ti. Altri piccoli triouii, destinati a portare al santo
protettore l'offerta di cera che si faceva da altri
diversi luoghi, erano portati a bar ella dai giova-
netti degli Abbandonati, i quali facevano in tale
occasione buona comparsa, a differenza di prima
che mostravano nell'abito l'umiltà della loro con-
dizione. Molto superiore a tutti gli altri compari-
va un magnifico carro adorno d'intagli e pitture
(V illustri artefici . Questa superba mole veniva
tirala da dei bovi, o cavalli all'uso antico bardati,
con mantelloni e spennacchi, e gli uomini che la
guidavano erano similmente abbigliati alPantica.
3X e 1 1 a sommità si vedeva la statua di s.Giovannì(a);
[Ì£) Yed. tav. CLV, num. ti
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE III. &55
sulle cantonate uomini che figuravano angioli con
cartelle in mano, ove si leggevano lodi del santo;
sul ripiano altri angioli, e s. Giovanni in età pue-
rile e santo Stefano protomartire.Alcuni prigioni
estratti e liberati dalle carceri delie Stinche, sta-
vano dietro al gran carro in veste uniforme con
rami d'olivo in mano (ai).
j). 14. In seguitosi avanzava lo stato senese. Una
persona destinata dalla città di Siena a rendere
quest'atto d'ossequio al suo signore compariva a
cavallo avanti al regio trono, vestito di velluto
bianco e nero tutto trinato, con bardatura simile,
nella quale erano quattro armi della stessa città,
due colla lupa, e due in campo bianco e nero con
un cappuccio alla testa del cavallo, colParme del
granduca in fronte, ed un uomo alla staffa con
casacca simile. La predetta persona portando con
una mano un palio! to di velluto consimile, e colla
altra un gran vaso d'argento, dove si vedeva la
lupa allattante Romolo e Remo, si fermava avanti
TA.. S. R.e in brevi parole esprimeva i sentimenti
d'obbedienza che professava quel dominio. Dopo
questo rappresentante la città di Siena, preceduto
anch'esso da altri trombi del pubblico, compari-
vano in primo luogo due stendardi, uno colla pe-
cora, arme dell'arte della lana in Firenze, l'altra
colla porta, arme dell'arte della seta parimente
di Firenze, sostenuti da uomini a cavallo con pro-
prietà vestiti . Immediatamente ne venivano 1
feudatari del dominio senese col medesimo ordi-
ne, essendo pur questi a cavallo, con uomo a li-
vrea alla staffa, e con le sottocoppe d'argento al
256 COSTU MI
braccio: indi presso a cento stendardi di manto
bianco fregiati di nero colfarme di Siena, ove si
leggeva il nome delle terree castelli che rappre-
sentavano. Questi pure eran portati da uomini a
cavallo con casacca e gualdrappa nera, guarnita
Tuna e Pal'ra di periato^ e simile berretta in capa
con pennacchio. Compariva poi la gran carretta
tirata da tre cavalli, con giovanetti vestiti all'an-
tica, che sostenevano la ricca bandiera di s. Gio-
vanni, dietro la quale vedevasi altra bandiera de^
stinata per la corsa del giorno di & Pietro. In ul-
timo passavano i barberi per la corsa del suddet-
to giorno, coperti di drappi nobilmente ricamati,
con barbereschi e livree di gala dei respettivi
padroni, portando anch'essi offerta di cera. Tutti
costoro dopo essersi umiliati avanti al trono, pro-
seguivano il loro viaggio e schiera vansi sulla piaz-
za di san Giovanni. Terminato così l'ordine dei
tributi s'incamminavano anticipatamente per la
medesima via le livree, i cavalli di rispeltos e le
mute di corte. Ne veniva poi lo squadrone dei
dragoni, la nobiltà, i magistrati , il supremo, i
ciamberlani, le cariche di corte ec. per far corte
alle Reali Altezze loro che s'incamminavano an-
ch'esse a piedi verso s. Giovanni. Dietro le dame
di corte ne veniva una ricchissima sedia sostenuta
dagli aiducbi, il corpo della guardia nobile , la
muta di riserva, la banda militare ed in ultimo
una compagnia di granatieri La piazza del duomo
faceva mirabile comparsa, poiché lungo i fonda-
menti di quella cattedrale si vedevano impostate
numerose milizie: presso il campanile i cinque
DEI TEMPI AUSTRIACI PABTE III. 2.5 J
sopraddetti carri, i piccoli trionfi e le bandiere;
intorno al tempio di s/Giovanni le sopradescrit-
te banderuole, i feudatari, lo squadrone dei dra-
goni e il corpo della guardia nobile. Giunte le lo-
ro Altezze Reali al tempio, offrivano anch'esse
tributo di cera ai santo Precursore, e dopo devo-
ta orazione Puno montata a cavalla, l'altra in mu-
ta, col medesimo treno, ordine e magnificenzar
come dalla porla Romana alla loggia de'Lanzi, pas-
savano nel regia palazzo Pilti, dove col terzo sa-
luto dell1 una e delT altra fortezza si terminava
questa solenne funzione. Circa un'' ora dopo mez-
zogiorno le Altezze Reali accordavano al pubbli-
co la grandiosa vista del pranzo, e verso la sera
porta vansi al corso di carrozze e corsa de'barbe-
ri ed in mie al teatro. La sera del santo vedova-
si illuminata la via dello sdrucciolo dirimpetto at
real palazzo, come nella sera antecedente (»*a).
g. i5. Francesco I duca di Lorena, attesa la
eccedente pompa che s*era usala nei tempi me-
dicei, emanò nel 1748 una legge, colla quale proi-
biva ad ogni persona e sotto qualunque pretesto,
di esporre i cadaveri nelle proprie case, di parare
le chiese di rasce, ed erigervi catafalchi o altre
macchine funebri. Ai soli nobili e cittadini era
premesso il fare funerale e bruni: esponevano il
cadavere in chiesa dalla mattina (ino a mezzo-
giorno sopra una coltre distesa in terra-, i nobili
vi stavano attorno con dodici lumi al più di cera
bianca, sei all'aitar maggiore, due agli altri, r
quattro alle cappelle gentilizie. Si accordava ai no-
bili d'ornare Io porle delle chiese, l'aitar madore
12*
a58 costumi
e cappelle familiari, qualora ve ne avessero, e di:
mettere lo stemma gentilizio sopra l'altare o so-
pra il feretro. Tatti quei che non erano nobili o'
cittadini,ai quali era vietato ogni sorta di funerali
e bruno, dovevano fare associare i loro cadaveri
dalla casa alla chiesa per le città e luoghi murati al-
l'un'ora di notte con sole quattro torce a vento?
per la campagna dopo il mezzogiorno; l funerali
potevano farsi proporzionati allo stato e facoltà
del defunto , purché non eccedessero la leggo
emanata. I bruni, per rispetto a quelli che si per-
mettevano, erano ristretti ai soli primi quattro
gradi di parentela, cioè m<arito,moglie, tigli. patri-
gno, matrigna e figliastri, e questi dovevano con-
siderarsi nel primo grado. U bruno di questo pri-
mo grado non durava più di sei mesi, per tre dei
quali gli uomini vestivano di un abito nero di
lana senza bottoni, scarpe scamosciate, velo lun-
go ai cappello, con spada e fibbie d'acciaio bru-
nite: ai soli nobili erano permesse le plorose so-
pra i paramani. Le donne pure vestivano di abi-
ti neri di lana o di seta coperti di velo nero, tri-
ne e senza gioie. Per glialtri tre mesi facevan bru-
no con gli abiti di seta neri, e le donne facevano
uso delle carabraie, veli bianchi, beafiglie, ac-
ciai e simili ornamenti che non fossero nel genere
delle gioie: questi era il bruno di secondo grado
che dovea durare soli tre mesi. Pel terzo grado
si facea bruno con qualunque abito nero o di al-
tro colore guarnito di nero, e per le donne anche
il drappo di seta con opera o tessuta o di ricamo
nero, e dovea durare un sol mese. Pel quarto gra-,
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE III. 25<)
cfo era in libertà di portare o non portare il bruno,
purché fosse leggero, e non durasse più che otto
giorni. Era proibito di abbrunare la famiglia o sia a
livrea o senza, e gli equipaggi né con fasce, veli,
nastri neri od altro. Generalmente non doveasi
portar bruno nei quattro gradi, qualora il morto
non fosse di una età al di là di 1 8 anni, eccettuan-
te le donne che fossero collocate in matrimonio,
ed i maschi che fossero maritati. Tutti i militari
potevano far bruno con portare un velo legato
al braccio manco sopra l'uniforme per il tempo
prescritto in ciascun grado (*a3).
§. 16. Che i funerali dei personaggidistinli fosse-
rodi gran pompa, ne sia d'esempio quello del conte
Francesco di Thurn,il quale fu eseguito con ma-
guitìco lugubre apparato, e maestosa abbondanza
di faci. Fu esposto ai pubblici suffragi nella chie-
sa di santa Felicita sopra un eminente e ben in-
teso feretro, esattamente rivestito di velluto ne-
ro, fregiato tutto di copiosi ricami d'oro, il so*
pramentovato defunto nel suo proprio abito mi-
litare, e colle sue distintive divise del bastone
del comando e spada nuda appresso. Si vedeva ii
di lui stemmagentilizio spesso replicato, nontan-
to sul feretro ed intorno alle fiaccole, quanto an-
cora su i neri drappi che quella chiesa circonda-
vano. Nella parte superiore di essa veniva espres-
so il suo nome e titoli, e nell'inferiore leggeva*!
il di e Panno della sua nascita. Fu suffragata la
anima di quell'illustre personaggio con abbon^
dante copia di sacrifizi, notturno solennemente
< mi ito, e inesca in mugica, alla (piai sacra mesta
2,(x) eo's-tc BT i
funzione, oltre un gran numero di nobili e citta-
dini, intervennero tutte le prime cariche di corte.,
tutti gii ufikiali delle milizie e tutti i ciani-'
bedani espressamente invitati dal eiamberlano
maggiore, i quali facevano corona al maestoso'
catafalco; Terminate le solenni esequie colla con-
sueta assoluzione,nelPatloche si deponeva il cor-
po da quella funerea macchina per doversi tumu-
lare, si udì il triplice sparo dei cannoni a questo
oggetto trasportati sul ponte Vecchio-, e tre volte
anche quel dei fucili d'una numerosa truppa di
granatieri in bell'ordinanza disposti sulla piazza^
avanti la detta chiesa di santa Felicita. Anche per
un tenente colonnello, o altra carica militare,
v'intervenivano alla funzione dell'esequie tulli
quegli uffìziali e compagnie di soldati che ad esso
erano state sottoposte, e schierate vicino alla*
chiesa ove gli; si cantavano l'esequie, nell'atto
dell'associazione facevano il triplice sparo dei fu-
cili (24 ).
g. 17. Oltre quanto abbiam detto, ponevasi in
tale occasione sulla porta della chiesa una iscri-^
zione che dichiarava V oggetto di quella sacra*
funzione ed i titoli emeriti della persona del-
ibino o dell'altro sesso, la cui anima si dovea
suffragare. Il feretro pos^o in mezzo alla chiesa, e
per lo più decorato da quattro servitori della fa-
miglia con livree di gala, avea talvolta iscrizioni
che rammentavano le virtù del defunto: ai nubili
si aggiungeva una gran ghirlanda di fiori , agli
scenziati qualche libro, ai militari spada e cap-
pello, ai cavalieri croce e cappamagna, così altre
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE III. 2G1
insegne delle dignità che avevano occupato in vi-
ta quei defunti: più o inen profusione di turni sì
attorno al feretro che agli altari della chiesa, a
tenore della qualità di stato più o meno emi-
nente del defouto, o defonta , ed alle persone
qualificate, come vescovi, principi e simili, sole-
vasi fare una orazione funehre in loro elogio,
g. 18. L'antico uso di seppellire i morti nelle
chiese riconosciuto di poca mondezza pei santua-
ri non solo, ma dannoso ancora alla salute indi-
viduale dei fedeli, fu da Leopoldo I proibito, e
ordinato che tutti indistintamente fossero tumu-
lati nei luoghi a ciò appositamente destinati (a5).
Ordinò in oltieche il cadavere fosse portato sem-
pre coperto alle chiese, e non più esposto nelle
medesime, benché coperto, e tutte le funzioni
funebri si eseguissero col solo segno di una col-
tre o catafalco; che il trasporto dalla chiesa al
camposanto si facesse privatamente, col solo ac-
compagnamento del curalo, e di quel numero di
fratelli della compagnia di carità che rimanevano
necessari al trasporto, senza lumi, senza canto di
suffraga in somma senza verun seguo di cerimo-
nia funebre (2.6).
NOTE
(1) VJuida di Siena pag. 1*6. (2) Baretti, Gl'italia-
ni , ossia relazione degli usi e costumi dell' Italia ,
cap. xvin. (3) Descrizione biotica e critica dell'Italia,
262 costumi
voi. iv, $. cxvii. (4) Ivi, voi. ni, §. lxxix. (5) Fer-
rarlo, II costume antico e moderno, voi. vili, pa«t.
il. (6) Bai etti cit. cap. xxxui. (7) Memorie per ser-
vire alla vita di Leopoldo II imperatore de' romani
già granduca di Toscaua , pag. 257. (8) Descrizione
istorica e critica d'Italia cit. voi. IH, $. lxxx. (9)Hi-
stoire universelle depuis le commencemeut du Monti
jusqu' a present, Hist. moderne, tom. lui, sez. x,
eh. xi. (IO) Cantini, Legislazione toscana, voi. xxix,
p. 97. (11) Descrizione istorica e critica dell' Italia
cit. voi. ni, §. lxxiii. (12) Buschingj L'Italia geo-
grafico-storico-politica, voi. iv , p. 27. (13) Gazzetta
patria dell'anno 1766, num. xvi, pag. 61. (14) Bu-
sching. cit. (15) Gazzetta patria cit. (16) Gigli, Dia-
rio senese, ap. Cantini citato, voi. xxvu, pag. 289.
(17) Descrizione istorica e critica citata, voi. ni, §.
lxxxi. (18) Cantini cit. voi. xxx, p. 144. (19) Gaz-
zetta patria cit. p. 102, 104. (20) Ivi, p. 106. (21) Ivi,
p. 107. (22) Ivi, p. 108. (23) Cantini cit. voi. xxvi,
p. 85. (24) Gazzetta patria cit. p. 52. (25) Ferrini,
Compendio di storia della Toscana , ep. vi , §. 9.
(26) Memorie cit. lib. 11, p. 155.
DEI TEMPI AUSTRIACI 2,63
PARTE QUARTA
LINGUA. E LETTERE
§. i. V enne a termine il secolo XVI che incolpa-
vasi d'aver dato adito al cattivo gusto della lingua,
che col nome di secentismo se ne additano le pro-
duzioni.ma non cessò un tal difetto sia nelle lette-
re, sia nelle arti fino a traboccare nel secolo XIX,
ultimo termine di questa mia storia, sebbene quei
gusto avesse intervalli di or maggiore or minore
depravazione, e non a tutti i parlatori o scrittori
comune, ed eccone a parer nostro i molivi . La
favella toscana per quanto fosse un tempo pei
chiarissimi di lei scrittori divenula la lingua dotta
d Italia, cominciò a cangiare tra '1 finire del XVII
ed il cominciare del XVIII secolo , vale a dire
allorquando sursero in Francia quei valorosi
scrittori che detter nome e fama alPelà di Luigi
XIV , ai quali tenner dietro nei tempi seguenti
molti altri seri! tori chiarissimi per ogni maniera
di scienze, lettere e filosofici detti, tanto che le
di loro opere furono gustate in Italia per la loro
gran facilità cP esser voltate nel patrio nostro
idioma. Difalli la lingua toscana che al terminare
^$4 COSTUMI
del secolo XVII si è usata fra noi, domando, è
(orse il puro, il nobile, l'armonioso linguaggio
della divina Commedia di Dante , del Petrarca ,
del Boccaccio, del Casa e deliri elegantissimi an-
tichi scrittori toscani? Nò per ecrto, quelPidioma
che per essi crebbe tanto in pregio perla sua pu-
rità, bellezza e maestà, ha perduto molto dell'an-
tico suo splendore (1).
g. 2. Noi sentiamo che il Salvini si lagna co-
me nei tempi suoi peccassero molti italiani, che
per smoderato desìo di vanità introdussero tra-
slati arditi, improprietà di voci, argutezze ricer-
cate e talora fredde e ridicole; e stimarono che il
gonfio ed il turgido fosse grande, lo sforzato su-
blime, l'affettato galante, senza nessun riguardo
alla qualitàdelle materie trattate. Con questi colori
fa dal prelodato scritlor fiorentino dipinta la im-
maginedi quel tempo infelice,nel qual vide la To-
scana al buon gusto succederne uno depravato, al
vero bello un bello apparente,alla imitazione del-
la natura lo sforzo di una mal regolata immagina-
zione.Quaute strane voci, quanti vocaboli di nuo-
vo conio nella lingua nostra d'ogni leggiadra ma-
niera di dire ricca e feconda, senza necessità in-
trodotti enei parlare si ascollano, e nei libri s'in-
contrano! Questo nostro linguaggio perdendo a
poco a poco la materna fisonomia del latino pe-
riodo impressagli dai primi maestri di lingua latina
del secolo XIV, si vestì come abbiamo detto di
straniere .spoglie, cambiando l'ordine dei periodi.
la disposizione delle frasi ed il portamento delle
sentenze (a). Mentre però favelliamo in tal guisa
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE IV. 265
dello stato in cui si trovava la lingua toscana, io
non credo che in questo numero vogliansi porre
le opere di coloro che agli altri pregi della tosca-
na eloquenza, quello ancora mirabilmente accop-
piano di un parlar puro , colto e leggiadro, ma
possiamo dolerci che scarso molto ne sia l'ono-
rato drappello (3). Fu per altro ed è sempre in
uso non poca parte della lingua del Boccaccio e
deliri antichi scrittori , poiché si conserva tut-
tora nei volgari artigiani della Toscana, e non di
rado avviene che alcune parole di questi scrit-
tori andate in disuso si ritrovino nelle campagne
in bocca dei contadini, ove sussiste pure qualche
barlume dell'antica semplicità dei costumi (^).
g. 3. In seguito la nostra lingua si formò uno
stile caratteristico della Toscana, diverso affatto
dalla superstiziosa aridità de'trect*ntisti, e distin-
to ancora dalla imitazione dei buoni secoli (5). Il
dialetto senese era il più soave degli altri toscani
e per questo in Siena come in altre città d'Italia
consigliò Giusto Lipsio.scrivendo a Filippo Lavo-
nio. doversi imparare la più dolce e graziosa armonia
della lingua italiana (6). Le lettere prosperarono,
attesoché le scuole relegate per lo addietro nelle
sole città più popolate, ed aperte soltanto od al-
cune classi di persone si estesero in tutte Io citi a
e campagne, e si applicarono al comodo di qua-
lunque ordine di persone: queste sotto il nome
di tftiole normali, ginnasiali ed elementari di-
latarono in sommo grado ed accrebbero i vanteg-
gi dulia pubblica educazione (7). Francesco 1 du-
ca di Lorena e di Toscana per proteggere i buoni
St. Tose. Tom. 11. 23
Q.66 COSTUMI
studi ampliò il collegio dei padri scolopi , allora
posto nelle antiche case dei Cerchi, ed aprì al
pubblico la biblioteca lasciata dal Magliabechi (8).
La gazzetta clfè tenuta dagl'ingegni cari a Miner-
va per utilissima fra le composizioni che per mezzo
della stampasi danno settimanalmente al pubbli-
co, videsi comparire in Firenze per la prima vol-
ta il dì primo del 1776 pei torchi del Pagani col
titolo di Gazzetta patria, e fu accolta con molta
sodisfazioue da ogni ceto di persone.
g. 4-11 granduca Pietro Leopoldo I pensò a
meglio regolare le università di Pisa e Siena, che
per diletto dei sistemi non rendevano alla società
quei vantaggi che si devono attendere dai luoghi
di studio. Riunì egli alla libreria Laurenziana lutti
i codici che possedevano le biblioteche Palatina,
Gaddiana e Strozziana, e quel tesoro di molti,
stupendi e rarissimi codici antichi ricevette no-
tabilissimo incremento, e donati alla libreria Ma-
gliabechi gli altri libri appartenenti alle indicate
biblioteche aumentò Leopoldo I i mezzi agli stu-
diosi di coltivare i loro ingegni (9). Volendo poi
questo principe rianimare e rinvigorire i letterari
istituti tiorentini,e trovando diedi tre accademie
letterarie stabilite in Firenze, nominate Tuna Fio-
rentina, l'altra della Crusca, la terza degli A.pati-
sti, piuttosto che contribuire unitamente agli a-
vanzamenti della letteratura italiana, non face-
vanoche o querelarsi fra di loro, onestare oziose,
credette a proposito di riunirle in una sola colla
denominazione di accademia Fiorentina, ammet-
tendovi tutti i socii delle altre accademie che vo-
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE IV. 267
lessero gradirlo ( io), ed assegnandole per luogo di
riunione la biblioteca Magliabechiana,sotlo la di-
rezione del primo e secondo bibliotecario. La
soppressione delfaccademia della Crusca dispia-
cque a tutti coloro che professavano ed amavano
la toscana favella, e fu in quelfoccasione che il
celebre Vittorio Alfieri scrisse quel sonetto che
incomincia
V idioma gentil sonante e puro (ti).
Oo
Ordinò Leopoldo che i lettori dello studio fioren-
tino di lingua greca, di mattematica e d'istruzioui
civili vi facessero ciascheduno la loro lezione vfin-
gresso, e due lezioni l'anno, e volle che due volte
al mese fossero delle in essa biblioteca lezioni di
lingua toscana. Dispose in somma quel sovrano che
la nuova accademia seco lui cooperasse al grande
scopo del prosperar la Toscana, e fu del pari sol-
lecita della purezza di quel linguaggio che non è
fui lima lode di essa (ifc).
g. 5. Nel novembre del i?83 si aperse solen-
nemente la Fiorentina accademia, che per le utili
dissertazioni che vi si leggevano, e pel merito
delle poesie che vi si udivano , ebbe lodi ed ap-
plausi. Anche questa nuova accademia rivolse sul
primo le cure al vocabolario della Crusca, e for-
mò il progetto per eseguirne una quinta edizione
che più delle altre fosse copiosa ed emendata.
Nel 1786 aggiunse alla serie degli autori già ci-
tati un buon numero di altri che reputò egual-
i68 costumi
menledegni (Tessere scelti a tal uopo. Ma in se-
guito, qualunque ne fosse la cagione, i deputati
dell'accademia si raffredda rono, e in fine cessaro-
no affatto dall'opera. Intanto quei dotti italiani
che agitati da fatale vertigine esultavano d'avere
scosso ogni freno nel fatto di nostra lingua, reg-
gendo che se avessero seguito a cosi adoperare,
massime allora che straniere genti scendevano
ramosamente in Italia, e che dai nostri (dolente
e vergognosa rimembranza ), in un coite fogge
delle vesti e d'ogni suppellettile, s'adottavano per
vezzo le loro parole e i modi loro del dire, sàreb-
besi apportato alla nostra favella quasiché Tutti-
ino danno. Fatto senno una votta si torsero lo-
devolmente il piede dal fallace sentiero. Fu allora
che gli scrittori del buon secolo, i quali prima
derisi erano come inetti e rancidi^ s'incomincia-
rono a rileggere, ad assaporarsi, a raccogliersi, a
ristamparsi con esaltezza maggiore, e si tornò a
sentire e ad ammirare il foro strie semplice,ener-
gico e netto. Ricuperato in tal guisa il più pre-
gevole retaggio dei nostri maggiori si destò in
molti il desiderio che vi fosse come in avanti un
tribunale che vegliasse alla sua conservazione.
La capitale di quel paese nel quale il purissimo
dialetto si parl3,e che nelle altre parti d'Italia solo
collo studio s'impara, Firenze io dir voglio, che
sopra ogni altra città si distingue per idiotismi,
molti e traslati vivacissimi, e che per esser depo-
sitaria di pressoché tutti i testi manoscritti, può
dirsi avere in custodia ParchiviG della lingua ita-
DEI TEMPI AUSTRIACI FARTE IV. 269
liana, avea dritto di sperare che questo tribunale
si aprisse nuovamente fra le sue mura, come poi
accadde nel i8oo (i3).
g. 6. Le società scientifiche le quali delle
lettere e della lingua occupavansi, promossero
notabilmente i più utili studi , ed arrecarono
vantaggi grandissimi alle popolazioni. Alcuni cor-
pi scientifici^ altresì costituiti come una specie
di letteraria magistratura , furono dalla munifi-
cenza del governo destinali a raccogliere le nuo-
ve scoperte, ed a perfezionare i metodi dello in-
segnamento delle scienze e delle arti. Progredì
Io studio col quale da molti mantener si volle ra
purità della lingua, e l'eleganza della elocuzione,
ad onta del pericolo continuamente accresciuto
«lai troppo frequente commercio cogli stranieri,
dall'uso frequente dei loro scritti, ed anche dal
passeggiero loro dominio. Accrebbero le molte
produzioni, sempre onorevoli della italiana poe-
sia^ ed i numerosi poeti alcuni furono eccellenti
tanto nel genere eroico, quanto nel didascalico,
nel drammatico e nel pastorale, ed altri si eser-
citarono inclusive nel cantare all'estemporaneo.
Cadde però dall'antico splendore la poesia latina,
ne più sorsero tanto frequenti i latini poeti, perchè
le menti eran rivolte a più utili studi} perchè gli
italiani ingegni amanti della gloria, disperando
«li pareggiare i grandi modelli dell'antichità, per
;dlra via s'incamminarono alla gloria, e cercarono
d'imitare piuttosto il Dante ed il Petrarca. Più
ancora perchè i dotti s'erano staccati dallo studio
di vane parole con troppo fervore adottale ne\«oo-
a3*
fiyo COSTUMI
li precedenti, e più studiosi delle cose,e più zelanti
nel promuovere le utili cognizioni, non crede-
vano di giungere alla immortalità colle elegìe e co-
gli epigrammi dei cinquecentisti e seicentisti (14).
Le lettere ohe prosperarono sotto Leopoldo I ed il
suo successore ebbero valenti cultori, Ira i quali
il Pignotti, la Corilla Olimpica, il Targioni, Lui-
sa Maria Cicci pisana, il Galluzzi e tanti altri dei
quali non è qui luogo di ragionare, parlandone
nella biografia degli uomini celebri toscani di
questa mia storia.
NOTE
(I) Ooldati , Risposta ad un programma dato dalla
accademia Italiana. Sta negli Atti di essa accademia di
scienze, lettere. ed arti, voi. 1, parte 11, memoria 111, p.
56. Zannoni, Breve storia dell'accademia della Cru-
sca. Sta negli Atti di essa accademia, voi. 1. (2) Acerbi,
Quadro della letteratura^ delle arti d'Italia, an. 1820,
parte 1, lingua italiana. (3) Soldati cit. (4) Pignottì
ap. Njccolini , Discorso in cui si ricerca qual parte
aver possa il popolo nella formazione di una lingua,
pag. 110 . (5) Acerbi cit. (6) Giusto Lipsio ap. La
descrizione istorica e critica dell'' Italia , voi. iv, §.
cxvn. (7) Bossi storia d'Italia antica e moderna, voi.
xix, lib. vi, cap. xx, §. 7. (8) Ferrini, Compendio
di storia della Toscana, ep. vi. §. 3. (9) Ivi, §.10.
(10) Boni , Elogio dell'abate Luigi Lanzi, pag. 272.
(II) Cicciaporci, Compendio della storia fiorentina ,
lib. ih, pag. 486. (1 2) Zannoni cit. (13) Ivi. (14) Bos-
si cit.
DEI TEMPI AUSTRIACI S7I
PARTE QUINTA
RELIGIONE
g. 1. V^Juando il granducato di Toscana dalla
estinta famiglia defedici passò in dominio agli
austriaci sovrani, la religione era già in parte tra-
scorsa in questo paese; non già nel dogma che
sempre rimane inlatto, ma bensì nella disciplina.
Si dolevano i popoli che utili operai della vigna
del Signore fossero poveri, mentre gli ecclesia-
stici oziosi se ne vivevano in grandi ricchezze,
delle quali non solo usavano, ma spesso anche
abusavano: dolevansi essere i primi insufficienti
per numero, o per mala dis!ribuzione delle cariche,
i secondi eccessivi: dolevansi di certe pratiche reli-
giose più utili a chi le metteva su, che decorose
pel divin culto, mentre per queste era ad un tem-
po scemato maestà e frequenza alle più gravi e più
necessarie solennità della chiesa: scandalizzarse-
ne le anime pie, darsi cagione di calunnie agli
empi e agli acattolici. Si parlò di doversi ridurre
alla semplicità anticala chiesa di Cristo; allaga-
re Tautorità dei vescovi e dei parrochi , scemar
a^a COSTUMI
quella del sommo pontefice, e non doversi più
tollerare il fasto romano (i).
£. a. Mancata di vita nell'anno 1780 l'augusta
donna Maria Teresa, prima granduchesaa di To-
scana della casa d'Austria, rimase al governo dei
dominii austriaci il tiglio Giuseppe II imperatore.
Quel principe udite le lagnanze circa al governo
ecclesiastico già sopra esposte, si applicò a mutar
vari sistemi nell'andamento degli affari pubblici,
e fu stimolato vie più ad introdurre cambiamenti
disciplinari anche nell'ordine religioso, incitato
a ciò dall'esempio anche di altri potentati d'Eu-
ropa. Parve che la giurisprudenza ecclesiastica
dovesse comparire sotto novelle forme, e che si
volessero stabilire per sempre nuovi confini e
termini fra la giurisdizione ecclesiastica e la giu-
risdizione civile, ovvero che questa si facesse
compagna dell'altra con diverse mire. Il papa Pio
V( udiva con cordoglio che tante novità s'in-
traprendessero e si eseguissero a danno della
chiesa e della cattedra apostolica} e conoscendo
egli che le note diplomatiche non producevano
i desiderati effetti, determinò di andare a Vienna
per trattarne personalmente colfimperatore. Pre-
venuto di ciò l'augusto monarca dichiarò che sua
Santità sarebbe ricevuta con la debita venerazio-
ne, ma che il suo viaggio sarebbe stato inutile
quanto alle cose che per lei erano pendenti, per
lui decise. Andarono in Italia diedro agli stre-
pitosi esempi dell'imperatore varie potenze, fra le
quali fu anche la Toscana (2), ed ecco in qual
modo.
DEI TEMPJ AUSTRIACI PARTE V. Zj$
§. 3. Dopo la morte dell'imperatore Francesco
I, questo stato era divenuto una secondogenitu-
ra dell' augusta casa Lorenese-Austriaca , e ne
avea prese le redini come sovrano un fratello di
Giuseppe II, cioè Pietro Leopoldo. Questo prin-
cipe fu ed è celebrata sempre per insigne legisla-
tore,per un promotore felicissimo dell'umana in-
dustria e della pubblica felicità, per un padre
amorevolissimo dei suoi sudditi. Egli fecesi per
così dire il riformatore del culto esteriore e della
disciplina ecclesiatica nei suoi stati, avendo preso
per base di tutte le sue operazioni l'invariabile
risoluzione di separare distintamente lo spirituale
dal temporale*, di non mescolarsi mai in niente
dello spirituale, nel tempo stesso di non permet-
tere che il clero si mescolasse in modo alcuno ne-
gli affari secolari. Egli si mostrò difatti pronto
sempre a cedere agli ecclesiastici in materie ec-
clesiastiche, deciso per altro a non ceder nulla
fuori di quelle. In tutte le di lui azioni egli ebbe
realmente in vista il vantaggio della religione e il
bene della chiesa a cui era egli sinceramente e
di buona fede attaccato, e frattanto esigeva che
il clero si facesse rispettabile per esser giustamen-
te rispettato. Con espresso suo comandamento or-
dinò che non fosse lecito ad alcuno degli uomini
di tenere il cappello in tosta per le chiese, nep-
pure in tempo della predica, come per abuso in-
trodotto da taluni si costumava di fare. Siccome
poi alcune confraternite (in dagli antichi tempi
avevano il costume, specialmente nella settimana
santa, di fare dello processioni notturne di peni-
a;;4 costumi
tenza5nelle quali praticavano alcuni pubblicarueu-
te l'uso della disciplina, così non piacendo que-
ste vistose mortificazioni a Pietro Leopoldo, proi-
bì egli tali funzioni con legge del 1773 (3).
g. 4- Correva Tanno 1782, quando per decreto
granducale, come altrove abbiamo veduto, restò
abolito il tribunale della inquisizione nel gran-
ducato. Le leggi leopoldine succedevansi poi con
tanta velocità per la riforma dello stato in ogni
ramo di pubblica amministrazione, cbe Pietro
Leopoldo comparve d'aver quasi superato anche
in attività il medesimo fratello augusto (4).
g. 5. Quando fu assunto al vescovado di Pi-
stoia l'Ippoliti, i libri degli scrittori di Porto-Rea-
le incominciarono ad andare per le mani degli
ecclesiastici . Questa inclinazione verso quella
scuola si accrebbe molto quando Scipione dei
Ricci successe all'Ippoliti nelle sedi vescovili di
Pistoia e Prato (5). Entrato egli appena nell'im-
piego di vicario generale dell'arcivescovo di Fi-
renze, ebbe ordine dal governo di formare il pia-
no di una accademia ecclesiastica , e qui videsi
scoppiare per la prima volta il suo giansenismo
scopertamente (6). Gli studi per quest'oggetto,
che restò senza effetto per allora, servirongli poi
per usarne appena che fu innalzato ai predetti
seggi, per cui tutto adoprossi onde ristabilire le
antiche usanze della chiesa, e spogliare l'odierno
culto dal suo splendore. Sovvertiva questo preia-
to l'attuale sistema delle indulgenze, e declaman-
do specialmente contro le plenarie , cercava di
ristabilire le massime de gli appellanti , intorno
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE V. 2?5
alle quali per più di un secolo s'era disputato in
Francia. Per tale effetto faceva tradurre i loro
libri, e si studiava di spargerli unitamente ad una
raccolta di opuscoli imprudenti o ingiuriosi a
Roma. Gli editori dei medesimi dicevano sfac-
ciatamente „ essersi proposti di svelare le ingiu-
ste pretenzioni della Babilonia spirituale , che
avea sconvolto e snaturato tutta la disciplina ec-
clesiastica ed attentato alla indipendenza de'prin-
cipi „. Premesse tali operazioni nei precedenti
anni, sul principio del 17S6 scrisse Leopoldo a
tutti i vescovi del granducato (7) una circolare,
invitandoli, secondo il costume della primitiva
chiesa, a tenere i sinodi diocesani almeno ogni
due anni . Contemporaneamente loro trasmise
una memoria contenente 54 articoli di riforme
nella disciplina ecclesiastica, dicendo che in ter-
mine di sei mesi, dopo averla esaminata, doves-
sero dare una libera risposta, approvando, o ri-
cusando , o postillando ciò che essi avessero
creduto opportuno (8). L'invitò pure a ponderare
il modo onde ricuperare i dritti primitivi dei ve-
scovi usurpati dalla sede romana in gran parto
e specialmente intorno alle dispense . Potersi
convocare i sinodi, i quali primieramente si oc-
cupassero di correggere i breviari , togliendo le
lezioni false o erronee, e quindi esaminassero se
fosse conveniente l'amministrare i sacramenti in
lingua volgare, affinchè la plebe potesse entrare
nello spirito delle preci della chiesa (9).
£. 6.1 vescovi di Colle e di Chiusi si affretta-
rono a ragunare i loro sinodi diocesani, e nei me-
2,j(\ COSTUMI
desimi si decretò quanto aveva insinuato il gran-
duna. IVIa queste disposizioni rimasero ecclissate
dalla fama di quelle di Pistoia. Il vescovo Ricci
radunati i principali del suo clero, e richiamati
da diverse parti d') Italia teologi celebri per sen-
timenti liberi, convocò in Pistoia il suo sinodo
nel mese di settembre-dei 1786, ed in esso fra le
altre cose fu stabilito „ esser la fede la prima
grazia ( proposizione condannata dalla bolla Uni-
genitus ): sorgere talvolta nella chiesa giorni di
oscurità e di tenebre, e difatti negli ultimi secoli
essersi sparsa una oscurità generale sulle verità
piai importanti della religione , che sono la base
della fede e della morale di Gesù Cristo (a}, la
giurisdizione ecclesiastica esercitata dai pastori
derivare dalla università dei fedeli : il papa non
avere la sua potestà da Gesù Cristo, ma bensì
dalla chiesa, esser perciò sottoposto al concilio
generale: intanto essere indubitato che abusava
del suo potere nel risolvere sulla disciplina este-
riore: doversi togliere dalle chiese le immagini,
lasciarvi un solo altare, e recitarvisi le preci in
lingua volgare: doversi implorare V autorità del
sovrano per la convocazione di un concilio na-
zionale^ la riforma dei regolari sulla base di ri-
durli ad un ordine solo secondo le antiche regole
monastiche, e di sopprimere i voti perpetui: ve-
niva ivi riguardata come favola pelagiana il limbo
dei fanciulli, ed il tesoro delle indulgenze come
un trovato scolastico chimericamente applicato
(a) Ved. tav. LXXX1X.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE V. 277
ai defunti, e vi si approvavano i quattro articoli
statuiti nelP assemblea del 1682 del clero gal-
licano. Immediatamente poi cominciò a far reci-
tare in italiano le pubbliche preci, ed a togliere
dalla venerazione del popolo le reliquie e le im-
magini. Chiunque ne legga tutti gli atti e decreti
avuti subito a stampa, i documenti in appendice
e la bolla pontificia colla quale vennero condan-
nati, può conoscere abbastanza quali fossero le
massime poste in oblio o disprezzate da una par-
te e fortemente difese dall'altra} quali fossero gli
appoggi ed i partigiani dell'anzidetto prelato, e fi-
lialmente quali i cambiamenti fatti da lui nella
sua diocesi (io). Le proposizioni, che in quel si-
nodo si volevano stabilire, furono da Pio VI con
sua bolla condannate come erronee, scismatiche,
temerarie e scandalose. Scrittori senza numero
vengono alle prese. I sostenitori della santa sede
mostrano che lo scopo de! sinodo sia d'introdur-
re il luteranismo in Italia. La fazione opposta pre-
dica la necessità di porsi un freno alla prepotenza
di Roma (1 1). Ma un altro avvenimento fé cer-
tamente non minore fracasso. Il granduca Pietro
Leopoldo, con lettera circolare sotto il 17 marzo
1787, fece sì che poco appresso si adunasse in
Firenze nel regio palazzo Pitti un'assemblea dei
vescovi del granducato.
g. 7. S'incominciarono nel mese d'aprile le
congregazioni particolari per preparare le mate-
rie da proporsi di poi nelle sessioni. Molte cose
venner discusse, ma non se ne stabilirono che
poche di lieve momento, poiché la maggior parie
SU Tose. Tom. 11. 24
278 COSTUMI
di quegli ecclesiastici non volle punto esaminare
il regresso oVvescovi agli antichi diritti} ricusò di
cangiare la formala del giuramento che i vescovi
prestavano al sommo pontefice , e censurò gli
opuscoli pubblicati per cura del Ricci. Da tali pre-
ludi Leopoldo conobbe che non avrebbe certamen*
te da quelTadunanza ottenuto quanto bramava, e
la sciolse nel mese di giugno. Continuando per
altro le sue innovazioni, proibì molle feste e pro-
cessioni, e vietò ai sudditi di ascriversi al clero
secolare o regolare senza sovrano assenso.Nel se-
guente anno poi soppresse il tribunale della nun-
ziatura di Firenze, sostituendone altri di poca
autorità, e dichiarò al nunzio che non avrebbe
riconosciuto in lui altra qualità che quella di
ministro diplomatico della corte di Roma: in
conseguenza gli cessarono tutti i privilegi ed
esenzioni e prerogative, e qualunque autorità su
i vescovi e regolari: fu stabilito che le cause agi-
tate nel tribunale della nunziatura appartenessero
agli ordinari del granducato, e lilialmente che al
nunzio non competesse altra facoltà che quella
stessa dei respetlivi ministri esteri (12). Furono
Tanno dopo pubblicati gli alti di questo sinodo
nazionale, stampati per sovrana munificenza in
otto volumi di carta reale,
g. 8. Mentre i vescovi discutevano in Firenze,
si tumultuava in Prato per le medesime novità
religiose. Imperciocché dubitandosi che il vesco-
vo Ricci eseguisse in quella sua diocesi quanto
aveva operalo nell'altra di Pistoia, gli animi della
moltitudine erano da qualche tempo in grave a-
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE V. 279
gifazione. Si sparse quindi la voce che fossero
per togliersi le reliquie e specialmente quella che
chiamano la cintola della Madonna, che si ha
in particolare venerazione. Allora una turba di
contadini armati di rustici strumenti eutrò in
città, ed occupò la cattedrale per difendere colla
forza un oggetto così venerato. Sfogarono i tu-
multuanti in istraordinari modi la devozione loro
verso la Cintola, e distrussero gli stemmi, i libri
e quanto altro apparteneva alPodiato vescovo. Po-
che truppe accorse da Firenze ristabilirono la
quiete, e alcuni capi della sommossa furono ar-
restatila non subirono che un leggerissimo ga-
stigo, imperciocché giudicava Leopoldo che nelle
cose di religione quanto meno si adopera la forza
tanto più si profitta (i3).
g. 9 . Non era più il vescovo Ricci al governo
delle due chiese, in seno delle quali si erano su-
scitati anche tumulti per le introdottevi novità a
causa del suo concilio, ed era anzi passato qualche
tempo dalla sua renunzia alla doppia cattedra,
quando dal Vaticano venne fuori la bolla Aucto-
rem fidei. Nel proemio di essa vi si accennava
anche la storia di ciò che avea dato motivo alla
sua formazione e pubblicazione solenne, e poi vi si
leggeva nel seguente modo:„ogni cosa pienamente
e maturamente considerata, venuti siamo noi papa
Pio nella determinazione di condannare e riprova-
re quelle molte proposizioni, dottrine e sentenze*
tratte dagli alti e decreti del menzionato sinodi >,
o espressamente insegnate o ambiguamente insi-
nuate, sotto le note e censure apposte, conforme
280 costumi
s'è detto, a ciascuna di esse, come con questa no-
stra costituzione di valere in perpetuo le con-
danniamo e riproviamo „. Le proposizioni condan-
nate sotto numeri speciali furono otlantacinque7e
dopo la loro indicazione e censura soggiungevasi
così „ chiunque congiuntamente o separatamen-
te insegnerà, difenderà, pubblicherà quelle o al-
cuna di quelle, o anche ne tratterà disputando
in pubblico o in privato, se pure non fosse im-
pugnandole, soggiaccia sul fatto stesso senz'altra
dichiarazione alle ceusure ecclesiastiche ed altre
pene stabilite dal diritto contro chi ammette so-
miglianti cose „. Finiva con la condanna e prò»*
bizione degli atti e decreti del concilio diocesano
di Pistoia, da, noi nominato, e con le dichiarazio^
ni atte a fare eseguire la bolla dogmatica anche
da qualunque contracfiltore e ribelle: quella co-
stituzione venne alla pubblica luce sotto la data
del dì ^8 agosto delPanno 179^ (i4)-
g. io. Le deliberazioni del principe toscano a
favore del vescovo Ricci, ancorché molestissime
alla corte di Roma,non toccavano però la sostanza
stessa di quell'autorità pontificia che già da più
secoli, o tacitamente consentita o espressamente
riconosciuta dalla chiesa, intendono i papi avere
piena e intera (i5). Dopo che Pietro Leopoldo
parli dalla Toscana, e divenne imperatore, furono
emanate nel nostro paese tre dichiarazioni eccle-
sÌ3stiche:eo!!a prima si proibì alle compagnie difà-r
feste e funzioni ecclesiastiche,fuori che quelle per-
messe dai loro capitoli e dai parrochi^di prestarsi
alle richieste delle stesse compagnie, senza aver
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE V. 28 I
ottenuto il regio beneplacito: con la seconda fece
sapere S. RI. che voleva esercitare i dritti di pa-
dronato sopra ogni specie di benefìzi tanto resi-
denziali che semplicità tenore degli ordini vegliati-
ti: colla terza poi il reale consiglio di reggenza,,
avendo prese in considerazione le petizioni avan-
zate da diversi popoli per la ripristinazione di al-
cune pratiche di culto esteriore di religione e di
ecclesiatiche discipline, ed inerendo al desiderio
di S. IVI. per la tranquillità e quiete dello stato,fe-
ce le seguenti determinazioni. Permise la con-
ferma delle compagnie esistenti, e Pistituzioni
di nuove sotto qual siasi titolo ed invocazione, il
ricoprimento delle immagini che erano in venera-
zione dei respettivi popoli} la riedificazione degli
altari, l'associazione e trasporto dei cadaveri alle
chiese ed ai pubblici campi santi} l'ammissione
alle occorrenze di processioni*, gli uilizied altri si-
mili pii esercizi e funzioni spirituali. Per tali cose
furono autorizzati i tre arcivescovi coi loro suffra-
gane! a dare la necessaria norma ed istruzio-
ne (16).
g. 11. Vari anni prima era nata una setta ap-
pellata dei Liberi muratori, consistente, come
dai più si è credulo, nella unione di alcune perso-
ne di spirito inclinate a sollazzarsi in maniera di-
versa da quella del volgo. Ora con tuttoché pro-
testassero costoro essere prescritto dalle lor leg-
gi di non parlare di religione, uè del pubblici
governo in queste combriccole, né ragionamento
veruno di cose oscene, e fosse fuori di dubbio
che non vi si ammetteva il sesso femminile, ne
a4»
282. COSTUMI
v'era sentore di altra sorla di libidine. non di me-
no i sovrani, e mollo più i sacri pastori, stavano
in continuo batticuore, che sotto il segreto di
tali adunanze, renduto impenetrabile con giura-
mento, si covasse qualche magagna.
J.ia.We avvenne poi che (17) il grido d'una sfre-
natissima libertà risuonò nell'Europa. Gli annali
«iella chiesa non serban tutti i nomi di coloro che
nel vantato filosofismo disonorarmi tanto la spe-
cie umana. Fino dai primi momenti rivoltuosi
videsi formare una quantità di conventicoli sul
modello dei club inglesi e delle logge dei Liberi
muratori, i quali avean per iscopo d'insorgere
nel tempo slessoe contro il trono e contro il san-
tuario. In breve tempo si ebbe anche la funestis-
sima società detta dei giacobini, nelle cui ma-
ni pervenne in vari paesi la pubblica autorità. La
rabbia loro sì manifestò anche più atroce in Fran-
cia contro il clero, e molto in odio della religione.
Dicevano gli uomini della rivoluzion francese, ed
i proseliti del filosofismo lo ripetevano spesso colla
stampa, ch'era venuto il regno della ragione, alla
quale furono inclusive eretti templi ed altari, e ne
furono celebrate le feste. Ma venuto al comando
delle armate francesi in Italia Napoleone Bonapar-
teT si mitigarono alquanto gli spiriti fervidi dei gia-
cobini, e dettesi vita alle repubbliche istituite in.
Italia con una forma di governo di qualche con-
sistenza. Ma non andò guari che orrende violenze
furono esercitate contro papa Pio VI, e in con-
seguenza controia chiesa (18).
§. i3. Nel dì 20 febbraio dell'anno 1798 il
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE V. 283
santo Padre due ore prima dell'aurora fu levato
via con fierezza militare dal Vaticano, ed accom-
pagnato dai dragoni fuori di Roma. Pio VI, seb-
bene ormai ottuagenario, avea mostrata intrepi-
dezza nel negare la richiestagli rinunzia del prin-
cipato temporale, e non minor coraggio fece ve-
dere in se quando dovette darsi in mano dei
satelliti. Siena l'ebbe entro le sue mura per al-
cuni mesi, come dicemmo (19), e di là si trasferì
ad abitare nella Certosa presso Firenze . In
quel monastero ricevette cordialmente le visite
del granduca di Toscana Ferdinando III e della
sua real famiglia, come pure quelle del ree della
regina di Sardegna, principi cacciali dai lorodomi-
nii colle irmi repubblicane. La religione, la'pietà,la
magnanimità furono le virtù, cbe lampeggiarono
grandissimamente negli atti e nei discorsi di tutti
quegli eccelsi personaggi . Governava allora la
chiesa fiorentina Antonio Martini , prelato vir-
tuosissimo e dottissimo. A quell'arcivescovo ot-
tuagenario comunicava confidentemente i pen-
sieri suoi T ottuagenario pontefice 5 e volgevasi
egli con confidenza uguale a monsignore Odescal-
cbi nunzio suo, non che al cardinale de Lorenzana
arcivescovo di Toledo, che lo assisteva nel tempo
stesso con consigli e con denari. i>la si dee di più
narrare, che da quella Certosa uscirono tanto
lettere degne del successore dei Leoni e dei
Gregori ad istruzione e sostegno della chiesa (2,0).
g. 14. Morì Pio VI nell'agosto dell'anno 1799.
quando era cioè nel suo vigore e nella sua glori.»
la confederazione dei monarchi contro la Fran-
28/j COSTtIMt
eia, e presto disparvero nell'Italia le repubbliche
cisalpina, ligure, piemontese, etnisca, romana e
partenopea, adunatisi in quel frangente i cardi-
nali a Venezia, dov*eransi refugiati per sottrarsi
alla persecuzione francese,vi tenner conclave per
eleggervi il nuovo pontefice, che fu il cardinale
Gregorio Barnaba Chiaramonti nobile cesenale
col nome di Pio VII. Occupava Scipione de'Hic-
ci la cattedra episcopale di Pistoia e Prato, quan-
do avvenne, couTegli scrive al pontefice, che due
monache della diocesi di Prato, oltre al professare
sfacciatamente il quietismo,promulgavano un si-
stema d^ncredulitàjd'empietà e d^ndecenza da es-
se professato in materia di religione, del quale in-
colpavansi i religiosi che delle anime loro avean
cura, e si aggiunse che tentavano d^ indurre al-
tre monache dal loro partito , asserendo loro
sole esser salve, e dannate tutte le altre perchè
rigettavano la loro dottrina. Molte furono le
tìnte abiure che ottennero quei sacerdoti che le
esorcizzavano, ma in fine sostennero i loro errori,
che ove poterono tentarono di diffondere, onde
aver proselite nelle loro malvagità, benché dal
governo fosser tenute nei monasteri imprigionate,
finché venuti i francesi ad occupare la Toscana,
riacquistarono la loro libertà, nella occasiona
che furon soppresse tutte le case religiose, uè
delle due monache sappiamo altro, a meno che
si voglia supporre che di buona fede si convertis-
sero, se non altro almen per l'età, e per sottrarsi
ai continui esorcismi che loro facevansi dai sa-
cerdoti.
BEI TEMPI AUSTRIACI PARTE V. 283
g. i5. Pio VII, dopo avere incoronato Napo-
leone Bonaparte come imperatore, sperando di
ottenere per la religione quei vantaggi che gli si
promettevano, e temendo al contrario per quella
nuovi mali che forse minacciavansi, avea condi-
sceso a tante istanze fattegli, ed aveva intrapreso
il viaggio da Roma fino alla metropoli della Fran-
cia- Nei suoi tragitti dell'andare e tornare da Pa-
rigi, passando per Firenze, ebbe sempre piissimo
e splendidissimo ricevimento con copiosissima
ed elegantissima illuminazione nelle chiese ma-
gnifiche di Santo Spirito e di Santa Maria Novel-
la: anche la città si vide spontaneamente illumi-
nata, ed ivi accorsero in una sola volta più di
quarantamila persone a ricevere la benedizione
pontificia sotto il regio palazzo Pitti. Governava
allora la Toscana S. M. Maria Luisa infanta di Spa-
gna e regina reggente tTEtruria. Si debbe narrare
in fine che nel secondo suo passaggio per Firenze
il santo Padre ricevette con viscere misericordio-
se e con gaudio Scipione de' Ricci, già vescovo
di Pistoia e Prato, il quale fece una dichiarazio-
ne solenne di sommissione e d'obbedienza alla
san' a sede ed alle sue costituzioni. Terminere-
mo col rammentarci che nel dì i6 maggio dello
anno i8o5 Pio VII era tornato alla metropoli del
cristianesimo prosperamente (ai).
g. 16. Nell'epoca di cui ragioniamo correvano
sempre certe massime che tendevano, come si
crede.a distrugger» le radici del cristianesimo più
generali e più profonde, facendo vigorosi pro-
gressi il deismo e l'ateismo. Molti scrittoli di
286 COSTUMI
libera penna, ma celebri e seducenti, lecer com-
parire in Francia più che altrove quesla maniera
di pensare per opera <T una galanterìa spiritosa
che nei loro scritti adoprarono,ed eran conosciu-
ti col nome di Liberi muratori, come già dissi
qualche pagina indietro. Frattanto era in attività
una tal setta, che scorrendo varie parti delPEuro-
pa giunse a penetrare anche in Italia e fra noi :
questa oltre ad essere creduta in origine una sol-
lazzevole conversazione, come dicemmo (22), fu
poi sospettalo che il di lei scopo fosse lo stabili-
mento di un deismo. IVIa siccome la società dei
liberi muratori nacque e crebbe in un tempo in
cui germogliò con tanta forza lo spìrito d'incre-
dulità, siccome volle mantener nascosti i suoi
misteri per la via del giuramento, siccome adope-
rò i vocaboli sospetti di tenebre, lumi, profani,
ec.,siccome le persone pie n'ebbero una comune
abominazione, persuadendosi che meditasse sulla
rovina degli altari e dei troni, così fino dal lyZy
ogni dì più si accese, ancorché in vano, a'danni
suoi la doppia potestà. Papa Clemente XII colia
sua bolla In eminenti, stimò suo debito, scrive
l'italico annalista, di proibire e di sottoporre alle
censure la setta dei Liberi murato/ ii 2.3); Io che
per altro non fu di gran giovamento. É poi nota-
bile come i toscani abbiano presa parte, e siansi
fino al terminare del secolo XVIII fervorosamen-
te occupati delle teologiche questioni più di un
secolo indietro insorte tra i giansenisti, e i moli-
nisti, sostenendone le parti, chi per Puiio, chi per
l'altro di quegli erronei teologi.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE V. 2&J
NOTE
(1) Dotta, Storia d'Italia dal 1779 al 1814, lib. I.
(2) Prezziner, Storia della chiesa, voi. ix, sec. xvm,
pag. 235, 240. (3) Cantini, Legislazione toscana, voi.
xxxix, pag. 92. (4) Potter, Vie et memoires de Sci-
pion de Ricci , voi. i, eh. v. (5) Botta cit. (6) Pot-
ter cit. (7) Coppi, Annali d'Italia, an. 1786. (8) Cic-
ciaporci, Compendio della storia fiorentina, lib. ih,
p. 489. (9) Coppi cit. (10) Prezziner cit. pag. 241.
(11) Cacciatore, Nuovo aliante storico, voi. il, Storia
della chiesa, art. xvu, avvenimenti memorabili, pag.
113 . (12) Memorie per servire alla vita di Leopoldo
IF imperatore de'romani già granduca di Toscana, lib.
ili, p. 254. (13) Coppi cit. (14) Prezziner cit. p. 291.
(15) Botta cit. (16) Nemorie cit. p. 257. (17) Mura-
toti. Annali d'Italia, an. 1737.(18) Prezziner cit. p.
253, 286. (19) Ved. Avvenimenti storici, cap. in, §.
30. (20) Prezziner cit. p. 288. (21) Ivi. p. 339 .(22) Ved.
$.11. (23) Prezziner cit. p, 289.
aS8 e o s t u m
PARTE SESTA
LEGISLAZIONE E GOVERNO
g. i. xXllorchè Francesco duca di Lorena ebbe
acquistato il granducato di Toscana,vi stabilì solo
un ministro plenipotenziario col titolo e Pauto-
rità di governatore depositario della sua potenza,
senza che la potesse esercitare arbitrariamente.
Questo ministro era alla lesta di tutti i consigli
ai quali presedeva, di cui il primo era il consiglio
supremo distato, di reggenza e di guerra, formato
dal governatore e da tre senatori di stato per gli
affari interni della Toscana, la guerra e gli affari
stranieri che vi avevano rapporto. Gli altri go-
vernatori particolari o commissari , residenti a
Livorno, Pisa, Siena, ed altre parti della Toscana,
erano subordinati al governatore generale dello
stalo, ed avevano la loro corrispondenza diretta
con esso, o col consiglio sovrano di reggenza (1).
Considerando poi che. quei soggetti, i quali dal
sovrano sono elevati alla sublime dignità di con-
siglieri di stalo, meritano un trattamento più no-
bile e più distinto di tutti i magistrati e degli altri
ministri per la grandezza della carica ch'esercita-
DEI TEMPI AUSTRUCI PARTE VI. 289
no, rolle il granduca Francesco che avessero il ti-
tolo di Eccellenza, il quale hanno sempre conser-
vato (2). Questo principe ebbe il pensiero di ri-
comporre in un sol codice le molte e varie leggi
municipali delia Toscana: ricorresse però mollo
e rimodernò la vecchia legislazione. >Ia Leopoldo
di lui tìglio compì questa riforma. Egli che anima-
va gli uomini istruiti ad esprimere le loro opinioni
per poi seguirle all'uopo, nella Riforma comuni-
tativa del 1774? a seconda dei pensieri del cele-
bre pievano Paoletti, diminuì le imposte comu-
nali gravanti su i contadini, ed ordinò che i beni
comunali goduti da pochi a spese di molti fosse-
ro venduti o allivellati. Cosi questi pensieri frut-
tarono alla Toscana dei vantaggi reali e perma-
nenti (3).
g. 2. Leopoldo, che nelle riforme amministra-
tive, a guisa di alcuni geni che precedono i loro
secoli, avea preceduto di un mezzo secolo tutti i
governi d'Europa liberi o non liberi, dette una
libertà assoluta al commercio dei grani che ih
Toscana durò tino all'anno 171*2. La libertà del
commercio de'grani, dice il Paoletti, è un dritto
inerente alla prosperità nazionale; tale esercizio
è utile alP individuo , alla nazione, all'agricoltu-
ra, perchè mantiene sempre eguali. e decorosi i
prezzi, ed evita gli sbalzi: senza prezzi decorosi
non vi possono essere grandi ricchezze , senza
queste non vi può essere una vasta e bene intesa
cultura; dunque è di precisa necessità e di som-
mo vantaggio per l'abbondanza dei prodotti del
St. Tose. Tom. 11. 2 5
1$0 COSTUMI
suolo la piena e perfetta libertà di commercio (4).
Oltre di ciò Leopoldo, come già si disse, pubblicò
un codice criminale ; abolì la pena di morte, la
tortura, il crimenlese, la confisca de'beni, il giu-
ramento de'rei} statuì le querele doversi fare per
formale istanza, e dovere stare il querelante per
la verità dell'accusa: si restituissero i contumaci
all'integrità delle difese} del ritratto delle multe
e pene pecuniarie, cosa degna di grandissima lo-
de, si formasse un deposito separato a benefìzio
e sollievo di quelli innocenti, cbe il necessario
libero corso della giustizia sottopone talvolta al-
le molestie di un procèsso, ed anube del carcere,
non menochè per soccorrere i danneggiali per de-
litti altrui, il cbe fondò, cosa maravigliosa, un fì-
sco che dava in vece di togliere, e stabili le pene
proporzionate al delitto (5). Volle che nei giu-
dizi criminali si dovesse risparmiare ed abbreviare
al possibile la carcerazione .de'rei, e quelli i quali
per i loro delitti fosse indispensabile di detenere
nelle carceri segrete, non ne risentissero i per-
niciosi effetti riguardo alla salute } che avessero
tutti i soccorsi possibili anco di religione} si sol-
lecitasse la spedizione delle loro cause, e cbe le
carceri fossero tenute monde, mutata rana., e
qualunque carcerato stasse almeno un giorno
della settimana in stanze aperte (§). Abolì gli ap-
palti generali dei dazi} soppresse ogni privilegio,
moderò la facoltà d'istituire tidecomraissi } abolì
il santo uffizio, e nelle ecclesiastiche discipline
fu più rigoroso riformatore che non il lombardo.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE VI. 29 l
Fece altresì pubblicare il prospetto delle rendite
dello stato dal 1765 al 1789, nuova, utile ed esem-
plare pubblicità (7).
g. 3. Innumerevoli sono, come pure osservam-
mo, i miglioramenti fatti in Toscana dopo il 1700,
sia nell'amministrazione, sia in strade,canali, por-
ti, abbellimenti di cita, e stabilimenti di pubblica
istruzione . I buoni risultamene furono anche
maggiori in proporzione del maggior numero delle
riforme, agricoltura, industria, commercio, popo-
lazione, entrata pubblica, tutto in somma crebbe
e fiori. Le novità di Leopoldo produssero una
prosperità ed una vita sì felice, che ancora ai tem-
pi nostri la Toscana non ha d'uopo di far molti
voti. L'amministrazione del governo sotto il re-
gime di Leopoldo si cangiò affatto, poiché egli
creò de'nuovi magistrati, ne soppresse alcuni an-
tichi, e ne riunì altri, avendo sempre in mira il
vantaggio dei sudditi e dello stato. La legislazio-
ne toscana incominciò a servir di modello agli
altri governi. Si stabilirono in Firenze Un d'allora
quattro commissari per ogni quartiere della città,
che doveao considerarsi alPuso d'Olanda tanti pa-
cieri, non giudici nelle discordie de'ciltadini.Si evi-
tavano così delle liti dispendiose ed incerte, che
pel picco! valore della causa si polevan decidere o
accomodare amichevolmente. Si ritrovava pronta
giustizia in ogni tempo, perchè il commissario del
quartiere esaminava Puna parte e l'altra., e dava
quei provvedimenti ch'erano necessari. Si estin-
guevano nel suo nascere le discordie domestiche
delle famiglie, si .accomodavano i piccoli debili,
2^2 COSTUMI
tassando a proporzione delle forze del debito-
re (8).
g. 4. Ma gli abusi introdotti neir agitare le
cause civili, ed il lungo giro e dispendioso che
avevano, produssero fino dal 1772 una riforma
di conseguenza nella curia toscana.. I giudici che
erano prima elettivi divennero necessari in tutte
le cause che si agitavano nei tribunati, tanto nel-
la prima, che nelle ulteriori istanze. Le cause, a
tenore delle lor qualità, competevano d'allora in
poi piuttosto ad uno che ad un altro magistrata
Quelle che non passavano 10 scudi. si decisero pet-
toralmente dai respetlivi tribunali, quelle poi che
non eccedevano i 3oo scudi da un solo giudice,
e le superiori alla detta somma, o non suscettibili
di stima pecuniaria da" giudici necessari dei re-
spettivi tribunali. Le cause d'appello de'lribuuali
delle provincie e de'vicari feudali, quando erano
appellabili ai tribunali della capitale, si commet-
tevano dai respettivi tribunal^ ov'eranointrodot-
tej agli auditori della ruota, ai quali pure com-
mettevansi tutte le cause di seconda , o ulteriore
istanza. Il tempo dentro di cui dovevansi spedire
le cause era limitato a 6 mesi, ed a 4 Per quei
•di seconda istanza o ulteriore, e questi termini
potevano anche abbreviarsi dai magistrati, quando
lo avesser creduto opportuno, e prorogarsi dalla
real consulta ad istanza di una, o di ambedue le
parti, o anco dagli stessi giudici.! procuratori non
erano ammessi ad agire se non previo un esame,
e dopo un esercizio di quattro anni sotto un cau-
sidico approvato. I poveri dichiarati tali per decre-
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE VI. 293
to dei magistrati pipavano per metà tutte le spese
delle cause, ed i miserabili erano assistiti gratis,
né dovean pagar cosa alcuna neppure alle cancel-
lerie, i processi criminali si doveano agitare pres-
so al tribunale degli Otto, ed i rei non facoltosi
eran difesi da' un avvocato detto de^poveri, o do-
po la sentenza la regia consulta esaminava se vi
era luogo alla grazia o alla permuta della pena.
Anche riguardo alle cose ecclesiastiche dopo la
metà di questo secolo furono fatte delle riforme
di conseguenza, e fu proibito specialmente per la
legge d'ammortizzazione di far qualunque dispo-
sizione in favore delle mani morte, che passasse
il valore di 100 zecchini, seppure questa somma
non eccedesse il ventesimo del patrimonio libero
del testatore (9). Con questo piano i cittadini vi-
vevano tranquilli e felici.
§. 5. Quando la Toscana venne in poteie del-
la famiglia dei Medici, Lucca, quantunque ne fa-
cesse parte, non vi fu compresa, ma governò da
sé stessa eia città ed il suo piccolo stato, finché
non fu dai francesi destinata in ducato ai princi-
pi Felice ed Elisa Baciocchi sorella di Napoleone
Bonnpaile. Fino a quel tempo Lucca ritenne il
suo governo con poche variazioni in una forma
autocratica, e la sovranità risedeva in un consi-
glio, composto di 24° nobili, che si dividevano in
«lue parti, e che amministravano semestre per se-
mestre. Essi avevano alla loro testa un gonfalo-
niere scelto fra i nobili , la di cui dignità Corri-
spontieva a quella del doge di Venezia e di Ge-
*5*
29Ì COSTUMI
nova, eccettuato che questi cangiavasi ogni due
mesi, e non poteva essere eletto di nuovo, se non
dopo un intervallo di sei anni. La iuprema magi-
stratura composta di nove anziani e del gonfalo-
niere si rinnovava ogni due mesi. La rinnovazio-
ne della tasca, o elezione di quelli ch'erano de-
stinati a divenire gonfalonieri o anziani,si faceva
con molta solennità e precauzione in un consi-
glio di trentasei. Si sceglievano i5o, ovvero 180
nobili, fra i quali nove eran destinati a far rele-
zione del gonfaloniere, ad eleggere i magistrati
che dovevano due in due mesi formare la supre-
ma magistratura. Si estraevano ogni due mesi
dalla borsa dello scrutinio 1 o nomi a caso: uno era
il gonfaloniere e nove altri formavano il consiglio.
Il gonfaloniere rappresentava e proponeva, co-
me principe della repubblica. Vestiva d'una toga
di velluto o di damasco cremisi; gli si dava il ti-
tolo d^eccellenza; era mantenuto a spese dello
stato, aveva una guardia composta di 70 svizzeri,
e gli si davano tutti gli onori della sovranità. La
premura di amministrare la giustizia era rimessa
ad un potestà, riguardo al criminale, e a quattro
auditori riguaido al civile: questi magistrati do-
vean esser tutti forestieri. Le sentenze di morte
del potestà eran rimesse al senato per esser con-
fermate: la pulizìa esercitata con molta severità.
Il consiglio invigilava al ben pubblico, e non vi
si trovava giammai alcuna carestia, perchè i ma-
gazzini eran sempre pronti al bisogno. Nelle ma-
lattìe epidemiche s'inviavano i medici nelle cani-
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE VI. 295
pagne, dovunque Io richiedevano le circostanze.!
nobili erano fuori di stato di nuocere, mentre le
ingiustizie e le prepotenze erano severamente
punite. L'abbondanza e la sicurezza venivano ri-
guardati i principali oggetti dei magistrati, ma so-
prattutto la libertà, e l'eguaglianza repubblicana
regnava dappertutto. Vi si conosceva soltanto il
lusso pubblico , mentre il lusso particolare era
proibito. Era permesso al solo gonfaloniere di
portare dei galloni. Nonv'eran titoli immaginari,
o reali di duchi, di conti, di marchesi} non si sof-
frivano, né poveri, né oziosi, né mendicanti, né
vagabondi: le leggi erano severissime su questo
punto (io).
g. 6. Ora tornando al governo di Leopoldo I,
diremo , ch'egli per popolare la IVIaremma della
sua Toscana promise nel 1770 con pubblico ma-
nifesto a coloro che volessero trasferirsi nella
Maremma di assegnar de' terreni coltivabili, di
dar gratis il legname da costruir case, e l'esen-
zione dalle pubbliche gravezze per venti anni.
\d oggetto pure di aumentare la popolazione e
l'agricoltura di quel luogo, e di migliorar la con-
dizione di quegli abitanti, lo stesso sovrano smem-
brò questa provincia dalla giurisdizione di Siena,
cioè i capitanati di Grosseto, Massa, Sovana, Ar-
cidosso, Piligliauo, Sorano, Castelloltieri, s. Gio-
vanni, Santa Fiora, il marchesato di Castiglion
della Pescaia, e l'isola del Giglio, e ne formò un
governo dipendente immediatamente da esso v.
dagli ordini da darsi di tempo in tempo più op-
2C)6 COSTUMI
portuni alle circostanze locali, ed al migliora-
mento del paese. Le cause civili si giudicavano
in prima istanza dagli uffizioli subalterni, e l'ap-
pello passava ai respettivi potestà, e se la senten-
za non era conforme, la causa passava in terza i-
stanza al commissario dei fossi di Grosseto, ove
andavano pure le cause in seconda istanza, quan-
do erano slate giudicate in prima istanza dai po-
testà} ed in questo caso non essendo conformi le
sentenzerà terza istanza era commessa alla ruota
di Siena per il canale del governatore di Grosseto.
Le cause criminali eran di privativa giurisdizione
de*1 potestà, i quali in certe cause di maggiore
importanza erano obbligati a trasmetterne gli atti
fino alla sentenza esclusivamente col proprio di-
segno alla consulta di Siena per il canale del
governatore di Grosseto, per mezzo di cui rice-
vevano l'approvazione, o la moderazione del loro
disegno per pubblicarne la sentenza. Il magistra-
to dei fossi e coltivazioni, che risiedeva in Gros-
seto, aveva la giurisdizione universale e privati-
va sopra tutti i territori della provincia nelle co-
se riguardanti la direzione delle acque e strade
e la salubrità dell'aria, soprantendeva al patrimo-
nio delle comunità e luoghi pii, alle opere e fab-
briche pubbliche,e ad altre fondazioni di pubblica
utilità, con giurisdizione privativa in tutte le cau-
se, ove questi patrimoni avevano interesse diret-
to o indiretto, e proponeva al sovrano le istruzio-
ni che credeva più convenienti al buon ordine e
regolamento di essi. Il capo di questo magistrato
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE VI. 297
era il commissario primo residente, a cui era uni-
to il criminale ed il politico, e faceva anche le
veci del governatore (n).
§. 7. Le comunità toscane fino dai tempi di
repubblica erano rappresentale dai loro respettivi
magistrati, composti di comunisti, i quali oltre la
pubblica rappresentanza erano destinati air am-
ministrazione delle rendite commutative, le quali
provenivano nella massima parte dalle imposizio-
ni ordinarie, ordinate sopra i beni stabili in parte
da alcuni beni ch'esse comunità possedevano per
causa di antiche confiscazioni. Questi magistrati
avevano l'amministrazione economica delle loro
respettive comunità, ma non erano indipendenti
nelle loVo deliberazioni, le quali affinchè potes-
sero essere condotte ad esecuzione, era necessa-
rio che fossero approvate nei tempi più antichi
dal magistrato dei nove di Firenze, ed in seguito
dal soprassindaco ch'era il soprantendente eletto
dal sommo imperante al governo di tutte le co-
munità. Questo sistema aveva per oggetto d'im-
pedire le spese superflue che si temeva potessero
essere ordinate dai magistrati in pregiudizio di
quella economia , la quale dee necessariamente
osservarsi , affinchè i comunisti non vengano dì
troppo e inutilmente aggravati di dazzi e d1 im-
posizioni. Una tal soggezione non piacque al gran-
duca Pietro Leopoldo I , e volle intieramente
abolirla con la legge del 1 772, poiché il soprassin-
daco essendo un ministro che aveva la sua resi-
denza nella città capitale, cioè Firenze , non po«
aj)8 costumi
teva conoscere i veri bisogni delle comunità ,
come potevano averne la cognizione i magistrati
che risedevano nelle medesime e che li vedevano
ocularmente. Tre mesi dopo accordò la stessa li-
bertà alle comunità del pistoiese , le quali non
erano tino allora soggette al soprassindaco , ma
al consiglio e pratica segreta, che era un diparti-
mento il quale presedeva al governo di quella
provincia, e perciò non comprese nella disposi-
zione del sovrano motuproprio del 1772. Gii abusi
però introdotti nel governo economico delle co-
munità dettero occasione a Pietro Leopoldo di
riformarne il sistema, ed incominciò da quella di
Volterra, la quale più delle altre aveva bisogno
di un nuovo regolamento. Credè dunque* neces-
sario quel sovrano di comporre i magistrati co-
munilativi di soggetti possidenti nel circondario
delle comunità , sul riflesso che questi essendo
quelli i quali suppliscono colle annue contribu-
zioni ai bisogni pubblici , sarebbe stato di loro
proprio interesse di procurare la maggiore econo-
mia e tutti i vantaggi possibili alla comunità da
essi rappresentata ed amministrata (ia).
NOTE
(1) Uescrizione istorico-critica dell' Italia, voi. m ,
§. Lxxvii . (2) Cantini, Legislazione toscana 3 voi.
Xxvii, pag. 162. (3) Pecchio , Storia dell'economia
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE TI. 299
pubblica in Italia, pag. 165 e 301. (4) Ivi, pag. 166.
(5) Botta , Storia d' Italia , lib. 1 , ap. Leo , Storia
degli stati italiani , voi. lì , lib. xn , pag. 553 .
(6) Memorie per servire alla vita di Leopoldo II im-
peratore dei romani già granduca di Toscana , pag.
195. (7) Pecchio cit. (8) Descrizione istorica e critica
dell'Italia cit. voi. ni, §. lxxvii. (9) Bu3ching, L* Ita-
lia geografìco-storico-politica , voi. iv, part. II, pag.
30. (10) Descrizione storica cit. §. xli. (11) Buscbing,
cit. pag. 88. (12) Cantini cit. voi. xxx, pag. 248 e
308, e voi. xxxi, pag. 268.
-TNXKM ■
.
300 COSTUMI
■
PARTE SETTIMA
COMMERCIO, NAVIGAZIONE E MONETA
g. i. «cjl facilitare la libera vendita di tanti beni
stabili, che a causa di fidecommissi di troppo lunga
durata era fin qui inceppata, con provide leggi
fu questa da Francesco II già duca di Lorena,
e granduca di Toscana, diminuita e limitata al
solo quarto grado, dopo quello del fondatore. Ani-
mato e§li dallo stesso principio di togliere i vin-
coli che impedivano il libero commercio dei beni
stabili, con motuproprio del primo febbraio 1751
impedì che le corporazioni ecclesiastiche e seco-
lari aumentassero di più i loro patrimoni, allora
immensi, vietando a quelle di poter conseguire
eredità senza un privilegio sovrano (1).
g. a. Pietro Leopoldo I compiè il disegno con-
cepito dal suo genitore, di svincolare cioè le pro-
prietà fondiarie, e tolse i fidecommissi che ne im-
pedivano il commercio. Conoscendo poi Leopoldo
che Pavidità di tanti appaltatori, che avevano
nelle lor mani tutte le rendite dello stato, ed i
proventi della finanza inceppava l'industria, e che
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE VII. 3oi
sottoponendo essi a tasse gravose le arti ed i me-
stieri, la proprietà individuale rimaneva ingiusta-
mente vincolala, con motuproprio del 1767 e
1770 soppresse ogni sorta di matricole e patenti
delle arti e dei mestieri} abolì le prestazioni servili
che dalle comunità si esigevano dai contadini,
tolse qualunque privativa, qualunque incetta, e
qualunque esenzione dagli aggravi sociali, e sot-
toponendo tutti i possidenti indistintamente al
pagamento delle gravezze , fece che queste fos-
sero meno sensibili e con più giustizia distribui-
te (a). Per maggiormente render V industria nel
suo stato, Leopoldo I, dietro la lettura del di-
scorso scritto da Sallustio Antonio Bandini sulla
maremma senese, mandò a visitare quella pro-
vincia, la scorse, Tesammo egli stesso, e la fece
esaminare dal matematico Ximenes. Collo scoloè
delle acque Paria fu purgata 5 V acqua da bere
dai vicini monti fu con acquedotti procurata alle
abitazioni dei colli e dei piani*, si abolirono le
gravezze fiscali e le proibizioni vincolanti la cir-
colazione; si migliorò non solo l'amministrazione
politi™ , ma altresì quella della giustizia . Gli
abitatori moltiplicarono.acquistarono rapidamen-
te col commercio libero dei generi e delle merci,
mezzi d'accrescere la fecondità delle terre, e di
raffinare le produzioni, e quindi divennero più
industriosi, e più ricchi, e più felici. Un profitto
pure non indifferente risentì la popolazione pi-
stoiese per la grandiosa strada che serve di co-
municazione tra la Toscana e il ducato di Mo-
dena, falla dal G. D. Pielro Leopoldo (3).
ò't. Tose. Tom. 11. 2G
3oa costumi
£. 3. Quel principe dette una libertà assoluta
al commercio dei grani che in Toscana durò fino
al 1792. Ogni specie di lineria ha i suoi nemici,
per cui quella del grano n'ebbe in tutti i tempi,
sotto tutti i governi e presso tutte le classi. Il
Proietti si alzò in difesa della legge del suo so-
vrano, non per amore di adulazione, ma per quel-
lo della libertà e del pubblico bene. Stampò nel
1772. la sua opera sull'Annona, sotto il titolo di
Veri mezzi di render felici le società^ e la fece
di pubblico drillo anche per fare un'ammenda pub-
blica dell'essere stato nei primi tempi un . contra-
ri ittore della libertà del commercio dei grani. Il
Paoietti per incoraggiare sempre più l'industria,
distribuiva i premi ai migliori agricoltori, come si
usava in Inghilterra, ove davano dieci, venti e
trenta ghinee a Ghi aveva allevati i più bei caval-
li, o meglio ingrassato i bovi, vacche, maiali e pe-
core (4). Anche l'arie de- vaiai e cuoiai di Firenze
premiava colui che meglio conciato avesse cuoio
das suola all'uso inglese.
g. 4» Fino dal 1762 il commercio dei grani in
Toscana fu da vincoli vessalo, per cui ne avve-
nivano carestìe frequenti, ma dal 1763/ al 1790
ogni vincolo futollo,edil commercio divenne più
libero.Leopoldo comprendeva in oltre che le buone
strade e le facili comunicazioni tra un paese e l'al-
tro rendono più animato il commercio e la indu^
stria, laonde poco curando V interesse suo privato
e tutto sacrificando pel ben pubblico, uel volgere
degli anni ch'egli restossi a governare in Tosca-
na, molte furono le strade migliorate, e molte
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE VII. 3o3
pur quelle da lui aperte di nuovo (5). Sotto il di
lui regno fu di grande incremento al commercio
la seta, poiché vi si fabbricavano dei drappi d'ogni
sorta, la maggior parte di buon gusto e di prima
qualità. In Lucca vi si custodivano con premura
i filugelli onde fare i nominati drappi: la nobiltà
lucchese si applicava al commercio senza dero-
gare al suo grado. Le manifatture der drappi di
oro e d'argento, il velluto e gran quantità di buone
calze di seta erano generalmente in buono sta-
to (6). L'olio e le olive del territorio lucchese erano
molto stimate , e facevano grande oggetto nella
mercatura. Siccome poi V olio fu in ogni tempo
un prodotto delle campagne toscane abbondan-
tissimo, il di cui smercio nei paesi esteri ha sem-
pre cresciuto notabilmente nello stato l'introito
del numerario in vantaggio della ricchezza nazio-
nale, così Pietro Leopoldo non solo rese libera
la contrattazione di questo genere, ma ne permi-
se ancora l'esito senza alcun vincolo, e procurò
con tal provvedimento che la nazione aumen-
tasse la massa del suo numerario, e i possessori
dei beni prediali s'applicassero alla coltivazione
degli ulivi, e migliorassero in questa parte Pagri-
coltura, ch'è una delle principali sorgenti delle co-
muni ricchezze (7). I vini di varie parti di Toscana
si trasportavano nel resto d'Italia, ed eran tenuti
in gran reputazione. Il governo tollerava tutta
l'industria, che la maggior parte delle sacre co-
munità tanto di uomini che di donne ponevano
in pratica per sostenersi. Per questo si vede?ano
delle monache porre dei filugelli, preparare e fila-
3o4 COSTUMI
re la loro seta, fare dei fazzoletti, e altre piccole
cose, di cui si permetteva loro lo smercio, senza
assoggettarle ad alcun pubblico aggravio (8). Nel
it5i dal patriottismo degli aretini fu creato ed
aperto un traffico di lanificio nella loro città ,
col favore del conte di Richecourt prendente al-
lora dei consigli di S. IVI. l'imperatore Francesco
I nel granducato di Toscana, che gli accordò per
nove anni la fornitura del vestiario militare del-
lo stato. Questo traffico fu loro animato da Leo-
poldo I e Ferdinando IH (9).
g. 5. Il commercio e industria di Siena erano
poco considerabili atteso che non vi era circola-
zione «li denaro e una moltiplicità di lavori indu-
striali che accrescessero la popolazione, ritenen-
do nel paese una quantità di artigiani che non
osavano farvi degli stabilimenti, perchè non tulli
vi avrebber trovato nel loro travaglio il mezzo
di far sussistere la propria famiglia. Non così po-
tettesi dire di Livorno, giacché tutto il commer-
cio che vi si faceva tra un vascello (a) e P altro
era libero: non si pagava un dazio, se non per le
merci ch'entravano in città per il porto interno, o
sia piccolo porto,che si chiudeva ogni sera con una
catena. Per la gran quantità di vascelli di tutte
le nazioni che arrivavano a questoporto si potet-
te giudicare che vi si faceva un moto grandissimo,
e che lo spettacolo vi era sempre vivo e interes-
sante. I consoli delle nazioni straniere vi rappre-
sentavano un carattere importante, evi facevano
(a) Vcd. tav. CXL, num, S.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE VII. 3o5
necessariamente molti affari. Il commercio di Li-
vorno era un commercio di deposilo, e la sola
manifattura che in essa città *i trovava, era il lavo-
ro del corallo. Gli ebrei e gli armeni erano qui i
sensali di quasi tutte le nazioni: gli inglesi e gli
olandesi vi spedivano ogni anno delle floltemer-
cantib', e la Francia vi faceva un gran commercio
di stoffe in seta di Lione, di mode, di chincaglierìa
vini, acquavite ec. Vi si trovavano delle persone
stabilite di tutte le nazioni, e di tutte le Provin-
cie d'Europa: tutti vi facevano qualche commer-
cicene doveva loro esser utiIe,considerando l'alto
prezzo in cui tenevano le loro mercanzie( io).Quel-
lo poi che vi esercitavano gli ebrei arrecava van
faggio tale al pubblico, che il granduca Pietro
Leopoldo determinò di rinnovare una legge alta
a proleggere la loro sicurezza, ed impedire che
alcun suddito cristiano recasse ad essi pregiudizio
e molestia (i i). Rianimato il commercio, e sno-
date le braccia agl'indusl n'osi, tanti vantaggi in
poco tempo ne avvennero a questi, che a proprie
spese coniarono una medaglia a gloria del grau
Leopoldo col di |,ji ritratto da una parte, e con
una figura esprimente l'ibbondauza dall1 altra,
sotto cui legge vasi TÀbe.rlate frumentaria re-
stituta opes auctae: prìncipi providentis situo
MDCCLXXF (12).
• §. Ci. I'ii liallico di non indifferente lucro pei
J 1 I <>v 111,1 frano i sali di Volterra, di Portofer-
faio e di Castiglione della Pescaia : le diverse
qualità didietre, come sarebbero il verde di mon-
ti 1 di Mjcsa , il verde di Prato , il giallo «li
3o6 COSTUMI
Siena,Pametisto della sorte inferiore di Piombino,
il bel diaspro di Barga, la lavagna da fame tavole
che incontrasi a Strazzema, ed i minerali di fer-
ro, dei bei marmi, fra i quali lo statuario, il bar-
diglio, che trovansi nelle vicinanze di Seravezza.
Di utilità pel commercio erano pure le pietre
forti o macigni di smisurata grossezza, ed una
specie di granito trovato a Fiesole. Erano ricer-
cate le macine di Figline e Prato, e la pietra se-
rena ed altre che si cavavano dalle cave delta
Gonfolina, presso san Francesco di Paofa in vi-
cinanza di Firenze, nei monti di Malmantile, di
Artimino, della Lastra, di Montebuoni, nella gio-
gana di Monte Scalari , nei monti pisani , nelle
montagne di Pistoia e nella Garfagnana. I marmi
bellissimi cavati nella contea della Gherardesca,
come pure nel monte s. Giuliano presso Pisa , i
diaspri e calcedoni di Monte Ruftbli, le agate e
corniole trovate per tutto il territorio di Volter-
ra, e la scagliola cavata nei contorni di Spirchia-
iola presso Volterra ed in masse assai grandi ( 1 3)
furono pure di lucro per i toscani. Un altro ge-
nere di commercio attivo erano le belle copie
che si faceano dagli artisti dei migliori quadri
della real Galleria di Firenze, e di quei dei pa-
lazzo Pitti, ed i lavori in miniatura ed in smalto
fatti con gran proprietà. Del marmo ed alabastro
cavati per la Toscana se ne facevano delle sfa-
tue, dei vasi e degli ornamenti d'ogni specie per
la vendita, che trovavansi con facilità presso gli
sludi degli scultori. Questi pezzi erano imitati, o
copiati dair anti- o , e la maggior parte benissi-
DEI TEflPI AUSTRIACI PARTE VII. $07
n»o eseguiti, come si vedevano le copie eccellenti
della Venere de' M edici della stessa grandezza
dell'originale. La difficoltà dei trasporti fece arre-
stare per qualche tempo un tal commercio (i$)i
ma in seguito riprese il suo corso. Lo smercio dei
cappelli di paglia fino dal 1771 era talmente ri-
spettabile in Toscana, che cominciava a (ormare
un traffico di molta importanza, che di poi andò
ci escendo, e circa al 1807 giunse alia sua maggior
prosperità. Questa si esercitava e si esercita nei
contorni di Firenze, e principalmente nelle cam-
pagne di Signa, ove un lalMichelucci al principio
del secolo XVIil la condusse alla sua perfezione:
la sua memoria fu eternata con una iscrizione
lapidaria che si legge al di lui sepolcro nella chie-
sa prioria di s. Miniato di Signa. Il felice esito dei
nostri cappelli di paglia nei. paesi esteri produsse
la favorevole conseguenza, che la loro fabbrica-
zione si estese grandemente, e non poche mi-
gliaia di persone ritrassero dalla medesima la sus-
sistenza (i5).
§. 7. L'amore per la proprietà terriera, risve-
gliato dalle leggi di Leopoldo I, divenne così po-
tente fra noi , da far perder di vista ogni altra
direzione, che l'industria avrebbe potuto dare ai
capitali circolanti. Era questo il naturale anda-
mento che la società toscana dovea prendere al
comparire ci i quelle leggi liberali e rigeneratrici.
Per quanto non la sola industria terriera fosse
svincolata , ma le arti , le manifatture fossero
ugualmente libere dai ceppi che da lungo tempo
le tenevano avvinte, e di più il gnu iliica Le >-
3o8 COSTUMI
poldo I desse loro eccil amento con premi e con
incoraggimenti, nonostante queste seconde non
furon da tanto da attirare i capitali circolanti ad
animarle e renderle attive, perchè questi seguen-
do quelle leggi che la natura ha imposto al na-
scere ed al ricomporsi della società, si volsero a
sviluppare le forze della industria agricola. Quella
mossa vigorosa che dette il primo impulso a que-
sta macchiua sociale vi lasciò l'impressione per
lungo tempo, e però l'impiego dei capitali circo-
lanti, le forze dell'1 industria si volsero solo alla
proprietà terriera , e caldi di questo principio
tutti coloro che potettero riunire tanto danaro
da comprare il podere, la casa, il campo, lo im-
piegarono in quelli,ovvero in miglioramenti agra-
ri, preferendo un tale impiego ad ogni altro ge-
nere di speculazione, al che contribuì ancora la
poca fortuna che molti tentativi di manifatturiera
industria incontrarono in quei principii . come
non poteva essere diversamente, giacché il felice
esito di questi sarebbe stata inversione dell'ordi-
ne economico naturale (16).
g. 8. Il pensiero di Pietro Leopoldo di rende-
re libero il commercio, e toglierlo dai vincoli che
lo tenevano inceppato, dice il Cantini (17)^ gran-
demente deguo di lode, e dimostra ch'egli era do-
tato di talenti e di vedute che sono necessarie a
tutti quelli che tengono il reggimento dei popoli.
La libertà concessa al commercio dei grani fru-
mentari fu per la Toscana una sorgente fecon-
dissima di nuove ricchezze per l'avanti non cono-
sciute} fu la causa del dissodamento di tante va-
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE VII. 3-OJ)
ste campagne ingombrate in addietro da putridi
acque e da infruttiferi sterpi} favorì l'agricoltura
e produsse un accrescimento notabile nei cam-
pestri prodotti^ fu la cagione deiraumento della
popolazione, e tolse dalPozio e dalla mendicità
tante famiglie, alle quali venne aperta la strada
di poter esercitare la loro industria, e ritrovare
nei proventi di quella la loro sussistenza. Se ri-
flettiamo poi allo spirito di tante leggi da questo
Granduca emanate relative al commercio dei pro-
dotti delle campagne, ben si conosce che la sua
intenzione era di ridurre la Toscana un paese
agricola, e ron questo mezzo condurla alla pro-
sperità edalla ricchezza. La libera estrazione dei
grani dallo stato, i tanti vincoli aboliti, e le tante
disposizioni fatte per favorire la libertà delle
contrattazioni dei generi destinati all'umana sus-
sistenza ne sono una prova evidentissima.
g. 9. Era riserbato alla gloria del granduca
Ferdinando III di rivaleggiare col suo genitore
nel procurare ai toscani dei vantaggi, onde ren-
dere viepiù fervido il commercio di questo paese.
Egli permise francamente l'estrazione delle lane
gregge, la di cui manifattura erasi da lungo tem-
po, e durante i più stretti vincoli sostenuti dallo
interesse e dalla potenza della già rinomata arte
della lana, affatto perduta in Toscana, e il conse-
guente immediato considerabile aumento del
prezzo di questo genere invogliò ed iuvitò i pos-
sessori a moltiplicare e migliorare le razze delle
pecore. Corsero appena quattro anni dopo un si-
mil favore accordalo all'alabastro, 0 mentre da
3 I O COSTUMI
pochi mal provveduti pregiudicati o interessati
sostenitori dei vincoli si presagiva la totale rovi-
na di quella elegante manifattura, che in addie-
tro era circoscritta alla sola città di Volterra, e ad
un solo negozio in Firenze, si vide quasi raddop-
piare l'esportazione di questo genere manifattu-
ra to, di cui andavano ogni dì moltiplicando le of-
ficine in Livorno, in Pisa ed altrove, e si vide rad-
doppiare l'attività dei possessori, e dei cavatori
nello sviscerare i monti che producono questo
bel minerale, e stendendovi in seguito le colti-
vazioni d'ogni specie, che senza questo incentiva
sarebbero state trascurate, e senza che la limita-
ta estrazione di questo genere greggio potesse
somministrare ragionato fondamento ai meticulosi
di temere la diminuzione di questa industria na-
zionale, che veniva anzi eccitata dalla naturale
moltiplicazione delle commissioni (18).
g. io. Oltre i generi e manifatture da noi de-
scritti, il commercio che generalmente facevasi
in Toscana si reggeva sopra i prodotti naturali,
cioè grano, vino, olio, legumi e bestiame, per lo
smercio dei quali si facevano delle fiere e mer-
cati. Con legge del 1773 si riassunse l'antico si-
stema abolito, relativamente ai mercati, cioè di
non potersi cominciare le contrattazioni prima del
suono di una campana a ciò destinata . Questo
uso fu riattivato perchè i lavoratori non fossero
necessitati a perdere tutta la giornata per. fare i
loro negozi, mentre prima di quel segno né ec-
clesiastici, né secolari di qualunque grado o con-
dizione potevano aprire le contrattazioni (19).
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE VII. 3il
Nei mercati circolavano quelle inondi «* introdot-
te già dai Medici e lasciate correre in questo sta-
to dal granduca Francesco duca di Lorena. Egli
vi aggiunse la moneta di paoli dieci (a\ detta
volgarmente Francescone, che ha Io stemma
scolpito nel corpo delinquila imperiale a due te-
ste ed il busto del sovrano regnante; la moneta
di paoli cinque, o sia Franceschiuo, colla stessa
impronta, e quella di due paoli con slf-mma e ri-
tratto (b). Queste monete, come le altre da noi de-
scritte nell'epoca antecedente, non subirono va*
riazione alcuna tanto in bontà quanto in valore
sotto i regni di Pietro Leopoldo e di Ferdinando
suo tìglio , meno che in quelle fuse da essi vi
fecero apporre il loro ritratto e stemma , come
si può vedere dalle monete stesse che circolano
anche di presente.
(a) Ved. tav. CXL. num. 6.
(b) Ivi, num. 1.
NOTE
«Fi
«•irini, Compendio di storia della Toscana, ep.
vi, J. 2. (2) Ivi. (3) Tolomei , Guida di Pistoia, p.
139 (4) Pecchio , Storia dell'economia pubblica in
Italia, p. 1G5. (5) Ferrini cit. $. vili. (6) Busching,
L'Italia gcografico-slorico-politica, voi. IV , part. II ,
p. 21. (7) Cantini, Legislazione toscana, voi. nix,
p. 268, e xxx, p. 153. (8) Descrizione istorica e critica
dell'Italia, voi. ni, $. 82. (9) Angelucci , Memorie
3 12 COSTUMI
storiche per servire di guida al forestiere in Arezzo,
p. 111. (10) Descrizione cit. voi. iv, $. 78. (11) Can-
tini cit. voi. xxvui , p. 304. (12) Ferrini cit. §. 5 .
(13) Descrizione cit. §. 29. (14) Busching cit. p. 5 e
13. (15) Cantini cit. voi. xxx, p. 98. (16) Lapo de'Ricci,
Delle industrie commerciali e manifatturiere, conci-
liabili con lo stato di proprietario terriere in Toscana,
memoria : sta nel tomo x della continuazione degli
Atti della I. e R. accademia de'Georgofili , p. 147.
(17)Legislaziouecit. p. 17. (18) De Nobili, Sulla libeità
del commercio della seta , memoria j sta nel tomo u
della continuazione degli Atti dell'I, e R. accademia
de'GeorgoGli., p. 355. (19) Cantini cit. voi. xxxi, p.
128.
DEI TEMPI AUSTRIACI. 3 l3
PARTE OTTAVA
ARTI
.e;
g. i. JLjSrtinta la famiglia Medici sovrana di To-
scana, mancò l'occasione d'inalzare in questo
stato cospicui edilìzi di architettura, sennonché
nominato ad occupar questo trono Francesco
Stefano duca di Lorena, tino dal ijZj si pensò
dalla nazione toscana di far onore alla sua venuta,
erigendogli col di lui consenso un arco trionfale
alla porta a s. Gallo di Firenze, il che venne ap-
provato con sovrano benigno rescritto; ma frat-
tanto un lorenese ne doveU1 essere l'architetto
che lo eresse ad imitazione di quello non molto
lodato di Costantino in Roma. Nel 1739 col ili»
segno, e sotto la direzione dell'anzidetto profes-
sore lorenese Giadot, architetto del nuovo grandu-
ca, ne fu incominciata Pinlrapresa , ma v'ebber
mano i toscani architetti e «cultori contempora-
nei Foggiui, Ticciati, Magoni, Piamontini ed al-
tri (1). Da questo monuraento(a);tuttora esisten-
(a) Vcd. tav. CLV, tuim. 2.
SU Tose. Tom. 11. 27
3l4 COSTUMI
te, giudichi ognuno qual fosse il meschino stato
dell'arte in quel tempo, che io frattanto ripeterò
col celebre architetto Dei-Rosso, cioè che gli or-
namenti che vi si mirano non meritano T atten-
zione dei veri conoscitori (i). In tale stato è pre-
sumibile che si mantenesse l'architettura per 28
anni inalterala, nel qual tempo il paese restò in
islalodi provincia per esserne partito ilsovrano,ri-
chiamato a Vienna ad occupare il soglio imperiale.
Pisa sola però può vantarsi di avere erette due
fabbriche di non spregevole gusto nello spazio
delP assenza del granduca dallo stato toscano,
poiché sotto il benefico governo dell'imperatore
Francesco I, rappresentato in Toscana dal con-
te Manuele di Richecourt, fu edificato il casino
dei nobili, e si rifece dai fondamenti la fabbrica
de'bagni di s. Giuliano ad Oriente} si abbellì quel-
la ad Occidente; si rinchiusero ed assicurarono
da qualunque estranea mescolanza le sorgenti
delle acque minerali, e si distribuirono in guisa,
che ciascheduno deliagni potesse empirsi e vuo-
tarsi con separata operazione indipendentemente
da ogni altro: oltre di che fu pensato a costruirvi
una magnifica abitazione distribuita in molti agia-
ti ed ameni quartieri per comodo dei ricorrenti,
e fu aperta unastrada carrozzabile e in rettilinea
che dalla città conducesse ai bagni (3) . (o ne
riporto il disegno del fabbricato (a), onde far co-
noscere il gusto di quel tempo nel costruire edi-
lìzi di qualche considerazione.
(a) Ved. tav. CLVI, man. 1.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE Vili. 3 1 5
§.a. Avvenuta la morte di Francesco di Lorena,
Leopoldo Idi lui figlio nominato granduca di To-
scana fece il suo ingresso in Firenze nel 1765 per
assidervisi. Tra i primi lavori in architettura che
vi si videro eseguire al tempo di questo sovrano,
fu la facciala della chiesa di s. Marco, inalzata nel
1777 °°1 disegno di un frate carmelitano riminese
per nome Giovaechino Pronti (4). Il primo ordi-
ne è corintio, sopra del quale se ne alza un altro
d'ordine composito, ma di una figura informe 5
evvi nel mezzo un finestrone di sola apparenza-
finalmente ha termine la facciata col solito fron-
tone acuminato, con nicchie , statue e bassiri-
lievi molto mediocri: ma tutta questa facciata non
servirà mai di modello a chi vorrà apprendere le
nobili arti liberali (5). Ora si noti che P esservì
stato occupato, per architetto uno straniero an-
corché poco abile, fa dubitare che non si trovava
in paese chi ne fosse più di lui capace.
g. 3. Dopo i capricci che tiranueggiarono in
questa guisa Parchitettura per l'intiero sec. XVII,
e per oltre la metà del XVIII. l'esimio professore
Gaspero Paoletti ricondusse quell'arte in Toscana
alle buone, alle castigate, alle ragionate linee dei
tempi romani, o a quelle almeno dei cinquecen-
tisti (6), poiché paragonando le opere dei moder-
ni con quelle degli antichi, conobbe manifesta-
mente che Parchitettura voltava di nuovo verso
la sua decadenza, e che era necessario ricoudurla
ai suoi principii. Dietro l'esempio del Brunellesco
si pose il Paoletti nell'animo di ristabilire quella
elegante semplicità e solidità che formano uno
3l6 COSTUMI
dei suoi bei pregi,, togliendo via nei disegni quan-
to di superfluo, di assurdo e di stravagante era
stato dal cattivo gusto negli ornamenti introdotto,
talché superò, tanto nella teorìa,che nella pratica, i
più provetti maestri.Lungo sarebbe l'annoverare le
opere di questo instancabile uomo fatte in Firen-
ze ed altrove in Toscana, e solo ne accenneremo
alcune, cioè la facciata posteriore della villa del
Poggio Imperiale, e gli edilìzi de'bagni di Monte
Catini (7). La facciata del quartiere detto della
Meridiana, del palazzo Pitti dalla [parte di Boboli(a)
quantunque semplice e non grande , passa pei
uno dei più bei monumenti di architettura ese-
guiti in Italia dal secolo XVI in poi: secolo sì
celebre pel buon gusto che regnava allora nelle
arti; Gaspero Paoletti la intraprese per ordine di
Pietro Leopoldo fino dalPanno 1776 (8). D'allora
m poi si può dire che tutti gli architetti della
Toscana sreno stati della sua "scuola, perchè per-
suase e piacque oltremodo il suo stile di uioxiina-
ture imitate sempre dagli ordini architettonici
del buono stile antico . Mera antica eleganza ,
massima sobrietà negli ornati, belle proporzioni,
perfetta osservanza dell'euritmia} sfuggiti affatto
gli ornamenti capricciosi ed inutili, la linea retta
preferita ad ogni altra furono le regole stabilite
ed osservate da questo professore: noi rammen-
teremo alcuni che l'hanno seguito con indicare
i principali edilizi di loro invenzione.
g. 4* 11 Cacialli moderno architetto della co-
(a) Ved. tav. CLYI, mira. 2.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE Vili. 3l7
rona,che nel secolo XVIII e nel principio del
seguente molto disegnò in architettura, e molto
pose in opera nell'interno del palazzo de'Pitti,
dimostrò colTeffelto quanto giovassero a bene
oprare i precetti stabiliti dal Paoletti di lui mae-
stro} e d'allora in poi Parchitettura ancorché trat-
tata da semplici e pratici capi maestri muratori,
rinunziando alla manìa di novità e varietà, ha co-
stantemente seguilo Io stile semplice e ben ra-
gionalo dell'immortale suo istitutore. Ma contem-
poraneamente al Paoletti Parchitettura avea fatti
velocissimi passaggi verso la perfezione in molte
parti d'Italia, e più particolarmente a Roma per
l'influenza del Devegni, colla differenza che a
Roma studiavasi d'imitare al possibile la classica
antichità, mentre il Paoletti avea preso a model-
lo anche il Palladio (9). Giuseppe Salvetti era uh
sufficiente architetto per la decorazione, ottimo
poi per gli spartimenti interni delle sue fabbriche,
come lo mostra ia facciata dello spedale di Bonifa-
zio in Firenze (a), eseguita per ordine del gr.Pietro
Leopoldo fino dal 1787. Il suo stile decorato
sente un poco del tempo nel quale visse, ma per
altro è molto castigato, ed ha delle masse piutto-
sto gravi e decorose, non avendo per anche sen-
tita l'influenza del gusto francese, che ridusse la
architettura al gretto e meschino. (Juesti è lo
stesso architetto che per comando del medesimo
sovrano eseguì la non spregevole fabbrica del
monastero, o per meglio dire conservatorio di
Ri poli in Firenze.
{a) Ved. tav. CLVH, num. I.
a 7*
3 iS COSTUMI
g. 5. NelT epoca indicata, cioè nel 1787 fu
eretto dai fondamenti per ordine di monsignore
Scipione de'Ricci,con disegno dell'architetto Ste-
fano Ciardi di Pistoia il palazzo vescov ile di quella
città, te di cui comode scale, la sala, ed i nobili
appartamenti lo fanno distinguere tra i migliori
del paese. Sono belle altresì e spaziose le sale, i
corridori e le camere del seminario e collegio
pistoiese, il disegno del quale è del Gricci fioren-
tino e l'esecuzione di Giovanni Forni pistoiese;
edilìzio eretto per le premure del sullodato ve-
scovonel 1786 (io). Per sovrana munificenza di
Leopoldo I fu ricostruito in più vaste e regolale
forme lo spedale di Colle alto presso la porta
nuova (11). L'ameno passeggio pubblico in Siena
detto la Lizza, anticamente borgo con una chiesa
dedicata a s. Prospero, dei cui nome era un ba-
loardo disegnato nel i5a7 dal Peruzzi, fu pure
nel i55i il locale, ove l'imperatore Carlo V fece
fabbricare una fortezza atterrata poi dal popolo
senese. In questa deliziosa situazione col disegno
di Antonio IVIatteucci fu fatto nel 1779 ^ citalo
passeggio pubblico, unito a quello della disarma-
ta fortezza, e recentemente abbellito nella con-
giunzione dei due arborei viali di una decorazione,
e di varie statue di plastica situate nel centro del
passeggio e nel grande stradone (ia).
g. 6. Cooteniporaneo ai già nominati architetti
Cacialli e Salvetti fu il cav. Giuseppe del Rosso,
eruditissimo professore, al quale per mala sorte
mancò l'occasione d'operare in architettura nella
nostra capitale, ma frattanto ne capitò una in A-
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE Vili. 019
rezzo, per l'esecuzione della rinomata cappella
della Beata Vergine, recentemente aggiunta al
duomo di quella città, dove l'architetto del Rosso
corrispose pienamente alla profondità del proget-
to, non che all'alto grado di devozione per Maria
Santissima che vi si volea collocare, ed egli di-
fatti collegò con sorprendente maestrìa V archi-
tettura da lui concepita coll'antica del Duomo,
senza turbarne T armonìa, per modo che sem-
bra fatta contemporaneamente alla chiesa mede-
sima. Altrettanto dovette fare il di lui genito-
re Zanobi del Rosso nel costruire nel 1772, Torà-
torio e chiesa di s. Firenze da me qui riportato (a),
poiché bisognò che si uniformasse per amore ili
simelrìa al disegno dell'altra parte già architetta-
ta da Ferdinando Ruggeri, e che appartiene alla
chiesa. Col disegno del medesimo del Rosso fu
condotta la facciata intermedia del convento, la
costruzione del quale egli parimente diresse (1?»).
g.7.Gli architetti non solo erano impiegati nel-
la costruzione degli edilizi sacri, civili e militari,
ma venivano occupali a far disegni per teatri ed
assistere alla loro edificatoria, poiché al tempo di
Leopoldo I, dice uno storico (14)1 poche città di
Italia potevano vantarsi di aver tanti teatri quan-
ti quella di Firenze,ed eran tanto frequentati che
quel principe emanò nel 1779 un editto, in cui
restavano proibiti tutti gli esteri commedianti.
Abbiamo inteso che dopo il Paolelti l'architet-
tura ancorché trattata da semplici capi maestri
(a) Vcd. tav. GLVH, miro. 2.
3ao costumi
muratori, era di uno stile semplice e ragiona-
to (i5), perciò io dò in esempio la facciata di una
casa la più semplice, e nel tempo slesso Ja più
proporzionata che si costumava alla fine del se-
colo XVIII.,costruita dai muratori della Toscana
senza il soccorso degli ingegneri. Sia dunque
tutta la lunghezza della facciala divisa in ia mo-
duli di una giusta dimenzione, e in questo caso
V altezza, compreso lo zoccolo e '1 cornicione,
suoP essere di moduli otto della stessa misura ,
delle quali parti, tre se ne danno al bugnato, e
le altre cinque occupano la facciala, compresovi
il cornicione ch'è sotto la gronda del tetto. Dalla
gran fascia che sovrasta al bugnato fino al corni-
cione, divisone lo spazio in sei parti, se ne lascia
una che la più bassa pei parapetti delle finestre,
al vuoto delle quali si danno due parti. I para-
petti delle finestre che sono in alto hanno la
stessa misura di quei delle finestre di mezzo, ec-
cettuato che le prime sono quadrate. Lo spazio
del bugnato che è sopraccaricato di larga fascia,
qualora si misuri fino a terra,è diviso in sei parti,
tre delle quali, dopo le prime due da terra, dan-
no la misura e la situazione delle finestre del
pian terreno, le quali hanno il loro vuoto dopo
il secondo filare di bugnato. Ogni restante di or-
nato architettonico si vede nel disegno che io
ne riporto (a).
g. 8. Nel tempo che imperava il già lodato
sovrano Leopoldo l s'inalzò fra gli altri nostri
(a) Ved. tav. CLVHI, omn. 1.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE Vili. 3a I
scultori Ignazio Spinazzi romano di nascita e dì
scuola, che insegnò l'arte in Firenze, ove fu chia-
mato dal nostro principe per maestro di scultura
all'accademia delle belle arti. Egli appreso avea
dal Maini discepolo del Rusconi, e per consegueip-
za era imbevuto dei principii falzi e corrotti dei
suoi tempi, ma dotato dalla natura di molto gua-
sto, e sentendo assai ben le bellezze degli antiche
le quali lornavanoflad essere venerate e studiale,
si ravvicinò più d'ogni altro suo coetaneo al buo-
no stile. A ciò lo aiutarono moltissimo le occa-
sioni, ch'egli ebbe di restaurare le statue di pri-
m'ordine, che il Granduca ricuperava dalla swa
villa medicea di Roma, p^r abbellirne la R. Gal-
lerìa di Firenze. Le migliori produzioni dello Spi-
nazzi che veggonsi al pubblico in Firenze sono
l'Angiolo sulla porla principale di s. Giovanni^ e
la statua che si vede in s. Croce (a) sul deposito
del Machiavelli: opere che tengono però moltissi-
mo della maniera del secolo per gli spazi Larghi e
stiacciati, i pochi scuri e le pieghe ricavate dai
modelli di carta^ ma non senza grazia, né qual-
che sceltezza di forine , ed essendovi le cariw
trattate con moltissima pastosità. Il suo capo
d1 opera peraltro è la Fede colla faccia velata a
santa Maria Maddalena. Era pertanto in gran-
dissima voga il trattare su i corpi umani un
panno o velo disteso, superando così colla mec-
canica dell'arte la difficolta che il marmo pre-
senta. Questa fu una delle migliori cose prodotte
(a) Yed. tav, CLVII1, num. 2.
$22 COSTUMI
dallo scarpello in Firenze, dopo cessati i maestri
del buon secolo, e che non manca di semplicità
dignitosa, e di un certo gusto di piegare, tenden-
te alle antiche maniere (16). Le statue ed i bas-
sirilievi, di cui va ornato Parco della porta a s.
Gallo testé rammentato (a),furono eseguiti da di-
versi artisti contemporanei, cioè Foggini, Ticcia-
ti, blasoni e Pia mon tini. Mancato alla scuola di
scultura il di lei maestro SrJtnazzi, vi subentrò
Giovacchino Carradori professore meo lodevole
per pratica che per teorica nelfarte sua. Difatti
non trovano gl'intendenti gran cose lodevoli nel
deposito da lui scolpito per Giuseppe IJencivenni
Pelli, un tempo esistito nella chiesa cattedrale
fiorentina; ma frattanto a lode di quest'uomo si
legge un libro utilissimo per Parte ch'ei profes-
sava, a cui dette il titolo distruzione elementa-
re per gli studi della scultura.
g. 9 . Chiude il secolo XVIII il nobile depo-
sito esistente nella cappella della Madonna di
Arezzo per il defunto monsignor vescovo Nicco-
lò Marcacci, (a cui bella statua al naturale che
sopra vi riposa inginocchio nelPaccennare pieto-
samente il prezioso simulacro, è opera dell'egre-
gio scultore Stefano Ricci fiorentino (i 7), che fu
l'ultimo maestro della scultura nelP accademia
delle belle arti di Firenze nel chiudere il 1800.
Con saggio avviso questo scultore rappresentò
in una statua colossale la Filosofia sedente davanti
ad un'ara sepolcrale, che io riporlo (Z>), e abban-
(a) Ved. tav. CLV, num. 2.
(b) Yed. tav. CLVIII, num. 3.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE Vili. 32^
donata al dolore per la morte di Pompeo Signo-
rini non timido amico del vero. Altri ammira le
severe bellezze e la dignitosa mestizia che si ri-
leva dal nobile atteggiamento della figura; altri
il carattere e l'espressione della testa, il naturale
e ben inteso panneggiamento,e vi ravvisano gl'in-
telligenti un perfetto disegno, e quel buono stile
che ricorda gli aurei tempi delibarle. La semplice
composizione e i parchi ornamenti accrescon pre-
gio alla statua che non inganna gli sguardi su-
perficiali sulla pompa degli accessori (18).
g. io. L'arte d'incidere le pietre dure, tanto
in intaglio, quanto in incavo, come pure quella
delle monete, non fu mai trascurata iu Toscana,
ma anzi sostenuta, giacché di queste ultime ab-
biamo un beli1 esempio nella moneta di dieci
paoli [a), che fece coniare per la prima volta
Fiancesco duca di Lorena e granduca di Toscana,
la qual moneta fu detta Francescone, dal nome
del di lei istitutore. L'incisore che operò tanto in
gemme che in metalli sotto il regno auslriaco,dal
nominato Francesco fino circa 1* anno 1800, fu
Luigi Siries ch'era anche direttore dei lavori di
pietre dure : ispezione che passò da lui ai suoi
discendenti.
g. 11. Gl'incisori in rame, nell'epoca di cui
si parla, giunsero a superare e vincere la resisten-
za, diciam così, del ribelle metallo, facendo con
una punta d'acciaio sul rame, ciò che a stento
far si può col docile pennello sulla carta. Tanta
(a; Ved. tav. CXL, nura. 6.
324 COSTUMI
maestrìa essi ebbero nel ravvolgimento dei tagli
e nel vago loro parallellismo, che giunsero a con-
seguire il morbido impasto, l'effetto del chiaro-
scuro, i giusti contorni e l'esatta espressione di
varie qualità di drappi e di altri oggetti distinti}
ma ad onta di tutto questo artifizio, le opere lo-
ro si risentono di una lai quale asprezza metalli-
ca^ né vi resta abbastanza celata l'immensa fati-
ca per compirle. L'acqua forte in vece offriva un
certo piccante effetto di chiarre d'ombre, ed una
certa spezzatura ardimentosa, ma però sempre
mancante di morbido impasto e delicatezza. Pro-
va di tal miglioramento ne sia l'opera eseguita
dall'incisore Giovali Battista Gecchi, contenente
i ritratti degli uomini illustri nelle tre arti so-
relle, in confronto di quella àelV AHegrini ove
purson ritratti degli uomini illustri toscani e dei
medicei. IVIa prima che altri si additino in questa
settima ed ultima epoca della mia storia, fa d'uo-
po retrocedere al maestro della scuola fiorentina
Carlo Gregori, che insegnava sul principio del re-
gno di Pietro Leopoldo: quell'artefice fu in tal
tempo incisore a bulino, e ne insegnò l'arte a Fer-
dinando Gregori suo figlio, il quale subentrò in
qualità di maestro alla mancanza del padre (19),
senza peraltro che ne il padre, né il figlio facesser
cose da meritarsi gran nome. Ferdinando fu mae-
stro del Cecchi, sostegno com'io dissi, dell'arte
in Firenze, ne spregevole in confronto de' suoi
antecessori, ma pure non abbastanza lodevole da
sodisfare il genio del granduca Ferdinando IIT,
che volea fiorente nel suo stalo l'incisione al pari
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE Vili. 3a5
che negli stati a questo limitrofi. A. sodisfare un
sì lodevole genio fu invitato a risedere in Firen-
Ee il celebre Raffaello Morghen, e quivi tenere
scuola d'incisione^ arte che possedeva in grado e-
minente, come lo mostra la cena del Signore con
gli apostoli dipinta da Leonardo da Vinci in Mi-
lano.
J.ia.La pittura subì la sorte medesima delle al-
tre nobili arti, imperocché restato il trono di To-
scana senza che sovrano alcuno vi si assidesse
personalmente, attesa la morte di Giangastone
decadici, dovette per necessità decadere dallo
usato di lei splendore. Infatti languirono allora
le belle arti ed in particolare la pittura, perchè i
di lei operatori più non ebbero, come pel passato,
specialmente dalla famiglia Medicea, commissioni
di quadri da ornarne ville e palagi: più non si é-
ditìcavano chiese, conventi e monasteri., per orna-
re i quali vi sarebbero abbisognale delle pitture, e
quelli già edificali, come pure i palazzi di como-
de e private famiglie solite decorarsi con pitture
se n'erano esuberantemente provvisti,molivo per
cui diminuì non poco l'occasione di far quadri:
i ricchi dello stato trovandosi privi della presen-
za del loro sovrano Francesco duca di Lorena, ed
aggravati dalle regie regalie e gabelle da esso
cedute agli appaltatori, ristrinsero il lusso di com-
metter quadri per decorare i loro appartamenti}
ed i pittori non ebbero per quest'arte Io zelo che
aveano avuto per Io innanzi, quando le opere
pittoriche producr.vano gloria e guadagno: final-
mente più importanti cure a pio della Toscana
St. Tose. Tom. 11. 28
3a6 costumi
occuparono la niente del granduca Francesco.che
gli fecer porre in non cale i meno urgenti biso-
gni circa l'incremento delle belle arti. Non è pe-
raltro da dire che la pittura mancasse affatto in
Toscana, poiché la scuola fiorentina continuava
con una successione di maestri in discepoli lutti
nazionali, senza che straniero alcuno insegnasse
in questa scuola, almeno da far epoca.
g. i3. Venuto a regnare in Toscana fino dal
1765 Leopoldo I segnò un nuovo periodo non
solo al governo di essa, ina alle arti ancora. La
reggia e le ville del sovrano furono abbellite o
rinnovate, e fra i continui lavori ove gareggia-
rono i primi artefici, la pittura venne acquistan-
do sempre. Opportunissimo le fu poi il migliora-
mento della real Galleria, che recò seco e nuove
commissioni ai pittori e nuovi esempi di pittura,
avendo il principe fatto rimuovere dal museo ogni
pezzo men buono e sostituito uno sceltissimo
numero di pregevoli tele. Fu allora che quel prin-
cipe,geniale di belli oggetti in pittura, mostrò gradi-
mento di ricevere dai volterrani il famoso qua-
dro di Daniele Ricciarelli, dove con espressione
mirabile è rappresentata la strage degl* Innocenti,
e postolo nella tribuna della galleria degli uffizi, ne
dette in contracambio a'donatori una bella copia,
che tutfora esiste nella chiesa di san Pietro di
quella citta. Fra i pittori che si distinsero in que-
st'epoca vi fu Tommaso Gherardi fiorentino sco-
lare del M eucci, che fatti i suoi studi anche nelle
scuole di Venezia e di Bologna riuscì valentissi-
mo nei bassirilievi a chiaroscuro, dei quali ornò
DEI TEMPI ÀUSTRI4.CI PARTE Vili. 32,7
a fresco una gran sala della R. Galleria medicea,
e molti dovette farne in tela, ora per l'imperiale
galleria di Vienna , ed ora per altri particolari
esteri. Fu valente anche secondo i suoi tempi in
istorie a fresco} ne fece iu molti palazzi e ville di
nobili fiorentini, e ivi meglio, ove operò a suo
talento in età vegeta (ao). i pittori Bernardino
Nocchi e Stefano Tofanelli lucchesi furono tenuti
in molla considerazione. II primo lavorò nel palaz-
zo Vaticano a Roma con maestrìa, e per avere stu-
diato sulle sculture greche, imitò nel dipingere a
chiaroscuro lo stile dei bassirilievi antichi: l'al-
tro dipinse in Firenze nel palazzo d'antica abita-
zione dei Torrigiani in porta Rossa, ove figurò le
nove Muse con Apollo; in Lucca la cappella a tem-
pera di santa Anna in san Frediano appartenente
alla famiglia Bonvisi, e nella villa ducale di Mar-
lia (ai). L'accademia fiorentina che fino dal 1785
era slata da Leopoldo I quasi creata a nuova vita,
fatta nuova sede e magnitica,rtuovi maestri e nuo-
vi regolamenti, ebbe per maestro di pittura Pietro
Petroni pontremolese, pittore a olio di qualche me-
rito, da conoscersi nei quattro quadri ch'ei fece
e mandò in sua patria, dopo avere studiato in
Parma ed in Roma. Stabilitosi in Firenze lavorò
poco e di malavoglia per la poca salute che aveva.
Se il giusto pubblico non trova in lui un raro pit-
tore, vi trova un maestro egregio, dotto nelle
teorie, facondissimo e amorevolissimo nelPinse-
gnare ai suoi allievi (22).
g. 14. In aiuto del Petroni fu aggiunto per
maestro di disegno all'accademia Giuseppe Piallo-
328 COSTUMI
Ji, il quale si fece un nome non spregevole per
l'invenzione di vari gruppi d'uomini e donne cor-
rispondenti ad alcuni proverbi, che il volgo tiene
in gran conto. [Via la sua bella opera eseguita per
ordine della Corte austriaca, oltre le altre che so-
no in santa Maria Maddalena di Firenze, fu la
invenzione di un disegno esprimente la real fa-
miglia di Pietro Leopoldo I, dove pose i ritratti
che al vivo avea fatti il pittore ritrattista Giusep-
pe Fabbrini, uno dei migliori artisti che vivesse-
ro alla fine del secolo XVIII e di quesf epoca
della quale scrivo la storia, lo ne riporto una
copia fedele (a), onde si giudichi di che furon
capaci i pittori di quel tempo, e qual fosse lo sti-
le ed il gusto di comporre di que'maestri. Il Fab-
brini fu pittore di merito come ne fanno fede le
pareti soprapposte al coro della cattedrale d'Arez-
zo da lui dipinte nel 1791, e 921. Quivi egli espresse
in una s. Donato che pontitica e restaura prodigio-
samente un calice di vetro rottogli dagli infede-
li, e nell'altra la decollazione dei due protomartiri
aretini fiorentino e Pergentino (23).Fratlanto l'ac-
cademia ebbe un ali ro aggiunto per maestro della
pittura nella persona di Santi Pacini, il quale si di-
stinse per le sue pitture a fresco eseguite nella casa
dei marchesi Gerini, ov« esistendo un tempo la
celebre raccolta di quadri di tal nome, ne furon
fatti di non pochi i disegni e dati colle incisioni
alle stampe. Oltre i già nominati pittori maestri
dell'accademia del disegno di Firenze accennerò*
{a) Yed. tav. CLIII.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE Vili. 32-9
mo anche i seguenti,che si distinsero in qualche
parte nelle loro pitture.Domenico Stagi di Firenze
fu valente nel dipingere architetture e prospettive,
come si può vedere nella chiesa del Cannine di
quella città. In quel tempio vi son pure varie ta-
vole dipinte da Francesco Gambaceiani fiorentino^
lavorate con ottimo disegno, morbidezza e viva-
cità nel colorito, con disposizione ed invenzione
accompagnate da lutti i precetti delfarle. Gesual-
do Ferri e Giuliano Traballesi furou pittori fio-
rentini non spregevoli, il primo per le pitture da
esso eseguite alla villa del Poggio imperiale, ed
una tavola esistente in s. Firenze} Tal tro per aver
dipinto l'oratorio di detta chiesa, una serie di
tavole sacre per la città di Bologna e la Maria
Vergine con Gesù Bambiuo in san A.ndrea a Sie-
na (24). Molte sono le pitture eseguite da Giusep-
pe Romei fiorentino e in sua patria e in altre
parti della Toscana} ma il suo nome si fece noto
non tanto per le pitture, quanto per esser egli
stato l'inventore di dipingere sul panno bianco
a sughi d'erbe a guisa d'arazzo (*5). Gio. Battista
Tempesti pisano fu pittore che meritò d essere
chiamato a dipingere nel palazzo Pitti. Oltre i la-
vori eseguiti in quel palazzo vedesi nell'oratorio
»H s. Vito a Pisa una di lui opera a buon frescone
forse la sua migliore, rappresentante la morte di
s. Vito circondato dai monaci di quell'antico con-
vento. Ivi pure nell'altare a destra di chi emra
vi è un quadro esprimente il martirio di santa Or-
sola, ma delle prime cose di quell'artista (26).
g. i5. La pittura però risorse in Toscana per
28»
33o COSTUMI
le cure del principe Ferdinando III, il quale cal-
cando le orme del padre ampliò la real Galleria
e l'accademia del disegno, e donò alla prima mol-
ti quadri, che per opera dei cavaliere Puccini ,
direttore della medesima, furono disposti con sì
bell'ordine da dare esempio ad ogni altra galleria.
Fu quel principe che olire i maestri stabilì nella
accademia del disegno in Firenze un direttore, e
la scelta cadde nella persona dell'aretino Com-
mendator Pietro Benvenuti, essendo conosciuto
il di lui raro merito. Questi affidato alle cure dei
maestri Petroni e Pacini si distinse ben tosto tra
gli alunni dell'accademia di belle arti. Recatosi
a Roma nel 1788 potette, già destro nell'arte pit-
torica, attendere a darle quella perfezione, a cut
giunse in ultimo per lo studio e contemplazione
di quei sommi capi d'opera. Tra i lavori dal no-
stro Benvenuti eseguiti fu opera singolare della
sua gioventù il martirio di s. Donato, che, a bella
posta dipinto per ordine del vescovo d'Arezzo,
venne nell'anno 1794 ad abbellire ed accrescere il
lustro di quella cattedrale già ricca di pregevoli
monumenti. Grande fu il successo di quesf opera
che l'artista condusse a termine nell'età di 24
anni. Io ne riporto la stampa (a) onde far veder
al mio lettore quanto la pittura migliorasse per
le cure e studi di quell'esimio artista, ed infatti
nulla fu omesso onde rendere una tal composi-
zione oltremodo interessante. Bello è il contra-
sto in che si vedono, tanta n'è varia l'espressione
(a) Ved. tav. CLIX.
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE Vili. 33 1
delie fisonomie, il volto più che umano del santo
vescovo patrono di Arezzo, e quei terribili dei
carnefici che van preparando e ne minacciano lo
irreparabile sacrifizio. L'oscurità del carcere tene-
broso che principalmente campeggia, di poco in-
terrotta da pallido raggio di luna, e da barlume
di fiaccola che traluce dalia mano di un mani-
goldo, serve con mirabile artifizio a porre in mag-
giore evidenza la figura genuflessa della sacra vit-
tima splendente della molta luce che riceve dallo
allo, ove aleggiano con simboli acconci due se-
rafini che chiudono il quadro. In seguito, cioè in-
torno al i8oo,dipinse il Bevenuli i due loda t issi-
mi quadri rappresentanti l'uno il martirio del
beato Alliata esistente nella chiesa primaziale
di Pisa, l'altro la Giuditta trionfante che ammi-
rasi tuttora in Arezzo nella cappella posto a di
contro di altro quadro di egual grandezza TAbi-
gaille ai piedi del re David} lavoro mollo pregiato
del pittore Sabatelli fiorentino attuai direttore
dell'accademia di Milano (27) Di altre opere di
esso Benvenuti, benché molte e piene di merito,
pure non ne facciamo qui motto perchè eseguite
dopo il 1800.
NOTE
(1) VJuide de la ville de Florence, avec la descri-
ption de la Galene et du palais Pitti. (2) Del Rosso, Una
giornata d'istruzione a Fiesole. (3) Grassi, Descrizione
33a costumi
storica ed artistica di Pisa, part. li, sez. n, pag. 96 e
225. (4) Guide de la ville de Florence cit. (5) Firen-
ze antica e moderna , voi. in , pag* 238. (6) Ioghi*
rami, Notizie biografiche del prof. Giuseppe del Ros-
so. (7) Follini , Elogio di Niccolò Gaspero Paoletti
architetto fiorentino. (8) Guide de la ville de Floren-
ce cit. (9) Inghirami cit. (10) Tolomei, Guida di Pi-
stoia pag. 122. (11) Repetti, Dizionario storico geo-
grafico della Toscana articolo Colle. (12) Guida di
Siena pag. 186. (13) Tartini, eRidolfi, Notizie e Gui-
da di Firenze, pag. 402. (14) Descrizione istorica e
critica dell' Italia, voi. in , §. lxx. (15) Ved. J. 3.
(16) Cicognara, storia della scultura, tom. ni, pag.
102. (17) Memorie storiche per servire di guida al
forestiere in Arezzo., pag. 93. (18) Gonnelli, Monu-
menti sepolcrali di Toscana j p. 23. (19) Gori Gan-
dellini , Notizie istoriche degli intagliatori, articoli
Gregori e Cecchi. (20) Lanzi, Storia pittorica d'Ita-
lia, voi. I. scuola fiorentina. (21) Notizie di pittori,
scultori ed architetti lucchesi. Stanno nelle memorie
e documenti per servire alla storia del ducato di Luc-
ca, voi. vili, pag. 174. (22) Lanzi cit. (23) Memorie
storiche di Arezzo citate. (24) Guida di Siena cit. p.
1 88. (25) Orlandi., Abbecedario pittorico, part. li,
ai nomi respettivi. (26) Grassi cit. part. u, sez. n,
pag. 93. (27) Faleni, Cenni biografici del pittor Pie-
tro Benvenuti.
DEI TEMPI AUSTRIACI 333
PARTE NONA
SCIENZE
g. i. li ei tempi che imperavano in Toscana i
sovrani di casa d'Austria non cessarono di fiorire
in questo paese gli studi teologici in generale, e
già in Italia si continuò con particolare ardore
lo studio delle lingue orientali e della ermeneu-
tica: si ridusse la teologìa dogmatica ai veri suoi
principii, alle fonti più pure ed ai soli trattati più
opportuni: si coltivò grandemente lo studio della
sacra scrittura e quel delle opere de'santi padri,
de'quali in Toscana si adornarono o si riprodus-
sero le migliori edizioni. Una sicura testimonianza
della pratica di tali studi in Toscana posson es-
sere i numerosissimi autori, scrittori, compilatori,
commentatori e traduttori di tali materie, parte
de'quali trovatisi accennali nella biografia stori-
ca della Toscana aggiunta a quest'opera. Molti
ingegni, forse per disavventura, occuparonsi delle
questioni già suscitate anteriormente al dominio
degli austriaci fra noi, e male a proposito com-
preso sotto il nome iusigniticanledi^ia/if e^iV/no^
334 cosi a mi
ma da quelle lotte polemiche, spinte soventi volte
con troppo ardore, scaturire si videro lumi pre-
ziosi intorno al diritto pubblico-ecclesiastico, in-
torno all'antica disciplinale intorno a molti punti
giurisdizionali (i).
§. a. Quello che della teologìa si è detto può
in parte applicarsi alla filosofia speculativa, la
quale parimente inceppata dai metodi e dalle for-
me peripatetiche, non presentava sovente nelle
scuole se non un complesso d'intralciati ragio-
namenti, di spiegazioni barbare, di vocaboli e di
distinzioni per la maggior parte fallaci. Dall'an-
tica veste logra e sparuta, dice un moderno scrit-
tore, spogliossi anche la giurisprudenza: liberata
dalle vane circolazioni e dal prestigio dell'auto-
rità dei dottori, si ridusse all'esame ragionato,ed
alla chiara esposizione delle antiche leggi, accom-
pagnata sovente dai lumi preziosi della critica eru-
dizione e della storia. Si moltiplicarono in questo
secolo ultimo della mia opera scrittori in ma-
teria di geografia, di cronologìa, di storia, di me-
dicina} ma forse più glorioso riuscirà alla Toscana
il rammentare non solo la società botanica eret-
ta in Firenze circa il 1 780 a comodo e benefizio di
quella scienza (2), ma i numerosi ed utilissimi la-
vori, coi quali promossero in tutto il secolo i pro-
gressi della erudizione, della filologia, delParcheo-
logìa,e non solo nuovi lumi portaronsi sugli antichi
monumenti, non solo di copiose illustrazioni ar-
ricchironsi i classici greci e latini, de'quali nuove
opere preziosissime dagP italiani si pubblicarono,
tolte a gran fatica dagli antichi codici e dai pa->
DEI TEMPI AUSTRIACI PARTE IX. 33£
limpsesti, ma si additò ancora il vero metodo di
istituire quelle ricerche, e di progredire nelle
medesime, e nuove vie e nuovi campi si aprirono
agli eruditi dell'Europa.
§. 3. Francesco duca di Lorena contribuì mollo
per fincoraggimento delle scienze , poiché per
di lui cura fu istituita nello spedale di Orbe-
tello 'in Firenze la prima cattedra di ostetricia
per servire di scuola alle levatrici. Accordò di
aprire in Livorno un istituto per la educazio-
ne delle femmine; la fondazione di un1 accademia
di belle lettere in Pistoia, ed altre non poche di
simil genere (3). Nel 1778 furono istituite in Fi-
renze da Pietro Leopoldo quattro scuole pubbli-
che e gratuite, dette normali, una per quartiere,
onde provvedere all'educazione ed al buono in-
dirizzo delle zittelle nella città di Firenze, e di
quelle in specie che,altesa la loro miseria, incuria
o mancanza de'genitori, sono le più trascurate e
meritevoli di maggiori riguardie provvedimenti.
Un anno dopo istituì pure quattro scuole comuni-
lalive.una per quartiere,a vantaggio dei figlioli dei
poveri e degli artigiani. Fino dal 17S1 sor» man-
tenute dalla comunità di Firenze (4). Per ordine
pure del nominalo principe furono istituite in
Pistoia le scuole dette regie per le povere ragaz-
ze della città e contado,ove vengono istruite nel-
la pietà e nei lavori convenienti al loro stato (5).
g. 4. La musica, beli1 arte indigena d* Italia,
andò sempre migliorando, poiché trovò nuovi
soccorsi e dal perfezionamento dei metodi per
insegnare, e dalla molliplicità degli stabilimenti
336 costumi
ed in séguito delle calcografie, le quali hanno fa-
cilitata la propagazione delle composizioni musi-
cali d'ogui genere. Ed infatti sotto il governo
francese fu stabilito in Firenze air accademia
delle belle arti un istituto di musica coi respel-
tivi maestri (6^). Non vi raancaron soggetti i quali
non si distinguessero in quest'arte, ed i nomi di
un Mosel, di un Nardini, di uno Sborgi e di vari
altri fan fede che la musica non fu mai trascura-
ta nella Toscana. Il Dupaty parlando della Goril-
la celebre improvvisalrice toscana, così si espri-
me rapporto amabilità del Cardini nel suonare il
violino „ LaCorilIa ha pregato il signore Nardini
il più famoso suonatore dell' Italia d'incantarci
col suo violino. Il suo strumento è di una voce
veramente soave ed unica, la quale ha toccato
così dolcemente le nostre orecchie per modo,che
noi siamo restati stupefatti e toccati da estremo
piacere (7) „.
J. 5. Il secolo decimoltavo fu per la Tosca-
na nonché per l'Italia tutta un secolo di riforma
in molte cose concernenti il culto esterno, ban-
dite essendosi le superstizioni, e conservata la
purità della religione: un secolo di perfezionamen-
to della legislazione, ridotti essendosi a codici ed
a leggi generali gli statuti particolari, e a forme
più semplici i giudizi} un secolo di gentilezza a ri-
guardo dei costumi, raddolcite essendosi le ma-
niere ed anche gli spiriti senza discapito delPanti-
co valore} un secolo di magnificenza per le istitu-
zioni numerose ed importantissime fatte o mi-
gliorate a vantaggio della umanità, ad incremento
DFI TEMPI AUSTRIACI PARTE IX. 3*7
*l<*l!a beneficenza e pubblica istruzione: uu secolo
di lumi pel felice impulso dato agl'ingegni, pel
promosso collivameiilo delle scienze, delle arti
e delle più utili cognizioni, per V emancipazio-
ne delle teologiche e filosofiche discipline dalle
sottigliezze scolastiche, per una più estesa appli-
cazione delle matematiche e delle scienze natu-
rili, anche alle arti meccaniche^per alcune granili
scoperte nella fisica, per la filosofia introdotta
nella giurisprudenza , pel miglioramento della
letteratura portato da un più attento studio dei
grattiti modelli dell'antichità, per il ritrovamento
e T illustrazione di nuovi preziosi monumenti,
per la felice associazione degli scienziati e degli
artisti, per nuove opere insigni dell'arte, e final-
mente per gli studi di molti particolarmente ri-
volti alla storia, alla teoria ed alla filosofia del-
l'arte medesima (8).
NOTE
(1) Dossi, Storia d' Italia antica e moderna, voi.
xi\, lil>. vi, cap. xx, §. 8. (2) Descrizione istori ca
e critica dell'Italia, toin. iv, §. IX. (3) Ferrini, Com-
pendio della storia di Toscan.i, epoca vi, $. 3. (4) IU-
dolli •Tortini . Notizie e guida di Firenze c;»p. iv.
(5) Tolomei, Guida di Pistoia, pag. 52. (6) Ridolli e
Tartini e il. (7) Dupaty , Lettres sur l'Italie , leltie
29 Florence. (8) Bossi cit.
FtJE DEL TOMO XI E DELL1 tPOCA VII.
SU Tose. Tom. 11. 29
mo s. .;>*<
TAVOLA SINOTTICA
DELI/ EPOCA VII
Tomo xi.
GEOGRAFIA
g. i . O tato della Toscana aW incomin-
ciare degli austriaci . «
a. Divisione dello stato senese .
3. Riforma dello stato fiorentino.
4, 5, 6, 7 e 8. Sua divisione.
9. Divisione governativa della provin-
cia superiore di Siena . . „ i3
10. Governatori primari del governo to-
scano e suddivisioni del suo ter-
ritorio . . . . . » 1 5
ir. Arcivescovi e vescovi . . » ivi
1 1. Giurisdizioni parziali spirituali del-
la Romagna sulla Toscana. „ 16
i3. Popolazione della Toscana . „ 17
Rote „ ivi
Pag.
5
»
6
8 e
7
4
34o
3*
AVVENIMENTI STORICI
CAPITOLO I.
i. Tranquillità della Toscana* . Pn
a. Francesco Stefano di Lorena gran-
duca di Toscana * . . ,r 20
3. Pretenzioni del principe dei Medici
su i beni allodiali - * „ ai
4 Pubblico ingresso del granduca in
Firenze . . . . „ 2a
5. Ossequi delle città prestai i al gran-
duca „ a£
6 Cure dì Francesco per estinguere il
debito pubblico , k . w 24
7. Consigli di stato . . . „ 2S
8. Leggi su i luoghi di monte ♦ w 26
9. Appalti di finanze . „ . » ivi
1 o. Protezione accordata aW agricoli u-
ra> y> 27
11. Maria Teresa granduchessa di To-
scana sale sul trono d' Austria. 9, 29
12. Terribile inondazione dell' Arno. „ 3 o
i3. Istituzione della camera granduca-
le . . . » . . » ivi
i4- Diminuzione dei giorni festivi. „ 3-»
i5. Sbarco delle truppe napoli-spane in
Toscana . . . . » ivi
16. Incoronazione di Maria Teresa in
regina d^Un gerla e di Boemia. „ 33
17. 1 napoli-spani in Genova e nella
34l
Garfagnana. . . . Pag. 33
g. 18. Provvedimenti per la coltivazione
della Maremma senese. . „ 35
19. Dei fdecommissi . . . ?, ivi
ao. Statistica ordinata da Francesco. „ 36
ai. Riforma dell' ^orologio . . „ 38
aa. Regolamenti per la nobiltà . „ ivi
a3. Trattati fra la Toscana ed altre po-
tenze „ 09
a4« // maresciallo Botta eletto governa-
tore di Toscana . . . » 4°
a5. Spaventosa inondazione del i;58. „ 41
a6. Pietro Leopoldo destinato granduca
di Toscana . . . . „ 4 3
a 7. Morte del granduca Francesco. „ 45
a 8. Piaggia del granduca Pietro Leo-
poldo e della moglie verso la To-
scana . . . . . „ ivi
Mote „ 47
CAPITOLO li.
g. t. Ingresso dei reali sovrani in Firen-
ze „ 48
a. Nomina delle cariche di corte. „ 49
3. Primi atti di clemenza del grandu-
ca „ ivi
4. accademia di s. Luca . . „ £0
5. Riforma delle leggi . . . „ 5 1
6. Giuramento di fedeltà prestato al
granduca . . . . „ 5a
7. tfefl/ marina di Livorno . . „ 53
29*
34 *
}. 8. Disposizioni del sovrano contro la
carestìa .... Pag. 54
9. Strada pistoiese, e strada nuova. „ 55
10. Dimissione del maresciallo Botta „ 56
11. Nascita di Maria Teresa figlia di
Pietro Leopoldo . . . » 57
12. Viaggi del granduca perla Toscana, ivi
i3. Varie rijorme nel governo . „ 5&
14. Biforme sulle leggi annonarie. „ 60
1 5. Viaggi dei sovrani . . . „ 6 1
16. Facilitazioni del commercio intro-
dotto nello sfato . . . „ 62
17. Permanenza del granduca col fra-
tello in Roma . . . „ 65
18. Concessione gratuita dei terreni pa-
ludosi ai coltivatori . . „ 64
1 9. Miglioramento della Vài di Chiana.,, 65
20. Protezione dal sovrano accordata
alle lettere ed arti . . » 66
21. Varie leggi sulle mani morte . „ ivi
22. Udienza del sovrano accordata ai
suoi sudditi . . . . w 67
2?. Regolamenti sul debito pubblico. „ 68
24. Variazioni di magistrati. . „ ivi
25. Libertà aumentata del commercio
fr amen far io . . . . « 69
26. Unione della biblioteca Palatina al-
la Ma gì iabe chiana . . „ 70
27. Disposizioni relative ai tribunali. „ ivi
28. Flotta russa stanziata in Livorno „ 72
29. Regolamenti favorevali al commer-
cio „ ;3
343
g. 3o. Soppressione dei Gesuiti . Pag. 7 3
3i. Falere della marina toscana . „ 74
3a. ^/'r/ regolamenti governativi . # 75
33. Erezione della Specola^ e vendita di
Careggi „ 76
34. Regolamenti per gli ecclesiastici. „ 77
35. Nuovi regolamenti a vantaggio dei
sudditi. . . . . » 78
36. Piaggio dei R. sovrani a Vienna. „ 79
37. Altri regolamenti commerciali. „ 8 1
38. Medaglia coniata in onore del gran-
duca a 82
39. Altri regolamenti ecclesiastici. „ 83
40. Seguono le disposizioni a favore dei
toscani. . . . . „ 84
4 1. Soppressione ed innovazione di varie
magistrature . . . „ 86
42. Seguono altre innovazioni . » 87
43. Delle inumazioni dei cadaveri. „ ivi
44- Neutralità per la guerra tra la
Francia e l'Inghilterra . » ivi
45. Articoli di pace fra la Toscana e lo
impero del Marocco . » 88
4fr. Permanenza di Leopoldo in Vienna. 89
47. Seguono altre disposizioni governa-
tive ....... 90
48. Definizione d'i confini (hi grandu-
cato e dello stato ecclesiastico. „ 92
49. Soppressione ti Ila badia di s. Bar-
tolommeo di Fiesole . . „ ivi
50. Altri regolamenti ri guardanti il com-
m< r< io ...... 93
344
g, 5*. Pubbliche istruzioni medico-chirur-
giche Pag. 94
5a. Nuovi progetti presentati al gran-
duca relativi al commercio . „ 95
53. Istruzioni per gli ecclesiastici. „ 96
54. abolizione delle truppe di linea. „ 98
So. Istituzioni di cattedre scientifiche
e letterarie . , , . 53 ivi
56. Consigli suntuari . . . „ 99
57. Istituzione delle comunità . „ iuo
58. filtri regolamenti per il commercio. 101
59. Istruzioni per i tribunali criminali.^ 102
60. féltri regolamenti ecclesiastici. . „ io£
61. Soppressione del tribunale deW in-
^ quisizione . . * . „ io5
62. Soppressione di varie congregazio-
ni ecclesiastiche e di laudesi. „ ivi
63. Regolamento sopra il metodo disep-
pellire i cadaveri. . : „ 106
64- Accordo fra i sovrani di Toscana ,
Mantova e Milano . . »? ivi
65. Regolamenti per V accademia delle
belle arti . . . „ 107
66. Incremento deW accademia Fioren-
tina . . . . » ivi
67. Riunione di varie porzioni di diocesi
della Romagna colla Toscana. „ 108
68. Istituzione delle compagnie di cari-
tà „ 109
69. Codice criminale . . . „ no
70. Provvedimenti per T educazione del-
la gioventù . . . . Jf iti
345
J. 71. Modestia del granduca circa gli o-
nori esibitigli . . . Pag. j j 2
yi. Diminuzione delle famiglie nobili
lucchesi . . . . „ 1 1 3
7$. Provvedimenti presi contro tal di-
minuzione . . \s^ e . w 114
74- Condotta del senato lucchese verso
^imperatore d^ Just ria. ol v: „ 1 1 5
75. Affrancazione della tassa di reden-
zione^ e luoghi di monte . 99 116
76. Sulle vestizioni ecclesiastiche. „ 117
77. Dei fidecommissi . . . „ 118
78. Scoprimento delle sacre immagini.» 119
79. Denaro dato in prestito dalla repub-
blica lucchese aWimperatore „ lao
80. Reggenza in Toscana per Pietro
Leopoldo . . . . ^ 121
%\. Conto reso da Pietro Leopoldo al
pubblico intorno le finanze . „ 122
8a. Ferdinando III eietto a governar la
Toscana . . . . „ ia3
Note. . . . . . . „ ia5
CAPITOLO III.
J. 1. Venuta di Ferdinando in Firenze. „ 127
a. Morte di Pietro Leopoldo . M 129
3. Sue deliberazioni vantaggiose a'suoi
sudditi „ ivi
4. Istituzione dell 'archivio diplomatico. 1 3 1
ò, f>. 7, 8 e <). Ili' j, Ungo (h-ìle salutevoli
operazioni di Leopoldo. n ij3 e sg.
346
g. ia. Prime operazioni di Ferdinando
III .... Pag. i38
ii. Neutralità di Ferdinando tra la
Francia e V Inghilterra . „ i$9
ia. // granduca è il primo a riconosce-
re la repubblica francese . » i4°
i3. Condotta politica del granduca, „ 141
14. La Toscana occupata dagli inglesi.» ivi
i5. Propensione di Ferdinando per la
Francia „ i43
16. Il Carletti inviato dal granduca a
Parigi . . . . ,,144
17. Trattato di pace fra la Toscana e la
Francia . . . „ 145
18. Il Carletti di nuovo inviato a Parigi. 147
1 9. Don Neri Corsini inviato in Francia
in luogo del Carletti . . „ 148
20. Progetto di Bonaparte di passare in
Toscana „ 149
ai. Entra in Pistoia > . . » i5o
aa. Livorno occupato dai francesi. „ i5i
a3. Bonaparte in Firenze . . „ 1&2
a 4» P ortoferraio occupato dagli inglesi. 1 54
a5. / lucchesi ingannati da un incognito
francese . . . . ,, i55
a6. Progetti di permuta della Toscana
con altri stati . . . „ 157
a 7. I francesi nel territorio lucchese. „ ivi
a 8. Evacuazione dei francesi da Livor-
no. ... • . „ 159
39. Cautele di Ferdinando nel punire al-
cuni facinorosi . I . n 161
347
g. 3o. Pio VI nella Certosa presso Firen-
ze Pag. i6a
3 1. Combattimento dei napoletani e fran-
cesi presso Toscanella. . „ i63
32. Arruolamento militare ordinato dal
granduca . . . . ♦, 164
33. Contribuzioni dai lucchesi pagate ai
francesi . . . . „ i65
34* I francesi a Montignoso presso Luc-
ca „ ,66
35. Altre contribuzioni dai lucchesi pa-
gate ai francesi „ 167
36. Negativa data alla richiesta di nuo-
ve contribuzioni . . . ,,168
37. Truppe di Macdonald in Italia. „ 169
38. Estorsioni di contante dal Serrurier
fatte ai lucchesi . . . 9? 1 7 1
39. Umiliazioni sofferte dai lucchesi. „ 172,
40. Riforma del governo in Lucca fatta
dai senatori , . . . » 174
4 1. Mira riforma del Serrurier . ' „ 175
4 a- Articoli di questa riforma . ,,176
43. Miseria di Lucca . . . „ 177
44- Ultima rovina del tesoro lucchese. „ 178
45. / tedeschi a Lucca . . . „ 1 79
46. Artiglieria di Lucca presa dafran-
cesi „ 180
47. Denaro dai lucchesi pagato ai fran-
cesi e tedeschi . . . w 1 8 1
48. Ripristinazione del governo aristo-
cratico in Lucca . . . » 182
49. Pretesti defrancesi per occupar la
348
Toscana .... Pag. i83
J. 5o. Ferdinando costretto dai francesi a
partire da Firenze . . „ t84
5 1. Governo provvisorio in Firenze. „ 1 85
5a. Albero della libertà piantato in Cor-
tona . „ , . , M 186
53. Sollevazione del Valdamo . „ 187
54. Sollevazione in Cortona . . „ ivi
55. Resistenza dei cortonesi ai poi lac-
chi ..... M 188
56. Fatto <tf arme /r# / pollacchi ed i
cortonesi . . . . » 190
bj. Fortificazione di d rezzo. . „ 191
58. Resistenza degli aretini contro i
francesi . . . . „ 192
5g. Presidio francese scacciato dai cor-
tonesi . . . . . „ 193
60. Fatti d'arme degli insurgenti. „ 194
61. Evacuazione dei francesi dalla To-
scana . . * . . w 195
6a. Portojerraio e Livorno occupato
dagli insurgenti . . . w 197
63. Reggenza pel governo toscano no-
minata di Ferdinando III . „ 199
64. Le truppe repubblicane rientrano in
Lucca ....•„ aoo
65. Sollevazione dei lucchesi contro i
francesi „ aoa
66. Passaggio degli austriaci per Luc-
ca . . . . . . „ ao3
67. Bande di aretini scompigliate dal
general Pino. . . . „ ì v i
349
J. 68. Sacco d'Arezzo » » . Pag. ao5
69. Murat in Toscana „ ao6
70. Nuove richieste di denaro a Lucca. ,,207
71. Trattato di Campoformio . „ ao8
72. Za Toscana caduta di nuovo in po-
tere della Francia . . w 209
73. Congresso in Firenze . . „ aio
74. Lodovico I re d^Etr 'uria . . „ an
75. 7Z Saliceti in Lucca . . . , a 114
76. // Baciocchi sovrano di Lucca. „ a 1 3
77. Ritorno di Ferdinando in Toscana. w a 14
78. Caduta di Napoleone e della repub-
blica francese . . . „ ai5
iVòfe . •• » ai 7
COSTUMI
PAETE I.
AUMENTI ED AGRICOLTURA.
g. 1. Fitto dei toscani . . . . „ 221
a. £/>o rfe/ pàio 55 222
3. Progressi delV agricoltura in To-
scana .....,, aa3
4. Affitti w ivi
5. Operazioni idrauliche fatte in varie
parti di Toscana . . . „ aa4
6. Scolo delle acque stagnanti . „ 226
7. Rotazione agraria delle sementi in
Toscana . . . . „ 228
8. Obblighi del proprietario e del mez-
St. Tose. Tom. 11. 30
35o
zaiolo t Pag. 229
g. 9. Cibarie rusticali „ 23o
iVW » aS 1
PARTE 11.
VESTIARIO
g. 1. bestiario nel principio del governo
austriaco . . . . ,,233
2. Altro vestiario più sfarzoso . „ 234
3. Alterazione di tale sfarzo . ,,235
4* Semplicità ripresa nelle vesti dei
cittadini . . . . 33 236
b. Festi dei militari e dei contadini al
tempo di Ferdinando IJ1 . „ 267
Note t> . » ivi
, PARTE III.
USI DOMESTICI, CIVILI E MILITARI
g. 1. Carattere dei toscani
2. Apparecchio nel vitto
3. Del matrimonio
4. Cortesìa delle cittadine
5. Della milizia .
6. Della marinerìa,
y. Divertimenti popolari
8. Dei teatri.
9, io, 11, 12, i3 e 14. Descrizione delle
così dette feste di s. Giovanni.» 246 e sg
» ^9
„ 240
» 241
» a42
» a43
» 244
„ ivi
„ 246
35t
g. i5. Del bruno. . . . , pa». z^y
16 e 17. Pompa nei funerali . . ,, a59
i£. Della tumulazione . . • w 261
iVote
ivi
PARTE IV.
LINGUA E LETTERE
g. i. Depravazione della lingua toscana
nel secolo XVII . . . „ 263
2. Rammarico di tal dapravazione. „ 264
3. Biblioteca Magliabechi aperta a
pubblica utilità . . . „ 26 5
4. Soppressione delV accademia della
Crusca e degli Apatisti . „ 266
5. Ristabilimento delCaccademìa della
Crusca. é . . . „ 267
6. Progresso dello scibile umano. „ 269
iVo/e „ 270
parte v.
RELIGIONE
g. t. Disciplina ecclesiastica trascorsa in
Toscana . . . . w 271
2. Progetti su di essa . .• . „ 272
3. Riformata da Leopoldo 1 . w 273
4. Abolizione della inquisizione . „ 274
5. Invito di vescovi toscani al sinodo. „ ivi
6. Proposizione del sinodo pistoiese. „ 275
35a
J. 7. Innovazioni della disciplina eccle-
siastica fatte da Leopoldo I. Pag. .277
8. Sommossa in Prato . . w 278
9. Condanna delle proposizioni del si-
nodo pistoiese . . . „ 279
io. Ristabilimento di alcune discipline
ecclesiastiche . . . „ 280
11. Setta dei liberi muratori. . „ 281
12. Dei giacobini . . . . ,,282
i3. Pio FI alla Certosa di Firenze, „ „ i?i
14. Quietismo professato in Prato. „ 283
i5. Passaggio di Pio FU per Firenze.» 286
\&. Massime dei liberi muratori . » ivi
JVctfe ........ » 287
PARTE TI*
LEGISLAZIONE E GOVERNO
g, 1. Reggenza per Francesco di Lorena.» 288
2. Miglioramento del governo . „ 289
3. Vantaggi di tal miglioramento. „ 29 1
4. Regolamenti per le cause civili. » 292
5. Governo aristocratico lucchese. M 293
6. Regolamenti governativi per la Ma-
remma ...... 29$
7. Regolamenti per le comunità . „ 297
jyctfe . ... . * * • » 299
353
PAfcTE VH.
COMMERCIO, NAVIGAZIONE E MONETA
g. i. Velie mani morte \ . . Pag. 3oo
a. Vantaggi arrecati al commercio da
Leopoldo I . . . . „ ivi
3. Gare (T'industria agricola . „ 3oi
4. Principali prodotti del territorio to-
scano . . . . „ 3oa
5. Commercio marittimo . . „ 3c»4
6. Industria del popolo toscano . „ 3o5
■j. Della proprietà terriera» . „ 307
8. Vantaggi arrecati dalla libertà del
commercio „ 3oS
9. Della lana e dell'alabastro . „ 3 09
io. /?e//a moneta . . . . „ 3io
Note » 3n
parte ym.
ARTI
g. 1. Gusto neir architettura sotto il regno
di Francesco duca di Lorena. » 3 1 3
a. Facciala della chiesa di s. Marco
in Firenze . . . . „ 3i5
3. Architettura risorta per opera del
Paoletti . . . • » ivi
4. Opere architettoniche del Cacialli e
Sateetti. . . . . » 3 16
354
J. 5. Velia Lizza di Siena e palazzo ve-
scovile di Pistoia. . . Pag. 3i8
6. Lavori degli architetti Del Bosso. ,, ivi
7. Stile usato nel fabbricare le case al-
la fine del secolo XV III , 99 3 19
8. Sculture dello Spinazzi e Carrado-
ri » . • . . . „ 3ao
9. Altre di Stefano Ricci . . „ 3 22
10. Glittografia . . . . „ 323
1 1. Incisione in rame „ ivi
12. Za pittura ) decaduta al tempo di
Francesco duca di Lorena . „ 325
i3. Pittori capi della scuola fiorentina.» 326
14. Maestri in pittura deW accademia
di belle arti in Firenze, . „ 327
i5. Progressi nella pittura • „ 329
Note . . . , . . . „ 33 1
PARTE IX.
SCIENZE
J. 1. Cultura delle scienze in Toscana. „ 333
2. Istituzione della società botanica in
Firenze . . . . „ 334
3. Cattedra di ostetricia eretta in Fi-
renze „ 335
4. Della musica . . . . » ivi
5. Progresso dello spirito umano sul
finire del secolo XV HI . „ 336
Note / ,,337
STORIA
DELLA
t
COMPILATA
DAL CAY.
FRANCESCO I\ GIURAMI
TOMO 12.
POLIGRAFIA FIESOLANA
DAI TOECIIIDELL' AUTORE
1843
a o a
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STORIA
DELLA
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jJÌOSl&^U
PARTE PRIMA
AIH0T8
Zl'OfS® Tf
À£f4fdd££
AVVERTIMENTO
Qualora la storia si limitasse a narrare cro-
nologicamente i nudi fatti i senza scendere al
particolare degli individui che della storia me-
desima suggeriscono gli argomenti . sarebbe
superficiale ed incompleta V utilità che trar
ne vogliamo $ imperocché da costoro massi-
mamente dobbiamo prender norma, per fare
acquisto di un nome ricco di gloria.
Questa importante massima hanno avuto
in mira quei lessicografi, che prese in partico-
lare esame le persone, i di cui fatti resero me-
ritevole il nome loro di esser trasmesso alla
posterità, hanno avuto poi cura di registrarlo
colle loro opere in libri a tal uopo destinati.
Di simil genere è il presente , che in seguito
alla mia storia della Toscana oso presentare
al pubblico, dove compendiosamente trascris-
si quanto trovai nelle antiche e moderne bio-
grafie , notandovi soltanto i toscani che eb-
6
he.ro per qualunque tìtolo una speciale rino-
manza. E poiché è dovere dello scrittore il sop-
primer gli articoli superflui o di poca entità,
e presentare i necessari sotto un aspetto veri-
tiero e aggradevole, ma conciso , così è stata
mia cura di raccogliere quanto di meglio può
giovare al mio assunto , omettendo i nomi di
non rilevante interesse, e dandovi luogo a quei
che han jatto più onore al loro secolo ed alla
patria'
Ho procurato in oltre di notare i nomi dei
santi e di un buon numero di beati, ma ho tra-
lasciato di far menzione dei miracoli e delle
cristiane virtù delV animo loro, presumendo
che mal si converrebbe il nome di santi e di
beati, se tali requisiti fossero in loro mancati.
Neppure mi sono impegnato ad indicare le
produzioni tutte dei belli ingegni toscani, come
dei teologi , ascetici , metafìsici, matematici,
poeti) astronomi , legali , e d? altri letterati e
scienziati, mentre in Toscana infinito n'è il nu-
mero , ma non ne ho trascurate le principali.
Ho posta particolare attenzione di notare il
prodigioso numero dei traduttori di libri sì
greci, che latini, e di altre lingue straniere, co-
me pure quello degli artisti , dei guerrieri ,
dei politici e d'altri che recarono alla patria
lustro e decoro.
Per dar poi a questo mio scritto un qualche
ordine cronologico, siccome ho tenuto scrupo-
losamente nel corso di questa istoria, posi in
numeri romani Vepoca alla quale il soggetto in
7
esame appartenne . Con tal mezzo il lettore
potrà a prima vista conoscere quaPera lo spi-
rito che in ciascuna delle sette epoche vigeva.
Gli uomini dPinsigne nome, de*1 quali non è qui
accennata la patria, tengansi per fiorentini, e
le notizie di quei mancanti deWepoca di loro
nascita e morte si abbiano per difettose. Quasi
ogni articolo termina con una cifra indicante
il nome deW autore da cui V ho tratto, al-
P intelligenza della quale io rimando il letto-
re alla pagina ultima di ciascun tomo. Senza
queste notizie pare a me che la storia della
Toscana resterebbe incompleta.
BIOGRAFIA
DEGLI
uro nana f&moiE&MM 3©siiiiai
NB» 1 numeri romani indicano le epoche nelle quali
è divisa tutta V opera.
AbAN'j
ite eroe condottiero d'etnisca milizia. Sa-
putosi dagli etruschi la venuta di Enea si fecer
pregio d"1 esibirsi a di lui sostegno nella guerra
tra i troiani ed i latini. Abante si presentò a tale
oggetto al pari di molti altri, conducendo seco
seicento guerrieri da Populonia, e trecento dal-
FElba. Accesa la guerra Abati te restò sul campo
ucciso da Lauso figlio di Mezzenzio. F-g.Epoca 11.
Aiuti casa nobile fiorentina, alla quale Dante
dette celebrità. Egli ha posto nel xxxn canto del
suo inferno Bocca degli Abati fra i traditori della
patria, come quegli che contribuì alla disfatta di
Montaperti.ed attirò sopra Firenze la più grande
delle sciagure che abbia provate mai questa re-
pubblica. Dante rappresenta sé stesso, mentre col-
pisce e maltratta nelP inferno la testa di quel
traditore, ch'egli trova immersa entro ghiacci e-
10 A B B.
terni, e da cui svelle i capelli per fargli dire
il suo nome. Bocca degli Abati combatteva nel-
la battaglia di IVIontaperti vicino air Arbia nel
settembre del 1260 , e sedotto dai ghibellini e
dai senesi troncò colla spada la mano di quello
che portava Io stendardo della repubblica , e
sparse con ciò il terrore nell'armata fiorentina.
I guelfi credendo perduta la giornata non pen-
sarono più che a fuggire, e a5oo fiorentini re-
starono sul campo di battaglia e più di i5oo fu-
rono fatti prigionieri. La perdita degli alleati fu
ancora più considerabile, e si fa ascendere il nu-
mero dei morti a 10000. Firenze fu in preda ai
nemici, ed i guelfi venner cacciati da tutta la To-
scana. Nel i3o4 un prete della stessa famiglia di
nome Neri Abati, durante una sedizione, appiccò
il fuoco al quartiere in cui dimoravano i ghibellini,
e 1700 case furono arse, e le famiglie più ricche
ridotte alla mendicità. S-s. Ep. v.
Abbaco (dell' J Paolo, fiorentino del secolo
xiv. È autore di poesìe inserite in alcune raccolte,
e delle quali buoni critici hanno approvato i pen-
sieri ed i sentimenti, ma di cui lo stile scorretto
non può essere paragonato mai a quello di Dante,
di Cino e molto meno a quello del Petrarca suoi
contemporanei. Egli morì qualche tempo prima
del Boccaccio, di cui la morte avvenne nel iS^S.
Fu celebre come aritmetico e geometra, per cui
ebbe nome deW Abbaco ( così chiamata in ita-
liano l'aritmetica ). Si vede il suo ritratto in una
delle volte della galleria di Firenze. G-g. v.
Abbondio Alessandro nobile fiorentino sco-
A. B B. II
lare del Buonarroti: questi infondendo i colori
nella cerasi dilettò formare storie e ritratti al na-
turale così simili, che Ridolfo II imperatore lo
volle a Praga per vederlo operare; ma in tal città
perdette la vita. Lasciò un figlio erede del nome
e della paterna virtù, il quale anch'esso in detto
luogo restò sepolto. S-d. Ep. v, vi.
Abbracciavacca Meo di Pistoia, poeta italia-
no del secolo XIII, era contemporaneo di fra
Guittone,ed i suoi versi scritti in un gergo com-
posto d'italiano, di francese e di provenzale, con-
tribuirono in que'primi tempi ad arricchire la lin-
gua toscana. Si conserva di lui un sonetto in
dialogo fra'l poeta e l'amore. Il Crescimbeni lo ha
stampato nel nj volume della sua storia della
poesia volgare pag. 58. G-g. v.
Accarigi Livia nobile senese, nacque nel
1719. Da giovinelta studiò per ornar lo spirito, e
non per far di se una letterata, ma avendo pub -
biicato vari anonimi componimenti, questi furo-
no accolti con gran plauso, e se ne volle saper
1* autore. Incoraggiata V Accarigi dettesi agli stu-
di, specialmente alla poesia alla quale sentivasi
maggiormente inclinata, ed a ciò fare fu insinua-
ta dai dotti di Siena. Nei primi suoi anni studiò
le scienze, senza ueppur pensare ad improvvisa-
re, ma ve l'indusse lanate Pasquini, talché fu in
ciò grandemente ammirala. Ella era una caia de-
lizia della sua patria, e molti andavano a Siena
per ascoltare i canti della fanciulla rara per l'estro
poetico, non meno che per morali virtù. L'Acca-
ia' a e e.
rigi che avea maravigliato al carilo del di leicon-
citladinoBernardino Perfetti, ed avea sen tito delle
tante ed illustri onoranze da lui ricevute, prese in
tutto ad imitarlo nei suoi improvvisi. In presenza
de' suoi sovrani ella cantò due volle in tre distin-
ti argomenti di storia, di filosofia morale, e di
fisica nel modo appunto che soleva tenere il Per-
fetti. Continuò poi sempre ad improvvisare, e a
scriver versi, secondochè le si offriva occasione.
Molle di lei poesìe videro la luce in varie occor-
renze e molte ancora rimasero inedite . Quelle
stampate si trovano sparse in varie raccolte pub-
blicate in Siena e in altre città d'Italia, e versano
per lo più sopra argomenti di nascite, di nozze e di
morti ed altre tali materie secondo che portava
il genio del tempo. LVAccarigi ebbe molto genìoe
molte belle qualità che la resero cara e stimabile
anche agli uomini più famosi, fra i quali Pietro
Metastasio che più d'una volta le scrisse lettere
onorevoli. L'Accarigi rimase per tutta la vita fan-
ciulla, perchè usando vergini le Muse, volle esser
tale essa pure: morì nell'agosto dell'anno 1786.
7r-n, Ep. vi, vii.
Accarigi Francesco di nobile ed antica fa-
miglia senese, nacque nelf ottobre 1634. Fu in
sua patria segretario delle leggi, che vuol dire
primo cancelliere della balia. Fu ascritto all' ac-
cademia degrintronati, ed essendo in Roma fu
annoverato in quella degli Arcadi. In tal dimora
prese a volgarizzare e commentare le morali di Se-
neca. Fatto ritorno alla patria per godervi quella
A C C. l3
quiete che era dovuta alla sua età già cadente, ri-
tirossi nella sua villa di s. Chiinerito ove morì
nell'agosto 1710. F.d.a. m. Ep. vr.
S.qcplkigi Francesco senese. Scrive il Moreri nel
suo dizionario, che fu questi un de*più celebri giu-
reconsulti che abbia avuti l'Italia nel secolo XVII.
Fu allevato in Siena sua patria, quantunque na
scesse in Ancona da CammiJlo Accarigi . Profit-
tò sì bene degli studi che meritò ben presto di
occupare le cattedre lasciate dai suo maestri ,
acquistandovi gran reputazione . Insegnò nella
università di Siena e di Pisa, ed attrasse a sé tut-
ti i forestieri che venivano in Italia per motivi di
letteratura. Rannusio Farnese lo chiamò a sé, ma
egli tornò in seguitò a Pisa, e fu guadagnato da
nuove beneficenze del granduca di Toscana. Morì
a Siena nel settembre del i6as-«. B-s. vi.
Acciaiuou Acciaiolo dottissimo cav. a sprori
d'oro fiorì verso la metà del XIV sec. e godè tut-
ti i magistrati di Firenze. Dal re di Napoli Ro-
berto ottenne più baronìe in Puglia e la terra di
Prato in Toscana a vita sua e di messer Niccola
suo figliolo, che fu gran siniscalco del re, mentre
il padre era di esso re ciamberlano e consigliere.
Questi ebbe da Guglielmina de'Pazzi sua moglie
più tìgli: una fu Mad. Andrea moglie del Maiche-
se Carlotto Atto conte di Monte-Rosi e d'Alta
Villa, alla quale messer Giovanni Boccaccio in-
dirizzò il libro delle donne illustri. B-s. v.
Acciaiuoli Niccolò gran siniscalco di Napo-
li, la cui famiglia stabilitasi con un suo ramo in
Firenze ottenne un grado distinto, senza lasciare
SU Tose. Tom. 12. 2
l4 A C C.
il commercio} dal qual ramo provenne Niccolò Ae-
riamoli. La sorgente della fortuna sua in Napoli fu
l'ascendente in cui venne per le attrattive della
sua persona e del suo spirito sopra Caterina di
Valois vedova di Filippo principe di Taranto, che
si chiamava l'imperatrice di Costantinopoli. Ella
gli affidò l'educazione di suo figlio Luigi di Taran-
to. Rimase fedele a questo principe nelle difficili
circostanze in cui lo immersero le sciagure della
regina Giovanna I, cui egli condusse in Avignone
allorché ella vi si venne arefugiare;e quando Luigi
l'ebbe solennemente sposata fu egli che tutto dispo-
se pel loro ingresso in Napoli, e per l'incoronazione
loro. La regina Giovanna lo creò gran siniscalco,
e gli affidò T amministrazione generale del regno
in ricompensa di tutti i servigi ch'egli resi le avea.
Uno ei fu dei suoi più fedeli ministri: solo incor-
ruttibile in mezzo ad una corte licenziosa trava-
gliava con perseveranza a riparare quei mali che
Giovanna traeva sopra il suo regno coi suoi er-
rori e colle sue imprudenze. Egli fu uno degli ul-
timi a partire da Napoli quando la regina fu co-
stretta a fuggire, ed il re dell'Ungheria invase il
regno per vendicare il suo fratello Andrea sposo
di Giovanna, e ch'essa aveva fatto perire. L'Ac-
ciaiuoli andò a chiedere soccorso ai fiorentini suoi
compaf riotti; seppe interessarli in favore della ni-
pote del re Roberto loro fedele alleato; con gli
aiuti loro e con l'appoggio dei generali che aveva
guadagnati, ei ricondusse Giovanna in Napoli, e
levò col suo credito una armata ausiliaria per di-
scacciare i condottieri che devastavano il regno;
A C C. IO
ma la corte sempre indulgente, negato avendo di
dare uno stipendio a tal esercito, andò tutto a
congiungersi ai nemici. II gran siniscalco , na-
to nel i3io mori nel i366 colmo d'onori e di
ricchezze. La sua vita scritta da Matteo Palmieri
fiorentino è stata stampata nel XIII tomo della
raccolta degli scrittori storici d'Italia del Mura-
rat ori. Ss. Ep. v.
Àcciaiuoli Lorenzo di Niccolò fu cav. dallo
spron d' oro , luogotenente del re Lodovico, ca-
stellano di Napoli, e famoso capitano per aver
sostenuto l'assedio d'Amalfi sette mesi continui
contro Lodovico re d'Ungheria. Mori giovine a-
vanti il padre nel i353, ed il suo corpo fu tra-
sportalo a Firenze alla certosa. U-b v.
Acci aiuoli angiolo di Niccolò: cav. conte di
Amalfi e di Malta, gran siniscalco dei regni di Na-
poli, Sicilia e Gerusalemme- capitano generale
per terra e per mare del re Lodovico e regina
Giovanna^ vice duca di Calabria e vice re di Si-
cilia per detti re. U-b. v.
Àcciaiuoli angiolo di Monte Mannino del-
l' ordine dei predicatori vescovo di Aquileia poi
di Firenze. Lesse legge pubblicamente in Aquila,
e V esercitò . Fu intimo famigliare di Roberto
re di Sicilia. Aggiustò le differenze fra Lodovico
re di Puglia, e fu fatto cancelliere di quella città
Innocenzio VI lo trasferì alla cattedra di Ridotto
Cassino,e mori nel iò6j ovv. nel i$5y d'anni 60 ih
Napoli. Fu capo della cacciata di Gualtieri duca di
Atene. Fece a sue spese il dormentorio di s. Ma-
ria Novella contiguo alla sala del papa. Bs. v.
j6 a c c.
Acciaiuoli Angiolo di Iacopo e Bartolom-
meo Ricasoli. Da Urbano VI nel 1584 fu fatto
cardinale, poi vescovo distia, cancelliere, e de-
cano del sacro collegio} fu legato in regno e tu-
tore del re pupillo. Coronò Ladislao re di Sicilia;
fu legato in Ungheria, Schiavonia , Dalmazia e
Croazia. Nello scisma di Clemente VI scrisse un
opera, secondo TOldrini nell'Ateneo romano. Mo-
rì nel concilio di Pisa nel i^oj, ovvero 1409- ft
trasferito a Certosa nel i55o. Di lui parla Biondo
da Forlì nella sua Italia illustrata dell" ed. 1542.
B-s Ep. v.
Acciaiuoli Banieri o Neri duca datene ni-
pote del gran siniscalco , era stato chiamato a
Napoli e adottato da suo zio, che lo collocò nel-
la corte di Maria di Borbone imperatrice latina di
Costantinopoli. Gl'imperatori titolati rifugiati a
Napoli avean conservato la sovranità di alcune
Provincie della Grecia, ed essi le davano in feudo
ai loro ben affetti, e così Ranieri Acciaiuoli ebbe
con altri feudi il ducato d'Atene, al quale era uni-
ta la signorìa di Tebe, Argo, Micene e Sparta, e
in somma quasi tutta la Grecia dipendeva da lui,
benché ridotto un principato assai povero, deser-
to, corrotto. Ranieri dette la sua figlia primogeni-
ta in moglie a Teodoro Paleologo figlio dall'impe-
rator greco, e dielli Corinto in dote. Lasciò ad
Antonio suo bastardo la signoria di Tebe; quella
d^Ateue passò al re di Napoli. Ma Antonio avendo
fatta alleanza col sultano Amurhat e coi vene-
ziani ricuperò Atene, in cui regnò pacificamente.
A dunò molte ricchezze ed ornò la sua capitale di
à e e. 17
suntuosi edifizi. Non avendo figli fece venire pres-
so di sé due suoi nopoti da Firenze, Ranieri II ed
Antonio II, i quali regnarono dopo di lui e con-
tesero air eredità colle armi. Antonio morì il pri-
mo nel i435 e Ranieri ch'egli avea costretto a
fuggire a Firenze tornò a governare Atene dopo
la sua morte. Ma quei duchi cadevano sempre più
nella dipendenza del sultano de*turchi,percui ogni
guerra civile riusciva occasione destra ad aggra-
vare il loro giogo. Finalmente Maometto II si
fece cedere Atene nel mese di giugno del i456
da Francesco tìglio di Antonio II ch'egli avea per
lungo tempo protetto, e dopo averlo relegato a
Tebe lo fece indi a poco strangolare. Ss. Ep}W.Kl
• Acciailo™ Antonio di Neri, secondo duca di
Atene, illustre in guerra ed in pace, fu accettato
al governo di Tebe e della Beozia^ mosse guerra
contro i veneziani, e con sómma diligenza cinse
di assedio la città di Atene. I veneziani stimavan
facile il poterla liberare , ma Antonio deluse il
loro consiglio , quantunque ottimo, ed esso in-
feriore di forze. Con arte pertanto ed avvedutez-
za li pos-e in fuga, parte ne uccise, ed altri ne
fece prigionieri, unitamente ai primati che co-
mandavano quella regione. Si rivolse quindi al-
Passediu d'Atene^ dopo essersi egli impadronito
di varie città, ridusse finalmente in suo potere an-
cora questa, e pacificamente vi regnò. Fatta pace
coi veneziani, si dette ad una vita pacifica in se-
no della propria famiglia, dopo aver bene e decen-
temente stabilito il suo impero, ed accumulate
immense ricchezza. Ornò la città quanto ;»iù potè
18 A e e.
di fabbriche, ed oltre gli editìzi e strade, coman-
dò pure che posti fossero nel porto del Pireo due
leoni di marmo: fu liberale verso i suoi, nonché
verso la patria, accordando ai fiorentini tutto il
privilegio di poter navigare per i suoi mari, ed
essere esenti da ogni gabella. Antonio pertanto
si meritò lode di prudente condottiero e di otti-
mo cittadino, e principe senza esempio stato sa-
rebbe , se colui che vinti aveva prepotenti ne-
mici , non fosse stato vinto da indegno amore,
avendo condotta in moglie la figlia di un privato
tebano, della quale follemente s'innamorò in tem-
po di un nunziale convito. Morì egli di repentina
morte colpito dall'apoplessia circa il i435 in età
mollo avanzata. G-d. Ep. v.
Acciaiuoli Neri II, fratello di Antonio II, fu
dopo la morte di questo richiamato dal popolo
atenese al ducato di Atene, statogli frau/lolente-
mente tolto dal fratello. Guerreggiò costui lungo
tempo coi greci suoi vicini , poiché avevano a
sdegno che avesse fatto accordo col re dei tur-
chi. Ebbe egli un figlio che fanciullo lasciò sotto
la tutela della madre , e del quale non si seppe
notizia alcuna dopo che la madre di lui si unì in
seconde nozze con un gentiluomo veneziano, a-
vido di dominare, e d'impadronirsi del governo
del figliastro. G-d. v.
Acciaiuoli Franco , figlio di Antonio II ,
fu elevato al principato, ma poco visse lieto di
tal dono, poiché avendo egli fatta racchiudere in
carcere e quindi uccidere la vedova di Neri II, per
le scellerate nozze che contralte aveva con uu
A C C. 19
giovine veneziano, dal re della Porta per questo
fatto gli fu tolta la città di Atene ed il principa-
to, non senza però lunga resistenza per la parte
di Franco. Da questo re per altro gli fu accor-
dato il dominio di Tebe e della Beozia , ove si
ritirò, seco portando tutte le ricchezze e sup-
pellettili . Ma né pur qui ei goder potette si-
curezza, poiché il re dei turchi non si giudicando
abbastanza sicuro, finché discacciati non avesse
dalla Grecia i cristiani tutti , decretò di togliere
a Franco insiem coli' impero la vita , e di ciò
fu causa, che essendo in Atene alquanti stranieri,
sparsero che alcuui cittadini avevan congiurato
«li rendere a Franco la città, il quale essendo a
combattere col regio esercito, ed essendosi por-
tate* presso Zogano parente del rede'turchi, duce
deir esercito della Tessaglia, e celebre per cru-
deltà, fu fatto da esso strangolare per ordine dei-
Io stesso re , dopo averlo cortesemente accolto
e fatto sedere seco a mensa. Tale fu la fine di
questo infelice principe , non che del lungo do-
minio degli Acciaiuoli, poiché Mehemed saputa
la morte di Franco, occupò subito Tebe , e tutta
la Beozia. G~d. Ep. v.
Acciainoli Donato di Neri di messer Donato
di nobile antica famiglia di Firenze ove nacque
nel 14^8, fu scolare dell' Argiropolo, di Leonardo
aretino e Carlo Marsuppini. l'er la peste del i44#
dovette tralasciare i suoi studi che riprese nel
i454>e non ostante fu in estremo grado sapien-
tissimo ed elegantissimo oratore, lirico, filosofo
aristotelico e matematico profondo. Fu assai co-
ao a e e.
stumato , e nella toscana favella assai erudito.
Pose alle stampe molte sue opere3 e molte si tro-
vano manoscritte nelle biblioteche pubbliche e
private, perchè trattano di materie che ora più
non interessano, specialmente le sue orazioni in
occasione di elezioni a cariche onorifiche o di
funerali. Scrisse però molte vite d'uomini illustri
neirantichi(à,mostrando di sapere imitar Plutarco
e Cornelio, e forse superarli. Trasportò pure dal
greco varie antiche produzioni , e molto scrisse
e con eleganza anche in latino. Tra le altre cose
un trattato dVconomia , nel quale dimostra che
grandi facoltà e loro uso senza le scienze, e scien-
ze senza facoltà sono inutili.' StèriSsé? afi\2h&6fièré
sacre e morali. Fu un di quei letlerati che «dsfc?-'
stevàno alla conversazione letteraria a cui pvé-
sedeva Fiorenzo dei Medici nel bosco di 'Carnai-
uoli. IVIa le opere sue principali sono: Eocpositìo
super libro s Ethécorum Aristotelis in nolani
tradutionem. Firenze 1478} In Aristotelis libros
Vili politicorum. commentarli , Venezia i566.
Nelle raccolte delle vite di Plutarco tradotte in
latino da molti autori , le versioni di quella di
Alcibiade e di Demetrio sono di questo Acciaiuo-
li. Gli si attribuiscono altresì le vite d'Annibale
e di Scipione; e siccome v1ha dubbio che Plutar-
co non abbia altrimenti scritte queste due vite,
così credesi che PAcciaiuoli sia stato l'autore ed
il traduttore di esse. La storia latina di Firenze
di Lionardo aretino dall' Acciaiuoii tradotta in
lingua volgare, Venezia 1475 è stata ristampata
più volte. Sostenne egli molte illustri cariche nel-
A C C. 21
la sua patria, che lo distrassero dai suoi studii
oratori!1, filosofici e matematici. Fu più volte am-
basciatore e commissario, sempre con merito. Nel
i473 fu fatto gonfaloniere della repubblica fio-
rentina, e morì nel 1478 in Milano dove era andato
per chieder soccorso ai fiorentini contro il papa
ed il re di Napoli . Il suo corpo fu portato a Fi-
renze, ed i suoi funerali furon fatti in questa cit-
tà a spese del pubblico erario. LTestremo disinte-
resse dell' A.cciaiuoIi fece si che i suoi figli rima-
sero senza beni di fortuna ; i fiorentini ricono-
scenti maritarono e dotarono le sue due figlie, e
dettero ai suoi tre figli per tutori tre ricchi cit-
tadini, tra i quali era Lorenzo dei Medici. Il suo
ritratto è fra que^che adornano le volle della real
galleria di Firenze, e trovasi anche nella facciata
del palazzo Valori in borgo degli A.lbizi. S-s.
Ep. v.
Acciaiuoli Agnolo di Iacopo, creato cava-
liere da Iacopo re di Puglia e dal pontefice
Eugenio, ebbe assai buona notizia delle lettere
latine, e della storia che egli studiava con gran
piacere. Fu molto onorato nella sua repubblica
e nella città, essendogli stali attribuiti tutti gli
onori e legazioni che attribuir si possono ad un
cittadino. Era egli amicissimo di Cosimo defe-
dici il vecchio, ed allor che questi fu esiliato da
Firenze anche Agnolo incontrò la medesima sorte,
essendo stato confinato in Cefalonia, né potè ri-
tornare in patria se non dopo che fu richiamato
Cosimo, cioè nel 1434. Era molto volto alla reli-
gione, ed assai pietoso verso i poveri, nou ces-
aa a e e.
sando mai in casa e fuori di fare elemosine. Fu
mandato ambasciatore al re di Francia pei fio-
reni ini , e conchiuse una lega con riputazione
grande della suaciltà. Altre molle ambasciate egli
sostenne con felicissimo esito in più occasioni,
come allor quando impegnò il re Ranieri di Pro-
venza a passare in Lombardia in favore del duca
Francesco contro i veneziani: allorché condusse
in soccorso di Firenze, che Irò va vasi in sommo
pericolo pelPav vicinamente del Piccinino, Gui-
duccio da Faenza ed altri signori di Romagna :
quando trattenendosi per più giorni presso papa
Eugenio, riuscì a placarlo dal suo sdegno conce-
pito verso i fiorentini per i mali trattamenti da
essi ricevuti , ed in altre molte occasioni che
troppo lungo sarebbe il volerle or tutte accenna-
re . Fu tenuto in grandissima reputazione dal
duca di Milano, -che lo volle alla sua corte, asse-
gnandole ampia provvisione e grandi onori .
Questa dimora deirAcciaiuoli a Milano fu di uti-
lità grande per il re Ferdinando di Napoli, poi-
ché egli solo, opponendosi al consiglio degli al-
tri , persuase il duca Francesco a perseverare
nella lega con esso re per aiutarlo contro il duca
Giovanni. Per tale servizio prestato a Ferdinando,
ricevè in dono dal medesimo la terra di Quarala.
Stabilito Ferdinando nella pacifica possessione
del reame tornossene a Firenze, ove concepì un
odio implacabile conlro Cosimo dei Medici , il
quale morto lo estese al resto della famiglia , e
fu uno dei principali congiurati contro il di lui
figlio Pietro. Tanta era la stima che avevasi di
a e e. a3
Agnolo, che il nominato Medici lo pregò ad in-
terpoli onde acconciare le differenze che vi era-
no tra la parte dei Pitti e dei Medici. Ingannato
finalmente dai compagni fu costretto di notte-
tempo a partire da Firenze, ed andar confinato
a Barletta:, di là invitato dagli altri esiliati a ten-
tare il ritorno in patria portossi a Napoli, quindi
a Roma, ed invece di poter condurre a felice esito
il suo progetto gli fu dal re di Napoli tolta Qua-
rata per non aver osservato i confini prescrittigli
dai fiorentini coi quali era in lega . Ridotto egli
in tale stato ricorse alla maestà del re Pedinan-
do, il quale memore dei servigi da esso ricevuti,
lo accolse onoratamente in Napoli colP assegna-
mento di 100 ducati al mese, ed ivi stette per
lungo tempo, conducendo una vita tutta pietà e
devozione presso i frati della Certosa , nel qual
luogo cristianamente cessò di vivere. A. s. i. Ep. v.
Acciaiuoli Seracina , donna savissima e ri-
piena di singolari virtù, di poche parole, attis-
sima al governo e cura della casa. Era moglie di
Angiolo Acciaiuoli, e nella lunga assenza del ma-
rito era in essa riposta tutta la cura della casa:
ali ri non v^era che s"1 impicciasse di cosa alcuna}
tulio ella governava con tanta prudenza, con lan-
f ordine che non potevasi fare di più. Era moltissi-
mo riverita da tulle le donne che la conoscevano,
e non facevnsi cosa alcuna nella città che apparte-
nesse all'» donne senza il suo consiglio e parere.
Era in Ogni sua cosa lemperatissima, pietosissima
verso dei poveri e pronta a soccorrerli nelle loro
infermità e bisogni} era in somma donna dotata
24 a e e.
di tutte le virtù , e ben rara nel suo secolo .
B-s. Ep. v.
Acciaiuoli Zanobi domenicano nato in Fi-
jrenze nel 1461 e morto in Roma nel i5i9 era
dotto nelle lettere greche e latine , ed amico di
Angiolo Poliziano, e di Marsilio Ficino. Leone
X lo creò nel i5i8 bibliotecario della vaticana,
e lo incaricò di trasportare da tale biblioteca al
castello di s. Angiolo i più antichi manoscritti ,
dei quali compilò un indice ch'è stato pubblicato
dal Monfaucon ( Biblioteca Bibliotecarum^ voi.
1 ). Abbiamo di lui delle traduzioni latine di
Eusebio di Cesarea , d'Olimpiodoro, di Teodo-
reto. Dicesi che avesse tradotto altresì la maggior
parte delle opere di Giustino martire. Un discor-
so latino in lode della città di Napoli, ed un altro
in lode di Roma sono stati, stampati. Giraidinel
suo primo dialogo, (de Poetis nostrorum tempo-
rum ), lo pone nel numero dei buoni poeti. Molti
altri autori parlano con elogio dei suoi versi latini}
ma pochi di essi sono stampati . Ei fu che dette
alla luce nel i4<)5 gli epigrammi greci del Poli-
ziano e di Alessandra Scala, moglie di Michele
Marnilo, la quale morendo, di ciò lo aveva in-
caricalo. G-g. v.
Acciaiuoli Andrea. Costei fu quella valorosa
donna alla quale indirizzò il Boccaccio il suo libro
De Mulieribus claris. Or egli aveva intenzione
di dedicarlo alla regina Giovanna di Napoli, ma
parendogli rispetto all'opera tropp'alto personag-
gio, rivolse e questa illustre femmina il pensiero.
Fu ella contessa di Monte Odorisio e d'Altavilla.
a c c. a5
Il Boccaccio in quella dedicatoria la loda moltis-
simo e l'acclama per donna singolare per le sue
virtù. Dall'avere questo autore composto quel
libro in latino si deduce ch'ella fosse della lingua
del Lazio intendente. Vespasiano fiorentino nel
suo libro Delle lodi e commendazioni delle don-
ne ne fa onorata memoria, ma non dice di più di
quello che abbia detto il Boccaccio, se non che
da lei discesero molti signori del regno di Napoli.
B-s. Ep. v.
Acciaidoli Pier Antonio, e Iacopo suo tìglio
fiorentini di origine, ma abitanti di Ferrara, com-
posero entrambi delle poesie latine nel XIII se-
colo. G. B. Giraldi nel suo trattato sopra i roman-
zile Celio Calcaguini hanno fatto elogi ai versi
di Giacomo Acciaiuoli. Qualche autore li ha no-
minati tutti e due Azioli ed in latino ActiolLhe
loro opere non essendo mai slate pubb!icate,siamo
obbligati di attenerci alle testimonianze dei loro
contemporanei. G-g, v.
Acciainoli Salvetti Maddalena di Firenze
morta nel 1610 ha lasciato due volumi di „ Rime
Toscane Firenze 1 590 „, le quali ebbero ai suoi
tempi molta celebrità. Dopo la sua morte so-
no stati stampati tre canti di un poema ch'ella
avea lasciato imperfetto, e che ha per titolo „ Da-
vidde perseguitato ovvero fuggitivo. Firenze
1611 „ libro assai raro. Quantunque ella co-
nosciuta non sia che pel suo propio nome, avea
sposato un nobile iiorenlino chiamato Zanobi
Acciaiuoli. Il cav. Cornelio Lanci dedicò a questa
(lama la sua commedia della Nicolosa. G-g. vi
St, Tose, Tom, 12. 3
26 a e e.
Acciuuoli Donato cavaliere di Rodi, colti-
vatore ed amatore della storia, fece uà compen-
dietto accuratissimo, dove con puntualità più che
grande registrò tutte le cose in Italia seguite
dall'anno i5a5 all'anno i5a8, la quale operetta
fu in grandissima stima in quel tempo. Volgariz-
zò anche la „ Vita di Niccolò Aeriamoli scritta
da Matteo Palmieri con l'origine della famiglia
Acciainoli e degli uomini di essa i più insigni. Fi-
renze 1 588 „. C-n. Ep. v, vi
Acciaiuoli Filippo natoinRoma nel i636 figlio
di Ottaviano senatore fiorentino, e fratello del-
l'insigne cardinale Niccolò. Fu cavaliere di iVIalta
e studiò nel seminario romano, e dopo le carava-
11 e dettesi nuovamente allo studio delle monete
antiche, e divenne celebre inventar macchinista
per i teatri, come vedesi nelle notizie istoriane
di questo cavaliere nell'opera intitolata Vite degli
arcadi morti . Fu anche eccellente nel dirigere
commedie de' teatri, e nel comporta e metterle
in musica. Dilettossi pure di pittura , e dipin-
se più quadri di capricciose invenzioni . Viag-
giò per tutta l'Europa e si fermò per qualche
tempo in Olanda, e quindi noleggiato a proprie
spese un vascello, e presi interpetri d'ogni lin-
gua si portò in Inghilterra^ costeggiando la Spa-
gna entrò nel mediterraneo, dove vestito all'ar-
mena visitò le principali città e parli dell'Europa
e parte anche dell'Asia e dell'Affrica; e ritornan-
do nell'Oceano toccò anche l'America. In fine
per l'Inghilterra e per la Francia se ne tornò in
Italia carico d'infinite notizie e di rare coguizio-
JL C C. 27
ni. Giunto poi all'età di 63 anni morì in Roma nel
1700. Fu compianto dalla celebre Arcadia, ove fin
dal pri m'anno della sua fondazione era stato ag-
gregato col nome dlrenio Amasiano B-s.Ep. vi
Acciaiuoli Giovarmi nato in Firenze da nobili
genitori. Fu lodato ed ammirato da tutti per la
somma sua dottrina. Abbandonate le cure del
foro e della mercatura, alle quali da primo si era
dedicato, attese allo studio delle belle lettere e
della filosofia in Bologna ed in Padova, conver-
santi© con uomini dotti. Oltre le lingue latina e
greca apprese egli l'ebraica, la caldaica, e l'ara-
bica con tanta diligenza che sembrava un por-
tento tutte le volle che si fosse udito ragionare
o discorrere con alcuno, e ad esso come ad ini
oracolo accorrevano quelli che non bene inten-
devano il senso della lettura dei diversi autori,
nel quale esercizio egli molto apprese dalle sa-
cre e profane dottrine, così che per farsi maggior-
mente dotti con esso frequentemente conversa-
vano personaggi ragguardevoli per dottrina ed
autorità. In Bologna non solo ma in Padova an-
cora somma era la stima che per la sua dottrina
si era acquistata, cosi che nelle pareti del pub-
blico ginnasio, ove concorrevano sommi dottori,
spesso si leggeva scritto Vivai excelltns Joan-
nts Acciojotus. Il merito dell'Acciainoli cognito
ormai da per tutto fece sì che il granduca Fran-
ti lo ascrivesse nel numero dei 48, e gli aili-
dasse all'ari importantissimi. Lascio scritti molti
volumi «li «lotti problemi, ripieni di grande inge-
gno ed avvedutezza. Degli altri scritti delTAc-
a8 a e e.
ciaiuoli null'altro a noi resta, fuorché, la memoria
e le lodi in chi li lesse e vi s'Istruì. A dritto adun-
que gli vien dato il posto tra le persone per sa-
pere illustri per i documenti dì dottrina da esso
dati a quell'età, e per avere illustrato la sua fa-
miglia e se stesso di nobili discipline. B~c.Ep. vi
Accolti Benedetto nacque in Arezzo d'un'an-
tica e nobile famiglia. Fu appellato il seniore per
distinguerlo da altro ch'ebbe in seguito lo stesso
nome. Fiorì verso Tanno 1^46, in cui compose un
„ Trattato legale-politico „. In esso esortava Car-
lo IV a passare in Italia, dopo che avea fatto in-
coronare Venceslao suo figlio re dei romani , ad
oggetto di sedare le turbolenze che agitavano la
Toscana, e di arrestare i disegni di coloro che
in questo paese usurpati aveauo i diritti dell'im-
pero romano e del papa. Ma questo trattato non
venne mai a luce, sicché sta tuttora tra i mano-
scritti delT Ambrosiana di Milano. Lasciò un tìglio
per nome Michele, anch'esso letterato, che ap-
plicossi nell'esercizio della facoltà legale. D.s. v.
Accolti Benedetto, che dal Muratori si asse-
risce figlio del cardinale Accolti, e che perciò ve-
risimilmente era figlio spurio del cardinal Bene-
detto, si fece capo^una congiura tramata contro
il papa Pio IV. Aveva per complici Pietro Accolli
suo congiunto, il conte Antonio di Canossa) il
cavalier Pelliccioni, Prospero d'Ettore e Taddeo
Manfredi; tutti carichi di debiti e pieni d"1 uno
spirito ardente ed inquieto. Per motivo o piut-
tosto per pretesto della loro cospirazione allega-
vano, che Pio IV non fosse papa legittimo. Essi
a e e. a9
non volevano assassinarlo, che per metterne un
altro in luogo dì lui. Avea promesso di dar Pavia
ad Antonio, Cremona a Taddeo, Aquileia a Pellic-
cione, ed una rendita di cinquemila scudi a Pro-
spero. Il loro progetto si traspriò. Accolti accu-
sato di aver fatto dimora in Ginevra cominciò a
divenir sospetto al papa, perchè troppo sovente
chiedeva udienza. Fu preso co\suoi colleghi, e
furon tutti puniti dell'attentato loro coIPulliino
supplizio nel 1664. B. u. Ep. v, vi.
Accolti Francesco nacque in Arezzo Tanno
i4i8,e quindi viene denominato ancora France-
sco Aretino. Il Filelfo lo addottrinò nella lette-
ratura tjreca e Ialina. Le prime università d'Ita-
lia si dispularono l'onore di avere nel catalogo
de'loro professori un nome sì celebre. Più d'un
sovrano a lui appoggiò ragguardevoli incarichi, e
fu onorato di titolo equestre. L'Accolli si vuole
autore della traduzione d'una parte dei poemi di
Omero, d'alcune Omelie di s. Gio. Grisostomo e
iti altri opuscoli greci. Nella categorìa legale scris-
se trattati, consigli e commenti. La cultura delle
lettere umane che distinguevate) dai suoi colle-
glli non distinse però le sue opere dalle loro,
regnando nuche iu esse una eguale aridità e ru-
videzza di stile. S'inalza bensì sopra *l volgo dei
legisti colle sue morali virtù. Mori l'anno i483, e
la ài lui memoria venne fregiala da trascendenti
elogi. Ecco un'idea di quei che furono tributati
alla sua scienza legale. Venne riputato comune-
mente il principe de'giureconsulti del suo secolo.
il ni intuii > dei professori, un etereo sole cc.L" tote
St. Tose. Tom. 12. 4
3o A C e.
decisioni ed i suoi cousuiti *i credevano corre-
dati da una veritàsìirrefragabile,che da molti si ri-
guardavano come altrettanti evangeli. Ne aggiun-
grremo degli altri che a lui furono attribuiti in
qualità di uomo enciclopedico. Egli era per cosi
dire monarca di tutte le scienze, e veuue para-
gonato ad un campo fertilissimo d^ogni cosa, tal-
ché, se tu avessi bramato l'ornamento della gram-
matica, l'eleganza della reltorica, l'acutezza della
dialettica, e la perfetta cognizione della poesia,
in lui ritrovato avresti ogni frutto, ogni messe.
Egli era legista, canonista, musico, cantore ec.
C-r. Ep. vi.
Accolti Benedetto aretino e liorentiuo. Fu
il nonno del cardinale Benedetto, e scrisse la se-
guente storia intorno alfanno »45o, e poi stam-
pata in Venezia nel i53a.„ Benedirti Accolti de
beilo a christianis contra barbaros gesto prò
C liristi sepulcro^ et Judaea recuperandis, libri
IF. Thomas Dempsterus F. C. Baro a Muresk
Scotus^cumaliis scriptoribus collatos et men-
dis expurgavit, et notis non vulgaribus illu-
strava^ Florentiae i6a3 „. La sua vita e le sue no-
tizie si posson vedere a pagina 0*29 del toni. XI
del giornale de'letlerati d'Italia. B-s. \.
Accolti Bernardo d'Arezzo, come poeta so-
pì annominato runico Aretino, era tìglio di Bene-
detto lo storico e nipote di Francesco il giure-
consulto. Fu assai stimalo alla corte di Urbino
ed anche a Roma sotto Leone X. Tostochè la
voce spargevasi che l'Unico reciterebbe dei versi,
tulle si chiudevano le botteghe e tutti correva-
A C C. 3l
no in folla per sentirlo, per modo ch'era d'uopo
munir di guardia le porte . Forse riusciva egli
più nei versi improvvisati che nei studiati; ma
pure era elegante e concettoso nelle sue poesìe;
era peraltro un poco duro ed aspro nel suo stile,
come usavasi al suo tempo, cioè alla fine del XV
secolo ed al principio del XVI. Le sue poesie so-
no state ristampate molte volte. La prima volta
in Venezia nel i5i3 col titolo: „ Opera nuova del
preclarissimo rnes. Bernardo Accolti aretino scrit-
tore apostolico ed abbreviatola. „ L'altra in Fi-
renze i5i6 col titolo „ Virginia, commedia, capitoli
e strambotti di i>Ies. Bernardo Accolti aretino,,.
La commedia è scritta in ottava rima secondo
l'uso di quei tempi ed in altri metri varii. Leone
Xche molto lo amava gli conferì l'ufficio di scritto-
re ed abbreviatore apostolico. Avea comprato del
proprio la signorìa di Nepi, e in una lettera da lui
scritta a Pietro Aretino duolsi che gli sia stata
lolla da Paolo III. Non si sa l'epoca della sua
nascita e deila sua morte: sembia peraltro ch'ei
sopravvivesse all'Ariosto. Questo insigne poeta
parla di lui nel IV canto del suo poema, come di
un cavaliere reputato da molto nella corte d'Ur-
bino, e che accompagnava le dame di quelle cor-
te. G-g. Ep. v.
Accolti Pietro erroneamente confuso con
Bernardo suo fratello e col cardinal Benedetto di
lui nipote. Fu figlio di Benedetto lo storico, e na-
cque nel 1455. Si applicò allo studio della giuri-
sprudenza e la insegnò con applauso. Da (iiulio II
venne fatto vicario di Roma, e poscia crealo car-
3 a 4 r. e.
dinale nel 1 5 1 1. Ebbe successivamente i vesco-
vadi di Ancona, di Arras, di Cadice, di Cremona
e poi di Ravenna. Morì in Roma nel i53a, dopo
aver molto contribuito air inalzamento di suo
nipote. Viene accennato da alcuni scrittori che
lasciasse vari trattati storici. B. u. Ep. v, \i.
Accolti Leonardo e Pietro ebbero per padre
Fabbrizio. Leonardo fu cancelliere degli archivi
pubblici di Firenze nel 1600. Non è conoscili! o
fra i letterati che per aver pubblicato nel i6a3
col suo fratello la storia di Benedetto loro avolo
„ De bello a cristìanis contro, barbaros gesto „
colle note di Tommaso Dempstero. Pietro fu dot-
tore in dritto, e professore di dritto canonico a
Pisa nel 1609, membro dell'accademia fiorentina
e di quella del disegno. Si ebbe da lui P opera
intitolata „ L'inganno degli occhi, o prospettiva
pratica, Venezia 1620 „ ed altre. Egli ebbe dal
suo matrimonio con Leonora Spini due figlie ed
un figlio nominato Iacopo, V ultimo ili questa
famiglia illustre che si spense con lui a Firenze
nel 1699. B. u. vt
Accorso Francesco figlio d'Azzone anch'esso
letterato, imitando le vestigiedel padre volle con
gli seri! ti perpetuare il suo nome, non v1 essendo
mezzo pili valevole ad eternarsi che la penna .
Era egli non solamente nelle leg^i dottissimo,
ma in altre discipline non mediocremente eru-
dito, onde scrisse „ Glossarium super Institut.
Just ini ani , Lione i568 „. n Commetar, super
Cotlìc. et Institut. „ „ Disputa tionum libri duo *.
Lesse pubblicamente nel celebre studio bologno
A c c. 33
se legge avanti e dopo la morte del padre molti
anni, e per quanto il padre, secondo quel che
dice Bartolo, di sua eredità il privasse, volle nondi-
mo nella stessa sepoltura esser posto, e con le
ceneri di chi generato Paveva mescolarsi. Di es-
so t'avella Dante nel XV canto dell'inferno. Fu
chiamato dal re Riccardo d'Inghilterra del quale
fu consigliero, il che sapendo i bolognesi, perchè
non partisse gì* imposer la pena della contisca-
zione dei beni, ma egli spregiando la pena, dopo
aver venduto i mobili andò alla chiamata di tal
contiscazione dei beni stabili, che gli furono ra
stituiti al ritorno. Lesse nello studio di Tolosa.
Fu contemporaneo di Bartolo nello studio di Bo-
logna, col quale essendo nata disputa, per lo scio-
glimento mandarono a Pisa a riscontrar le Pan-
dette: questione letteraria seguita, per detto *\i
monsignore Agostini nel trattato di sue emen-
dazioni sopra le Pandette, fra Bartolo e Bardo.
Visse nel (276 per attestato del glossario DulV"-
sno. Morì di 68 anni nel )3oo,in Bologna, e cosi
nel 12,76 era di 35 anni lettore. C>n. Ep. v.
accorso ( o forse) Corso da Bagnolo presso
Firenze, nato circa la metà del XII secolo, sco-
lare in Bologna di giurisprudenza sotto Azone ,
tonile poi cattedra di ragion civile per 3{ anni.
Sulle leggi raccolte da Giustiniano formo quelle
glosse che si vedono stampate nel corpo civile
di quest'imperatore. Lo scopo di tali glosse fu di
Nfiom il vero senso di una datti legga, di cicbia-
i" 11 vi quelle simili , di conciliare insieme le < 011-
trtrie, e di muovere intorno 1 ri 1 1 • ■ medesime sue-
4*
34 a e e.
cintamente delle questioni. Fecero esse dimenti-
care le antiche di coloro che in ciò loavean pre-
ceduto, e nessuno dopo di lui prese a rifare la
cosa stessa. I professori che vennero dopo di Ac-
corso diedersi a studiar le glosse in vece del
testo giustiniano. Se in esse vi trovaron le al-
trui censure di che riprenderlo, ne fu colpa Pigno-
ro nza del suo secolo, che non gli somministrava
maggiori lumi. I quattro di lui figli Francesco, Gu-
glielmo, Cervotto e Castellano lo seguirono in
quello studio medesimo, allora da moltissimi pra-
ticato, sperandone gran guadagno. Egli morì Pan-
no 1293. Ebbe una figlia che dicesi aver pure te-
nui a pubblicamente scuola di legge. Per colmo
di lode a favore di Accorso diremo, che di tale e
tanta autorità furono le sue fatiche sopra quelle
di tutti gli altri dottori, che il famoso Gino da
Pistoia non ricusò di chiamarlo Advocatorum
idolum^ magnifica denominazione, la quale spie-
ga il culto cieco, che già uomini di lettere riscos-
sero quando la scienza era in pochi petti ristret-
ta, e quasi un arcano. E, (Tu, i. Ep. v.
Accorso Cervottoiì secondo dei tìgli di Fran-
cesco, ebbe come suo padre lapassione dello stu-
dio; egli ottenne d'essere dottor di legge prima
delPetà di 17 anni: cosa assai rimarchevole, per-
chè dette luogo ad una lunga dissenzione nerfac-
cademia di Bologna, per sapere se la legge lo per-
metteva: insegnò il dritto, e fece delle glosse che
aggiunse a quelle di suo padre, ma son poco sti-
male. Glossae cervotianae vocatae, dice il Pan-
ciroli, ut plurimum reicìwitur. v.
ADA. 35
Adalberto I figlio di Bonifazio II, conte di
Lucca, marchese educa di Toscana. Bonifazio era
slato spogliato dei suoi feudi dall'imperatore Lo-
tario I. A suo tìglio Adalberto fu restituito il du-
cato di Toscana fino dall'anno 847. Il regno di
questo principe fu lungo e glorioso: egli fu che inal-
zò i duchi di Toscana al primo grado tra i feuda-
tari italiani, siccome papa Giovanni Vili, troppo
favorevole a Carlo il Calvo , pensava nel 878
trasmettergli la corona dell'impero. Adalberto che
sosteneva il partito di Carlomanno marciò con-
tro Roma con suo cognato Lamberto duca di Spo-
leto, costrinse il papa a rifuggirsi nella Basilica
di san Pietro, obbligò i romani a prestare giura-
mento di fedeltà a Carlomanno, e dispregiò, per
giungere al suo scopo, la scomunica che gli fu
scagliata. Adalberto morì fra gli anni 884 e 890,
ed ebbe per successore suo tìglio dello stesso
di lui nome. B. u. Ep, ir.
Adalberto II duca di Toscana regnò quan-
do la famiglia de'Carlovingi venne a spengersi,
I grandi d'Italia disnutavansi le corone di Lom-
bardia e dell' impero . Adalberto II era allora
il più potente dei gran feudatari : la sua corte
era delle più suntuose, e vi s' introduceva già
qualche gusto per la letteratura e per le arti.
Strinse amicizia primieramente coli' imperator
Guido ch'era suo zio, ma più d^una volta cambiò
partito, talché Arnolfo re tl'Alemagna fecelo ar-
restare nel 8q{ ir. occasione ch'era venuto e ren-
dergli omaggio. Lamberto figlio di Guido lo battè
1 ••II898 vicino a s. Donnino, e lo fece prigioniero.
36 AD A.
Luigi di Provenza che l'avea chiamato in Italia
nel 900 ben presto forzollo per la sua ingrati tu-*
dine a scostarsi da lui.Credesi che Adalberto mo-
risse nel 917. Gli ultimi anni della sua vita e la
sorte della sua famiglia son coperti da molta o-
seurità. Il Muratori lo riguarda come un antenato
della casa d'Este. Elmengarda figlia di Adalberto
li sposò Adalberto marchese d'Ivrea. Guido suo
tiglio gli succese nel ducato di Toscana. B. ti.
Ep. iv.
Adami Iacopo generale fiorentino di famiglia
pistoiese nacque nel settembre del 1606. Nel ter-
zo lustro della età sua già avanzalo nelle arti ca-
valleresche, fu chiamato a militare in Germania
da un suo fratello colà onorevolmente impiegato,
ed ottenne subito il grado di altiere nelle truppe
del serenissimo elettore di Baviera, ove fecesi
tanto merito.che prima di giungere alPetà d'anni
sedici fu dichiarato capitano di cavallerìa, e sem-
pre impiegalo nnlle più ardue e pericolose in-
traprese e spedizioni . Passò quindi al grado di
sargente maggiore, e poi di tenente colonnello .
Il granduca di Toscana, Ferdinando II, lo richiese
all' elettore di Baviera, al quale finalmente ac-
consentì. Giunto appena in Firenze nel settem-
bre del i638 ottenne il grado di capitano della
compagnia dei corazzieri di Montalcino e di Lu-
cignano. L'Adami ristabilì in Toscana la militar
disciplina già decaduta. Nel i6^3 ebbe dal gran-
duca il grado di colonnello di un reggimento di
dragoni , in tempo appunto che il duca Odoar-
do di Parma inimicatosi col cardinale Francesco
4 DA. 37
Barberino , nipote del pontefice, e sospettando
che i Barberini meditassero l'occupazione di Ca-
stro, avea fatto lega per sua difesa con i venezia-
ni, col duca di Modena e col granduca di Toscana
suo cognato. In questa maniera s' era turbato il
colante sereno di pace goduto dalla Toscana
sotto il governo mediceo, poiché i Barberini spe-
dirono Luigi IVIattei alla espugnazione di Castro,
e don Taddeo nipote del papa e generale delle
armi pontificie alla sorpresa di Pistoia. Il colon-
nello Adami aveva in questo medesimo anno ese-
guita T importante commissione avuta dal prin-
cipe Mattias, fratello del granduca e generale delle
armi toscane, di fare atterrare V antica muraglia
delle Chiane d1Arezzo, guardata da numerosa sol-
datesca pontificia, per facilitare le imprese dei
collegati, dopo Pespugnazione di Citerna e di Pas-
signano. Nel i656 ebbe l'Adami il comando della
fortezza di Siena , ed in fine ebbe quello del-
la fortezza da basso. Non mancarono all'Adami
quelle virtù d'animo e di valore che sogliono ac-
compagnare le persone ben nate. Fu dolentissimo
d'avere ucciso un suo avversario al duello. Giun-
to finalmente all'età di G8 anni, morì nel gennaio
del i*>74- ^* ^ "• '• Ep- VI-
AbiMi Anton Filippo* letterato, nacque verso
il 1720 a Firenze d'una famiglia patrizia. Abbrac-
cio il mesi i ere delle anni, e negli ozi che questo gli
lasciava coltivò la filosofia, la storia e le lettere.
I suoi talenti gli meritarono la benevolenza del
granduca di Toscana, che lo creò cavaliere ci i s.
Slefai.o. Aveva idealo di pubblicare la raccolta
38 A D A.
degli storici di Firenze, e nel 1755 ne dette fuo-
ri il prospetto. Lo stesso anno fece stampare in
Roma la Cronica delle cose d'Italia di Paolino
Pieri. La poesia tenne occupati gli ultimi anni
deir Adami, e stava lavorando in una tragedia
della congiura dei Pazzi , quando fu rapito da
immatura morte sul finire dell' anno 1761. Era
membro dell'accademia degli Apatisti, ed oltre a
vari opuscoli sulla agricoltura ed economia poli-
fica, si ha di lui „ I cantici biblici ed altri salmi
della sacra Scrittura con i treni di Geremia, espo-
sti in versi toscani da un accademico apatista
Firenze 1748 „}„ Dimostrazione della esistenza di
Dio provata con quella della contingenza della
materia, Livorno 1753 „*,„ Odi panegiriche a Cesa-
re, Firenze 1755 „$„lrna traduzione in versi sciolti
del saggio sull'uomo di Pope, Arezzo 17 56,,*, „ De
civitate ac portu Liburni, Carmen 172,3 „. Que-
sto libretto non rammentato dal Mazzucchelli
nella sua storia degli scrittori d^Ilalia autentica
la patria e l1 origine di un soggetto che si rese
celebre e che vestì la porpora senatoria. B. u.
Ep. vi, vii.
Adeodato pistoiese scultore fratello di Grua-
monte fiorì nel 1166 e si rese celebre per quei
tempi in alcuni lavori di scultura eh"' ei fece col
fratello in Pistoia. C-c. v.
Adimaui Forese cavaliere fiorentino. Questi
ancor giovanetto guidando l'esercito guelfo, uc-
cise Caco eroe dei ghibellini e li cacciò tosto dal-
la città , carico delle loro spoglie . Dopo poco
tempo peraltro richiamati questi dal popolo, per
A D I. 39
estinguere ogni face di discordia si unì in matri-
monio colla liglia di Guidone ghibellino. Dopo
di ciò essendo passali molti anni , in tempo ohe
egli era gonfaloniere, iu uno dei Ire condottieri
che incitarono il popolo a non volere accettare
il magnale. G~d. Ep. v.
A ui.il a ai Pagno . fiori uel 1267 e fu insigne
dottor di legge, come s'ha dagli scritti di M.Gui-
danlonio Adimari, canonico fiorentino, che scrisse
intorno al i55o. v.
Adimabi Ttghìaio Jldobrandtnì (degli) nel
12.20 fu considerato il più virtuoso magistrato di
Firenze in un'epoca in cui questa città abbondava
d'uomini grandi. Dante lo colloca nelT inferno
perchè un vizio vergognoso disonestava le nobi-
lissime sue qualità: ma il poeta soggiunge, che
non appena udito gli venne il nome di Teghiaiò
volle gettarsi ai suoi piedi, esclamando che fino
dall'infanzia imparata aveva a venerare la sua
memoria. B. u. v.
AoiMAai Alamanno, figlio di Filippo e della
Forteguerri, fu dottore, canonico del duomo e
pievano di s. Stefano a Modigliana. Fu uno dei
«iodici ambasciatori fiorentini che da altrettanti
principi furono mandati al papa Bonifazio VII a
congratularsi delia sua esaltazione al pontificato»
Iute: venne a due concili, di Pisa e di Costanza,
dove s'oppose agli eretici e confutolli. Nel i4<>"
fu fatto vescovo della patria, qual chiesa rinun-
ziò Idillio seguente per essere stato eletto arci-
vescovo di Taranto. Fu poi fatto cardinale da
4o A D I.
(iio. XXIII, e arcivescovo di Pisa. Fu mandato
legalo al re d'Aragona e a quel di Cartiglia, come
dice l'Odrini. Fu anche auditore di ruota, on-
de vi sono di lui „ Vecisìones, homae iG4o„. co-
me dice il Gantalmaio. Fu egli che promosse al
pontificato Martino V e morì nel 1422 in Roma .
B-s. Ep. v.
Adimari Taddeo, fu eremita di monte Sena-
rio, storico e poeta, morì nel i44°« Alessandro
Adimari ne fa menzione nella Clio, ove riporta
una memoria datagli da un padre della Santissi-
ma Annunziata, nella quale apparisce professore
di sacra teologia, storico, insigne poeta, che mol-
to ha lasciato scritto in testimonio del suo in-
gegno, le cui opere non per anche edite conser-
vatisi nella biblioteca dei servi di Maria di Firen-
ze. Tra i suoi lavori il più celebre é la storia del
suo ordine. B-s. v.
Adimari Alessandro letterato e poeta celebre,
cóme le opere sue dimostrano, nato nel 1570 det-
te alla luce dal 1637 al 1642. sei raccolte di 5o
sonetti Tuna sopra i nomi di sei tra le nove muse.
Dottissimo nel greco intraprese la traduzione di
Pindaro, i cui versi sonnacchi, ed Apostolo Zeno
ha detto con ragione: cerco Pindaro nell' Adima-
ri, ma non lo trovo. Vi aggiunse erudite annota-
zioni, ed altre utili spiegazioni per l'intelligenza
del testo: fra le altre degli argomenti che prece-
dono le odi, e delle sinopsi o tavole che presen-
tano alPocchio del lettore il disegno del poeta e
l'ordine che regna nel suo apparente disorJi-
ADI. 4r
ne. Alessandro Adimari non fu ricco di beni di
foituna, e visse anzi infelicemente* mori nel
1649. B. u. Ep. v, vi.
Adimari Lodovico celebre poeta che fiorì nei
tempi del ser. principe Francesco Maria di Toscana,
scrisse gran quantità di poesìe che troppo lungo
sarebbe il volerle qui tutte riportare. Di lui abbia-
mo anche varie composizioni in prosa molto slima-
te. Ecco pertanto il nome di alcuni de'suoi com-
ponimenti. „ Il carceriere di sé medesimo, drammi
per musica, Venezia 168 1 ^ „Le gare d'amore e
d'amicizia, commedia, Firenze i(>79 »* » L'amante
di sua figlia, ovvero le generosità romane in amore
sotto Fabio Massimo, dramma al granduca Cosimo
IH,,:, „ Sonetti amorosi, Firenze 1672 „*, „ Poesie
sacre e morali, Firenze 1696 partel eli,.*, „ Parafra-
si de'sette salmi penitenziali spiegata in verso liri-
co,Firenze come sopra,,*, „ Poesie dell'Ali imari sen-
za segno d'edizione „*, „ Prose sacre contenenti il
'Vilipendio della vita di s. Maria Maddalena de^Paz-
zi e relazione delle feste fatte in Firenze per la
sua canonizzazione con un discorso della passio-
ne del Redentore, Firenze 1706 „*,„ Satire, Firenze
1716 „*,„ Lezioni cavalleresche, Colonia Agrippina
M)j)8„;wLa corona imperiale, Firenze i683„*, „ Per
la felice vittoria ottenuta nell'Austria, applauden-
dosi al valore del serenissimo di Lorena, Firen-
ze i683 „. lì-s. vi.
A.DIMAM Angiol Maria teatino confessore
Iella duchessa di Modena, segretario di sua reli-
gione, compose anagrammi e ottave stampate
nella r< ] i/.ioue delle feste por la canonizzazione
Si, Tose. Tom. 12. 5
^a adi
di s. Andrea Corsini. Mori a Modena nel i656,
ed il suo ritratto è nel chiostro di quel conven-
to. B~s. Ep. v, vi.
Apimari Biagio napoletano di nascita, ma di
origine fiorentino. Sotto Carlo d'Angiò che nel-
l'acquisto del regno di Napoli fu dai guelfi fioren-
l ini aiutato, l'Adimari trovò grande accoglimento
e protezione, oud'è che gli Adimari come guelfi
ebbero iti quel regno onori grandissimi, trovando-
si fin dai 1187 Giovanni Adimari posseder feudi
nel regno, e nel 1260 sotto Manfredi possedè feudi
l'andoifo. In tempo di Carlo [ Matteo fu feuda-
tario circa '1 1370 ed altri Adimari andarono a
Napoli, come racconta Alessandro nella sua Clio,
ove ottennero cariche ed onori rilevantissimi, ed
ebbero, ancor questi, feudi e vassalli. Manno Adi-
mari fu castellano di Barletta, ed ebbe signorìa
in terra d"Otranto;fu ambasciatore aire Cartoli,
ed altresì presente alla coronazione di Bonifazio
Vili. Possedè la città di Cuma per metà, oggi di-
sabitala ma allora famosa. La repubblica fioren-
tina richiamò gli Adimari a rimpatriare, ma non
tutti vi acconsentirono, trovandosi altri Adimari
fiorentini nel regno. Biagio era dottor di legge,
avvocato celebre ne'supremi tribunali di Napoli.
Ha dato saggio della feracità del suo sublime in-
gegno con dare alle slampe le „ Osservazioni ai
consigli dello spettabile reggente Rovito al lib. 1,
e 11, Napoli 1672,,. Osservazioni al lib. 111 de'detti
consigli, Napoli 1672. Osservazioni alle decisioni
del detto reggente Rovito, Napoli 1666 „. De nul-
Htatibus sententiarum decretorum laudor. et
ADI. 43
arbitramentorum . Lione „. Supplemento al com-
pendio delle decisioni di Gio. Balta Toro,,. Com-
mentario sopra il n, e 111 tomo delle prammatiche
del regno,,. De numeri 's legatibus „ e con queste
unì uu'opera genealogica che comprende in com-
pendio tutte le famiglie dTtalia, con la descrizio-
ne delle città, ed altre opere degne del suo gran
talento. Era tiesolana la famiglia degli à-dimari,
come pure quelle de'Salviati, Corsini, Ughi, Im-
portuni, Cavalcanti, del Bene, Portinari, Bastarì,
Cipriani, Ubriachi, Macci, Rustichelli, Valori,
Cattani, Tedaldi, Ruffoli, Rondinelli, del Palagio,
Folchi, Baldovinetti, Guidotti, Sostegni, Corsi,
Cambi, Covoni, Ricoveri, e 5oo altre mentovate
dal Verino, famiglie tutte fiesolane. C-n. Ep. vi.
Adimari Luigi poeta storico fiorentino, na-
cque in Napoli nel i644ìefece > suoi studi alla
università di Pisa. Visitò in gioventù le varie
corti d'Italia, ove si fece onore pe'suoi talenti e
per le rare qualità del suo spirito. Ferdinando
Carlo di Mantova lo nominò marchese e suo gen-
tiluomo di camera: fu membro delle varie acca-
demie fiorentine. Successe al Redi nella cattedra
ili lingua toscana, e fu anche professore di scienza
cavalleresca in quella dei nobili. Fu impressa una
sua raccolta in prosa sopra argomenti di pietà:
„ Prose sacre. Firenze 1706 „. Tutte le altre sue
opere sono in versi. Cinque satire da lui composte
sono la più solida base della sua fama. Lo stile
iTè elegante, e quantunque i vizi siano in esse
severamente redarguiti, pur non sono né acri, ne
mordaci, tranne sul canto delle donne. Egli ha
44 Ann.
fiflo contro di esse uno satira che ha più di ;5oo
versi, ed è la quarta ove sferza le donne di teatro,
ma l'ultima è contro il sesso in generale che non
ha meno di 1000 versi. Il difetto dell'autore è un
eccesso di prolissità. Egli morì in Firenze nel giu-
gno del ijoS.B.u. Ep. vi.
Adriani Marcello Virgilio padre di Gio. Bat-
tista Adriani uomo in ogni genere di dottrina am-
maestrato, di tre linguaggi assai pratico, riero
ipdle invenzioni, nel dispor l'opere maraviglioso,
e nelle cose più ardue e difficili molto facile, le
cui insigni virtù conosciute, ed onorevolmente ri-
compensate furono, sicché meritarono che la re-
pubblica fiorentina dopo Lionardo. Poggio, Barto-
loraraeo Scala alla onorevole carica di segretario
il portasse. Fu fedelissimo investigatore dei sem-
plici, ed interpetre di Dioscoride, essendo da gio-
vinetto stato inclinato alla bottanica. ed avendovi
in quell'età tenera fatto studio particolare. Fu
da Pietro Castello annoverato tra i medici più
insigni e più dotti. Tradusse dal greco alcuni trat-
tati di materia medica e scrisse sopra il quarto
libro di Dioscoride „. Delle facoltà dei semplici „.
Scrisse „ Morborum atque fiumani corporis stf-
tiorum genus orane, quorum subinde meminit
Dioscorides dili genitissime, Coloniae 1 529. „ De
letalìbus venenis ec. Coloniae i5zg. „ De cane
rabido squali opere interpetròe vi fece dottissimi
commenti, ne"quali oltre l'erudizione messe an-
che insieme le versioni di tutti i commentatori,
e spiegò lo stesso Dioscoride, dove tratta univer-
salmente dei mali e di loj cura, con dottissime
ADR. 45
annotazioni accrescendolo, ed in quella parte
che ai semplici appartiene fa diligentissimo os-
servatore, avendola fin da giovinetto al deside-
ralo fine condotta, la qual opera fu stampata in
Colonia nel 1629. Scrisse anche varie erudite o-
razioni in diverse memorabili circostanze e per fu-
nerali. Scrisse altresì la „ Vita Silis Italici „ Vita
Horatii Flacci MS.^^kdx sua mano tradotta dal
greco „ Demostenis orati o cantra Aeschinem de
mala legislatione „ ed altre opere di minor conto.
Morì nel \5i\.C-n. Ep. v.
Adriani Gio. Battista per soprannome Mar-
cellino addomandato, tìglio dell'erudito Marcello
Virgilio Adriani, pratico delle toscane e latine
lettere, esperto poeta, nel compor versi prontis-
simo: diligente ed assiduo nelTammaestrare la
gioventù: nell'arte oratoria facondissimo, e nel-
lo scrivere storie non meno erudito che fedele
e veridico: annoverato traVelebri legisti dal Mo-
naliti. Consacrò molte sue degne fatiche alla im-
mortalità, fra le quali „ alcune orazioni „ assai lo-
devoli, e dai cultori delle lettere molto applaudite:
ed „ una lettera a Giorgio Vasari „ nella quale bre-
vemente si raccontano i nomi e le opere dei pio
eccellenti artefici in pittura, in bronzo 0 in mar-
mo, la quale sta in principio del secondo volume
della terza parte delle opere del Vasari. Firenze.
Jì-s. ▼, vi.
Adriani Marcello il giovane figlio di Gio. Bat-
tista successore al padre n^lla cattedra di umanità
nello studio fiorentino ancorché giovanetto, e
riuscì di profonda erudizione e d^incredihile let-
46 A G A.
teraf ura sì nella latina che nella greca favella, dal-
le quali trasportò nella toscana le opere morali e
miste di Plutarco. Tradusse „ l'orazione funerale di
Cosimo granduca di Toscana fatla in latino dal
padre, Firenze „. Leggonsi di lui ccOratio in fune-
re Petri Medicis „. Or atto in funere Caroli de
Spìnellis neapoletani „ ed altre orazioni funerali.
„ Lezioni sopra la poetica d'Orazio e parte di Ca-
tullo [VIS.,, Frammenti di più scritti intorno alla
guerra di Siena. MS. „ Opuscoli di Plutarco 1>IS. »
e questa è l'opera più famosa. C-n. Ep. vi.
Agazzari Fra Filippo nobile senese agosti-
niano, dagli scrittori onorato col titolo di santo,
fu grande nemico dell'ozio e curioso antiquario;
onde scrisse un „ Memoriale del convento di Lec-
ceto„ove inserì la vita del B. Niccolò Marescotti,
e molti altri libri, come attesta Andrea Gelsomi-
ni. U-r. v.
Agazzari Stefano. Ved. Stefano Beato.
Agazzari Agostino senese, monaco, vaghis-
simo e bizzarrissimo sonatore d'organo, ed assai
armonioso e risoluto nel compor musica. Nacque
di nobile casato verso il 1578, e morì nel 1640.
Fu il primo che introdusse in Roma il modo del
concerto che il P. Viadana avea con bella indu-
stria apparato: lasciò per testimonianza de- suoi
talenti quantità grande di MS. in questo genere,
e ventisei opere in tal professione stampate. Fu
maestro di cappella a Siena , nella qual carica
finì con dolore universale i suoi giorni. C-n. vi.
Aggiunti Niccolò professore di mattematiche
nello studio pisano nacque uella città di Borgo a s.
A G G. 47
Sepolcro circa il 1600. Studiò con indefessa fatica
la lingua greca, la filosofia, le leggi, gli elementi di
Euclide, la geometrìa e l'astronomìa, la musica
ed il disegno. Sostenne la sunnominata cattedra
con somma riputazione , e con gran concorso
di scolari e professori non solo, ma spesse volte
anche onorato dalla presenza del cardinale, dei
principi di Toscana, deMuchi di Lorena e di Guisa
e d^altri illustri personaggi. Era curiosoinvestiga-
tore de^iù nascosti segreti, e con le forze dell'in-
telletto e con la scorta de^sens^ora penetrava nelle
viscere della terra, ora s'innalzava all'altezza dei
cieli, ora spazziava per l'immensità del mare, e non
lasciando inconsiderato alcun efletto naturale cou
replicate esperienze e minutissime osservazioni
scopriva ingegnosamente molle cagioni incognite
alla comune scuola dei filosofi. Basti poi per te-
stimonianza di suo sapere Tessere stato somma-
mente lodato dal gran Galileo e tenuto in gran-
dissimo conto dal granduca Ferdinando e dagli
altri principi. Nell'età finalmente di circa 35 anni
morì l'Aggiunti compianto dai buoni, dai dotti
e da chi si era reso dotto nella sua dottrina me-
desima. T-g. Ep.s\.
A-gli Antonio canonico nobile fiorentino, dot-
to nella greca e latina lingua, facondissimo ora-
tore, fu maestro di Paolo li in tempo del suo car-
dinalato e dal medesimo pontefice fu creato ve-
scovo di Fiesole nel j466 e nel 1470 fu traslatato
alla sede di Volterra. Scrisse con purgato stile le
„ Vite dei santi „, e piamente morì nel i4?&-
U-g. v.
48 AGI*.
Agnelli Fra Guglielmo pisano discepolo di
Niccolo pisano, fu P;>rchiletto dell'attuai facciata
di s. Michele in borgo, e. lo scultore delle figure
che l'adornano, come pure dei quattro bissirilievi
che decorarono un giorno il pulpito di detta chie-
sa e eh' ora trovatisi in Duomo. Mori nel 1Z11.
G-s. Ep. v.
Agnello Giovanni del Pera della fazione dei
Raspanti, favoreggiata dalPAguto capitano al sol-
do dei pisani, si fece proditoriamente dichiarar do-
ge della repubblica pisana, e quindi signore as-
soluto. Si conservò nell'usurpato dominio perso-
li quattro anni, cioè dal i364 al i368. G-s. v.
Agnese Segni da Montepulciano santa, si fé
monaca nell'età di nove anni tra le suore del Sac-
co, dette così perchè portavano una pazienza di
panno da sacco. All'età di quindici anni fu chia
mata a fondare un monastero a Porsenna ovvero
Procena castello posto fra Orvieto ed Acquapen-
dente. Un altro ne fondò in seguito a Montepul-
ciano, e quivi mancò di vita Panno i3 1 7. Nel Mar-
tirologio è encomiala come chiara per i miracoli
e la sua vita è cavata dal libro dei santi e beati del-
l'ordine di s. Domenico, e compendiata dal Razzi,
Vite dei santi e beati toscani . Andrea pisano
che ne ha lasciata la vita così la intitola, La sacra
istoria di santa Agnese da Montepulciano, tra-
dotta in italiano da Fra Andrea pisano, Bologna
1 5 14* H Barbieri scrisse la vita di santa Agnese
Segni di Montepulciano dell'ordine de'predicalo-
ri. Roma 1667. v.
Agnolo del Tura senese fu curioso i ovest ga-
A G f. 49
foie dei fatti ed imprese succedute in Siena, ne
compose una „ Cronica dall'anno 1166 sino al
1084 », ne! quale collo scrivere finì la vita. Que-
st'opera dai senesi é molto apprezzata , non so-
lamente perchè scrive molte cose di veduta, ma
perchè il suo stile è così bello, puro, schietto e
veramente toscano. TJ~r. Ep. v.
Agnolo ed Agostino senesi fiorirono nel se-
colo XIV. Furono scultori che operarono con
Giovanni pisano al duomo di Orvieto negli or-
namenti di marmo. Come architetti fecero la por-
ta a Tuli di Siena, mettendovi dentro il borgo
che era fuori la porla a santa Agata l'anno 1021}
e nel 1 3^5 gettarono i fondamenti in Siena della
chiesa di s. Francesco alla presenza del cardinale
di Gaeta legato del papa: fecero in patria vari al-
tri edilizi e lavorarono nel loro duomo. Furono
amici di Giotto, il quale lodolli a Pier Saccone
signore di Arezzo per i migliori scultori di quei
tempi* per il che Saccone dette loro a far la se-
poltura del vescovo Guido suo fratello, che la
condussero a nobile vaghezza ed ultima perfezio-
ne. C-c. v.
Agostim Leonardo senese bravo intagliatore.
Di esso vedesi un'opera con gran quantità d'inta-
gli.che ha per tHoìo „Gemmae et sculpturae anti-
guae deplctae a Leonardo Augustine senense».
Vii pubblicata da Giacomo Gronovio e data alle
stampe da Abramo Bloeleliiigt in Amsterdam
l'anno i685, ed a ciascuna gemma fu fatta l'espo-
sizione a parie dal cavaliere Paolo MnfTei. Ne fu
fatta poi una edizione più amplia, ascenden lo il
SU Toh ■ Tom. 12. 6
ho A G U.
numero dei rami a 4 19 •> divisi in quattro parti.
(Questo celebre archeologo fioriva verso la mela
del secolo XVII, e sotto il pontificalo di Urbano
Vili viveva alla corte del cardinale Barberin .
Alessandro VII che molto lo stimava gli conferì
la carica d'inquisitore, o esaminatore delle anti-
chità in tutto il paese latino . Dette in luce an-
cora e ristampò „ La Sicilia di Filippo Parula, con
addizioni e medaglie, Roma 1649 »• B- u- Ep> VI-
Agnolo Baccio (cT) fiorentino nato intorno
all'anno 1460 si pose a fare l'intagliatore in legno
e l'intarsiatore} poi prese genio all'architettura
e andò a Roma per oggetto di misurare le fabbri-
che antiche. Rimpatriatosi ebbe molte commis-
sioni, e fu richiesto da molti del suo consiglio
per le fabbriche da farsi. Fu chiamato inclusive
a parte delle deliberazioni che si fecero sopra la
sala grande del palazzo Vecchio . ove intagliò col
disegno di Filippino l'ornamento di legname della
tavola grande abbozzata da Fra Bartolornmeo, e
insieme col Cronaca fece la scala che conduce
al detto salone chiamato in oggi dei 200. Iuven-
tò ancora molti ornamenti per il giardino allora
di Giovanni Bartoli in Gualfonda: proseguì frat-
tanto ad aver commissioni di fare altri palazzi.
Grandissima perizia mostrò Baccio nel campanile
di s. Spirito , che fu terminato da altri artefici
per ordine di Cosimo I, il quale campanile è uno
dei più belli e ben formati dell'Italia. Finalmen-
te dopo aver durate Baccio immense fatiche.e per
le private e per le pubbliche fabbriche,cessò di vi-
vere d'anni 85 in circa nel * 544? lasciando tre fi-
A G O. 5l
gli Giuliano, Filippo e Domenico, i quali attesero
all'arte dell'intaglio e dell'architettura. S. d'u. i.
Ep. v, vr.
A-gostino Sanese nacque dopo la metà del
secoloXIlle fu rinomato scultore ed architetto,
e molto superò i propri antenati. In età d'anni
quindici si pose ad apprendere la scultura da Gio-
vanni pisano, e col maestro operò nei lavori più
interessanti, e tra gli altri nella tavola di marmo
dell'aitar maggiore nel vescovado di Arezzo, dove
dette il primo saggio della molta sua abilità an-
che Angiolo fratello di agostino, ed ambedue
appresero da Giovanni pisano le regole dell'ar-
chitettura. Furon quindi ambedue i fratelli no-
minati architetti della città di Siena. Detter essi
principio alla torre di piazza che restò terminata
nel i344i ed allora fecero anche la sala del con-
siglio maggiore. Lavorarono pure nelle sculture
del sepolcro destinato a Guido signore e vescovo
di àrezzo, di cui Giotto avea fatto il disegno, con-
sistente in sedici storie che esprimono le imprese
del nominato vescovo. Questi due fratelli ridus-
sero nei loro alvei le acque del Pò, che avevano
furiosamente straripalo con perdita di diecimila
persone, e in patria fecero la fonte della piazza
principale, conducendovi le acque per canali di
piombo e di terra con artifizio non usato in quei
tempi. Furono questi due artefici commendabili
sì nella scultura che nell'architettura, ma più in
quella che in questa si segnalarono, poiché quan-
tunque nell' ordinare le fabbriche uguagliassero
gli altri artefici a loro contemporanei . non v'in-
52 ALA.
trodussero però alcuna pré gevole e nuova consf-
derazione, imitando in ogni sua parte la moderna
maniera gotica, mentre nelle opere di scarpello
mostrarono una particolare morbidezza, una dili-
genza somma nel pulire i lavori-, ed una finezza
estrema d'intaglio , cose mai a quel tempo pra-
ticate neppure dallo stesso Giovanni pisano, che
teneva il primo luogo fra gli scultori di quella
età. S. d^u. L Ep. v.
Alamanni Luigi nacque in Firenze net i4<)5
da nobilissimi genitori. Fece in patria i suoi stu-
di nella univprsità di Firenze,dimostrando vivace
e pronto ingegno : seppe erudirsi anche nella
conversazione degli amici. Esisteva ancora un
avanzo della celebre accademia che adunavasi
negli orti Oricellari. Ivi a letterario trattenimento
S' univa il nostro Luigi a Pier Martelli , a Fran-
cesco Vettori, a Zanobi Buondelmonti, a Niccolò
Macchiavelli e ad altri valenTuominl. e dal Tris-
sino gli venne ispirato Tamore delle lettere gre-
che. Governava allora Firenze il cardinale Giulio
dei Medici spurio nipote o cugino del regnante
pontefice Leone X. Trovato Luigi una notte col-
le armi indosso fu dal cardinale condannato a
notabil multa : dispiacque al giovine, e pensò alla
vendetta. Gli zelanti per la repubblica erano per
natura nemici delle soperchierìe del paventalo
stìpite. Luigi ordì coi repubblicani una congiura
che fu scoperta, ed a lui rimase appena tempo a
fuggire in Venezia. Ma nel i52S salita in cattedra
Clemente VII, Luigi non si tenne più sicuro in
Venezia, ma passò in Francia > ove da Giuliano
ALA. 53
Bonaccorsi fu cortesemente accollò in Provenza.
Di là tornò a Genova presso Andrea Doria , alla
benevolenza del quale aprirono un varco le let-
tere che professava l'Alamanni . Accadde in Fi-
renze che per la prigionìa di Clemente VII i
fiorentini tentarono di ricuperare la loro libertà
popolare, e fu allora che f Alamanni tornò a Fi-
renze , ma per consigliare i rivoltosi a cedere
spontaneamente la chimerica loro libertà, che
non poteasi reggere in conto alcuno 5 e per tal
cessione avrebbero ottenuto da Carlo V condi-
zioni e patti assai vantaggiosi. Ma il cieco fanati-
smo repubblicano fece riguardare con abborri-
menlo i prudenti sensi dell'Alamanni, e fu qua-
lificato d* animo servile e nemico della patria ,
dalla quale nuovamente si allontanò. Passato in
Francia ritrovò, mediante la poesìa, un gran me-
cenate in Francesco I, che n'era amantissimo, e
n'ottenne T ordine di s. Michele. Luigi allora
pubblicò le sue opere Panilo i532. L1 anno se-
guente fu da Caterina dei Medici regina di Fran-
cia e di lui concittadina chiamato in corte come
suo maggiordomo, e ad essa egli dedicò il suo
poema della coltivazione. Venuto poi in Toscana
poco vi si trattenne per tornar tosto in Francia
destinato dal re ambasciatore a Carlo V. Mancato
di vita il re Francesco, allora il nostro Alamanni
pose mano a terminare il„Giovine cortese, poe-
ma in ottava rima „, in cui descrive Pongine, le
leggi, le imprese dei cavalieri erranti della Gian
Brettagna celebrati sotto il notissimo appellativo
della Tavola Rulonda,ed al nuovo monarca lo dedi-
5{ ALA.
nò. Questo re lo spedì ambasciatore a Genova per
trarla dal suo partito, senza però ottenerne P in-
tento} ma non per questo fu men grato al sovrano.
Luigi trovavasi in una villa con quella corte R.
quando infermatosi nelP aprile del i556 tini di
vivere in età d'anni 60. Ebbe due mogli, ma non
per questo mancò d'amore anche per altre donne,
cbe egli adombra coi nomi pastorali di Flora e di
Cinzia. Quegli amori per altro mostravausi casti
e puri, quali richiedevano in persona nobile e
virtuosa verso dame di ragguardevole nobiltà e
virtù. Ei raccolse in due volumi i suoi compo-
nimenti poetici di minor mole, i quali furono
pubblicati in Lione P anno i53a con titolo di
„ Opere toscane ,,. Egli aspirò ancora alla corona
epica con due poemi} il primo fu „ Girone il cor-
tese „ ch'è una quasi completa traduzione d' un
poema francese collo stesso titolo. L'altro poema
è „ P Avarchide „, ove descrive Passedio di Bur-
ges capitale di quest'ultima provincia, che Cesare
chiamò Avaricum. Omero vi è imitato per modo
che fu detto il poema una toscana Iliade. Pel
poema della Coltivazione PAlamanni occupa uno
dei più eminenti seggi delP italiano Parnaso. Si
hanno alla stampa ancora alcune orazioni e let-
tere dal nostro autore distese in lingua volgare.
Il Varchi amicissimo delP Alamanni ci dice che
ei fu di piacevolissimo aspetto, d'animo cortese,
modesto, officioso ed anche nella pratica degli
affari d'ingegno pronto e sottile . Tante prege-
voli qualità non valsero a preservarlo dall'ester-
minio, taP è la fatalità di chi si avviene in tem^i
A L B. 55
di esaltamento di opposti parlili, e sciaguratamen-
te si dedica a quello che riman vinto e schiac-
cialo. C~n. Ep. v, vi.
Albergotti Giovanni aretino che da Grego-
rio XI fu creato vescovo, al quale Gregorio per
le doti dell'animo e per le sue rare virtù fu carissi-
mo, onde il fé suo consigliere, e lo spedì contro
Galeazzo Visconti allora nemico della chiesa, sot-
toponendo con sua prudenza alla medesima molle
città, fra le quali una si fu Vercelli, come asseri-
sce il Tommasini negli elogi degli uomini illustri.
Fu dal papa fatto legato in Toscana, ma tentan-
do far ribellare gli aretini da'fiorentini, questi pre-
sero le armi e bruciarono tutti i beni del vescovo
e de'suoi confederati, come dice Leonardo are-
tino. Fiori Giovanni nel 1370. C-n. v.
Albergotti Francesco giureconsulto , uno
degli uomini più sapienti del tempo suo, nacque
in Arezzo nel sec.XlV^studiò sotto Baldo e fece ra-
pidi progressi nelle scieuze,e principalmente nella
filosofia di quei tempi , e nella giurisprudenza.
Egli esercitò in principio la professione di avvo-
cato in Arezzo, e portossi a Firenze nel 1^49, ove
per la sua grande erudizione e suoi talenti e sua in-
t egri tè si acquistò il titolo di dottore della verità
solida. La repubblica di Firenze gli aflidò più
volle i di lei interessi in varie importanti negozia-
zioni, specialmente coi bolognesi nel i358, e sem-
pre ebbe luogo di lodarsene, ed in ricompensa
(fai mio! servizi fu fatto nobile. Egli mori a Fi-
1 ii/«- nel 1X76. Leoppreche di Itti c' son restate
SODO .. Commentari sopra il digesto,, su qualche li-
56 A L B.
bro del codice e delle consulte, di cui Bartolo fa
grandi elogi . Albergotti Luigi tìglio di questo
Francesco seguì la stessa carriera del padre, e
fu un erudito giureconsulto. Marcellino Albergotti
vescovo di Arezzo rese dei gran servigi ad In-
nocenzo IV contro T imperatore Ferdinando II.
Giovanni Albergotti egualmente vescovo di A-
rezzo fu utilmente impiegato dal papa Gregorio
XI negl'intrighi che questo pontefice ebbe con
Galeazzo Visconti duca di Milano. B. u. Ep. v.
Alberosi Giulio nato a Firenzuola npl 1664,
e morto nel 1752. Fu cardinal famoso politico,
primo ministro di Filippo V re di Spagna. T. e. v.
Alberti Benedetto d'una di quelle celebri fa-
miglie, la qualfecesi distinguere col suo zelo per
l'eguaglianza repubblicana. Rivale di Pietro de-
gli Albizi, e compagno di Silvestro de"' Medici,
Benedetto Alberti nel 1378 nel tempo che i due
partiti erano irritatissimi Tun verso l'altro, egli
invitò il popolo a prender le armi, ed in tal guisa
ebbe principio la terribile rivoluzione dei Ciom-
pi. La plebaglia sottraendosi all'autorità de'suoi
capi oltrepassò il limite che si era prefìsso, e
per riformare il governo Io rovesciò. Una orribile
anarchia con grandi rovine del paese, non che il
supplizio di parecchi dei più considerati, furono
le conseguenze dell'errore commesso da coloro
che scatenarono la plebaglia. Lo stesso Benedetto
Alberti contribuì alla morte di alcuni uomini di-
stinti del partito aristocratico. Nondimeno fu vi-
sto indi tosto mostrare tanta forza e coraggio
contro la tirannia del popolo, quanto opposto ne
A L B. 57
aveva a quella dei grandi. E^li rimuse fedele ai
suoi principi, perocché nel mentre che tutto il
suo partito, pervenuto al governamene, trovava
utile di porli in oblio, egli altamente si dichiarò
contro quelli che abusavano del favor popolare^
riè ebbe timore di abbandonare a tutto il rigore
delle leggi Tommaso Strozzi e Giorgio Scali, due
dei primi suoi compagni, che facevano un uso ti-
rannico delPusurpato potere. La rovina di quei
due capi seco trasse quella di tutto il loro parti-
to: nel i38a l'antica aristocrazìa trionfò della fa-
zione degli Alberti e dei Medici, e fra gli amici
di Benedetto Alberti vi fu egli stesso proscritto
nel 1387. Benedetto si portò a visitare il santo
sepolcro, e nel ritorno da quel pellegrinaggio
mori a Rodi. /?. «. Ep. v.
Alberti Caterina, della quale Vespasiano fio-
rentino nel suo libro delle lodi delle donne parla
con grandissimo onore, fu di mirabile vita e co-
stumi-, molto bella del corpo ed assai più dell'ani-
mo. S^era maritala in casa Corsini ove slette a
marito diciotto mesi, e rimasta vedova molto gio-
vine fece voto di castità, e per domar la sua car-
ne non portava camicia, né dormiva in Ietto, ma
giaceva su d'un saccone vestita. Conosceva le let-
tere italiane e latine, ed occupava non poco del
*uo tempo nel recitare il divino uffizio, e nel re-
sto attendeva alle cose necessarie alla cura della
sua casa. ì>on era veduta snella usciva di casa ad
udire la messa, poiché vi si portava la mattina dì
buonissim'ora ed avvolta nel suo mantello. Dava
infinite limosino in modo che persona da lei non
St. Tose. Tom, 12. 7
58 A L B.
partivasi sconsolata. Era modesta , temperante,
prudente e di soavissimo consiglio. Coll'autorità
delle sue virtù fu cagione di far rivocare i fratelli
dall'esilio. Perseverò in questo stato di vita esem-
plare tinche pervenuta all'età d'anni sessanta e
più cessò di vivere. B-s. Ep. v.
Alberti Leon Battista fiorentino nato nei
primi anni del secolo XV, morì nel i47a- In
lui si videro maravigliosamente congiunte non
solo diverse scienze, ma anche le abitudini stes-
se corporali. Oltre Tesser egli divenuto molto e-
aperto nella pittura, architettura e musica, in
materia anche di corse, lotte e baili, di far ripide
salite, di giuocare alla palla, di lanciar dardi, ed
altri esercizi ed armeggiamenti, faceva prodigi
di forza e di destrezza, né vi era chi lo pareggias-
se. Cresciuto negli anni dettesi allo studio del
diritto civile e canonico, coltivando nel tempo
stesso le belle lettere. Compose di venti anni una
commedia, che mollo avea dello stiie antico. Nel-
letà di 24 anni una mortai malattia gl'indebolì
le forze e la mente, ed ei si volse a quegli sludi
che gli sembravano richieder solo l'ingegno, co-
me la filosotia, la meccanica, la mattematica, l'ar-
chitettura. Era uomo amabile e sommamente pia-
cevole in società, e teneva corrispondenza coi
più culti personaggi dell'età sua, come lo atte-
stano il Polizziano ed il Landino. Lasciò varie
sue opere di pennello, di scalpello, di bulino e
di getto non poco pregiate,ed anche molte fabbri-
che si annoverano da lui disegnate, frale quali il
celebre tempio di s. Andrea di Mantova; il suo gè-
A L B. - &9
nio vivace e speculativo lo portava anche all'in-
venzione. È degno (Tesser letto nelle sue opere
il modo con cui sollevò dal fondo del mare, ben-
ché in più pezzi, una grossa nave, che di Traiano
dicevasi, ivi sommersa. La descrizione che ci dan-
no della invenzione da esso fatta d'uno strumento
per lucidare le prospettive naturali, e diminuir
le figure, ci fa concepire ch'egli possa essere sia-
to il primo autoredi una specie di camera ottica,
o almeno di qualche cosa di analogo ad essa, vi-
veva scritto un libro elisegli stesso chiama „ Qui
navis inscrihitur „, ove avea spiegati vari ritrova-
menti di misurare la profondità del ma re, di scior-
re e di ricomporre in un momento il tavolato
di una nave,ed altre molto giovevoli massime per
la guerra^ ma questo libro si è perduto, non altri-
menti che altre sue opere, tra le quali l'Egloghe,
e l'Elegìe, che vediamo assai lodate. Ci sono re-
stati nondimeno tanti suoi scritti, quanti bastano
a renderci certa testimonianza dell'abile talento
e della vasta erudizione di lui. Tali sono special-
mente i dieci libri d'architettura col titolo,, De re
aedifìcatoric,^ opera veramente dotta e celebre.
Né minor plauso ottennero „ i tre libri della pittu-
ra, tradotti da Lodovico Domenichi , Venezia
1 547,,. I dieci libri deirarchiteltura furono tradot-
ti in italiano, Venezia i54<3. » De statua» ove trat-
ta cioè di scultura tradotto poi in italiano. Meno
interessanti furono i di lui opuscoli morali poi
11 ni otti, Venezia i586. Ira questi v'ha un dialogo
intitolato „ Teogonio „ ch'era già stato stampato
prima separatamente in Venezia nel i545. Vi so-
6o . A L B.
no pure „ YHecantofila „ ossia Arte i ngegnosa di
amore.,e la ,. Deifira„ cioè la foga del mal principia-
to amore. Queste due operette furono scritte in
italiano dalPAIberti. e già erano state pubblicate
nel 1471 sotto i titoli Ialini, la prima „ De amore
liber optimus, e la seconda Opus preclarum in
amoris remedio ,r B. u. Ep. v.
Alberti Michele beato, Giuseppe bealo e
Caterina beata, tre personaggi dell'antichissima
prosapia degli Alberti celebri per la loro san-
tità di vita e bontà di costumi. Il bealo Michele
venne alla luce verso il fine del duodecimo se-
colo, e fu uno dei discepoli di s. Francesco d'As-
sisi. Fu confessore della beata Umiliana de'Cer-
cbi, la quale predisse la morte al suo confessore,
e mori secondo la predizione della sua penitente^
lo che avvenne Tanno ia^caric o di meriti e di
santità. Il beato Giuseppe Alberti che venne alla
luce dopo il beato Michele e si vesU ancor esso
frate di s. Francesco, non fu inferiore in santità
al suo glorioso antenato.e visse e morì santamen-
te nel convento di s. G allodi Firenze, essendosi
acquistato per le sue sante virtù ab immemorabi-
li il titolodibeato^Ultimamente poi avanti latine
del secolo XIV nacque la beata Caterina Alberti^
della quale soltanto sappiamo ch'ella si vestì re-
ligiosa nel monasfeerodi IVI outed omini di Firenze,
ove vivendo con somma esemplarità arrivò pre-
sto al sommo della perfezione religiosa, talché
trovandosi in Firenze nel 14^9= *1 sommo ponte-
fice Eugenio IV, e volendo egli ridurre a più
stretta osservanza il monastero di Monticelli t
A L B. 6t
odila la fama della di lei santa vita, la prescelse
per una delle riforma trici mandala a quel mona-
stero, dove in breve tempo introdusse ella in quei
luogo un tenor di vita proporzionato al serafico
istituto di s. Francesco, che quelle religiose ave-
vano già professato, e indi a non molto carica di
ineriti se ne volò al cielo; perciò meritamente
o! tenne il nome di beata. Ep. v.
Alberti Leandro di famiglia originaria fio-
rentina nato in Bologna nel i479»-, fu provinciale
de'Domenicani, tra i quali s'applicò a far fiorire le
scienze e la pietà.Puhblicò una „ Storia degli uomi-
ni illustri del suo ordine i5 17 „ una,, Descrizione
delPItalia,, alcune „ Vite particolari „e la,, Storia
di Bologna stampala cqì 5 libri d'aggiunte del Cao-
cianemioi in Bologna nel i58S. 8t>, 90, T Kiriandro
ha tradotta in latino la di lui descrizione delTIta-
lia. la quale è delle sue opere la più slimata, e lo
sarebbe anche maggiormente se non vi mescolas-
se una quantità di creduli racconti d'Annio da
Viterbo; nelle ultime edizioni di quest'opera tro-
vansi aggiunte le descrizioni delle isole con varie
note ed altre addizioni; tale è quella di Venezia
del 1 58 1. Dicesi chVgli morisse nel i55a. v, vi.
Alberti Cherubino nato nel Borgo S. Sepolcro
Tanno i55a. Dalosi in principio alla incisione in
rame dovette applicarsi al disegno, com'è dovere
degl'incisori, ed in esso riuscì molto abile. Voltosi
alla pittura in aiuto del suo fratello Giovanni a-
cquistò fama di abile artista; ed il pontefice Cle-
mente VII! volendo ricompensare i suoi meriti
pittori cigli conferì Cordine dello speron d'oro.
62 i. L B.
ed ascrisse la sua famiglia alla nobiltà. Studiò
Cherubino anche Parchitettura, ed in essa diven-
ne eccellente, servendo in qualità d'ingegnere
civile e militare Enrico III re di Francia: di poi
per non so qual vertigine abbandonate le belle
arti si dette a far balestroni. Che allora le arti
facessero una perdita ne fanno fede le pitture di
Cherubino nelle quali ritrovasi vaghezza, spi-
rito ed originalità, in specie nelle glorie degli an-
gioli, sveltezza nelle composizioni ed una manie-
ra disinvolta e spontanea, come appunto riscon-
transi nelle opere coesistono nella sua patria,
Nell'intaglio però valse più che nella pittura. Le
carte o da esso inventate o tratte dai migliori mae-
stri dimostrano ch'egli si formò dalle stampe del
Cort, del Villomena, e di Agostino Caiacci: nelle
sue più celebrate opere molto si accosta a questo
ultimo. Intagliò quasi tutte le opere del Polidoro
da Caravaggio, e dipinse in Roma varie facciate
di case e palazzi. Con gran maestria ed esquisito
lavoro rapportò in stampa alquante opere di !VIi-
chelangiolo Bonarroti. Intagliò da Antonio Tem-
pesta in numero di 56 rami la vita e miracoli di
s. Bernardo abate di Chiaravalle: da Raffaello
d'Urbino tutte le pitture delle logge. Morì in Ro-
ma nel i6i5. R. g. d. F. Ep. v, vi.
Alberti Durante, Cosimo e Giorgio di Bor-
go S. Sepolcro tutti e tre esercitarono l'arte della
pittura, ed i primi due anche intagliarono in ra*
me ed in legno} ma il terzo intagliò soltanto in
rame, e non molto, perchè morì giovane Tanno
1597. Durante visse 75 anni e morì nel 161 3.
G. g. Yt
A L B. 63
Alberto e lli Mar/otto fiorentino nacque fan-
no i47^ ed esercitò l'arte del battiloro fino alla
età di venti anni; poi cambiata idea attese alla
pittura alla scuola di Cosimo Rosselli. In tale
occasione fece amicizia con fra Bartolommeo della
Porta, e s'impossessò mirabilmente della di lui
maniera,ma pur vedendoseli inferiore nel disegno,
si dette allo studio delle statue antiche, nel che fu
protetto da Alfonsina madre di Lorenzo deWIedici,
e dettesi allo studio alternativo del disegno, del
colorito, e fece opere mirabili, finché giunse ad
imitare perfettamente l'amico Baccio della Portale
terminò varie opere che questo Baccio avea la-
sciate imperfette nel ritirarsi al chiostro. Disgu-
statosi di poi anche Mariotto della pittura dettesi
3I mestiere dell'oste da lui esercitato per molti
mesi, ma vergognatosi di sì abietto mestiere tor-
nò a dipingere, e lavorò per molti cittadini diver-
si quadri, non solo per Firenze, ma fuori ancora.
Mentre dipingeva una tavola pel convento della
Quercia presso Viterbo, gli venne in animodi an-
dare a veder Roma, e là pure fu incaricato di al-
cune pitture, terminate le quali tornò alla Quer-
cia, dov'era solito trattenersi in conversazione
delle femmine, dalla lusinga delle quali fuor di
misura allettato, restò privo di salute, e sperando
nell'aria nativa tornò in Firenze, ma da lì a non
molto passò all'altra vita intorno agli anni ìòao
•n eia d'anni /{5 . Ebbe discepoli Giuliano Bu-
gliardini,il Franciabigio, ed il Visino tra i pittori
fiorentini. Fu Mariotto gran disegnatore e imita-
tore di Laccio della Porta. Le sue pitture Lauto a
64 A L B.
olio che a fresco sono condotte con somma dili-
genza e maestria, e non vi manca rilievo, forra,
dolcezza e vivacità* S.cTu. i. Ep. v.
Albebtihi Francesco fu prete, doli or di leggi
canoniche, insigne poeta, erudito nelle sacre lette-
re, teologo, antiquario e celebre letterato. Scrisse
„ De mirabilibus novae et veteris Urbis Romae,
seu descrlptio de Roma veteri et nova. Roma
1 5 1 5 e Basilea i5ao „. Scrisse poi in un sol volu-
me una quantità d'eruditi opuscoli d'ogni genere,
un „ Memoriale di molte statue e pitture che sono
nella città di Firenze per mano di scultori e pit-
tori moderni Firenze i5io„. „ Le magnificenze e
bellezze di Firenze che van colle verità di Roma „
„ De laudibus jlorentinae civitat. De mirabilibus
novae et veteris Urbis Romae, Lione i520 „ che
si crede la ristampa della detta disopra. Fiorì nel
1 5oo. C-n. v.
Albizzi Bartolommeo da Vico chiamato al-
tresì Bartolommeo di Pisa, nato nel XIV secolo a
Rivano in Toscana, fu dell'ordine dei francescani
o frali minori, e si rese celebre pel suo libro
della „ Conformità di s. Francesco con Gesù Cri-
sto „. cui presentò al capitolo generale del suo or-
dine Panno 1699: morìa Pisa nel dicembre 1401.
L'erudito Tiraboschi nella sua storia della lette-
ratura italiana parla di questo libro colla sua or-
dinaria sagacità.M 1 tratti di semplicità, ditegli,
de'quali il troppo credulo autore Io ha compito
han dato ai protestanti occasione apportuna a
menarne gran romore contro la chiesa cattolica,
come s'ella approvasse tutto quello che viene
A t B. 65
scritto da ciascuno àVsuoi. Marchand nel suodi-
zionario storico ha creduto bene impiegare sedici
grandi colonne nel porre sotto aViostri occhi tutte
le edizioni che si son fatte, tutti i libri che venne-
ro pubblicati contro quell'opera, tutti quelli nei
quali venn'ella o ristretta o estesa. tinalmente tut-
te le ingiurie de^protestanti vomitate in occasione
di essa contro i due ordini de'frati minori, e dei
frati predicanti. Si attribuiscono altresì a Barto-
lommeoÀlbizzi le seguenti opere latine.,, I sei libri
della vita e delle lodi della Vergine e le conformi-
tà della Vergine con Gesù Cristo, Venezia 1596 „;
„ Sermoni per la quaresima sul dispregio del mon-
do, Milano 1498 e Brescia i5o3 „ ed altre cose ma-
noscritte. B. u. Ep. v,
Axbizzi Anton Francesco figlio di Luca fu di
quelli che non volevano in Firenze le palle, più
come nemici della casa Medici, che come amici
della repubblica e della libertà di Firenze . Era
nobile ed assai animoso, ma superbo ed incostan-
te. S'ingegnò molto per far riaprire il consiglio
grande e per levare il gonfaloniere Antonio No-
ri di palazzo: fu mandato commissario a Pisa, e
oratore a Utrecht. Sottoscrisse una lega col duca
di Ferrara, e fu ascritto neMiecidi libertà e pace
nel quartiere di santa Maria Novella nel 1624.
Voleva egli parlare in ringhiera, ma la signorìa,
prendendo sospetto di lui perctTegli non suscitasse
il popolo a spianare le casede'Medici, non glie lo
permise. Insinuava staccarsi dal re Cristianissi-
mo e attaccarsi a Cesare, il quale se non amava
Firenze, aveva mio di non averla nemica. Fu
Si. Tose. Tom. 12. 8
66 A L B.
fatto commissario generale della milizia di Fi-
renze: disposizione che da molti si giudica essere
stata T ultima rovina della libertà di Firenze .
Andò a Lucca per timore di non esser mano-
messo dai giovani fiorentini, ma per uscirsene di
Firenze pagò mille fiorini. Nel i53o fu confinato
per tre anni a Napoli, e dipoi a Spoleto. Egli bia-
simava le pratiche fatte da'fuorusciti col cardinale
de'Medici, uomo, com'ei diceva, imperiale, espo-
nendo manifestamente che quello era un dimostra-
re di non voler la libertà di Firenze, ma di voler
mutar signore: neppure si volle impacciar troppo
delle cose deTuorusciti. Ricusò infino di parlar per
essi a Cesare per acquistar credito appo di lui,
mostrandosi amatore del ben comune della sua
patria, senza passione o pel duca o pei fuorusciti.
Nel i536 venne in Firenze co'tre cardinalitìoren-
tini Salviati, Ridolfi e Gaddi con altri fuorusciti,
dopo che era stato eletto Cosimo I capo della re-
pubblica. Il Varchi parziale del duca non mette
la decapitazione delTAIbizzi con altri 20 cittadini
dopo la rotta di llontemurlo, perocché fu stimata
troppa crudeltà. B-s. Ep. v, vi.
Albizzi Tommaso o Maso capo della repub-
blica fiorentina dal i38aal 1417. Durante il trion-
fo degli Alberti e quello dei Ciompi, egli era sta-
to colpito da molte calamità: un copioso numero
di amici era perito colPultimo supplizio , le sue
case erano state bruciate, ed egli stesso proscrit-
to^ ma parve che la fortuna volesse prendere di
lui una cura speciale per 35 anni, compensando-
lo col dissipare i di lui nemici, né sorgendone altri.
A L B. 67
Ini tal guisa non vi fu epoca nella storia fiorenti-
na, in cui sia stato il governo animato in modo
il più costante da un solo spirito, nèaltr'epoca si-
milmente notata viene da più gloriosi successi.
Le città di Pisa, d1 Arezzo e di Cortona furono
sottomesse: due potenti nemici, Giovan Galeazzo
Visconti duca di Milano e Ladislao re di Napoli
cederono alla fortuna de'fiorentini^il commercio,
la ricchezza, le arti, le scienze e la eleganza dei
modi inalzarono Firenze sopra tutte le altre città
d' Italia . Tommaso Albizzi , P anima di tutti i
consigli, le di cui dovizie eransi aumentate colla
pubblica fortuna sino alla fine della sua vita ,
fu circondato e secondato da amici degni di lui,
senza contrastargli mai quella preminenza che
egli doveva alla superiorità del suo spirito ed al
vigore del suo carattere. In mezzo a tanta prospe-
rità la morte lo rapì, contando settantanni di
età. Niccolò da Uzzano amico e suo contempora-
neo ereditò il credito ch'egli aveva esercitato si-
no al tempo in cui Rinaldo Albizzi figlio di Tom-
maso potette prendere la direzione dei pubblici
a (Tari. B. u. Ep. v.
Albizzi Pietro cittadino fiorentino dell'ordi-
ne popolare fu capo di questa famiglia, ed ebbe
parte principale nell'amministrazione del gover-
no dal 1373 fino 1378: divideva egli il suo potere
con Lapo da Castiglionchio e Carlo Strozzile que-
sto triumvirato dirigeva gli affari in un'epoca la
piu gloriosa per la repubblica, cioè quella della
guerra contro Gregorio XI chiamata guerra della
liberta . Il partilo opposto a quello del trium-
68 ALB.
virato mal soffriva di essere più oltre escluso da
esso. I tre del governo pensarono d'altronde di
scacciare dalla patria i loro avversari , come li
flveano esclusi dal governo. La congiura che poi
si disse dei Ciompi scoppiò, ed il partito demo-
cratico e ghibellino riportò compiuta vittoria. La-
po da Castiglionnhio fu costretto alla fuga: Pietro
Albizzi rimasto a Firenze fu riserbato a più rigo-
roso destino. Un anno dopo la rivoluzione egli
venne arrestato, e fu accusalo d'aver cospirato
contro il partito democratico con gran numero
d'antichi magistrati. Fu esaminato dai giudici
senza che questi rinvenissero motivo alcuno per
crederlo reo*, ma il popolo adunato presso al tribu-
nale chiedeva ad alte grida la morte di coloro
ch'egli considerava suoi nemici, fra i quali pone-
va TÀlbizzi, ed egli, scorgendo il furore del popo-
lo, comprese che non v^era più salute da sperare
per sé; che il suo supplizio diverrebbe più terribi-
le se cadesse tra le mani di quei forsennati, e che
la sua morte trarrebbe seco la rovina di tutta la
sua famiglia; quindi indusse i compagni suoi di
infortunio ad accusarsi con lui di quelle cospirazio-
ni nelle quali ei realmente non aveva avuta parte.
Chiamò Canto dei Gabrielli onde fargli tale ina-
spettata confessione, e si avviò con grandezza di
animo al supplizio. 2?. u. Ep. v.
Albizzi Rinaldo figlio diBartolornnieo fioren-
tino. Costui riguardava V amministrazione dello
stato di Firenze come appartenente alla sua fa-
miglia per dritto ereditario. Egli si associò nel
142.0 con Cosimo e Lorenzo tìgli di Giovanni dei
A h B. 69
Medici «il conquisto dello stato di Lucca, ma il
colpo andò in (allo.sicchèi fiorentini furon costret-
ti nel i433 ad accordar la pace ai lucchesi, senza
aver tratto alcun fru'to dai loro immensi sacrifi-
zi. Nel corso della stessa guerra la rivalità tra Ri-
naldo Albizzi e Cosimo de'Medici degenerato ave-
va in odio implacabile, e Niccolò da lizzano, eh*?
vedeva il poi ere conteso tra Cosimo de'Medici e
Rinaldo degli Albizzi, temeva il trionfo delPuno e
dell'altro, quindi mantenne la pace sino alla sua
morte accaduta nel i433. Dopo un tale avveni-
mento veggendosi Rinaldo senza rivali nel suo
proprio parlilo fece arrestar Cosimo de'Medici e
lo mandò in esilio. I due partiti sul punto di bat-
tersi, nel i434-, accettarono la mediazione del papa
Eugenio IV, il quale si trovava allora in Firenze.
Cosimo de'Medici venne richiamato in patria, ed
indi a poco Rinaldo degli Albizzi esiliato con hit-
ti i suoi partigiani. Fu veduto dappoi implorare
la prolezione del Visconti duca di Milano, e trarre
la vita alla corte e nei campi dei nemici della sua
patria, senza poter venire a capo d'essere richia-
mato in Firenze. B. u. Ep. v.
Albizzi Antonio letterato di vaglia, ma che
malamente «lei propri talenti seppesi servire .
Scrisse un'opera intitolata. „ Pricipum christia-
norurn stemmata ab Antonio Mbitio nobili
fiorentino collecta rum brcvi1)us eiusdem no-
tationibus „ a ciò sono aggiunti 44 alberi dei
principi, Argentorati 1627. Fu uno dei fonda-
lori dell1 Accademia degli Alterati, nella quale
si chiamò il P ario^ e fu ancora il quarantasei-
St. Tose. Tom. 12. V
JO A L B.
tesimo consolo dell' Accademia Fiorentina fin
dall'anno i574, come si trae dalle di lui notizie
nei Fasti consolari di detta Accademia del cano-
nico Salvino Salvini a pag. 219. Nella libreria del
principe di Forano in Roma v" è manoscritto un
discorso d'Antonio degli Albi/zi detto il Vario in
difesa di Dante delle accuse del Castravilla, nel
quale si mostra l'imperfezione della commedia
di Dante contro al dialogo delle lingue del Var-
ehi,ed è stampato dopo le annotazioni ovver chio-
se marginali di Bellisario Bulgarini sopra lo pri-
ma parte della difesa fatta da messer Iacopo Maz-
zoni per la commedia di Dante. Fa menzione di
quest'opera anche Giorgio Bartoli in una lettera
scritta a Lorenzo Giacomini ad Ancona nel 1 5^3.
B-s. Ep. vi.
Albizzi Tigliamochi Barbera il cui nome può
meritare di farsi strada nella posterità per un
poema intitolato „ Ascanio errante „. Poema del-
la Barbera Tigliamochi degli Albizzi gentildonna
fiorentina. Il Poema è di oltre trenta canti. Fi-
renze 1640. B-s. vi.
Aldighieri Aldighìero tìglio di Cacciaguida
Elisei che da'Frangipanì. famiglia nobile romana,
discendeva. Questo Cacciaguida per aver presa
per moglie una ferrarese delia famiglia degli Al-
dighieri, al primo tìglio che fece pose nome Al-
dighiero. Costui per la sua eccellente virtù venne
in tanta venerazione nella repubblica fiorentina,
che siccome Eliseo, uno delsuoi primi ascendenti
mutò il cognome de'Frangipani in quello d'EIisei,
così questi mutò quel degli Elisei in Aldighieri che
A L D. J\
poi'Aldighieri si Tennero a dire. Tutto ciò è sen-
timento del Landino nella vita di Dante. Questo
Aldighieri non solamente per le proprie virtù,
delle quali memoria alcuna non si trova al pre-
sente, ma ancora per esser egli stalo padre del
mentovato mentissimo Dante.merita d^a ver luogo
in questa storia. Il profondissimo ed inesplicabile
sapere del figliuolo fa ragione dover essere stato
il genitore non tanto amico quanto possessore di
gran sapere B-s. Ep. v.
Aldo Taddeo (d?) nato in Firenze ed ivi pur
morto nel 1295 fu soprannominato l'Ippocratista
il più gran medico del suo tempo, ed autore di
molti scritti per servir di commento ad Tppocrate
ed a Galeno, e di un libro sopra Parte di conser-
vare la sanità. T. e. v.
A ldobrindesca Beata senese del terzo ordine
degli Umiliati nacque nel 1245 dalla nobile fami-
glia de'Ponzi; ebbe marito nella prima gioventù,
ma restata vedova si votò a Dio, e visse da romita
in una sua villa da dove in età avanzata usci per
tornare a Siena, ed ivi esser utile agli spedali, nel
quale esercizio mori nel i3io. Ii-z. v.
Aldobbaudeschi Aldobrandino senese, conte
di santa Fiora, fu generale delle armi senesi nella
famosa rotta di Moni' Aperto, seguita Tanno 1260,
nella quale furono sconfitti i fiorentini con tutta
la fazione guelfa di Toscana, Romagna e Lom-
bardia . nella quale battaglia segnalaronsi gran-
demente Niccolò da Bigazzo e molti altri capita-
ni senesi U-r. v.
Aldobh wdim Giovanni fiorenti no fu nel i554
JQ, A t t>.
avvocato concistoriale; due anni dopo auditore
della santa romana rota. Da Pio V fu nel i56u
eletto vescovo d' Imola, e tanto amò il suo gregge
che gP imolesi comunemente dicevano, non aver
ricevuto un vescovo dal pontefice, ma un angelo
da Dio; una qual lode giunta alle orecchie di Pio
10 elesse tosto cardinale di santa Susanna, quin-
di di s. Simone. Fu eletto dal pontefice a formare
in suo nome una lega contro il turco tra Filippa
11 re di Spagna, e la repubblica di Venezia, ed in
quest'affare si diportò con prudenza ed avvedu-
tezza grande. Morì in Roma nel settembre i5j$
nel pontificato di Gregorio XIII, e nella carina
di sommo penitenziere. Molti sono gli scrittori
che hanno parlato con lode delPAldobrandini. co-
me il Cardinal Baronio, Pietro Aldobrandini. lo
Ondedeo, il Farinaccio ed altri. B-s. Ep. vt.
Aldobrandisi SZ/vcrtro padre del papaClemen-
te VIII e di Giovanni e Tommaso Aldobrandini
che tradusse Diogene Laerzio, fu uomo di gran sa-
viezza, grave negli affari della repubblica , gran
dottor di leggi e nelle buone lettere assai esper-
to, fancondo e pronto oratore, non solo dalla re-
pubblica, nei consigli e gravi affari, ma dai som-
mi pontefici con molta sua lode e gloria loro
adoprato, per le cui ragguardevoli qualità meritò
d1 essere al governo di Bologna esaltato . Fu
anche governatore della città di Fano, ove gli
nacque Ippolito che divenne poi papa Clemente
VIII, segretario della repubblica fiorentina e del
onlefice Paolo III. Egli si trovò inviluppato n^lle
discordie civili che insorsero a Firenze, ed et-
A L D. 73
sendo stalo del partito opposto ai Medici , al-
lorché quella famiglia restò sovrana delia re*
pubblica, r Aldobrandini fu astretto ad andane
in esilio dalla sua patria . Spogliata di tutti 1
suoi beni condusse una vita errante, ed ebbe vari
impieghi. Egli mori in Roma nel i558 in età di 5&
anni. Compose molte opere, fra le quali »Com-
mentarium lucuhntum in primum institutio-
num Justiniani, Venezia i548 e Lione i568 e
i58i ,,5 „ De optima filiorum institutione tra-
etelius consiliorum volumen, Roma 1695 „j
n JVotae in institutioncs Just intani , Venezia,
i568 „, lettera scritta al cardinal Caraffa Tanno
i5ò6 Ms. nella Magliabechiana „ Annotationes in
institut. iuris Ctìril. Justiniani, Venezia 1648 „}
„ Lexicon Juris ad primum lib. institution. „
„ Lettera a Paolo Manuzio,, sta nelle lettere di di-
versi raccolte da Antonio Manuzio, Venezia 1 5 5 (>
e da Paolo i56^. C-n. Ep. v, vi.
Aldobr\ndim Tommaso Gglio di Silvestro e
fratello del papa Clemente Vili. S*1 ignorano le
circostanze di sua vita} soltanto congetturar si può
dietro le lettere de'auoi contemporanei, com'egli
fu molto agitato sotto il pontificalo di Pio IV} sotto
di Pio V fu più tranquillo ed ebbe allora l'impie-
go di segretario de'brevi. Mori giovane prima di
aver potuto dare l'ultima mano alla sua traduzione
latina della vita degli antichi filosofi di Diogene
Laerzio con erudite annotazioni. Quell'opera ven-
ne pubblicata a Roma nel i5«){ in lingua greca
e latina dal cardinal Pietro Aldobrandini nipote
delP autore . Si trovano nelle lettere di Pietro
Si. Tose. Tom. 12. 10
74 A L D.
Vettori tracce di un'altra opera di Tommaso Al-
dobrandino cioè una parafrasi Ialina dell'ultimo
libro d'Aristotile,, De phisicoaudltu „ Tommaso
aveva inviato a Pier Vettori quel lavoro chieden-
gli consiglio, e Vettori gli rispose in data del feb-
braio i568, dandogli grau lode, Si noverano pa-
recchi cardinali dello stesso nome e della stessa
famiglia. Ep. vi.
Aldobrandini Batista nobile e vaga dama se-
nese, in varie scienze peritissima, specialmente
nelle umane lettere che scrisse dottamente in
verso ed in prosa: compose fra le altre sue pro-
duzioni una „ Orazione elegantissima „, che recitò
ella medesima. pubblicala in lode dell'imperatrice
moglie di Federigo imperatore, ed alla presenza
sua, alla quale piacque talmente, che per onorarla
in premio di sì bell'opera, spontaneamente si
offerse di farle qualunque grazia ella sapesse ad-
dimandare: altre sue composizioni vanno attorno
per le mani di molti. C. n. v.
At.dobrandini Aldobrandino senese, di quel-
la famiglia però che a distinzione d'un altra Al-
dobrandini del Nero è detta, è chiamato volgar-
mente maestro Aldobrandino medico. Fu uomo
nella professione molto accreditato e non meno
in essa esperto che della toscana favella perito .
Scrisse in nostra lingua alcune regole di medici-
na, ed una pratica simile, che Ms. conservasi nel-
la Laurenziana. Trovasi anche di suo un'altra
opera intitolata „ Della sanità del corpo umano „,
ancor questa i>Is. nella libreria Strozzi; ed ope-
re tutte citate con lode dalla Crusca. C-n. vi.
A L D. ?5
Aldobrandino Teghiaio. Fed. Adimari Ter-
ghi aio.
Aldobbandiso e per sincope Dino fiorentino
visse tra'l XIII e XIV secolo, e morì a Firenze
nel i3a7. Egli avea studiata medicina in Bologna
e vi professò in seguito, finché l'invidia degli altri
professori, de'quali deserte lasciavansi le scuole
per la sua, l'obbligò a sortirne, e andò ad insegna-
re a Siena, da dove non volle più dipartirsi. Com-
pose parecchie opere , particolarmente per ispie-
gare Avicena, Galeno ed in specie il trattato d'Ip-
pocrate della natura del feto. Giovanni Villani,
il quale narra la sua morte nel x libro «Iella sua
storia, fa grandVlogio della di lui dottrina e mo-
ralità. Coltivava altresì le lettere, ed abbiamo di
lui un „ commentario della celebre canzone di
Guido Cavalcanti sull'amore „. Il dotto abate La-
mi parla di Aldobrandino nelle sue novelle let-
terarie del 1748. B. u. Ep. y.
Aleso oHileso antichissimo re etrusco figlio
di Nettuno fu re di Veii, ed in suo onore appari-
sce essere stati ritrovati i sacerdoti salii, dal che
«intende in quale antica età questo re comandas-
se, poiché quei sacerdoti eran soliti celebrar sa-
crifizi prima della rovina di Troia e delParrivo
di Enea in Italia. D-p. 11.
Aleso o Haleso diverso dall'altro sopra indi-
calo, tiglio di Agamennone, o secondo altri suo
compagno di viaggio, e della celebre Briseide, pre-
so da orrore per Passassimo del padre, commesso
por opera di Cliteinnestra, fuggì, e dopo molte
vicende approdò in Italia, ove alcuni vogliono che
jG ADI.
tì fondasse Falena ed Aleso; lo che non è ben
provalo, ma bensì che egli dalla Grecia introdu-
cesse in Etraria i sacrifizi alla Dea Giunone. In
fine restò ucciso da Pallante nella guerra con-
ilo di Enea. D -p. Ep. il
Alessandro III senese nominavasi al secolo
Orlando Rainucci. Fu papa dal 7 del mese di set-
tembre del n 59 al 3o agosto del 11 81. Sursero
a suo tempo quattro antipapi e tutti da lui sco-
municati. Per toglier lo scisma scomunico anche
Federigo; assolvette i sudditi dal giuramento di
fedeltà, e convocò il concilio III di Laterano.
L'imperatore Federigo si riconciliò con Alessan-
dro papa, essendo a Venezia Panno 1177, e ne
giubilò tutta la chiesa santa. Fu autore della ce-
remonia dei veneziani di sposare il mare nel gior-
no deirAscenzione,poichèin memoria d'una bat-
taglia navale vinta da'veneziani contro Federigo,
papa Alessandro dette il suo anello al doge t
dicendogli di gettarlo nel mare ch'egli a lui dava
in i sposo. È notabile una decretale di questo pa-
pa in cui decise che il battesimo conferito colla
sola invocazione delle tre Divine Persone, senza
proferir le parole: ego te baptizo era nullo; e cosi
dette fine alla celebre controversia cbe in questo
secolo era insorta fra Stefano vescovo di Tour-
nai, il quale stava per la validità di quel battesi-
mo, e Maurizio vescovo di Parigi che la negava.
B. u. v.
Aless4ndroVII nato a Siena nel febbraio del
1699 e chiamato Fabo Chigi, fu pontefice dal-
l' aprile dei i655 al maggio del 1667. Concor-
ALE. 77
revano in lui doli di pietà, di letteratura e
di saviezza: gran plauso riportò da tutti questa
eiezione di Fabio al pontificato. Aveva egli anche
assai conosciuti e molto detestati i disordini del
nepotismo, e però per quasi tutto il primo anno
del suo governo stette fermo in non volere in
Roma il fratello Mario e i nipoti, con istupore di
tutta Roma. Egli confermò la condanna di cinque
proposizioni inserite nelle opere di Giansenio.
Emanò una bolla nel 166 i in cui.si dichiarava a fa-
vore dell'immacolata Concezione di Maria Vergi-
ne; ma vieta di darsi la taccia d'eretico a chi so-
stiene il contrario, ovvero di dire che si pecchi
mortalmente. Condannò^ proposizioni tendenti
a rilasciare la morale cristiana. Aggiunse alla
biblioteca vaticana quella dei duchi d'Urbino,
in cui vi era gran copia di manoscritti, com-
pensando largamente quer cittadini . Canonizzò
s. Tommaso da Villanuova. e dette il titolo di
beato a «. Francesco di Sales . Questa fu la
prima solenne beatificazione fatta nel Vatica-
no. Alessandro ebbe nemici che lo accusarono
di poca sincerità, ciò che apparteneva forse me-
no al vizio del cuore che alla versatilità della sua
condoti a. Si fece porre sotto il Ietto una bara
onde abituarsi colle immagini della morte. I ni-
poti, che nel principio del suo pontificato aveva
allontanali da sé, ottennero in ultimo favori gran-
di «la lui. Il cardinale di Retz nel suo secondo
viaggio a Roma pretende di aver trovato gran
mutamento di cose. U. u. ti.
Ali^svmhio .V. nativo e vescovo di Fiesole al
io*
?8 A L E.
tempo di Autari re dei longobardi, da cui Fiesole
dipendeva, essendo passato a questa corte per re-
clamare gli usurpali beni della vescovile sua men-
sa Panno 58o,ed ottenuta la grazia, fu poi dagli u-
surpatori annegato per via nel passaggio del fiume
Beno a Bologna. Così narra monsignor France-
sco Cattani da Diacceto, ed abbreviato dal Razzi
nelle vite decanti e beati toscani, e rammentasi
anche nel martirologio come vescovo di Fiesole
e martire. Ep. iv.
Alessi Attilio aretino storico di molta au-
torità, il quale ci lasciò una „ Storia delle antichi-
tà d'Arezzo „ da esso scritta circa il i55a, e che
conservasi tutt"1 ora inedita nella Riccardiana .
Questo scrittore è lodato dal Lami nelle novelle
letterarie fiorentine all'anno 1 744 c°l- 77% con
queste parole „ per non dir nulla di tanti e tanti
altri, e di Attilio Alessi aretino in specie che fino
dal secolo XVI formò un alfabeto etrusco , e
riportò qualche etnisca iscrizione; ed io ho ciò ve-
duto nella sua storia. MS. d'Arezzo, B-s. vi.
Alessi Giambatista^ scultore e intagliatore
lavorò per S. Maria maggiore un Crocifisso al na-
turale. Altri d^avorio ne fece per il granduca di
Toscana, i quali da esso furono mandati in rega-
lo alla corte di Polonia. P-r. vi.
Alfieri Lodovico cortonese fu celebre e de-
gno nipote del famoso Andrea Alfieri. Scrisse le
s€,guentiopere„Quaestiones et responso, Andreae
Alfieri I. C. ndnotationibus illustrata, additi s
nonnullis ejusdem Ludovici Conciliis et alliga-
tionibus cum repertorio totius operis locuple-
A L G. 79
tissimo Roma 1 584 ,v Fece varie altre opere fra
Je quali „ la Genealogìa della famiglia altieri, „
e mediante i suoi meriti e virtù fu fatto vescovo
di s. Marco in Calabria. C-n. Ep. vi.
Alghisi Tommaso chirurgo di Firenze nato
nel settembre del 1669 studiò anatomia sotto il
celebre Lorenzo Bellini; ed attese particolarmen-
te alla litotomia. Il papa Clemente XI Pebbe in
somma considerazione, a cagione di una opera-
zione della pietra ch'egli fece con felice suc-
cesso ad uno de'suoi uffiziali. Morì il giorno aj
di settembre 171 5 da un accidente, un arme da
fuoco gli scoppiò fra le mani, compianto dai dotti
e non avendo ancora pubblicato che „ un trattato
della litotomìa in italiano „ Firenze 1707, Vene-
zia 1708; ed una lettera eruditissima „ Decermi
usciti per la verga „ indirizzata al Valisnieri, dalle
mani del quale avea ricevuto la berretta di dot-
tore nella università di Padova. /?. u. vi.
Alighieri Dante il divino poeta d' Italia na-
cque in Firenze nel ia65 da nobile famiglia, e
perdette il padre nell'età puerile. Ad intrapren-
dere la carriera delle lettere gli prestaron soccor-
so i precetti di Brunetto Latini e l'amicizia di
(ìuido Cavalcanti, e sopratutto il >uo ingegno va-
sto e capace d'intensissima applicazione. L'avi-
dità sua di sapere lo trasportò a ricercare le co-
gnizioni d'ogni genere che ai suoi tempi si pote-
vano conseguire. I guelfi s'erano allora insigno-
riti della repubblica, e Dante abbracciò il loro
partilo. I fuorusciti ghibellini riparatisi in Arezzo
attaccarono i fiorentini a Bibbiena Panno 1289.
80 Ut
Dante si trovò a quel conflitto, e dopo anche in
altre battaglie. Neil' età di dieci anni s' invaghì
di Beatrice Porti nari fiorentina che amò fìnch'el-
la visse: nonostante una tal distrazione s'applicò
fondatamente alla filosofia che allora insegnava*},,
alla teologia , alla mitologia e alla storia. Amò
le belle arti unitamente alla musica , e fu ami-
co di valenti artisti, cosi temperando l'umor suo
malinconico. Nel 1290 si trovò ad una battaglia
contro i pisani, e dopo s'ammogliò con Gemma
di Gianetto Donati un dei più potenti guelfi. Negli
affari politici ebbe non poca uarte,sostenendo varie
importanti ambasciale: Tanno i3oo fu eletto uno
eie" priori della repubblica. La pistoiese famiglia dei
Cancellieri potentissima nella Toscana s'era parti-
ta in due fazioni distinte coi nomi bianchi e neri.
I Cancellieri neri strinsero lega coi guelfi i più
ardenti, i bianchi coi guelfi moderati e coi ghi-
bellini: a quest'ultimo partito aderirono Dante,
e tutti quei che professavano a Firenze le leltere.
Bonifazio Vili che favoriva i neri commise a
Carlo di Valois di pacificare la Toscana, ma egli
pure s'attenne al parlilo de'neri,e con essi uniron-
si le sue milizie a danno de'bianchi, e n'esiliarono
centinaia tra i quali fu Dante, di cui saccheggia-
rono la casa e confiscarono i beni, mentre egli
era ito a Roma ambasciatore al pontefice. Dante
allora venne a Siena per trattare più d'appresso
la sua rivocazione, ma in vano. Intanto udì che
per formale sentenza fu condannato con diver-
si altri non solo all'esilio, ma inclusive alla pe-
na d'esser bruciato vivo se cadeva nelle mani
ali. Si
d'alcuno del comune di Firenze. Nel i3o7 fu ac-
colto da Marcello Malaspina marchese di Lunigia-
na, ed a lui per gratitudine di averlo accolto de-
dicò la cantica del purgatorio. Finalmente trovò
uno stabile ed onorato asilo presso Cane si-
gnore di Verona , che fu il primario dei suoi
protettori. Nel i3i3 Dante era a Parigi per istu-
diarvi la teologia, ed ivi scrisse il decimo canto
del paradiso \ né mancano documenti da farci
credere che quel poeta passasse in Oxford per
continuare in quella celebre scuola dell'1 Inghil-
terra i suoi studi . Si portò in Germania a solle-
citare Arrigo Vili a portarsi in Italia, confidando
in lui che potesse, vincendo i fiorentini, tornare al
suo grado in patria, ma infermatosi Arrigo a Bon-
ronvento vi morì nel i3 1 3, ed i fiorentini inveiro-
no maggiormente contro il poeta, per Io che vi-
tlpsi egli dileguare ogni speranza di tornare in
patria; ma non per questo si abbandonò all'ab-
battimento ed alla disperazione. Verona divenne
il punto centrale ove nei suoi viaggi di quando
in quando ricondueevasi. Nel )3ao venne Dante
ì ivitato ai servizi di Guido Novello signore di
Ravenna, protettore dei buoni studi. Accettò la
offerta per sovvenire ancor meglio alla propria
indigenza. Andò ambasciatore a Venezia in nome
e ppr commissione di Guido, e ritornato a Ra-
venna infermò e dopo alcuni giorni di malattia
termiuò di vivere nel i3i'.i in età di 56 anni. Del-
le diverse di lui opere alcune sono in prosa al-
tre in versi. Le principali sono } „ La vita nuova
d'amore „, primo lavoro in prosa di sua giovcn-
8a ali.
tu sparso di platoniche idee, nella quale narra il
cangiamento che in lui operò l'amore da esso
concepito per Beatrice che ce la descrive di carat-
tere angelico. Di questo si ha una rara edizione,
Firenze 1675, alla quale va unita la vita del poe-
ta scritta dal Boccaccio, e a questi volumi stanno
unite „ Quindici canzoni in lode di Beatrice ,,. „ II
convito „, visione nella quale prelese l'Alighieri di
provare col commento prosaicoa 14 canzoni, cha
la scienza è la più eminente perfezione dell'anima,
la quale viene dall'autore co'suoi platonismi asso-
migliata ad uni mensa divina, ma invece di 14 can-
zoni qui non se ne vedono che 3. Forse morì Dan-
te prima di compire quest'opera ,0 forse inciampò
negli aridi deserti del mondo ideale, e più non
seppe proseguirne il cammino. Di questo libro è
assai bella l'edizione di Firenze ed ha pregio quel-
la di Venezia i53i, oltre le molte altre meno an-
tiche 5 i libri „ De vulgari eloquentia, Venezia
1629 „} „ La traduzione in versi italiani dei sette
salmi penitenziali, del simbolo apostolico, della
orazione domenicale, ed altre simili cose sacre.
Milano 1762, „*, „ De monarchia mundi,,, libro in
cui Dante sostiene che 1' autorità dei monarchi
non dipende da quella dei pontefici, Colonia 1740
e Venezia 1744 e i556 senza data. Ma di tutte
le opere poetiche di Dante il suo più gran lavoro
ch'eccitò l'universale maraviglia, ed al quale il
consenso di più secoli ha nominato Divino è la
sua „ Commedia dell'inferno, del purgatorio e del
paradiso,,. Molti eruditi che pretesero di commen-
tare quest' opera Tban per lo più resa maggior*
A t L. 83
mente imbrogliata ed oscura. In vece dunque di
smarrirsi in interpetrazioni allegoriche delle in-
tenzioni di Dante, giovava incominciare dal cono-
scere i fatti storici indubitabili ai quali Dante al-
lude i suoi concetti, ed avendo una volta ricono-
sciuto quel poema come essenzialmente storico,
sarebbonsi dati a ben ponderare gli avvenimenti
del secolo di Dante, dai quali unicamente si può
trarre un giusto commento alla intelligenza di
quel poema. B. u. Ep. v.
Allegretti Allegretto senese uomo degno
di onorata ricordanza, il quale scrisse lungamen-
te con purità di stile, e con veritiera penna una
bella e vaga„Storia dei fatti de'senesi accaduti ai
suoi tempi ,r E questa d'alcune minuzie e galan-
terie ripiena,e così puntuale ne'suoi racconti, che
molte cose essenziali dagli altri taciute distin-
tamente descrive e racconta} ed il non aver egli
dato alla sua storia lo incominciarnento. dall'ori-
gine di Siena, fa sì che i senesi rimangono privi
di molte importanti notizie della città loro. Fiori
questo pellegrino ingegno nelP anno 1440 per
quanto ricavasi dalle pompe senesi. C-n. v.
Allegri Girolamo dell'ordirle de\Servi di Ma-
ria , consultore della sacra congregazione del-
lindice e confessore ordinario nel palazzo apo-
stolico, scrisse „ Lo spirito della corte apostolica
e degli abitanti di Roma nel giubbileo dell'anno
Malli 1725 „} Lo spirito della corte apostolica e
«l.-gli abitanti di Roma nelle disposizioni conco-
mitanti le visite delle quattro basiliche per lo
84 À L L.
acquisto del giubbileo nell'anno santo 172,5, Ro-
ma 1725 „. B-s. Ep. vi.
Allegri Alessandro poeta faceto compose in
un certo stil familiare, ma grazioso e con arguzia
e facilità più che grande „ Alcune rime piacevoli
Verona i6o5 e Firenze i6o5 „; molte altre sue
opere restarono manoscritte presso i suoi nipoti.
Scrisse anche qualche tragedia, e la „ Fantastica
visioue di Parri da Pozzolatico, Lucca 161 3 „. Fu
fondatore dell'Accademia della Borra. B-s. vi.
Allegrisi Francesco incisore in rame, ebbo
il suo nascimento in Firenze circa Tanno i635.
Dimostrò questi il valore del suo bulino in varie
cose a lui commesse di particolari persone , e
specialmente nei molti ritratti dal medesimo ele-
gantemente intagliati nella celebre opera degli
uomini illustri toscani stampata in Firenze -, e
nei ritratti fatti all'aggiunta della serie medicea
stampata parimente in Firenze in un Volume di
cento ritratti colPalbero genealogico della reale
famiglia de1 Medici. O-L vi. vii.
Allori Alessandro di Lorenzo Allori nato
a dì 3 maggio del : 535 detto altrimenti Alessan-
dro del Bronzino, per essere stato di lui nipote e .
discepolo, fu con tal diligenza istruito nell'arte
della pittura, che non essendo ancor giunto agli
anni 17 fu capace di lavorare alcune tavole di
invenzione, e passò a Roma per esercitarsi sulle
opere di iVIichelangiolo ed altre dei migliori pitto-
ri antichi, come pure sulle statue greche. Dipinse
frattanto vari ritratti di personaggi romani assai
A L L. 85
lodevolmente . Tornato in patria erudito nelle
maniere romane , fu occupato per le chiese e
pei palazzi i più cospiscui. I ritratti di sua ma-
no furono e saranno sempre in grande stima. In-
tese molto bene il nudo, e studiò assai sopra
quelli del Buonarroti. Ebbe gran pratica nell'ana-
tomia, e studiò con gran diligenza le cose della
arte} e ne fan prova molte delle sue opere, fra le
quali splende in perfezione la bellissima Cananea
che adorna in s. Giovannino degli Scolopi la cap-
pella dell'Ammarinato. Ornandosi in quel tempo
colle fatiche dei più insigni pennelli il chiostro
nuovo di s. Maria Novella, ebbe commissione Ales-
sandro di dipingere nella cantonata verso la chie-
sa dalla parte del chiostro vecchio il corpo morto
del Redentore con Maria Vergine e s. Giovanni}
opera che nulla cede in perfezione alle altre sin-
golari che vi si ammirano. Né la sola città di Fi-
renze può gloriarsi di possedere le molte e belle
opere dell'Allori, essendovene diverse in Pisa,
tra le quali si rammenta la tavola dell'Ascensione
alla chiesa del Carmine. Dipinse dei cartoni per
l'arazzerla del granduca a cui presedeva. L'anno
1690 dette alle stampe un libro nel quale mostrò
l'arte ilei dipingere a figure, principiando dai mu-
scoli, nervi, ossa, membra e corpo umano; final-
mente mancò per vecchiezza nel 1607. Si ravvisa
nelle opere sue un ottimo disegno ed un magi-
strale colorito, ma sopra tutto vi si scorge una
somma intelligenza del nudo, ch'egli aveva nel
muscoleggiare, e dettesi a comporre un libro di
anatomia. 8. citi. /. . Ejk vi.
Su ToìC. Tom. 12. 11
86 A L L.
Allori Cristo/ano fiorentino scolare del cav.
Cigoli fu uno dei più famosi pittori che fiorissero
nel secolo X. Ne sia prova il s. Giuliano, quadro
maraviglioso, il quale riunendo beltà, grazia e ve-
lila di colorito e franchezza di pennello, sostiene
nella R. Galleria dei Pitti il confronto dei capi
d'opera dei maestri che vi si trovano. Ne minore
è il pregio dei suoi piccoli quadri, non mancandovi
né gramezza d invenzione, né amore di esecuzio-
ne, ne verità di colore, né altre qualità sue carat-
teristiche, le quali appariscono nel Gesù che dor-
ine sopra la Croce ed in altre sue opere. Elogio
eziandio dar si deve a Cristofano come poeta nel
genere bernesco che maneggiò con maestria più
che grande. Fu uomo di spirito e ricercatissimo
nelle società. Fu dominato da una femmina con
suo gran pregiudizio, e nella fresca età di 44 an~
ni iiui di vivere fanno i6ai. R. g. d. F.Ep. vi.
Alluciìngoli Ubaldo cardinale. Vedi Lucio
111.
Alticozzi Rinaldo Angellìeri patrizio di Cor-
tona pubblicò nel 174° a Firenze 1* „ Epidico „
commedia di Plauto tradotta in versi sciolti coi
testo latino ed alcune note del priore Gaetano
Alitinoli 5 opera ch'è stata presa in considera-
zione dai compilatori della biblioteca dei tra-
duttori dell'' Argelati edizione di Milano 1767.
B. u. vi, vii.
Alticozzi Lorenzo di famiglia illustre di Cor-
tona, ove uacque nel marzo del 1689, entrò fra i
gesuiti nel 1706 e mori nel 1777 a Roma, dove
uvea soggiornato parecchi anni. Egli accoppiava
■
A l T. 87
a vaste cognizioni molta devozione , e a dolci co-
slumi una vivace e gradevole conversazione : la
opera sua principale è una „ Somma di s. Ago-
stino Roma 1761.,, Egli seppe ingegnosamente
inserirvi la storia della vita, dei maneggi e della
condanna dei partigiani dell'eresia di Pelagio, il
tutto appoggiato a testimonianze d'antichi scrit-
tori ecclesiastici i più accreditati. Egli è ali resi
1 autore di varie dissertazioni sugli antichi e mo-
derni manichei, sopra le menzogne e gli errori di
Isacco Beausobre nella sua storia critica dei ma-
nichei e del manicheismo, ed altre produzioni
piene di zelo ardeulìssimo contro i materialisti ed
i filosofi moderni. B. u. Ep. vi, vii.
Altissimo poeta italiano del XV secolo. Cre-
scimbeni pretende che egli si nominasse Cristo-
foro, che fosse di Firenze e ricevesse a cagione
del suo merito la corona poetica ed il sopranno-
me di altissimo. Il Quadrio crede che Altissimo
fosse il nome della sua famiglia, Angiolo il pre-
nome e che fosse sacerdote. Era improvvisatore
celebre di quel tempo, ed i suoi versi furono tal-
volta raccolti ed impressi. Egli viveva ancora nel
i5i4, e lasciò una traduzione del primo libro del
famoso romanzo intitolalo; ., i Reali di Francia „,
che venne stampato in Venezia i534- Non neri-
mane altri de1 suoi versi; bastano però questi a
provare come Altissimo era cattivo poeta; il ti-
tolo di tale edizione è una prova in favore della
opinione del Crescimbeni, relativa al nome dello
autore; egli è chiamalo in essa messer Cristoforo
fiorentino detto Altissimo. D. u. v, vi.
t
88 ALT.
Altovita Antonio figlio di Bindo fu arcive-
sco di Firenze Bell'anno i548 per rinunzia fatta-
ne dal cardinal Ridoltì. Fu distinto laico, teologo,
filosofo e gran letterato, seguendo non ciò che
dagli scrittori esponevasi,ma che dalla natura mo-
stravasi. Compose trattati grammaticali e logici, e
metafisici e fisici, fra i quali per esempio v'è il
„ Perchè l'acqua del mare non cresce né scema „
e simili} ma dei suoi scritti non ci son pervenuti
che i t il olì essendo manoscritti, eccettuato i5
libri degli „ Elementi di Euclide dal greco tradotti
in lingua toscana, Roma 1 54^. „ Fu decano della
camera apostolica e salì in tale slima, che dopo la
morte di Giulio III, ancorché non avesse la por-
pora, venne acclamato pontefice. Fu al concilio di
Trento gratissimo a Pio V, ed a Gregorio XIII
sotto di cui nel i573 celebrò in Firenze il tanto
approvato Sinodo provinciale. Fu di vita inno-
cente e di candidi costumi . Fondò la cappella
della Visitazione alla santa Casa, ciré una delle
tre più belle e pregevoli per le sue pitture. Fu
anche sfortunato, perchè mediante la sua dottrina
e politica si rese sospetto al Granduca Cosimo
I , onde videsi necessitato quasi esule a fuggir-
sene a Roma, e tornando alla patria, poiché dal
suo popolo teneramente amato, fu sì applaudito
che si potea dire il di lui ritorno un trionfo: morì
nel i583. B-s. Ep. v, vi.
Altoviti Bernardo figlio di Paolo era uomo
di molta industria e naturale eloquenza in isti ma
gronde in quei tempi, il quale veniva da Tibal-
duolo longobardo, per quanto dice il Landino nei
f
AMA. 89
communio di Dante nel X.VI del Paradiso. Esso
Tihalduolo militò sotto Alboino re dei longobar-
di. La famiglia prova oltre 800 anni di nobiltà,
avendo in Firenze poche che l'avanzino in mate-
ria d'antichità , poiché dopo la morte del re Al-
boino pose il suo domicilio al Poggio imperiale,
e dal quale son discese le famiglie Altoviti. Cor-
inzi e Squarcialupi. C-n. Ep. v.
A-tf Anzio Santo accennato dal Martirologio
come prete di Todi e da s. Gregorio soltanto co-
me toscano, credesi oriundo toscano e familiare
di Florido vescovo di Todi, come vedesi nell'o-
pera dei dialoghi di s. Gregorio lib. 111, cap. xxxv
e nel Razzi Vite dei santi e beati di Toscana, iv.
Ambra Francesco (d?) d'elevato e bizzarro
ingegno, della poesia comica molto amico, ond'è
che di compor commedie fu assai vago , e molte
è fama che ne componesse, fra le quali tre sol-
tanto hanno il benefizio della stampa e sono:
w I Bernardi,, stampata dal Giunti Firenze i564 \
n La Cofanaica , Firenze i563 e i6o3 ,,5 „ Il
Furto*, le quali furono con applauso grandissi-
mo ascollate e specialmente quest'ultima. Volga-
rizzò la storia di Marcantonio Sabellico e di questa
soltanto tutta la seconda Enneade, che sono libri
18. ma rimase manoscritta. Morì nel novembre
1 558 in Roma, ove lasciò altre opere che nella
Vaticana conservansi. C-n. v, vi.
Amiuuh.i Anton Maria ineque in Firenze
mi 171 3. ed entrato fra i gesuiti insegnò retto-
li' a <• poetica per lo spazio di 3uamii nel colle-
11*
90 A M B.
gio romano . Il più celebre dei suoi lavori è la
traduzione di tutte le opere di Virgilio , della
quale se ne fecero varie edizioni con note , va-
rianti ed incisioni che le rendono pregevoli. Pri-
ma di tradurre Virgilio egli avea tradotto,, l'Iride
e P Aurora boreale „, due eleganti poemetti del
padre Noceti, Firenze 1754. Tradusse „ PAlzira
di Voltaire, Firenze 1740 „, la quale fu come il
preludio delle tragedie di Voltaire tradotte ad uso
del teatro italiano , Firenze 1752,. Egli tradusse
ancora dal francese il progetto di Borgofontana
e la storia del Pelagianismo del Putouillet: sono
poi sue opere originali P orazione latina „ In
electlone Josephi II romanorum regis, Roma
1764 55} il n Ragguaglio istorico della vita, virtù
e morte del P. Marcello Francesco Mastrilli, Fi-
renze 1749 » ed il „ Museum Kircherianum^
Roma 1765,, nella quaPopera egli descrisse ed
illustrò quel museo che fu per vari anni alla sua
cura affidato. Si dice cb'ei lasciasse un poema la-
tino sulla cultura dei cedri, del che ci dobbiamo
poco dolere, da poi che quell'argomento fu de-
gnamente trattato in un poema italiano dal Bre-
sciano Niccolini. LTAmbrogi morì in Roma nel
1788. T-p. Ep. VL, viu
ambrosio Beato nacque nella città di Siena
nel 1220, ed essendo alPetà di diciassette anni
andò al convento di s. Domenicoevi prese Pabi-
to Panno 1237. Dopo andò a Parigi a predicare, e
di là fu mandato in Colonia di Germania, ove
imparata la lingua predicò la parola di Dio. Ri-
A M E. 91
chiamato dal papa Innoceuzio IX lesse tre anni
teologia, e tornato alla patria vi morì nel 1286.
K-z» Ep. v.
Amelio filosofo ecletico nativo di Toscana fu
contemporaneo di Porfirio, e prima ebbe a mae-
stro Lisimaco 3 che gì" insegnò i principii della
filosofia stoica. Gli scritti di Numenio gli fecero
poscia conoscere e adottare i donimi di Platone }
finalmente si fece discepolo di Plotino verso
Tanno 246 dell1 era volgare, ma lasciatolo dopo
24 anni scelse a stanza Apamea in Siria: i suoi
discepoli dettergli P epiteto di nobile . Amelio
compose circa cento trattati, de'quali niuno per-
venne fino a noi. Uno d'essi avea per oggetto la
differenza delle dottrine di Numenio e di Plotino.
Pose in ordine le opere di quest'ultimo , di cui
possedeva a tale i principii, che sovente Plotino
lo incaricò di rispondere agli argomenti dei suoi
discepoli. Farà più in particolare conoscere P in-
dole delP eclettismo il rammentare ch'Eusebio,
Teodoreto e Cirillo recano un passo d'Amelio, nel
quale cita il principio dell'evangelio di s. Giovanni
a confermare la dottrina di Platone intorno alla
natura divina. Amelio ebbe un figlio adottivo, a
cui legò tutti i suoi scritti , ed il di lui nome fu
Giusliuo Esichio. S'ignora l'epoca ed il luogo di
sua morte. B. u. m.
Amelisgiii Girolamo poeta burlesco italiano
del secolo XVI era di Pisa e gobbo, mentre lo si
appella il gobbo da Pisa. S'ha di lui un poema
intitolato la „ Gigantea „, la guerra dei giganti
clic pubblicò sotto il nume di Forabosco, l'ircn-
92 AMI.
ze 1 566, insieme con un altro poema dello stesso
genere, chiamato la „ Nanea „ la guerra dei nani
di certo Francesco Aminta affatto incognito. Quei
poemi sono slati r impressi in Firenze nel 1612,
colla guerra de'mostri di Antonio Grazzini detto
il Lasca. Son queste le prime produzioni di un
genere in cui gl'italiani si sono resi eccellenti ,
ma al quale troppo si abbandonarono per l'ono-
re della letteratura loro soverchio. Havvi pure
fi a i canti Carnascialeschi un canto originale di
Amelunghi sotto il titolo „ Degli scolari „. B. u.
Ep. vi.
Amici Diomede medico assai erudito come
dalle seguenti sue opere si raccoglie. Scrisse „ De
morbis sporadìbus^\ene7Àa iSof,,. » De mar bis
communibus . Tractatus de Variolis Appena,
ad lib. de morb. commuti. „ stampata in Venezia
i5()6. C~n. v.
Amidei Bartolommeo Beato uno de sette
fondatori dell'ordine decervi di Maria. Ved. set-
te beati fiorentini fondatori ec.
Amigoli Stefano pittor fiorentino, fino da
giovinetto mostrò una naturale inclinazione ed
un gran genio per le cose riguardanti il dise-
guo , ond'è che la nobilissima famiglia Riccar-
di non mancò di assisterlo, avendo conosciuto
essere per riuscire nell'arte del dipingere. Né si
ingannò certamente, poiché le opere non tanto a
olio quanto a fresco dimostrano Inabilità di questo
artefice nella pittura, come si può ricavare da due
quadri a fresco i quali vedonsi nella chiesa dei
padri del Belmoriie all'aliar maggiore; e da altri
A M M. 9^
lavori fatti dal medesimo per persone particolari.
O-r. Ep. vi.
Ammansati Giacomo Pìccolomini cardinal
di Pavia, nacque presso Lucca nel 1^22. Studiò
in Firenze sotto Leonardo aretino, il Guarino e
Giannozzo Manetti. Andò a Roma nel i45o, e fu
primo segretario del cardinale Capranica, ma con
poca fortuna. Callisto Iti lo creò segretario apo-
stolico. Pio II Io elesse vescovo di Pavia nel 1460
e 20 mesi dopo cardinale. Sisto IV lo creò legato
di Perugia e delPUmbria, vescovo di Tusculo, e
in seguito di Lucca. Morì nel 1479 per aver pre-
so un anarcotilo in troppa dose. Continuò nei suoi
commentari la „ Storia del suo tempo incomincia-
ta da papa Pio II dal giugno del i4^4 fino al di-
cembre del 1469. „ ed ha come l'opera di Pio II
le qualità essenziali della storia . Fu stampata
la prima volta a Milano i5o6 con 782 lettere, le
une dello stesso autore, le altre a lui dirette, e con
la vita del cardinale scritta da Giacomo da Vol-
terra suo segretario. L'àmmannati aveva compo-
sto altre opere che son rimaste inedite o son
perdute „ I. Le vite de'papi ,„ le quali tin da quando
egli viveva furono o soppresse o nascoste dai suoi
nemici „ II. La legazione del cardinal Capranica
a Genova ,,. III. Commentari sulla storia univer-
sale del suo tempo „ diversi de' suoi commentari
stampati. IV. Un trattalello „ Ve officio summi
pontificis et cardinalium „ che il Padre Labhè
annovera tra i manoscritti della biblioteca reale
di Francia sotto il numero 775 „ V.Omelie, arrin-
ghe ed orazioni recitate in pubblico „. Compose
94 A M M.
decersi latini di cui si trovano alcuni frammenti
nelle sue lettere. L'autore stesso della sua vita
giudicavali men soavi che ingegnosi. B. u. Ep.v.
Ammannatini Manette* assai cognito col nome
di Grasso Legnaiuolo nacque in Firenze nel 1 38 1
e nel 1409 passò in Ungheria per evitare il con-
tinuo dileggio che «li esso si prendevano, per la
risentita beffa fattagli dal famoso Filippo Bru-
nelleschi insieme con Donatello, della quale ol-
tre a molte edizioni, esistono ancora vari codici
manoscritti. Egli non tanto per Parte di tarsia re-
resi celebre, quanto per la nominata beffa che
tenne esercitati molti celebri scrittori. In Un-
gheria egli fecevi buona fortuna, poiché in pochi
a uni vi arricchì, e dallo Spano fu fatto maestro in-
gegnere, il quale seco conducevalo nel campo di
battaglia, e Io teneva con gran riputazione ricol-
mandolo di grazie e di doni. M-n. v.
Am3ias.na.to Bartolommeo architetto e scul-
tore nato a Firenze nel i5i 1 fu allievo di Baccio
Bandinelli e poi del Sansovino a Venezia . Re-
duce in patria studiò le opere di Michelangiolo, e
scolpì le statue del sepolcro di Sanazzaro a Napoli.
Fece un NeUuno per Venezia , ed altra statua
colossale per Padova con altre sculture: passò poi
a Roma per studiarvi l'antico. Il papa Giulio III
lo impiegò nei lavori di scultura nel Campidoglio.
Scolpi di concerto col Vasari la tomba del car-
dinale Monti a s. Pietro a Molitorio. Richiamato
a Firenze fu stipendiato dal Granduca Cosimo,
e creato suo ingegnere si occupò a ristabilire i
ponti rovinati dalla inondazione del 1 55;. Quello
A M M. «).'.
di santa Trinità fu ricostruito intieramente sopra
i suoi disegni . La fontana di Nettuno detto il
Biancoue sulla piazza di Palazzo Vecchio è di
sua invenzione ed esecuzione; diresse in Roma
il palazzo Ruscellai ora Ruspoli ; la corte e la
facciata del collegio romano furono di suo diseguo.
Termino in patria il palazzo Pitti comincialo dal
Brunelleschi e ne decorò il cortile con tre ordini
di colonne a bozze. Ebbe una celebre donna per
moglie della quale vennero stampate le poesie
col titolo di „ Opere toscane di Laura Battiferri „
ed egli pure attese alla letteratura. Esiste nella
raccolta dei disegni della R. galleria di Firenze
una sua opera intitolata w La città che racchiude
le piante di vari edilìzi per cui si rende comoda
e magnitica una città „. Nelle sue opere di scul-
tura apparisce un carattere grandioso : i suoi
bronzi sono eseguiti con molta finezza. Egli era
istruito,molto pio e caritatevole. Quando morì sua
moglie egli consacrò la maggiore parte delle sue
ricchezze ad opere pie. Gessò di vivere alcun tem-
po dopo in età di 78 anni e fu seppellito nella
chiesa di s. Giovannino degli Scolopi. ch'era sta-
ta costruita ed abbellita a sue spese. B. u.
Ep. v, vi.
Ammirato Scipione il Secchio fiorentino ,
oratore, storico e poeta. Nacque in Lecce nel re-
gno «li Napoli ove si erano ritinti i suoi maggiori
nel ia6o con altre fintigli* guelfe scacciale da
rnvnze. ini presto Scipione ritornò alla sua pa-
tria, ove dal granduca Cosimo I ebbe P incaricò
Ji scrivere la storia liorenliuu . al quale line
96 A M M.
gli fu dal medesimo concessa la villa della Topaia,
nella quale condusse a termine una buona parte
di tal suo lavoro. Pensava egli di continuarla tino
all'anno 1600, ma in taPepoca appunto fu sor-
preso dalla morte . Scrisse egli „ Dissertazioni
politiche, ovvero discorsi sopra Cornelio Tacilo,
Venezia 1607 „', „ De regis ac regni institutione.,
Francfort 1609 „;„ Della segretezza, Venezia 1599,,}
„ Della famiglia dei Paladini di Lecce, Fir. 1 5 9 5 „;
„ Orazione nella morte di Filippo li al potentis-
simo re di Spagna Filippo III detta filippica III
Firenze 1698 „-, „ Rime cioè sonetti fra le rime
scelte di diversi autori, Venezia 1 586 „*, „ II Ro-
ta, ovvero delle imprese, dialogo, Firenze i58o,
i65i „}„ Poesie spirituali. Venezia 1 634 „;„ Rime
impresse fra le rime di diversi, Venezia i63/J »i
e varie opere storiche. M-r. Ep. vi.
Ammirato Scipione il giovine da IVIontaione
cambiò il proprio nome di Cristoforo del Bianco
in quello di Scipione Ammirato,poichè l'Ammirato
il Vecchio venuto a morte lasciò ad esso per te-
stamento nome, cognome, arme e sostanze,quan-
tunque non passasse tra loro parentela alcuna,
ina il nominato Cristoforo fosse soltanto giovine
di studio dell'Ammirato. Ottenne egli un impiego
nell'ufficio delle riformagioni, ed in tale occasio-
ne ebbe campo di vedere e spogliare le scrit-
ture che in quel dovizioso archivio si conser-
vano, e con esse distendere belle ed utili anno-
tazioni o giunte alle storie fiorentine del Vecchio
Ammiralo. Fece ancora le „ Aggiunte alla storia
dei vescovi di Fiesole, Volterra ed Arezzo, ed
A M M. 97
all'albero della famiglia dei conti Guidi scritto
dal primo Scipione „. M-r. Ep. vi.
Ammonio Andrea di Lucca poeta latino amico
d'Erasmo che molto il lodò nelle sue lettere. Na-
to nel 1477 egli si dedicò per tempo e con buon
successo allo studio delle belle lettere, della lin-
gua greca e della latina poesia. Visse alcun tempo
in Roma e passò in Inghilterra, ov'ebbe in pro-
tettore ed amico il celebre Tommaso i>Ioro. Do-
po alcuni anni di noia e di malcontento divenne
verso il i5i3 segretario del re Enrico Vili pel-
le lettere latine. Egli seguitò quel principe in tal
qualità nella guerra controia arancia, fu testimo-
nio della scontilla dei francesi a Guinegate e del-
la presa di Tournay e di Therouvenne. Cantò
quelle vittorie in un poema latino da lui intito-
lato,, Panegiricus „ e di cui Erasmo fa sommo elo-
gio. Leone X Io creò in seguilo suo nunzio pres-
so Enrico Vili, carica ch'esercitò tinche visse,
senza lasciar quella ili segretario del re. Egli mo-
ri a Londra nel 1 5 1 7 . Si citano di lui alcune
poesie latine delle quali per altro non esistono
ne edizioni nò manoscritti. Una delle sue eglo-
ghe soltanto si trova stampala nella raccolta in-
titolata Bucolicorum auctores , Basilea i546.
Nelle lettere d'Erasmo ne vennero inserite dieci
o dodici d'Ammonio, bastanti a porgere una fa-
vorevole idea del suo spirito e del suo stile
/;. 11. v.
Lucilla Alessandro fiorentino dottore di
canon . 1 10 1 ondo il Dufresue. Scrisse alcuni vo-
lumi di legge citali dal Lambecio, tììbliot. Ce*
St. Tose. Tom. 12. .12
9& a w e.
sarea 385: e sono:, „ Decretorum doctoris
tractatus de permutatione beneficiorum eccle-
siasticorum^ swe repetitio etc> scilicit de rer.
permut, in Seoct. composita et absoluta A. 1 355
d. 1 1 novembris, in studio paduano ,,. Questo co-
dice fu scrillo nel 1428. B-s. Ep. v.
Anche Concini Cincino maresciallo (d") tìglio
di un notaro di Firenze possidente in Terranuo-
va del Valdarnodi sopra, fu debitore del proprio
inalzamento a sua moglie Leonora Galigai tìglia
della nutrice di Maria deWIedici. Audatoin Fran-
cia nel 1600 con questa principessa, Concini da
semplice gentiluomo della regina venne pel cre-
dito di sua moglie nel massimo favore. Per altro
fu soltanto dopo la morte d'Enrico IV che sfogar
potette la sua ambizione. Divenuto necessario
alla regina durante le turbolenze d' una debole
minorità. Concino cangiò tutto nel consiglio; eb-
be il marchesato d"1 Aucre. Fu successivamente
creato primo gentiluomo di camera, governatore
di Normandia, ed alla fine, dire Voltaire, primo
ministro senza conoscere le leggi del regno, e
maresciallo di Francia senza aver mai tirata dal
fodero la sua spada. Tanti lavori compartiti ad
uno straniero misero in apprensione i principali
signori del regno di Francia, e gli mossero guer-
ra, ma egli sicuro del favore della regina potette
difendersi, avendo inclusive fatta leva di 7000
uomini a proprie spese, tanto era ricco. Concini
non contento di aver lasciato a Luigi XIII il so-
lo vano titolo di re, si assicurò della sua persona,
gli vietò inclusive di uscir di Parigi, e sol permet-
asc. 99
tendogli d'andare a diporto alla passeggiata delle
Tuilleries. Cailo Alberto di Luines riuscì a deter-
minare il re di squotere il giogo impostogli dal
Concini, e ne ordinò Tassassimo, ma l'esecuzione
di tal cornando non era facile. Allora il fratello
ili Luines capitano delle guardie propose insieme
con altre cariche di corte di attaccare il mare-
sciallo d'Ancre nella corte del Louvre. Avviatisi
pertanto al determinato posto vi comparve il ma-
resciallo credendo di dovere andare alia caccia
del re} allora Vitry seguito da'suoi s'accostò al
maresciallo e gli disse ponendogli la mano sul
braccio dritto:,, il re mi ha comandato d'assicurar-
mi della vostra persona ,^ il maresciallo stupe-
fatto disse in italiano.,, A me!,, ma Vitry, da Hal-
lier, e Perray scaricano le loro pistole e il mare-
sciallo cade morto ai loro piedi: Vitry gridò tosto:
„viva il re,,; quindi informato Luigi XIII dell'acca-
duto esclamò „ ora son re ,,. Si rinvennero nelle
tasche del Concini dopo la sua morte circa due
milioni di biglietti di risparmio e di ordini «li
pagamento, e due milioni e ventimila lire in casa
sua; ciò che farebbe supporre ciregli si attende-
va alcuna disgrazia, e che si preparasse alla fuga.
Il suo corpo fu seppellito in chiesa, ma il popolo
nel di seguente vi si recò, e dissotteratone il cor-
po fu strascinato tino al Pontenuovo, ed appeso
ad una forca che il maresciallo aveva fatta inal-
zare per quei che avessero parlato male di lui;po-
s< ia fu smembrato, fatto in mille pezzi e ne fu-
rono venduti i sanguinosi brani che il popolo fu-
ribondo affretta vasi di comprare : la moglie fu
100 AND.
con Januata ad esser bruciata viva. Si crede che
fosse progetto del maresciallo di rendersi indi-
pendente iu caso di disgrazia. Lasciò immensi beni:
oltre alla rendita delle sue cariche, che ascendeva
ad un milione di lire,avea molti milioni assicurati
in Francia, in Roma ed in Firenze. Una fortuna
tanto considerabile non poteva fare a meno di
destare invidia. I suoi nemici dovettero profittare
della sua imprudenza onde aggravare i suoi torli:
egli ha nulladimeno trovati apologisti. B. u.
Ep. vi.
Andrea del Sarto ma propriamente Vannu-
chi nato in Firenze da padre sartore, perciò così
detto, venne a luce nel 1478. In tenera età delle
altissimi saggi di suo sapere nell'arte dell'orefice,
nel disegno sotto Giovanni Barile, e nel dipinto
sotto Pier di Cosimo Rosselli . Qual fosse la sua
applicazione e lo studio si può dedurre dalle ope-
re sue giovanili che comparvero aggiustale, mo-
deste, ben disegnate e meglio colorite, come si
può vedere nel mai abbastanza lodato chiostro
della santissima Nunziata, nel quale espresse sì
al vivo i fatti di s. Filippo Benizi, che trasse la
maraviglia a contemplarli. Cominciarono pertaulo
a crescergli gl'Impegni , e sospirarono le chie-
se, i palazzi ed i mercanti le opere sue . Giunse
la fama del valoroso pittore in Francia, e bramo-
so doverlo in corte Francesco I, lo chiamò a sé,
e con trattamento ben degno d'un tanto mecenate
dei virtuosi fu il merito d'Andrea contradistinto.
Chiamato alla patria dalla moglie e dai parenti
con licenza di quel monarca, e con promessa e
AND. 101
giuramento di ritornarvi, si parli carico di denari
e di onori. Fermato poi in Firenze dai pianti della
moglie, mancò alla promessa con sommo dispia-
cere del re. Terminò intanto il cortile, e le ope-
re della compagnia dello Scalzo, che sono e sa-
ranno sempre la scuola e l'accademia, dalle qmli
ogni studioso potrà imparare il modo di disegnare,
di colorire e d'ombreggiare. Sono infinite le ope-
re che fece, come si può vedere da tante stampe
e dal Vasari. Finalmente di peste tini i suoi gior-
ni in età di 42. anni. O-r. Ep. v.
Andrea i/a Fiesole dì casa Ferrucci era architet-
to e scultore, scolare di Francesco Ferrucci, poi di
Michel Maini scultori fiesolani, sotto de'quali la-
vorava di folliami e ornati; ma da sé lavorò di figu-
re e vi riusci, senza avere studiato il disegno. Fu
chiamato a Imola e a Napoli per i lavori d"* ar-
chitettura e scultura; poi passò a Roma per os-
servare le belle produzioni dell1 arte. Poco vi si
trattenne perchè fu chiamato a lavorare a Pi-
stoia ove fece il gran Battistero nella chiesa di s.
Iacopo, ed egli stesso vi scolpì statue, e questo
come anche altre sue opere gli meritarono una
fama non ordinaria. Tornato a Fiesole scolpì lo
altare di mezzo della cattedrale: lavorò una ta-
vola per s. Girolamo che fece simile a quella del
Duomo. Nella metropolitana pose alcune sta-
tue degli apostoli che fece in concorrenza con i
migliori artisti suoi contemporanei. Vi scolpì il
butto di Marsilio Ficino; lavoro che può dirsi il
pin prefetto di Andrea che terminò un anno pri-
ma della sua morte accaduta nel i5ai. I suoi lavo-
ra
102, A N D.
ri falli a richiesta si sparsero per tutta Europa. Si
era applicato ancora all'architettura, 'ma non fece
cose di grande levatura. II maggior merito di An-
drea nella scultura fu quello di aver buona prati-
che di saper bene adoperare i ferri: aveva ancora il
Ferrucci una somma felicità uelTimitare$ e quin-
di riuscivagli felicemente di poter copiare qua-
lunque statua avess' egli veduta , lo che non a
molli suol riuscire. S. (V u. i. Ep. v-
Andrea Pisano rinomatissimo architetto e
scultore in marmo, in oro, in bronzo e in avorio,
fu discepolo di Gio. pisano. Stabilitosi Andrea in
Firenze ornò di statue la cattedrale e s. Giovanni,
e quivi con lavoro di aa anni condusse la porta
di bronzo di questo tempio, che fu poi cagione
che gli altri venuti dopo di lui han fatto quan-
to di buono e difficile e bello nelle altre due
porte si vede. Egli fu il fondatore della insigne
scuola, in cui prima fiorì TOrcagna, poi Donatello,
e il tanto celebre Ghiberti,le cui porte, fatte allo
stesso battistero fiorentino., Michelangelo giudicò
degne di stare in paradiso. Andrea morì di ?5 an-
ni Tanno i345. L~z. v.
Andrea Santo carmelitano della nobile fa-
miglia Corsini di Firenze nato nel i3oa erasi da-
to in gioventù alla dissipazione, ma richiamato dai
genitori a miglior vita si ridusse a voler vestire
l'abito di carmelitano Tanno i3i6: fu mandato stu-
dente alle università di Pisa e di Parigi, e tornato
a Firenze fu eletto priore del suo convento, e di
là passò vescovo a Fiesole Tanno cinquantesimo
dell'età sua, e da Urbano V pontefice fu incaricato
AND. 103
d'una straordinaria nunziaturafin Bologna. L'anno
della sua età 61 passò all'altra vita. La vita di s.
Andrea Corsini fu scritta dottamente, dice il Su-
rio, ancorché nel libro non sia il nome dell'au-
tore. R-z. Ep. v.
Andrea Gal etano beato senese dopo aver vis-
suto in un modo edificantissimo terminò di vivere
l'anno ia5i} sapendosi di esso che fu in Siena il
fondatore dello spedale della misericordia, cioè
della sapienza. R-z. v.
Andrea Santo, del quale è ignoto il casato, fu
quel vescovo fiorentino che si trovò alla trasla-
zione dalla basilica laurenziana alla cattedrale di
s. Salvadore del vescovo s.Zanobi,essendogli sta-
to immediato predecessore. Si dice poi che l'ac-
cennata traslazione seguisse nel gennaio dell'an-
no 4^8. Di questo nostro santo vescovo si fa e-
spressa menzione nel Martirologio romano sotto
il di ventisei febbraio. Abbiamo dallo scrittore
Tolosani che s. Andrea vescovo di Firenze mo-
ri nel di a6 di febbraio, ma questo inesatto scrit-
tore mancò di aggiungere in qua Panno ciò accad-
de. B-r. in.
Andrea del quale è ignoto il casato scrisse quel
romanzo tanto comune intitolato „Guerino detto
il meschino „, nel quale sono alcune storie e molle
favole, ed incomincia: w Naturalmente pare che
ec. „. K stato stampato più volte ed in più luoghi:
questa favola e creduta per vera da molt;. Sopra
la porta delPosteria dove dicono che il Meschino
isse il cavallo v1 è la memoria scolpita in
pietra, secondo il detto di multi che Palìermano,
104 A N D.
ma forse ciò è slato tatto per dar credito alla fa-
vola. Vedi una lunga lettera del Boi tari a Rosso
Martini , dove parla del purgatorio di s. Patrizio.
B-s.
Andrea Lucchese abate di Monte Verdi, re-
sosi celebre come scrittore del secolo Vili, sol-
tanto perchè scrisse la „ Vita di s. Gualfredo , o
Valfredo primo abate di Monte Verdi detto di
Palazzuolo „ intorno al 765, ci è noto con tale
scritto mediante la pubblicazione che ne han fatta
rHenschenio , il Mabillon ed i Bollandisti che la
dettero in luce ad illustrazione della ecclesiastica
storia,e non ad esempio d'eleganza, che non vuoisi
pretendere a quell'età (Mabillon, ^c£a S.S. T. 2,
die i%fe.br. Saec, Bened. tom. i9p. i4*« Fabric.
Bibl. med. et infim. latin. Vid. Andreas Lucen-
sis. Soldani, Hist. Passin. p. 17 ), ove si trae
che nelP 807 Andrea tuttavia era in vita. L-c.
Ep. iv.
A.kdrei!u6t/o. Battista fiorentino, fra i comici
fedeli detto Lelio, scrisse molti componimenti
teatrali: „ La Rossella tragicommedia boscarec-
eia, Bologna i63a „, „ La Centauro soggetto di-
viso in commedia pastorale e tragedia, Venezia
i633 „} „ Ismenia opera reale e pastorale , Bo-
logna i639 ,j5 „ Lo schiavetto, commedia, Vene-
zia 1620,,} „ Ferinda, commedia, Parigi 1622 „}
,, La divina visione in soggetto del beato Carlo
Borromeo arcivescovo di Milano, Firenze 1604 «5
„ L'Adamo, sacra rappresentazione, Milano 1618,,,
ma probabilmente del i6i3; „ Della Maddalena,
canto I, canto II „} „ La Maddalena lasciva e pe-
A >T D. 105
nitente, azione drammatica e divota „} „ La sag-
gia Egiziana, dialogo spettante alla lode delParte
scenica, con un trattato sopra la stess' arte, ca-
vato da san Tommaso e da altri sanli, Firenze
1604,,},, La Veneziana. commedia,Yenezia 1619,5}
„ Lo specchio „, operetta in difesa dell'1 arte co-
mica^ «Teatro celeste „, nel quale si rappresenta
come la divina bontà abbia chiamato al grado di
beatitudine e di santità comici penitenti e mar-
tiri, con un poetico esordio ai scenici professori
di esercitar l'arte virtuosamente , per lasciare in
terra non solo nome famoso, ma non chiudersi
viziosamente la via che conduce al paradiso. Pa-
rigi. „ L* Arno festeggiante ai serenissimi sposi
Ferdinando li granduca di Toscana e Vittoria
della Rovere, poesia drammatica, Firenze 1606 n\
„ Le due commedie in commedia, soggetto stra-
vagantissimo, Venezia i6a3 „} „ I due baci, com-
media boschereccia , Bologna i634 „;„ La Turca,
commedia boschereccia e marittima , Venezia
1620 „} „ La Campanaccia, commedia piacevole e
ridicolosa, Venezia 1627 „} ,, L'amore nello spec-
chio, Parigi 1622,,;,, Lelio bandito, tragicommedia
boschereccia, Venezia 1624 ^ Cristo sofferente,
poetiche divote meditazioni in tre discorsi divise
sopra tutti i misteri della SS. passione del Salva-
tor nostro Gesù Cristo, Roma iG5 1 ^ „ La Fio-
ri uda, tragedia, Milano 1606 ,,. B-s. Ep. vi.
Andreini Pietro Andrea nato nel secolo
XVII fu un patrizio fiorentino. Dapprima studiò
1" antiquaria , raccolse statue , gemme e pitture ,
poi voltosi auche ad altri studi viaggiò per V l«
I06 AND.
talia. Dopo lunghe meditazioni e ricerche sulle
materie cavalleresche, era divenuto tanto valen-
te che di primo tratto scioglieva tutte le più in-
tricate questioni. Se nascevo fra cavalieri e oziose
dame una disputa per puntigli di onore cavalle-
resco, si accorreva a lui come ad orocolo, ed egli
metteva fuori tutta la sua scienza riposto, stam-
pava opuscoli, pronunziava sentenze, ed i grondi
ed i piccoli, i dotti e gl'indotti, ed i segretari delle
accademie applaudivano. Lasciò in queste mate-
rie voluminosi manoscritti, che per buona sorte
mai non furono stampati . Due opere per altro
furono pubblicate da lui stesso, una delle quali
è intitolata : „ Parere cavalleresco intorno al ri-
sarcimento dei danni dovuti dall'offensore all'of-
feso, Firenze 172,1 „} l'altra è intitolata:,, Risposta
ad una lettera cavalleresca d'incerto autore, Luc-
ca 1724. Questa risposta provocò un'altra replica
ed il chiasso fecesi grandissimo. La moltitudi-
ne Io ammirò per la sua rara scienza cavalleresca,
ed a questa egli volse la maggior parte delle sue
cure. Morì nel 1729. T-p. Ep. vi.
Andreiki Isabella eccellentissima comica .
Scrisse il libro di „ Lettere diverse „ tante vol-
te ristampato in più luoghi ed in varie edizioni ,
le quali sono state per gran tempo in molta sti-
ma. Non è maraviglia se trovasi qui inserita tra
i letterati , poiché a donna così insigne benché
comica, il Marino ed altri celebri ingegni le lor
poesie dedicarono, onde ben merita dVsser fra i
letterati registrata . Alcuni credono essere stato
il marito cittadino pistoiese. C-n.
AND. IO7
A:\dreucci Filippo di Siena , nato nel 1733
da onorata famiglia, ebbe una educazione diretta
perle lettere e per le scienze} fu impiegato nell'am-
ministrazione dei pascoli doganali per conto dello
stato in qualità di computista. Avendo egli per
questa collocazione presa comunicazione co'prin-
cipali possidenti e mercanti di campagna di quel-
la provincia , lo rese ricco di molte cognizioni
agrarie, e della nascente allora economica scienza.
Di esso fecero conto chiunque ebbe a cuore il
miglioramento della Maremma , e chi vi pose
particolare studio, come il Ximenes. Fu pubbli-
cata in Firenze Tanno 1773 per i torchi di Stec-
chi e Pagani la dissertazione scritta dal medesi-
mo, „ Sulla moltiplicazione del bestiame in To-
scana „, premiata dall' accademia dei Georgotìli
1' anno 1769 . F.u uomo per le sue cognizioni
ed ingegno mollo stimato anche da diversi go-
verni , una quale slima gli procurò dei nemici .
Mori di 74 anni nel 1807. T-p. Ep. vi. vii.
Aggeli Antonio da Barga fratello del famoso
Pietro Angioli dello comunemente il Barga o
Bar geo. Compose tre epistole latine in versi esa-
ni tri; la prima a Mario Colonna , la seconda a
Giorgio Cornelio vescovo di Trevisi, la terza ad
Angiolo Niccolini, e queste poesie meritarono di
essere inserite nel tomo 1 intitolato Carmina
illustrium poetarum italorum . Sono anche
Stampate insieme colle poesie di Pietro suo fra-
tello, Roma 1 585. Pier Vettori ne parla assai con
lode e dice esser egli stato suo scolare. Fu ve-
scovo di Massa e Populouia come ricavasi da
108 i KG.
una orazione di Flaminio Rai del 1578. Il Vet-
tori in una sua lettera scritta a Pietro Bargeo suo
fratello mostra che questo Antonio era molto
accetto al principe Cosimo Iduca della repubbli-
ca fiorentina. B-s. Ep. v, vi.
Angeli Niccolò dal Bucine fiorì circa la fine
del i4oo> e fu peritissimo in lingua greca. Alcune
delle sue opere sono tutte manoscritte nella Ric-
cardiana, ed altre stampate come „ Nicolai An-
geli de complexu partium oratio „} „ Epistola
ad Philippum Strozam prò Bhetoricis Cice-
ronis ad Herennium, Firenze i5i5 „; „ Episto-
lae quinque de nonnullis piscium* avium, her-
barum, animalium^ artifìcum^ vocabulis MS. „
Un opuscolo manoscritto che trovasi nella Ric-
cardiana scritto da un Francesco Medici, intito-
lato,, Proverbiorum collectanea Nicolai Angeli
Bucinensis „, fa vedere che l'Angeli scrisse una
opera su tal materia, ove trattavasi dei proverbi
latini e greci colla loro spiegazione. B-s. v.
Angeli ovvero Angelio Pietro detto il Bar-
geo^ perchè Barga gli dette i natali verso ranno
i5 1 7, nella più tenera gioventù spiegò un pro-
digio d'ingegno, essendo a dieci anni già istrutto
della lingua latina e della greca . Mancatigli i
genitori fu costretto per vivere a seguire il
mestiere delle armi , ma trovò mezzo di prose-
guire in Bologna i suoi studi, e per avere scrit-
ta una satira fuggì a Venezia, e fu accettato
da Guglielmo Pellicerio ambasciatore del re di
Francia , che di lui si valse per correggere i
codici greci per commissione del suo sovrano.
A | G. I09
Di là passò a Costantinopoli, e di poi in Francia
all' assedio di Nizza, occupata allora dalle anni
imperiali . Ma nel partirsene sulle navi sentì
mormorare contro l'onore degli italiani, di che si
prese tanto sdegno che uccise l'insultante. Di la
si porlo a Genova e quindi a Milano accoltovi dal
marchese del Vasto governatore della città. Ebbe
in seguito cattedra a Reggio ed a Pisa . e venne
in fine chiamato a Roma dal cardinale Ferdinan-
do ilei Medici che gli fu assai liberale. Passò gli
ultimi suoi anni a Pisa tranquillamente in ri-
poso , e qui mancò di vita nel 1Ò96. Il valore
del Bargeo nella poesia Ialina è quello che tut-
tora fa vigoreggiare la sua fama. Scrisse la „ Si-
riade „ ch'é una storia versificata piuttosto che un
poema epico, ed ha per oggetto le crociate, piut-
tosto che un' azione individua qual conviensi
nell' Epopeia. Alilo poema sopravanza di merito
la Siriade.cbe il nostro Bargeo in sei libri distese
sopra la caccia de'cani che intitolò,, Cynare gon .„.
Egli con rara felicità e con somma eleganza com-
prende tutto ciò che all'indicalo oggetto appar-
tiene . Altro poema di soggetto al precedente
contiguo è quello al qual'ei dette il nome di „ Uc-
cellatura a vischio,,. Questa natura di caccia sco-
nosciuta agli antichi obbligava il poeta ad uno
straordinario sforzo d'1 ingegno a spiegare idee
nuove con termini non nuovi e non estranei alla
purgata latinità. Fu pure aulore d'altri componi-
m Dli di minor mole, e pareggia nella eccellenza
i migliori poeli moderni latini. C-r. Ep. v. vi.
Si. Toìc. Tom. 12. 13
1 10 A | G.
Angelico Beato Giovanni da Fiesole dome-
nicano, fatto domestico e pittore di Niccolò V,
dipinse la cappella ove il pontefice celebrava .
Nacque egli verso il i387 e fu scolare come si
crede di Gherardo Stamina. I suoi primi lavori
furono alla Certosa di Firenze, poi dipinse a fre-
sco in santa Maria Novella che più non esistono,
ma in sagrestia vi sono delle tavole di sua mano.
Delle arie si belle alle immagini di Maria Ver-
gine, delle sante e dei santi, che meritamente ri-
porto il nome di pittore angelico, e bealo si disse
per la santità dei suoi costumi. Ricusò i governi
della sua religione e l'arcivescovado di Firenze.
La di lui maniera nel dipingere incontrò talmente
il genio del gran Cosimo de1 Al edici Pater patriae,
che avendo questi fatto di nuovo fabbricare il
convento di s. Marco in Firenze, ordinò a lui che
dipingesse la facciala del capitolo, ch'egli eseguì,
e frattanto dipinse anche in più altri luoghi del
convento, come tult' ora si vede*, così in varie
chiede di Firenze e dei suburbii . Ma più che al-
trove fece noto il suo valore in s. Domenico di
Fiesole, dove lavorò la tavola dell'aitar maggiore
rappresentante una Vergine col Bambino e molti
santi, la quale ora è in faccia al coro, essendovi
intorno diverse pitture di Lorenzo di Credi: così
altre sue opere di non interior merito. Dipinse
Gio. Angelico sempre cose sacre, ed effigiò volti
di santi con umiltà e dolcezza mirabile , supe-
rando in questo lutti gli a Uri artefici della sua
età. Terminò poi con diligenza particolare le sue
opere, nelle quali apparisce esattezza nel dise-
A ^ G. HI
gno , facilità nel piegare e grazia nel colorito ,
quantunque in ciò stato non sia sempre uguale.
Lasciò molti discepoli che gli fecero grande onore,
e tra questi Benozzo fiorentino , Zanobi Strozzi,
Domenico di Michelino, Gentile da Fabriano, da
cui derivò la celebrai issima maniera veneta, es-
sendo egli stalo maestro d'Iacopo Bellini, che in-
segnò Parte a Giovanni Bellini, da cui impararono
Giorgione, Tiziano ed altri valenti professori. E
noto il beato Angelico anche per aver miniati
molti libri corali. Fu di costumi onesti e di som-
ma semplicità , misericordioso verso i poveri , e
gentile con tutti. Quando cessò di vivere, il che
avvenne 1* anno i4^5 e della sua età 68, fu da
tutti molto compianto. S. ctu. i. Ep. v.
Aggelo Iacopo^) nato a Scarperìa nella valla-
la di Mugello nel XIV secolo,era dotto nella lingua
greca. Ebbe lezioni a Venezia ove a tal fine si recò
da Manuele Crisolora e da Demetrio Cidonio, ivi
spedito dall'imperatore Paleologo. Quando questi
ritornarono a Costantinopoli, d'Angiolo partì con
essi e fece un viaggio nella Grecia. Reduce in Fi-
renze andò poi a Roma, ove disputò a Leonardo
d'Arezzo il posto di segretario apostolico, e se al-
lora Leonardo vinse, d'Angiolo fu in progresso di
tempo insignito di quella carica, siccome Io prova
un titolo con data dell'anno i/\ io. Da quell'epoca
la storia letteraria nulla più dice di quest'autore,
il quale lasciò parecchie traduzioni latine d'opere
greche. Le principali sono: Cosmographiae Pto-
lomtUfi libri vin. Ptolomaei t/uarfriparti/um .
M. Valli Ciceronis vita a Plutarcho conscri-
1 1 a \ y g.
pta . Quattro altre vite di Plutarco , quelle di
Pompeo, di 31. Bruto, di Marco e di Giulio Cesa-
re parimente tradotte iu latino, ma non stampate,
ed in manoscritto conservate nella biblioteca di
Firenze e di Milano. B. u. Ep. v.
Angiolini era ministro del granduca di Tosca-
na a Uoma quando ebbe luogo la sollevazione
contro i francesi in Roma nel 1797. La condotta
coraggiosa che tenne in questa occasione gli pro-
curò la benevolenza del direttorio di Parigi. Egli
protesse i francesi restati a Roma dopo la eva-
cuazione, e dette loro dei passaporti per tornare
in Francia. Napoleone Bonaparte, che comanda-
va in qualità di generale in capo dell'annata di
Italia, fece al direttorio un rapporto favorevolissi-
mo della condotta delTAngiolini, che dipoi man-
dato a Parigi come ambasciatore del granduca di
Toscana fu accolto nella maniera la più distinta
dal direttorio. Il suo sovrano gli scrisse nel tem-
po stesso per attestargli la di lui sodisfazione cir-
ca la sua condotta nella sua missione a Parigi,
elicerà la ricompensa di quel di Roma. T. p. vii.
Angiolo monaco valombrosauo, che fiorì nel
1496, scrisse alcune opere che non si trovano.,
fuorché una lettera piena di salutevoli avverti-
menti alle matrone fiorentine, il cui principio è
tale:,, Angiolo peccatore anacoreta ec. „. Una epi-
stola con questo titolo:,, Frate Angelo peccatore
anacoreta deliberemo di Valombrosa esortagli ma-
gnifici senato e popolo fiorentino, che reiette le
passioni ed ogni dubbio, perseverino nell'amici-
zia del principe di Dio Carlo re di Francia: Data
A ■ G, Il3
e# heremo Vallisumbrosae xv kal.junius 1496 5V
Da questa e da altre simili sue lettere si deduce
che questo eremita scrisse avanti alcune episto-
le in esposizione de'capitoli dell'apocalisse} altre
epistole al popolo fiorentino, nelle quali l'esorta-
va a conservarsi la benevolenza di Carlo re di
Francia} alcune al romano pontefice e al detto
Carlo, e molte epistole latine al medesimo re ed
al suo esercito B-s. Ep.y*
A.NGU1LLESI Giovanni Domenico poeta, nacque
nel castello di Vico Pisano nel 28 aprile 1766.
Studiò io L'isa il gius per volontà dei suoi geni-
tori, ed ebbe lauree in ambo i dritti in età di anni
19. Seguendo poi la natura dettesi alle lettere ed
ali istoria. Riprese quindi per volere de'suoi fe-
sercizio del foro, ma una compagnia di giovani
col nome di Polenta Fagi volle Giovanni del suo
numero ad agitare il sacro fuoco degli studi, ed a
Jigger versi. Fu applaudito tra gli arcadi di quella
prima colonia, dov'ebbe nome Areta Prienense, fu
caro a Luisa Cicci, e la encomiò in prosa dopo mor-
ta, avendola pianta in versi. Recitò nel 1799 una
orazione politico-morale che piacque al Bettinelli^
e poco appresso tradusse con molto pregio il Ge-
nio del Cristianesimo. Fu segretario del commis-
sario de' regi spedali, e rinnovatosi nel 1807 il
giuoco del ponte, fu segretario della parte boreale,
e io fu eziandio della principessa Klisa sorella di
Napoleone per la lingua italiana, e massime nella
r»'st;iur.izione dell* accademia della Crusca , di
«ni fu !>ocio corrispondente: ebbe a scrivere le
i3*
J l4 AH I.
„ Memorie deYegi palazzi e l'itinerario storico
statistico per le principali strade postali del gran-
ducato,,. Questo lavoro giace ancora inedito, e
Patirò stampato nel i8i5. Fu da Napoleone e-
letto alla direzione dell'archivio di uno dei prin-
cipali uffici regi, finché da Ferdinando III fu
fatto cancelliere delTuniversità. Essendo segre-
tario delPaccademia di Belle Arti regalò a quel-
la il bel gesso del monumento Vacca. Tradus-
se dal francese opere di rilievo:, compose molte
poesìe* ma tutto sé stesso dava al giornale de'let-
terali: bello è l'elogio di Selvaggia Borghi ni. e buo-
ne le notizie della b» Chiara Gambacorti, figlia dì
Pietro già signore di Pisa, Firenze 1828 e i83o.
Morì nel i833, e fu molto compianto dagli uomi-
ni di lettere, tra i quali dal Ricci, viuzza re ìli, Ro-
sani, Fanterìa e Cantini. T-p. Ep. viu
KyiMucc.ikGiovaimi uno dei più antichi maestri
della scuola italiana, le di cui composizioni si fe-
«ero osservare per un'armonia più nutrita, un di-
segno di voce più elegante che non le opere della
scuola di Osquin. nacque in Firenze dal $44o al
i5oo. In gioventù strinse amicizia con s. Filippo
JNeri,ed A.nimuccia fui! primo che compose le laudi
o inni a più parti che si cantavano in quei drammi
sacri, a cui vien dato il nome di crutorii inven-
tati da esso s. Filippa Divenuto maestro di cap-
pella della basilica di s. Pietro a Roma, ne sosten-
ne il carico tìnoalla sua morte avvenuta nel 1069,
o secondo altri nel 1 575.S1 conoscono di suo:,, Ma-
drigali e mottetti a quattro o cinque voci, Venezia
i5}8„: „ Missae qulnque vocum. Romae 1 667 „}
^Canticum li. F/ . M. ad omnes rnodos factum,
homae 1678, ed altri MSS. B. u. Ep. v, vi.
4\io o A.umo re dei toscani ebbe una figlia
r.hiamata Salia , che amò un certo Cateto etru-
sco , la rapì e n* ebbe due figli, cioè Latino e
Salio che furon capi di due nobilissime fami-
glie. Alex. Polystor. ap. Fiutare, in parateli,
pag.yiò. Anio è nome gentilizio non ignoto ai
fasti di Etruria. e secondo Sparziano fu uno dei
nomi dell'imperatore Elio Vero, la di cui fami-
glia trasse origine dall' Etruria. V-m. 11.
A insaldi Innocenzio nato a Pescia nel 1 734
studiò nel collegio fiorentino. La pittura e la poe-
sia erano le sue principali delizie alle quali con-
tinuamente mirava. I genitori di lui che si av-
videro di questa sua inclinazione non vi si oppo-
sero ed anzi l'aiutarono, facendolo istruire in
Roma e in patria , e dandogli il denaro occor-
rente perche visitar potesse le principali città
df Italia . Da questi suoi viaggi, dal suo conver-
sare con i più dotti ed illustri artisti, e dal suo
studio della mitologìa e della storia cavò il vantag-
gio di diventare un pittore a cui vennero affida-
li molti lavori nella Toscana , e si dettero lodi
non poche dai conoscitori dell'arte. E «li questa
arte che esercitava, peritissimo conosceva la sto-
ria come pure delle altre due arti sorelle, onde
poiè dare assai belle cognizioni a'più dotti scrit-
tori di quel tempo, al Sardini. al Bartoli, al Rat-
ti, al Ciampi, al Cico^n.ir» ed .il Lanzi, che tutti
il nominarono con gratitudine e n.n oimiv. In
I 16 A R S.
eziandio scrittore, e pubblicò la descrizione del-»
le opere d"1 arte della sua patria, e la versione
in verso sciolto del poema di Dusfrenoy della
pittura, e qualche altro lavoro originale di cose
pittoriche. Dopo la morte che lo tolse ai vivi
nell'aano 82 di età, il benemerito canonico Mo-
relli ne pubblicò un poemetto didascalico intito-
lato},, Il pittore originale,,» libro di buoni precetti
e facile stile*, con V erudite memorie della vita.
Bini Ep. vii.
Al\saldi Tommaso nacque a s. Miniato nel
gennaio del 171 a.e tino dall'infanzia dette grandi
speranze di sé per talento e bontà di costumi:
fatto adulto passò a Roma nel collegio romano*
Terminati i suoi studi fu onorato dai grandi, e
Lambertini poi sommo pontefice fonorò della sua
benevolenza} ma TAnsaldi s'involava a quello ono-
re che per le sue qualità gli avrebbero procurato,
e portatosi a Pisa presevi la laurea in ambedue
le leggi. Ebbe prebenda canonicale nella sua pa-
tria, e ne rinunziò una conferitagli in Firenze ot-
tenuta per concorso. Passò quindi a reggere una
parrocchia, e tale fu lo spirito della soda pietà
che insinuò nel suo gregge, che mons. Poltri lo
volle elevato alla propositura della cattedrale san-
niiniatese,prima dignità del capitoloa cui la cura
d'anime va riunita . Eravi appena asceso quando
pubblicò il suo trattato,,, Ve Tncarnatìone ,* A.
difesa della divinità di Gesù Cristo teologicamen-
te da lui dimostrata nel suo primo lavoro, un
altro ne produsse intitolato a Benedetto XIV, e
fu stampato in Firenze nel i 7 5 5 . e ristampato nel
A ^ S. 117
1757. Le novelle letterarie, giornale che si stam-
pava allora in Firenze, sene congratularono con
Fautore, e lo dissero il primo in Italia che quel
tema divino trattasse con questo metodo. Egli
vivente in fama di elevata virtù proseguiva tran-
quillo la sua carriera, dividendo il suo tempo tra
i cari studi, le opere di pietà ed il servizio del po-
polo, al cui ben essere morale e sociale dedica vasi
precipuamente. Il di lui asse patrimoniale divenne
per sua volontà patrimonio del pubblico, e de-
stinato a dare alla chiesa e allo stato delle provide
madri. Cosi le generali benedizioni che lo avevano
accompagnato mai sempre, lo seguirono anche ol-
tre la tomba, nella quale discese nel settembre
del 1792. 7-/7. Ep. vi, vii.
Ansaldi Ansaldo di nobile famiglia fiorentina
nacque nell'ottobre i65 italiese con molto profitto
alle umane e latine lettere,ma sopra tutto alla giu-
risprudenza, nella quale scienza ottenne la laurea
dottorale. Porlossi a Roma, e sotto la direzione
del celebre cardinal de Luca si acquistò in breve
il nome e la fama di uno dei più saggi Ira gli avvo-
cati della curia romana, ed ottenne in quella città
un canonicato in santa Maria Maggiore, e molte
onorifiche cariche alla corte pontificia. Dedicò al
granduca Cosimo III l'opera;» De commercio et.
mercatura, Roma 1689 „ ed a Clemente XI indi-
rizzò il primo volume delle sue,, Decisioni,, stam-
pate parimente in Roma nel 1711. Scrisse pure
7 canzoni» Della creazione dell'uomo ed incarna-
zione del Verbo, Firenze 170^ „. „ II trionfo della
Fede 1717», diviso iu ab* canzoni. Si trovano puro
I l8 A N S.
di suo altri poetici componi nienti, per i quali
meritò di essere aggregato nella celebre adunanza
degli Arcadi , e varie opere manoscritte. Molte
illustri penne hanno a lui indirizzati i loro com-
ponimenti, e celebratolo per un gran lume della
legai verità. Fu in somma estimazione non solo
presso alla R. casa di Toscana, ma eziandio a tut-
ti i pontefici suoi contemporanei: carico d'anni e
di gloria morì finalmente in Roma nel dicembre
1719. V. ci. a. m. Ep. vi.
Ansaldi Francesco oriundo di s. Miniato al
tedesco fu legista famoso e scrisse. „ De jurisdi-
ctione traclatu?, Lione i643„*, „ Consilia, Lione
i645 ,,5 „ De fide jussoribus „. C-n. \\.
Ansano di Matteo da Siena, detto volgarmente
Sano di Matteo architetto e scultore molto en-
comiato, dette prove de"1 suoi talenti nella ese-
cuzione del battistero della città d'Orvieto: l'opera
è in marmo di vari colori, e passa per una delle
più belle che in Italia si vedano in queste male-
rie attorno al battistero: oltre al di lui nome v'è
scritta la data del 1400. C-c. v. vi.
Ansano 5. fu martirizzato in Siena sotto Dio-
cleziano,come si legge nel di lui uffizio che si recita
nella chiesa di Siena e d'Arezzo, e nel Martiro-
logio al dì 1 dicembre, nelle osservazioni delBa-
ronio al detto martirologio nella vita che di lui
scrisse Gio. Battista Gori di Siena, deride il det-
to santo si tiene per avvocato nel Razzi vite dei
santi e beati toscani enei Dempstero De Etruria
Regali, lih v, oap. xvi, ove leggesi che il martirio
di questo santo ebbe luogo Tanno 3i3, come lo
A If S. 1 T 9
indicano gli atli decanti che si conservano MSS.
in Siena. Ep. ni.
Anselmo Santo vescovo di Lucca successe
nel 1601 al papa Alessandro II suo zio} ricusò da
prima di ricevere l'investitura dall'imperatore Ar-
rigo lV;vi si soltoniise finalmente:poi n'ebbe scru-
polo e si ritirò a Cluni, d'onde non sortì per ri-
prendere il governo della sua chiesa che dietro
un ordine espresso del papa Gregorio VII. Sicco-
me volle ridurre i suoi canonici alla vita comu-
ne, così provò da parte loro resistenza tale che fu
costretto a lasciare l'episcopale sua città. Leone
IX lo fece suo legato in Lombardia, e morì nello
esercizio di tal legazione a Mantova il di 18 mar-
zo 1086. Abbiamo di lui una „ Apologia di Gre-
gorio VII * ed una „ Confutazione delle preten-
sioni dell' antipapa Guiberto „. Occorrono questi
due scritti nelle Lectiones antiquae del Carisio
e nella Biblioteca dei padri . S. Anselmo aveva
composto un terzo trattato tendente a provare
come i principi temporali non posson o disporre
dei beni della chiesa . Il padre Roto gesuita ne
pubblicò la vita in italiano. li. u. iv.
Antella Donato (dtW)^ nato nel i53<), fu
cavaliere di s. Stefano, priore di Pistoia, consi-
gliere distato dei granduchi Ferdinando! e Co-
simo II , soprintendente di tutte le fortezze e
fabbriche dello stato, e mori nel 16*17. Il Braccioli-
ni dedicandogli l'Arpa lice, sua tragedia, loda nella
dedicatoria grandemente il di lui sapere e gusto
per Pamena letteratura, lì-s. vi.
A \ 1 LMii.xLLLi Arrigo figliuolo di Custiuc-
12G A N T.
ciò lucchese successe al padre nel dominio di
Lucca. e Tacerebbe colTimpadrouirsi di Fisa: ma
scacciato poi per opera dei fiorentini imploro
soccorso da Luchino Visconti signore di Milano.,
e con lui venuto a campo presso Castel del Bo-
sco, mori nel 1 344- E&n ^u un dei niegliori poeti
del suo tempo , e poco innanzi di morire fece
quel bel sonetto.
„ O Fortuna che tutto I mondo guidi „.
L-c. Ep. v.
Aintelminelli. Fed. Castracani.
A-stinori Bastiano* nato in Firenze nel 1624
di nobile famiglia, si rese illustre per le dignità e
per le lettere. Fu dalla natura dotato d^n inge-
gno atto a sostenere la fatica degli studi di dol-
cezza, di tratto e di gentilezza di maniere assai
pregevoli. Fu ascritto all'1 accademia Fiorentina
ed a quella della Crusca, nella prima delle quali
ebbe il consolalo nel i565. Quanto poi si rendes-
se benemerito dei buoni studi in questo lettera-
rio governo, lo ha bene dimostrato il can Salvino
Salvini nei suoi Fasti consolari- Si rese pure be-
nemerito delT accademia della Crusca nelTaver
faticato alla celebre correzione e revisione delle
Novelle di Gio. Boccaccio (alta fare con pubblico
impegno dal granduca Cosimo I per mantenere
la preminenza che gode Firenze sopra V italiana
favella^ delP \ntinori sono in parte i „ Discorsi
sopra il Decamerone „ dati fuori nel i5j4 . e la
scelta che di lui fece il granduca con Vincenzo
Borghini ed altri pochi per quest'opera è una ir-
iel'i\ìgabile testimonianza del suo sapere e con-
A N T. 121
cetto in cui era ancora presso coloro ai quali non
sempre arriva Ja cognizione del merito dei pri-
vati. xel 1686 venne decorato della dignità se-
natoria: Ire anni dopo fu commissario di Pisa, e
di lì a non molto terminò la carriera della sua
vita uelP età di 68 anni nel iòa,2,, e fu sepolto
nella cappella dei suoi in s. Michele, ed il suo
ritratto fu dipinto in una delle volte della real
galleria nella classe degli uomini illustri per varia
erudizione, e molti uomini illustri del suo secolo
Io hanno assai encomiato. E.d^u.ì. Ep. vi.
Axtinori Carlo uomo erudito e della lingua
sì latina come toscana studioso non solamente,
ma legista dotto, e per tale dal >Ionaldi nomina-
to nella sua storia, fece molte fatiche ed aggiunte
di vocaboli alla Cornucopia d'Aldo Manuzio stam-
pata in Venezia. Fiori nel 1540. C~n. vi.
Antonino S. o Antonio Pierozzi detto il
Dottine per Peccellenza del suo sapere, nato nel
1389 prese l'abito dell'ordine de'predicatori Tan-
no i4°2 nel convento di s. Domenico di Fiesole.
Fu eletto arcivescovo di Firenze da Eugenio IV
l'anno 1446. La repubblica lo impiegò in diverse
ambasciate a Niccolò V , a Callisto III ed a Pio
II. A lui deve Firenze il pio istituto dei buono-
mini eretto nel i44»? Per il quale dodici distinti
cittadini vegliano continuamente al sollievo del-
le povere famiglie. Fu consideralo il primo scrit-
!i<" riducesse in uri corpo separato e per-
fetto la scienza morale, ed esso fu in tal materia
consultato dai sommi pontefici. Ha scritto pur»
Si. Tose. Tom. 12. 14
122 A | T.
una somma „ Storia o cronaca dalla creazione
del mondo fino ai suoi tempi ,,, ma più si ri illuse
in opere ecclesiastiche, onde ilLandini parlando
di lui disse non esservi stato alcuno ai suoi tem-
pi che abbia scritto più cose , e queste ne più
utili, ne più dotte. Mori nel 14^9. $-£• J&p* v.
A.NTOMKO S. eremita nel monte Pisano, o di
s. Giuliano, e prete, discepolo di s. Paolino, pri-
mo vescovo di Lucca , morì Tanno 83 di nostra
salute dopo una vita anacoretica di dodici anni,
avendo in quel tempo di persecuzione avuta cura
dei corpi dei santi martiri, R-z. in.
Antonio Fra da Chianciano , fu questo uno
dei primi luminari della nascente religione cap-
puccina , e fece chiaramente conoscere, che lo
spirito del Signore none alligato alla condizione
ed alla qualità delle persone, ma da per sé pene-
trando in un cuore Io dispone a grandi azioni ,
vincendo anche la contrarietà che gli venga op-
posta dalla natura. Dtfatti benché egli fosse laico,
e senza lettere, fu più volle guardiano della pro-
vincia toscana , maestro dei novizi e dennitore
mostralo avendo in tali incarichi una impare
giabil prudenza, singolare capacità .ed interno ed
esterno religioso raccoglimento . Dovè egli sof-
frire molte persecuzioni e calunnie, delie quali
tutte fu poi conosciuta la falsità, e la sua a torto
vilipesa innocenza. Fu dotato ancora dello spirito
di profezìa , come ben si rileva dalle predizioni
da esso falle ed avverate, e che registrate si tro-
vano in varie opere stampate e mauoscrilie. Con-
k TX T. 1^3
sumato finalmente dalla vecchiezza fu assalito in
Siena da gravissima infermila, ove morì nelT a-
prile del i58o. M-g. Ep. vi.
Antonio da Siena beato de'minori osservanti,
lasciati i bovi e l'aratro ne ricevè P abito da fra
Tommaso di Firenze a Scarlino , dove poi eser-
citò sempre V uffizio d'ortolano, e quivi mori assai
vecchio. li-z. v.
Antonio di Mugello beato delP ordine dei
padri ingesuati. ivi ascritto ai tempi del loro fon-
datore Colombini, visse lungamente. R-z. v.
Antonio Veneziano. Fed. Veneziano Anto-
nio.
Apollonu venerabile nata nel castello di Cen-
nino nel contado senese, lasciata la matrigna si
ritirò di 9 anni ad abitare con alcune pie donne
di Siena. Ma ridotto il padre in gran povertà e
grave d** anni in Firenze , venne Apollonia ad
assisterlo per atto di dovere, mentr' avea già 16
anni, ed era stala a Roma con s. Caterina da Sie-
na. Venuto a morte il padre dopo 6 anni ella ebbe
in dono da pia persona una casella posta sulla
seconda pila del ponte alle Grazie , ove sola si
ritiro nel 1390. Di poi venne ad abitar secolei nel
1396 suor àgata dal Ponte a Sieve. Finalmente
ad affetto di maggiormente slaccarsi dal mondo
presa seco loro una fanciulla di tre anni si fecero
murare in quella casuppola V anno i4oo, e così
stellerò per lo spazio di ?» anni amministrando
loro i sacramenti il curato di s. Remigio ogni dì
di festa, tinche vi fecero una cappellina, ove a|>-
peno entrava un prete a dir messa col servente;
i*4 A p °-
eppur venutavi un" altra giovine , presero tulle
insieme la regola di s. Benedetto, coli"1 abito dei
padri Olivetani Panno i4i3. E per dir le ore ca-
noniche furono dal cappellano istruite, mentre
nessuna di loro sapeva leggere. Ma radunatesi in
numero di i3, né potendo più stare decentemente
in sì piccol tugurio , passarono colTaiuto de' be-
nefattori in altro più ampio locale, in fondo di
via Ghibellina col nome di Murate , e vi osser-
varono in tutto la regola delle benedettine in
abito nero , coli' aunuenza di papa Eugenio IV.
Ivi suor Apollonia attese alla vita contempla-
tiva e suor Agata ali* attiva. R-z. Ep. v.
A polloni Giuseppe da Cliianciano dol tor me-
dico volgarizzò una Storia rediviva dell'acque ter-
mali di Chianciano degli scritti Ialini del dottor
Pino Palei, Firenze 1676. C-n. vi.
Appiìino Iacopo (d?) nativo fiorentino ma
educalo e nutrito in Pisa nella casa de' Gamba-
corti, e per essi sollevato all'onore di cancelliere
perpetuo della repubblica pisana . Pretribuì per
altro tai benefizi colla più crudele perfidia , fa-
cendo uccidere 1" infelice Pietro Gambacorti e i
due figli Benedetto e Lorenzo. Venuto a morte
nel 1398 potette godere per soli sei anni il frutto
de! suo tradimento nell'usurpata qualità di capi-
tano e difensore del popolo pisano. G-s. v.
Appiano Gherardo fd") succeduto al padre
nel governo di Pisa, vendette quella città e suo
stato al duca di Milano, mediante |? incasso di
200.000 fiorini d'oro, riserbandosi la signorìa di
Piombino, Populonia, Scarliuo, Sughereto, Bti-
a p p. ia^
riano e delle isole dell'Elba , di Pianosa e di
Monte Cristo, paesi tutti che facevan parte del
territorio della repubblica pisana. Stabilite in tal
forma le cose, l'Appiano montò sopra una galera,
e trasferissi a Piombino, che destinò a residenza
della signoria eh* erasi riservata . Assicuratosi
Gherardo d'Appiano, primo signore di Piombino,
uno stato per sé e per la sua discendenza, si gio-
vò dei tesori acquistati colla vendita di Pisa per
fortificar Piombino ed abbellirlo col suo palazzo.
Cerro frattanto di rendersi benevoli quei popoli
con la concessione di alcuni privilegi, e la con-
ferma dei loro statuti . Dopo si rivolse a cercare
l'amicizia della repubblica di Firenze, dalla quale
ottenne, mediante una convenzione, d'essere ac-
colto in accomandila per tutto il suo stato per
lo spazio di sei anni. Nell'ultima sua malattia con
testamento dell' aprile i4o5 P Appiano destinò
donna Paola Colonna sua moglie signora dello
stato sinché viveva; quindi lasciò erede succes-
sore il figliuolo pupillo Iacopo, e credesi che a
Gherardo d'Appiano mancasse la vita nel maggio
del i.}o5. /?-/?. Ep. v.
Appiano fu principe di Piombino , dopo che
Gherardo d'Appiano ebbe cambiata nel 1398 la si-
gnoria di Pisa con quel principato: egli evitò di
mischiarsi nelle guerre dei suoi vicini . TI suo
maritaggio con Paola Colonna sorella del papa
Martino V, assicurò la protezione di quel ponte-
tic»* alla sua famiglia . Egli morì prima dHl'inal-
«amento di suo cognato al soglio pontificio; ma
iiiop'ii'lo nven dichiarati la repubblica fiorentina
-r
12,6 A P P.
tutrice di suo figlio Giacomo II d'Appiano. Al-
lorché Cosimo I defedici pervenne alla dignità
di duca di Firenze , volle sottomettere tutta la
Toscana, ed il piccolo stato di Piombino eccitò la
sua cupidigia a motivo delle ricche miniere di
ferro dell'isola dell'Elba che ne fan parte; ma Gia-
como V d'Appiano che regnò fino al i5{5 si era
posto sotto la protezione di Carlo V. Spogliato
più volte dei suoi stati sotto differenti pretesti
dai Medici , fu altrettante volte ristabilito dallo
imperatore nella sua sovranità. Giacomo VI di
Appiano, il quale nel 1 546 successe a suo padre,
stette, durante il suo regno, nell'assoluta dipen-
denza dei Medici. Egli avea lasciato che i corsari
di Barberìa conquistassero le due isole di Pianosa
e di Monte Cristo, le quali facevano parte del suo
principato, ed era in procinto di vendere Pisola
dell'Elba al granduca Francesco , allorché morì
nel maggio del i585. Con esso fu estinta la linea
legittima degli Appiani , ma aveva lasciati due
figli naturali, di cui il maggiore Alessandro era
stato legittimato dall'imperatore. Succedendo al
principato di Piombino Alessandro fu obbligato
di ricevere guarnigione spagnuola. Sua moglie
Isabella di Mendozza di concerto col comandante
spagnuolo che amava, e cogli abitanti di Piombi-
no malcontenti del loro principe, fece assassi-
nare Alessandro d' Appiano nel settembre del
1589. La casa d'Appiano per tal modo essendosi
spenta , il principato di Piombino stette lungo
tempo in sequestro tra le mani degli spagnuoli ,
malgrado le istanze del granduca di Toscana , il
a p p. my
qunìf* voleva acquistarlo ad ogni costo. II consi-
glio aulico aggiudicò verso Panno 1619 questo
feudo dell'impero alla casa di >Iendozza,come più
prossima erede degli Appiani. I Lodovici lo com-
prarono in seguito e lo unirono al principato di
Venosa. In fine i Buoncompagni duchi di Sora
)' hanno ereditato e nel 1800 lo possedevano.
B-u. Ep. v.
Appiano monaco e Policarpo santi del se-
colo III della chiesa, i quali si credono promul-
gatoli o propagatori del vangelo nella diocesi
fiorentina, e sepolti nella pieve di s. Appiano in
Val d'Elsa. B-r. 111.
Aquilani Scipione celehre lettore di filoso-
fia nella pisana università verso il i63o, pubhlicò
in Roma un1 opera intitolata „ De Placitis phi-
losophorum, qui ante Aristotelis tempora fio-
ritevi int w. G-s. vi.
Ardi-vgiielli Caterina, della quale fa menzio-
ne Vespasiano fiorentino, fu donna veramente
ammirabile del suo tempo. Era ella uno specchio
di virtù e di buoni costumi, e fu per le singolari
sue qualità in grandissima reputazione tra le
donne della città. Fu bellissima di corpo, ma non
meno bella ed ornata di animo, e quando andava
per Firenze era mostrata da ognuno per un e-
sempio di virtù, tanta era la fama di cui godeva.
A. tanti suoi meriti non andava disgiunta una
provvida cura delle cose famigliari, cosicché sola
nell'assenza del marito disimpegnava lutto quello
che ad esso spettava. Con queste parole il nomi-
nato scrittore rende la dovuta lode ad una donna
128 ART).
piena «li quelle singolari virtù ben rare nel suo
secolo. B-s.
Ardinghelli Niccolò vescovo di Fossombro-
ne, e cardinale creato da Paolo III nel 1644* na*
eque nel marzo i5o3 e morì nel!' agosto i£>47«
Francesco Giuntini nelle notizie della sua vita
racconta che nel luglio iò3q egli fu assalito dal
furore di alcuni villani nella valle di Spoleto, e
che ne riportò sette ferite nel capo e molte altre
nel petto, onde stette quasi per due ore disteso
ir» terra come morto. Fu molto stimato dai dotti
del suo secolo, e di ciò fan fede le molte lettere
che trovansi scritte in di lui lode , non che un
bel V epigramma di Onorato Fasciteli! riportalo
dal Biscioni. B-s. Ep. v. vi.
Arditi Andrea fiorenti no, cesellatore in me*
tallo. lavorò nella testa d'argento che racchiude
il cranio di s. Zanobù come riporta il Vasari, sog-
giungendo che questa fu tenuta allora per rosa
bellissima, che dette gran reputazione al suo ar-
tefice. TI Vasari per altro non ali1 Arditi attribuisce
quest'opera, quantunque porti in un cartello di
smalto il suo nome Andreas Arditi de Florentia
me fecit , ma a Cione che fiorì circa il 1820, e
fu padre di Andrea Orcagna. Cicognara. lib. in,
cap. vji. Ma la maniera larga con la quale è la-
vorato quel cesello manifestasi d^età più bassa, v.
Aretino Pietro nacque in Arezzo nell'aprile
del 1492 da Antonio Bacci patrizio di quella città,
e fu il frutto d'un illegittimo amore. La marchia
della sua nascita indusse probabilmente Pietro
ad occultare il cognome paterno, e ad assumere
ARE. 129
quello soltanto che derivava dalla sua patria .
Privo di educazione sociale e di fervida indole
si fece da giovinetto scacciar dalla patria , e si
riparò in Perugia, facendovi il legator di libri. Con
questi alla mano s'istruì alquanto, e passò a Ro-
ma, avventuriere , vivace, focoso e bizzarro , e
d'illiberale educazione esser dovea per natura
tracotante, ardito, libertino e ciarliero. Con tali
attributi era facile l'Aretino di aprirsi Pingresso
a ragguardevoli personaggi, e con pari facilità di
venir loro a noia. Co>ì gli accadde con Agostino
Ghigi celeberrimo negoziante, della cui splendi-
dezza tutt'ora sussiste un insigne monumento nel-
la Farnesiana, che il pennello di Raffaello ren-
dette una nnraviglia di Roma . La stessa sorte
incontrò con altri e singolarmente col poni elice
Giulio II che il fece discacciare dalla sua corte.
Leone X lo rimise in grazia, e trovò favore an-
che presso il nipote Giulio dei Medici, poi Cle-
mente VII . Tale era in Roma a quei tempi la
scostumatezza, che tre bell'ingegni , un pittore,
un intagliatore , un poeta si unirono abusando
dei loro talenti per rappresentare sedici positure
di oscenità. Giulio Romano le disegnò, Marco
Antonio Raimondi le incise in rame, e Pietro A-
retino le commentò in sonetti . I magistrati ne
presero informazione, e punirono i rei. Pietro si
rifugiò in Arezzo, e «li là trovò un fortunato rico-
vero presso Giovanni dei Medici prestantissimo
cittadino della repubblica fiorentina . pache di
Cosimo primo granduca di Toscana. Giovanni lo
l 1 Mulo al re di Francia, al quale fu accetlissi-
i3o ah e.
mo per le sue facete maldicenze. Morto il Medici
l'Aretino passò a Roma, dove per gelosìa d1 una
cuoca fu pugnalato dal suo rivale, ma non mor-
talmente , ed avendo chiesla vendetta senza a-
verla potuta ottenere, partì disgustalo da Roma.
Divisò allora di fermare la sua stabile sede in Ve-
nezia, ove sciolto dall'odio della servitù non vi-
vere quinci' innanzi che del sudore del proprio
inchiostro. Qui spiegò il tenore di quella vita che
proseguì costantemente fino al sepolcro, e fu un
miscuglio d'ingiusta mordacità, di vile adulazio-
ne, di sfacciata millanterìa e di solenne invere-
condo libertinaggio. Era molto proclive alla mal-
dicenza , ed intitolava se stesso fastosamente
„ Pietro Aretino per divina grazia uomo libero „.
E siccome la libertà più risplende , qualora af-
fronta animosamente i pericoli, così Pietro aspi-
rò a grandeggiare in tale intraprendimento, mor-
dendo e svillaneggiando i principi ed i grandi.senza
dar segno di paventare la lor potenza ed il loro
sdegno. Presumeva quindi di affiggere a sé mede-
simo T orgogliosa divisa di censore, anzi di fla-
gello dei principi. Ebbe inclusive la tracotanza di
millantarsi che più di un sovrano a lui pagava
tributo per guarentirsi dai malefici influssi della
sua penna. Ma un1 animosità sì vantala si ridus-
se piuttosto ad un artificioso romore di quello
che avesse in sé stessa soggetto, e producesse
considerevoli effetti. Avendo 1' Aretino accredi-
tato sé stesso per uomo mordace e satirico, potè
fare più lucroso traffico delle sue lodi. Quei che
se ne vedevano onoratale consideravano dettate
ARE. l3l
da ingenuo sentimento di verità. IT Aretino mi-
rava a mantenersi in tale opinione cosi millan-
tandosi „ Io nacqui per dire il vero, e colla verità
in bocca morirò: io lodo chi merita , biasimo chi
n'è degno „. Ad onta però di tali vantamenti, non
vi fu adulatore più slacciato di lui: non v" è poi
nulla che agguagli la sfacciataggine con cui egli
encomiò sé medesimo . Ecco un dei suoi vanti :
„ Tanti signori mi rompono continuamente la
testa colle visite,che le mie scale son consumate
dal frequentare dei loro piedi } ne credo che
Roma vedesse mai sì gran mescolanza di nazioni
come quella che mi capita in casa. A me vengo-
no turchi , giudei , indiani, francesi, tedeschi e
spagnuoli, or pensate ciò che fanno i nostri ita-
liani „. Della sua dissolutezza si vantò cogli ami-
ci e coi protettori , i quali per avventura non
erano più morigerali di lui. Ne scandalizzò il pub-
blico con scritti in prosa ed in versi, ne infettò
colle rappresentazioni le scene, e presso la po-
sterità ne eternò colle medaglie Fobbrobriosa me-
moria. I ii vivere non solo voluttuoso, ma vizio-
sissimo importava a Pietro un enorme dispendio:
per comportare un tanto scialacquo non avea lo
Aretino altro capitale fruttifero che la sua penna
e la sua impudenza. Neil1 esposto tenore di vita
continuò Pietro sino al 1672 che fu il sessagesi-
mo quinto delPelà sua, nel quale terminò i .suoi
giorni. Fu i_ju;irn della lingua greca e della lati-
na, e di nozioni scientifiche, e non ostante seppe
compone uno (terminato numero di bpece in
fei'ai e |H'OM. Tra le di lui poesie facete vuoisi
i3a ARE.
che i suoi,, Capitoli,, abbiano il maggior pregio, e
fra esse vi sono alcuni enigmi altre! tanto felici
quanto laidi . Se P Aretino scrisse in prosa dia-
loghi osceni ed altre sconcezza , scrisse ancora
delle opere pie e di sacro argomento. La mala in-
clinazione e T avidità del denaro gli dettò le pri-
me} quesf ultima sola il trasse a scrivere le se-
conde. Sapea quanto spaccio presso molti avessero
i libri di sacro argomento, e come agli occhi del
volgo acquistassero maggior pregio, dove ripieni
fossero di meraviglie. Egli pertanto nella umanità
di Cristo, nella Genesi, nelle vite di Maria Ver-
gina, di s. Caterina, di s. Tommaso sparse a pie-
ne mani i favolosi racconti , le gratuite asser-
zioni, e le proposizioni gettate alla ventura. La
parafrasi dei sette salmi penitenziali si deve ec-
cettuare dal disprezzo dovuto a tutte le altre
produzioni sacre dell1 Aretino . Nelle sue prose
egli uscì allatto da'cancelli della naturalezza, e fece
un insano abuso di frasi affettate , di giganteschi
traslati e d'iperboli sterminate. Questa dissoluta
maniera spicca ancora nelle sue „ Lettere fami-
liari „. Le sole sue „ Commedie „ vanno immuni
dal l'accennata macchia di espressione esagerata,
ma sono però improntate dalla macchia morale
assai più formidabile e contagiosa, la quale si legge
impressa nel titolo inclusive di alcuna di esse. Si
vede in generale nelle sue opere clrei fu fornito
d'ingegno vivace e fecondo, ma sfornito di gusto
sano e delicato, poiché fu privo quasi affatto di let-
teraria educazione . In una carriera mostrò per
altro egli di possedere anche la squisitezza di
ARE. l33
questo rapido senso del bello, e ciò nella cogni-
zione dell arie pittorica. Egli ne intese perfetta-
mente i principii, e seppe rilevare in tutta l'esten-
sione le bellezze di vario geuere,e segnare accor-
tamente le più dilicate distinzioni nei caratteri
e negli accidenti di quest'arte. Egli diresse inclu-
sive coi suoi consigli alcuni celebri artisti, e fu
iu singoiar modo l'amico e l'ammiratore di Ti-
ziano. C-r. Ep. v, vr.
Aretino Francesco tradusse dal greco in lati-
no le pistole di Falaride con questo titolo: Phala-
ridis tj ranni agrigentini epistolae cara proae-
inio Francisci Aretini. A. i4?5. F ranci sci A-
retini ad Pium pont. max. in Diogenis epistolas
proaemium\ sono unite colle epistole di Bruto e
quelle dTppocrate tradotte dal Renuzio. Venezia
1^87. r> Capitolo di Guiscardo e Gismonda fi-
gliuola di Tancredi principe di Salerno compo-
sto sopra un cuore per messer Francesco d'Arez-
zo „: è stampato dopo i sonetti di Bernardo Ac-
colti che vanno uniti con altre sue rime, dopo la
di lui commedia intitolata la „ Virginia „. Bario-
lommeo Fazio nel suo libro De viris iìlustriìms
a p. ià scrive, che Francesco Aretino fu esperto
nelle due lingue dotte. avendone dato saggio \\\
UH con varie poesie nelle sue opere. U-s. v.
Abetino Spinello figlio di Luca Spinelli detto
aretino perchè morto in Arezzo, fu egli alla pit-
turi talmente inclinato, che mediante il solo suo
talento fece in essa non mediocre profitto. Sotto
-li indiarti naia eoli poi 'fi l.i< opo du Casentino
emulò i più valenti in tale arte. Per la quel «osa
W. Tose. Tom. 12. là
1 34 ARE.
ei si acquistò una cosi gran riputazione , che sì
iu Firenze come in altri luoghi della Toscana fu
invitato a fare varie pitture, parte delle quali si
son perdute per le vicende dei tempi , e delle
quali ne dà una ben ampia descrizione il Vasari
nella di lui vita. Io ne citerò una dalla quale po-
tere argomentare il merito e lo stile delle altre, ed
è la cappella che Spinello dipinse a fresco nella
chiesa del Carmine. Sono eziandio deguedi som-
ma lode le pitture fatte da esso fuori di Firenze
nella chiesa di s. Miniato al Monte : fu chiamato
a dipingere anche in Arezzo, a Pisa ed a Siena .
Lavorò finalmente nel Camposanto di Pisa, dove
dipinse a fresco sei storie di s. Pietro e di s. E-
piro, nella qual pittura se si ha riguardo alla in-
venzione, alla vivacità dei colori ed alla maestria
con cui ella è tirata a line, è la più bella, la meglio
condotta eia più perfetta delle altre. Questo pit-
tore oltre la sua abilità nel dipingere fu molto
esemplare e pietoso, e si esercitò particolarmen-
te nelle opere di misericordia all'occasione della
peste del 1 383. Giunto finalmente alP età di 92
anni mori in Arezzo col credito di eccellente e
pietoso artista: gareggiò Spinello con Giotto nel
disegno, e lo superò nella diligenza e nella ma-
niera di colorire; seppe per altro meglio disegnare
che mettere in opera. Fu vivace nella invenzione,
e adoprò tutto V ingegno per bene esprimere gli
all'etti, il che gli riuscì con felicità , se si consi-
deri quanto fosse priva nei suoi tempi la pittura
di quei lumi, che poi la condussero al più alto
grado di perfezione. S. du. L Ep. v.
A R E. t35
Aretino Leonardo. Veci. Tirimi Leonardo.
Aretino Francesco. Ved. Accolti France-
sco aretino.
Aretino Guido. Ved. Guido aretino.
Aretino Niccolò scultore. Ved. Niccolò a-
retino.
Arezzo Paolo (d^) prima ebreo, poi chierico
regolare teatino fu convertito dall'eminentissimo
Paolo d'Arezzo che da lui prese il nome : vestì
l'abito di converso nella sua religione. Fu mirabile
l'esempio di bontà eh*» dava a tutti questo fer-
vente religioso., il quale era devotissimo n elfo-
rare, umile nel conversare , rigido nel far peni-
tenza, caritatevole col prossimo, e tanto zelante
della salute delle anime, che, esercitando l'ufficio
di portinaio con grande umiltà per molti anni
nella casa di s. Antonio di Milano, esortava quei
che venivano a confessarsi a deporre il peso dei
loro peccati col vomitarli ai piedi del confessore,
e con tanta efficacia il faceva, che bene spesso gli
riusciva, ed allora chiamava qualcuno dei padri
sacerdoti, e motteggiando diceva che aveva tro-
vato loro «Ielle fiere da prendere, e guadagnare a
Cristo . Recitavano i padri nel tempo della sua
agonìa Pi «tori a della passione del Signore, ed ar-
rivando a quelle parole Hodie mecurn eris in
pamdifo, rese lo spirito al Creatore, ed andò a
godere il premio delle sue fatiche. />'-c.
Ahirghibui Giovan Battista senese fatto ca-
valiere dal re Alfonso d'Aragona , dimostrò ca-
nuto senno in giovanile età. per cui di anni 19
In potestà di Lucca, quindi di Ferrara e di Mo-
i36 tu t.
dena, e Tanno avanti la sua morte ebbe la pre-
tura di Perugia. Fu pure capitano del popolo, su-
blime dignità della repubblica senese, sebbene
non vivesse più che 3o anni in circa. Questo ca-
valiere eccellente legista era stato eletto alla di-
gnità senatoria di Roma , ma 1' immatura morte
tolse quell'onore al suo merito. U-r. Ep. v.
Aringhieri Francesco nobile senese un dei
più gran soggetti che avesse a suo tempo quella
repubblica \ fu spedito più volte dalla patria a
gran principi per trattare difficilissimi negozi. Nel
i44*> Alfonso re d'Aragona e di Napoli s'era fer-
mato con poderosissimo esercito al castello di
RI onta per ti vicino sette miglia a Siena , d' onde
se non insidiava, almeno ingelosiva le cose dei
senesi, i quali per rimuoverlo di là gli mandaro-
no ambasciatore Francesco Aringhieri in compa-
gnia di Lodovico Petroni,i quali ammollirono tal-
mente quel regio cuore, che altrove portò le sue
armi. L'anno i449 va ambasciatore a Venezia con
Agostino Borghesi , e con grand' utile ed onori
-dei senesi concludono lega con quella potente
repubblica . Nel i453 tratta confederazione con
Alfonso re di Napoli e felicemente la conclude :
l'anno 14^9 Tu oratore dei senesi a Pio II , al
qnnle anco ritornò l'anno 1462, e finalmente
andò con altri a rendere obbedienza a Paolo II a
nome della repubblica senese: nelle quali amba-
scerìe mostrò grandissima prudenza \ e sempre
ottenne quanto seppe desiderare e domandare.
Nell'anno i4$4 fu commissario del campo senese
contro il conte di Pitigliano, ch'era fomentato da
A R I. 107
ormi potentati, e nell'anno i456 uno degli eletti
alla difesa e conservazione della repubblica dopo
la guerra del Piccinino fatta ai senesi. Fu potestà
di varie e diverse città, nel qual grado dimostrò
somma giustizia e ne acquisto perpetua lode ,
dal che mosso Pio II Io creò senatore di Roma
per il primo semestre dell'anno 14^9 ed alla me-
desima carica lo richiamò, secondo alcuni, Tanno
i463} nella qual dignità si guadagnò la benevo-
lenza del popolo romano, alla cui contemplazione
papa Paolo li, che pure poco amò i soggetti favo-
riti da Pio suo antecessore, di nuovo lo chiamò
alla dignità senatoria Panno 1469. il qual finito si
trattenne in Roma alcuni mesi per interesse del-
la repubblica di Siena, dove caduto infermo di
febbre maligna rese Io spirito al Creatore. U-r.
Ep. v.
Arimno uno «lei regi o lucumoni d"1 Efruria
si rese celebre per essere stato il primo a spedir
l'offerta a Giove Olimpico di un trono d'oro. 11.
Arlotto Mainardi Pievano. Fed. Mainar-
ti}.
Armiti Salvino (degli). V ed. Salvino degli
.Innati.
Armellini Mariano monaco benedettino na-
to in Firenze si è reso ragguardevole nel suo or-
dine verso il principio dell1 ultimo secolo [jet-
molle opere di cui la stessa sua congregazione e
l'oggetto. Si applicò prima alla predicazione , e
predicò la quaresima in santa Maria di Trasteve-
ri*, a Rieti, Viterbo, Ravenna e Reggio. Venne
fatto priore nel 17-2-2. ed abate con dispensa nel
i38 a n n.
172,5. Fu successivamente abaie in esercizio a Sie-
na, Assisi e Fuligno. Morì in quest'ultimo mo-
nastero nel maggio del i;;*;. Ha pubblicato ,,/?*-
bliotheca benedictino-cas sinensis „ , o notizie
della vita e delle opere degli scrittori della con-
gregazione di Monte-Cassino, ohe vi fiorirono fino
al tempo deWautore^Catalogi tres monachorum,
episcoporum^ reformat or um et virorum sanati-
tateillustrium e congregatione cassinensi. Assi-
,$7*1733 ,.*,„ Continuatio catalogi virorum sanctita
te illustrìum 1734 „$w Additiones et corretiones
bibliothecae benedictino-cas sinensis etc. Fuligno
1 732,,', „À.'ldizioni all'appendice senza data.Fnligno
t736 „. Prima di questi grandi lavori Armellini
si era provato in una „ Vita della beata Marghe-
rita Corradi fa scritta in italiano, Venezia 172,6.
opera che non annunziava uè le stesse cognizioni^
nò il medesimo spirito di ricerche. B. u.
Ep. vi, vir.
Arnobio fiorentino architetto de'ternpi di Ne-
rone uomo di grandissimo ingegno che alzò la
famosa piramide, oggi eretta nella piazza di s. Pie-
tro di Roma, nel circo di Nerone, ov'era stata
collocata prima in onor di Angusto e di Tiberio,
condotta dall'Egitto per ordine di Caio Callicola.
Arnobio fece fabbricare una nave pel di lei 'l'a-
sporto la maggiore che in que'tempi si fosse ve-
duta, onde per alcun tempo fu conservata intiera.
Questa notizia ha per fondamento soltanto quan-
to segue: nel j54& cavandosi attorno ad essa pi-
ramide in una pietra si trovò scolpita la qui no-
tata iscrizione, la quale è citata da Pier Francesco
ART. l39
G (ambulimi nel suo libro intitolalo il Gello con
queste parole.,, Non sono ancora sei mesi che il
nostro Gello mi mostrò una lettera venutagli di
Roma da un suo amico, il quale, dopo averlo
avvisato, come avendo all'intorno della base della
guglia cavato vi si erano trovate lettere scolpite ,
e linee, soggiunse la copia cosi; Jrnobius floren-
tinus huius mirae magnitudinis lapidem ex E-
(jipto navi argonautica eductum suo ingenio ad
astra erexit. Trovo per altro nel manoscritto da
onde traggo quest'articolo ia seguente nota margi-
nale,, quest'iscrizione puzza di falso,,. B-s.Ep.ui.
Arnoldi Alberto scultore toscano operò tra
il td54 e il i3?8 in Milano a richiesta del du-
ca Visconti per ornarne la cattedrale colle sue
statue, poi distrutte al tempo di s. Carlo per so-
stituirne delle moderne. Son però note di lui tre
statue una della santa Vergine, e le altre di due
angioli 3nche oggidì esistenti sull'altare del Si-
gillo di Firenze: opere che pel magistero «Pese-
euerorte gareggiano colle migliori d'Andrea e Ni-
no da Pisa, della cui scuola fu l'Arnoldi. C-c. v.
A a nomi ni Giovarmi Attilio ingegnere idrau-
lico nato in Lucca nell'ottobre del 1733 studiò
filosofia, il diritto civile ed ecclesiastico, e le scien-
ze esatte. Queste per altro ebbero per lui un esclu-
sivo allattamento, specialmente nella parte che
rigu irda il regolamento delle acque, e vi si rese
cosi valente anche per lo studiose peregrinazioni
«la lui fatte a taFuopo per tutta Italia, che gli ten-
nero uiìd ile diverse pubbliche e privale commis-
sioni importanti, e molti impieghi si in Toscana
l4o A H N.
come altrove. Godeva la stima de'dotti matlemnti-
ci, come di un Boscovic, d'un Zanetti, d'un Xi-
menes, e dello stesso celebre astronomo Lai a od a.
Mori di 58 anni nel novembre del 1791 . Soo
conosciamo di lui opere stampate; si afferma pe-
rò che ne abbia lasciate molte manoscritte che
trattano non solo di tìsica e d'idrostatica, ma di
politica ancora. B. u. Ep. vii.
Arnolfo di Lapo nativo di Celle di Val d'El-
sa figlio di Cambio nato nel ia3a condiscepolo
con Lapo erano ambedue alla scuola e lavorava-
no assieme coi pisani sotto la direzione di Nic-
cola. Fu di sua mano scolpito sicuramente un in-
signe tabernacolo ornato di statue e bassirilievi,
mostrandovisi che l'autore attese più all'architet-
tura che alla scultura. Infatti di lui si hanno ponti,
palazzi, logge e chiese innumerabili, fra le quali s.
Maria del Fiore, e s. Croce di Firenze, bastanti
ad assicurargli fama presso i posteri. Oltredichè
gli fu affidato il cinger di mura e fortificare^ la
città, ed anche il disegno del palazzo della Signo-
rìa. Se no» adeguò il me rito del suo maestro nel-
la scultura, lo vinse nell'arte edificatoria e corri-
spose alla fiducia di chi lo scelse per fare quanto
di magnifico e grande dall'arte umana inventare
mai si possa. C-c. v.
Arnolfo fiorentino scultore discepolo di Nic-
cola pisano. Da lui fu scolpito il sepolcro di Bo-
nifazio Vili in s. Pietro di Roma. L-z. v.
Aronne Piero monaco della congregazione dei
crociferi, o piuttosto dell'ordine de cavalieri ge-
rosolimitani.nelle buone arti non indotto, ma ec-
A R R. l4l
celiente armonico, compose molte opere di mu-
sica , tra le quali primeggia quella con titolo :
„ Il Tascanello libri tre. Nella prima parte vi so-
no molte Iodi della musica, del modo e valore
delle note, de'punt^ nella seconda del tuono e
semituono, delle consonanze, del genere diato-
nico, cromatico, inarmonico, del contrappunto e
regole del comporre, opera più per la pratica che
per la teorica : „ Trattato di pratica di cantare,
e comporre, Venezia 1 539 »: * Lucidano in mu-
sica d'alcune opinioni antiche e moderne,, . Leg-
gesi ancora di suo un „ Compendiolo di molti
dubbi e segreti e sentenze intorno al canto fer-
mo da molti eccellenti e consumati musici di-
chiarate, raccolte da esso, Milano ,,. Fu canonico
di Rimini, e fiorì nel i5 5o. C-n. Ep. vi.
Arrigiietti Niccolò , nato in Firenze ove morì
nel 1639, fu isigne in parecchi generi di letteratu-
ra, e principalmente nelle matematiche, nella fi-
losofia platonica, e nelle scienze naturali e nelle
belle lettere. Fu uno dei più illustri discepoli del
celebre Galileo, ed occupò un posto distinto nel-
Tnccademia fiorentina ed in quella della Crusca.
Nella prima IWrrighetti esercito la carica di con-
sigliare dal ifii/f sino al i6a5, epoca in cui ven-
ne crealo console. Fu altresì uno di quelli che
formarono io Firenze l'accademia platonica rista-
bilita (I'<1 granduca Ferdinando e «lai principe poi
r.mlinale Leopoldo di Toscana. Venne scelto al-
tresì ber comporre il discorso d'introduzione che
si trova nètte prose fiorentine. In quel tempo
intraprese a tradurre in lingua itali .ma i dialoghi
ì^l A U B.
di Piatene; già stava per dar fine a quel lavoro
quando la morte lo sorprese. Suo nipote il cele-
bre Carlo Dati pronunziò il suo elogio nell'acca-
demia della Crusca nel maggio del i643, che tro-
vasi nella raccolta delle prose fiorentine. Le ope-
re stampate delTArrighetti sono „ Delle lodi di
Filippo Salviati, Firenze i6i4 » e nella prima
parte del terzo volume delle prose fiorentine.
„ Orazione renila ta al serenissimo granduca di
Toscana Ferdinando II, nelPesequie della gran-
duchessa sua madre, Firenze i63i„, sta pure
nella prima parte del quarto volume delle prose
fiorentine. „ Orazione fatta da lui nel dare a spie-
gar Platone*, „„ Cicalata sopra al cetriolo,,:,,, Cica-
lata in lode della torta,, tutti e tre stampati nella
già citala raccolta. Arrighetti lasciò in oltre un
grandissimo numero di opere manoscritte in ver-
si ed in prosa conservate in diverse biblioteche.
B. u. Ep. vi.
Arrighetti Filippo gentiluomo fiorentino na-
to nel i58a studiò nell'università di Pisa, e po-
scia in quella di Padova, dove apprese la lingua
greca, la filosofia d'Aristotele e di Platone:, sotto i
più celebri professori ottenne i gradi accademici
di teologìa nelPuniversità di Firenze. Poco dopo
Urbano Vili lo creò canonista penitenziere della
cattedrale di quella citlà, indi esaminatore sino-
dale sino alla sua morte avvenuta nel novembre
del 1662,. Egli fu uno dei più distinti membri del-
l'accademia Fiorentina e di quella degli Alterati,
tra i quali prendeva il nome di Fiorito e per divi-
sa un grappolo d'uva in fiore. Arrighetti nulla
A R R. l43
pubblicò.Le varie sue opere restarono manoscritte.
Negri ne dette la lista, Storia degli scrittori tio-
rentini;„La rettorica d'Aristotele spiegata in cin-
quanta sei lezioni „*,„ La poetica d'Aristotele tra-
dotta, spiegata e recitata nelfaccademia degli
Svogliati di Pisa „;„ Quattro discorsi accademici,
cioè il piacere, il riso, l'ingegno e Ponore recitati
nell'accademia Fiorentina „:; „ Sermoni sacri vol-
gari e latini. „ Vita di s. Francesco Saverio. tratta
dalla relazione fattane in concistoro da Francesco
Maria cardinale del Monte ec. „ B. u. Ep. vi.
Aurighetti Fortunato nacque nel Borgo di
s. Piero a Sieve nel 1622, entrò nell'ordine dei
Servi, e cambiò il suo nome in quel di Giulio.
Lesse lilosotia nella città del Borgo a s. Sepolcro^
insegnò teologia in Mantova, in Vicenza ed in
Firenze, e fu professore di teologia nella univer-
siià di Pisa. Fu fatto priore del convento di Fi-
renze, quindi eletto provinciale, e da Innocenzo
XI dichiarato generale del suo ordine per sei an-
ni. Compite queste cariche si ritirò racchiuso in
una cella nel convento di Firenze, ove visse per
dieci anni, e mori nel 1705. La sua vita fu scrit-
ta e stampata da Francesco Maria Poggi. Compo-
se PArrighetti una Novena in preparazione alla
festa della natività della SS. Vergiue, proposta ai
devoti della medesima per meglio disporsi a ce-
lebrare la sua solennità. B-s. vi.
A.u alo 11 etto 0 Aiuti'io Ja Settimello poeta la-
ti::'» dèi secolo XII nacque da parenti agricoltori
a Settimello, villaggio lontano circa sette miglia
da Firenze, Malgrado l'umile alalo in cui nacque,
i44 a n r.
si ap[)licò in sua gioventù allo studio delle arti
liberali, della poesia e della filosofìa: era allora ri-
dono a sì grave miseria, che non potendo com-
prarsi carla,dicesi che scrivesse sopra una vecchia
pelliccia. Egli si fece prete ed ottenne la cura di
Cadenzano, benefizio di ricca rendita che gli la-
sciava anche il tempo d'attendere alle lettere,
ma tal dignità riuscì per lui sorgente di sven-
ture , poiché gli convenne sostenere una lite
contro il vescovo di Firenze, nella quale spe-
se tutto il suo denaro per modo che gli conven-
ne abbandonare la sua prebenda e andar men-
dicando un poco di pane. Narrò egli stesso in un
piccolo poema in versi elegiaci intitolato.,, De di-
versi!ate J or tunae et philosophiae consolatio-
ne „. Di quello scritto fu tale il grido che vivente
Fautore veniva letto nelle squole e proposto per
modello. Cessò poi tale opinione ed il suo poema
rimase manoscritto in varie biblioteche. Venne
pò i pubblicato la prima volta senza data ch'era
il 1490, Lione i5ii. Andiamo debitori della mi-
gliore edizione a Domenico Maria Manni, Firen-
ze, 1760 con una traduzione italiana mollo ele-
gante e spesso citata nel vocabolario della Cru-
sca. B. u. Ep. v.
Arrighi Gio. Battista delP ordine degli ere-
mili di s. Agostino peritissimo nelle lingue dotte,
e d^ogni genere di erudizione. Fece ànolle opere,
tra le quali furono. w De elementis theologiae lib.
4. Firenze i569 „ Àxiomata^ s'we conclusiones
sci entiarum omnium^ et Liberatimi! artium enu-
meratio. „ De beatitudine ho mi ni s libri tres. Fi*
ARS. l4'5
renze i5?5 „. Ogni libro ha 5o capitoli^ e.per det-
to del Lambardi nel trattato degli scrittori è ope-
ra utile per chi ha molto veduto.,, Orationes per
elegantes quas prò lacorum^atque per sonar urn
opportwiitatibus habuit. Satiras ec.„ Morì nel
1606 avendo per molti anni tenuta in Bologna la
cattedra di teologia, e con grande erudizione in-
segnato. C-n. Ep. v.
Arsocciii Francesco senese fu per avventura
il primo die m terza rima sdrucciola dettasse
le egloghe. La principale e forse Tunica sua gloria
quella è di essere stato in certa guisa il precurso-
re del Sanazzaro.In una raccolta d' egloghe stam-
pata in Firenze l'anno 1494 s' trovano quelle an-
cora dell'Arrocchi. C-r. v.
AausvTE nipote di Tarquinio Prisco re di Ro-
ma e fratello di Lucio Tarquinia detto il super-
bo. Servio Tullio successore di Tarquinio Prisco
era tutore dei due giovani principi. Risolse onde
cattivarseli di far loro sposare le sue due liglie,
ma egli ebbe più riguardo all'analogìa dell'eia che
a quella deYnralleri. Lucio ch'era il maggiore an-
nunziava già violenti inclinazioni, dolce e virtuosa
ebbe la moglie. Armile assai più umano del fra-
tello trovò in Tullia una compagna ambiziosa e
capace il **i più grandi misfatti. Più Servio avan-
zava in età, più ella cercava d'indurre ad imprese
ardimentose Arunte, il quale non conosceva altra
felicita che quella d'una vita pacilica. lilla si la-
gnava Continuamela te del destino che unito ave-
\.i la sua sorte 1 qu< ila di uno sposo indolente, e
desiderava con -udore d'essi' liberata: inclini-
Ut. Tose. Tom. 12. 16
i46 ASI.
zioni egualmente perverse legarono in breve Tar-
quinio e Tullia. Tarquinio avvelenò sua moglie,
Tullia si liberò di Arunte con simile delitto, e
questi colpevoli si unirono in matrimonio verso
Tanno 2.18 di Roma, e 4^6 av. G. C. B.u. Ep.m.
Asila si rese celebre nella guerra d'Enea da
lui soccorso contro i latini. Egli al dire di Virgi-
lio era re e sacerdote di Pisa al tempo della in-
dicata guerra di Enea. F-g. 11.
Asim Gio. Battista. Giureconsulto fiorentino
scrisse „ loannis Baptistae Asirui J. C. fiortn-
tinixomitisque palatini ac equitìs aurati ad sta-
tutum fiorentinum de modo proctdendi in chi-
libus Inter pr et atio^ qua totius indici/ praxis lu-
culentissime tractaturydiligentei > qutet accurate
quid communi ', q uidve non solum fiorentino, sto
totius Italiae, nec non etiam aliarum regionum
municipali iure in obeundis iudiciis observan-
dum ornittendumve sii declaratur , Firenze
1671 ,.;„ loannis Baptistae Asinii iurisconsulti
fiorentini Commentarli in titulum digest 'or uni de
religiosis et sumptibus funerum. Firenze i56a „.
B-s. v.
Attalo è nome che ha luogo nella storia re-
ligiosa e letteraria delfElruria. Seneca lo ram-
menta così „ Aitalo nostro che avea mischiato la
disciplina degli etruschi colla sottigliezza de'gre-
ci„. Altro non sappiamo di questo etrusco./^-r.u.
A ita vanti Carlo servita, uomo di grandissi-
mo ingegno, gran letterato, cosmografo e di tutte
le arti liberali ottimamente istruito e nella filo-
sofia aristotelica e platonica esperio. Delle leggi
ATT. l47
civili e canoniche non ignaro, come anche nella
sacra teologia molto istruito. Sottile nel dispu-
tare, efficace nel predicare, talché il Ficino nelle
sue lettere disse che le sacre di lui riprensioni
avrebber mosso inclusive le muraglie dei tem-
pli . Fece molte opere utilissime che furono un
„ Quaresimale, Milano 1767 w, nel quale tut-
te le verità teologiche col testimonio della legge
ebrea, evangelica e filosofica s'ingegna di prova-
re. Fece ancora un altro quaresimale intitolato^
„ Thesaurum novum nuncupatum opus \ seu
sermone s de sanctis^ Norimbergae 1496 ,^„ Dia-
loguin de origine ordinis servorum „, il cui Ms.
è nella biblioteca Laurenziana „ Expositionem
in orationem dominicam ad Medulantnsiiun
ducissam Paulinam predi cabilem „ dove della
beata Giuliana Falconieri favellasi. Siena i49fa
„ Breviarium totius canonici iuris ,„ opera ve-
ramente utile, con molte altre opere non sotto-
poste ai torchi. Prese l'abito decervi di sette an-
ni nel convento della Nunziata di Firenze. Fu
sotto la disciplina dei Padri Matteo ed Adriano,
che tuUi e due furon vescovi di Cortona. Imbe-
vuto di religioni costumi^ed ammaestrato di molta
erudizione morì di 80 anni nel <499i e fu sepolto
nella chiesa della Nunziata, nella cui libreria è il
suo ritratto. Fu necessitato dal generale di santo
Spirito a pigliai P ordine di tal santo, e lasciar
quello dei Servi; ma essendo ormai vecchio tor-
no alla religione da dove era partilo. C-n. Ep. v.
Attila e GftEcm\NA. sante volterrane ver-
l48 A U K.
gini. riceverono la palma del martirio sotto l'impe-
ratore Diocleziano nel secolo IV G~c. Ep. in.
AÙno re etrusco secondo Silio Italico ebbe il
suo regno in quella parte dell'aulica Etruria cin-
ta dagli Appenniniche di poi ebbe nome di Tra-
simeno. D-p. 11.
Averani Giuseppe nacque in Firenze nel
1662 di felicissimo ingegno. Dimostrò attitudi-
ne ed una enciclopedia di cognizioni. Riputando
egli di sommo pregio il lavoro di Filippo Com-
mendino sopra Archimede, divisò d'imprenderne
uno eguale sopra il di lui commentatore Eusebio
d'Asealona, cui assaissimo debbe la storia delle
matematiche.il granduca CosimoIII ad imitazione
del Redi e del Magalotti, destinò l'Averaui ancor
giovinetto a dettare le istituzioni civili nella u-
niversità di Pisa . Di poi il chiamò in corte per
ammaestrare il principe Gio. Gastone suo figlio.
LTAverarii divertiva il regio alunno anche a di-
lettevoli studi, offrendo al di lui vivace intelletto
una serie di esperienze fisiche speciose ed aggra-
devoli, specialmente quelle che si operavano con
lo specchio ustorio, mediante il quale quasi tut-
te le materie si trasmutavano in vetro. L'Averani
descrisse tutto questo procedimento in elegan-
tissimo stile. Il gusto di cui egli era fornito nel-
T amena letteratura il trasse a scrivere nel più
squisito latino idioma anche le sue interpretazio-
ni delle leggi giusliniane , ed a corredarlo della
più scelta romana erudizione. Egli alternava gli
studi severi cogli aggradevole e di questi aacor
AVE. l49
si valeva per alimentare i suoi sentimenti di cri-
stiana pietà. Tutto in lui si porgeva la mano ed
era in amichevole corrispondenza . Più lezioni
toscane egli distese sopra la passione del Reden-
tore , e più altre sopra argomenti di profana ed
anche di giocosa erudizione. Visse scapolo, tinche
poi consunto da annosa infermità da lui sostenu-
ta con religioso eroismo, chiuse piissimamente i
suoi giorni nell'anno 1738. C-r. Ep. vi.
Averam Benedetto nato nel 1645 divenne un
letterato universale . Fu meraviglia che senza,
aiulo di alcuno più scienze apprendesse ed in
modo che insegnar le potette agli altri: fu nella
verde sua età professore di umane lettere a Pisa.
Egli imprese nelle sue lezioni d1 illustrare tutti
i classici greci e latini. Nel ragionare per esempio
dentanti epigrammi dell'Antologia ei prende occa-
sione d"* inoltrarsi in lahoriosissime indagini sui
fatti d'Ercole, su i giuochi olimpici, pizii, istmici
e nemei, sugli atleti, sulla pantomima, sulla sal-
tazione e sopra gli unguenti, la chioma, la barba
degli antichi e sopra i misteri eleusini, sopra Bac-
co, Orfeo, Caronte, Licurgo, gli spartani ec. Pren-
dendo Euripide ad argomento di altre sue dis-
sertazioni ei parla della tragedia, del teatro, degli
abiti scenici, delle tibie, dei riti, delle supplica-
zioni, del coprirsi la testa in pericolo estremo ed
in estrema afflizione } e così d? altre eruditissimo
sue lezioni , le quali tutte riempiono due ben
-rossi volumi in foglio. Avvene aggiunto un ter-
zo il (pi -.lo contiene „ Le orazioni e le poesie ,,.
Le grazie messe in opera da Catullo per :n!«*s< -aiv
l5o A T E.
alPamore, le impiegò l'Averauiper disgustarne in
una elegìa che porta il vanto sopra le altre. Fu
scrittore anche di prose toscane e da buon acca-
demico ordì dieci massicce lezioni sopra un solo
sonetto del Petrarca . Possedeva un emporio di
erudizione ma non il criterio, di sceglierla all'uo-
po, dominato dalla smania di dir tutto. Morì nel
J707 ed ebbe più di un laudatore funebre, e fu
appellato gran lume d'Italia non che del celebre
studio di Pisa. C-r. Ep. vi.
A veroni Valentino di Firenze monaco valom-
brosnno ed abate di s. Trinila, tìorì versola metà
del see. XVI. È conosciuto come traduttore di due
opere di s. Tommaso d'Aquino, Trattato del go-
verno dei principi, Firenze 1677, e Trattato del
governo de'giudei unito col precedente^ Della dot-
trina cristiana di Dionigi Cartusiano.Barbier.Exa-
men crilique, toni, u pag. 67. avverte, che va letto
Dionigi il certosino, Firenze 1577. Del trattato
della città di Dio di s. Agostino : versione che
non venne pubblicata, ma conservasi manoscrit-
ta nel monastero di s. Michele di Passignano.Vedi
Mazzucchelli, tom. 1, pag. 2, ia44- &• u- v.
Avignonesi Bartolommeo di Montepulciano
segretario del gran maestro della religione di
Malia. Quantunque assai malmenato da Giacomo
Bosio, Istoria della religione di Malta, fu per at-
testalo del Sansovino, Vita dei turchi , uomo di
grande ingegno ed in politica singolare. Segreta-
rio del gran maestro dettava contemporaneamen-
te quattro lettere in differente linguaggio e di
svariate maniere ai cavalieri di diverse nazioni.
ATT. l5l
Era in tale impiego quando Solimano assaltò e
vinse V isola di Rodi , dal che ne ridondarono
grandi ricchezze come trattative della capitola-
zione. P-r. Ep. v.
Avveduti Gio. Domenico, d'antichissima fa-
miglia chiancianese assai polente ed illustre per
i valentuomini che ha prodotti in ogni eia, fu dai
genitori mandato in Pavia per attendere alle scien-
ze legali, nelle quali fu laurealo, sotto la direzione
delPinsigne giureconsulto Baldo da Perugia. Dal co-
mune di Chianciano fu eletto ambasciatore presso
la repubblica di Siena ad oggetto di trattare di af-
fari politici, nella quale occasione venne decora-
to della nobiltà e cittadinanza senese, essendo
di fatto riseduto nel supremo magistrato del con-
cistoro Tanno 1307. Venne quindi onorato da
quella repubblica di varie ambasciate e spedizio-
ni, e si trova in alcune memorie di sua famiglia
decorato quindi col titolo di Comes stabilis. [n
una spedizione avuta presso l'imperatore otten-
ne di poter innestare alla sua arme gentilizia una
aquila, da un qual privilegio ben si rileva di quali
metili fosse egli rivestito. Cessò di vivere in Sie-
na, ed è il primo che si vede onorevolmente com-
parire nella sloria di questa casata, la quale conta
tra i suoi fasti di aver prodotte la B. Diana , ila
del glorioso s. Bernardino da Siena, la B. Stoppa
Avveduti ambedue terziarie francescane,e di ve-
dere il suo albero contraddislinlo con Nera Av-
veduti, madre del medesimo s. Bernardino, e con
Orsota Galelri prima negli Avveduti $ e poscia
i5a a z z.
madre del dottissimo porporato Francesco Casini
di Arezzo. M-g. Ep. v.
A zzi Francesco Maria (degli) gentiluomo
d' Arezzo e cavaliere di s. Stefano nacque nel
maggio del i655. Fu in sommo credito nella sua
patria ed insignito di tutte quelle onorifiche cari-
che che ai soli cittadini distinti si accordano. Egli
faceva della poesia la sua ricreazione, e non solo
fu membro di una accademia in Arezzo, ma uno
dei fondatori della colonia arcadica che vi si sta-
bilì, e dov' egli prese il nome di Orenio Batillia-
no. Lasciò la seguente raccolta: „ Genesi con al-
cuni sonetti morali , Firenze 1700 ,,. Non è già
come potrebbesi credere dal titolo una traduzione
della Genesi, ma un sunto di essa in sonetti, cia-
scheduno dei quali è preceduto da una esposi-
zione in prosa: ai /sonetti tengon dietro poesìe
morali sopra diversi soggetti. Morì quest'autore
nel settembre del 1707, ed aveva intrapresa una
traduzione d'Omero m ottave, ma che non ebbe
tempo di terminare. B. u. vi.
Azzi ne"* Forti Faustina (degli) nacque in
Arezzo nel marzo del i65o, ed essendo poetessa
delle più illustri del secolo XVII venne ricevuta
neir accademia degli Arcadi , sotto il nome di
Selvaggia Eusinomia ed in quella dei Forzati
di Arezzo sotto quello di Confusa. Pubblicò un
volume di poesie col titolo di „ Serto poetico „
stampato in Arezzo nel 1694 e 1697. Faustina
che morì in patria nel maggio del 1724 apparte-
neva a quasi tutte le accademie d'Italia. Le altre
A Z Z, 103
sue produzioni sono sparse in varie raccolte co-
me quelle delle Rullatrici viventi pubblicate in
Venezia nel 1716, e delle Rimatrici d'ogni secolo
pubblicate ivi; ma in questa ultima raccolta non
vi è di Faustina cbe un'ode e due sonetti. B. u.
Ep. vi.
A-zzolim Ugurgeri Isidoro senese dell' ordi-
ne dei predicatori scrisse,, Sanctiones reforma -
tas „; „ Monumenta patruum theologorum se-
nen-9Ìumne le „ Pompe senesi „. Morì nel i665.
C-rc. vi.
Azzoxi Giovanni figlio di Ghinazzone d1 Ca-
riente Azzoni , fu dottor di legge, e volgarizzò
queir opuscolo di Donato Acciainoli intitolato:
Libellum in quo Caroli Magni Florentiae in-
stauratoris gesta commentantur , cioè Vita di
Carlo Magno, scritta da Donato Acciainoli in la-
tino , che si conserva manoscritta nella libreria
già Strozzi; qual volume così volgarizzò e stampò
più volte. C-n. vi.
23
Baccelli Girolamo nacque in Firenze nel
i5i4 da una nobile famiglia. Allo studio della
letteratura aggiunse quello della medicina , in
cui divenne abilissimo. Per il suo merito let-
terario fu aggregato alP accademia Fiorentina ,
della quale dopo aver dette molte lezioni, come
era uso, fu crealo console nel i55ri. Mori in patria
1 54 B A C.
nel i58i, e non Inscio che un3 traduzione italia-
na, che fu poi pubblicata da Baccio Baccelli con
questo titolo: L'Odissea d'Omero tradotta in vol-
gare fiorentino, Firenze i58a. La lettera dedica-
toria di questa traduzione ci avverte che il Bac-
celli non potè dare l'ultima mano a quel lavoro,
né tampoco finire la traduzione dell'Iliade ordi-
natagli dal granduca Francesco I. I primi versi
tradotti dell'Iliade sono stati inseriti dal dottor
Lami nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca
Riccardi, nella qual biblioteca si conserva il ma-
noscritto originale del settimo libro delllliade, e
quello intiero della Odissea. B. u. Ep, v, vi.
Bvccetti Niccolò nacque in Firenze nel 1567}
vesti l'abito dell'ordine dei cistercensi e fu abba-
te di molli conventi di quell'ordine, e fra gli altri
di quel della Misericordia di Settimo fuori di Fi-
renze, di cui egli scrisse eruditamente la storia.
Questa fu pubblicata lungo tempo dopo la morte
sua dal padre Malachia d'Imquimbert di Carpen-
tras religioso del medesimo ordine , teologo del
granduca di Toscana, e poscia arcivescovo di
Teodosia. Questa storia ricca di curiose ricerche,
corredata di note e di una prefazione dell'autore
è intitolala „ Nicolai Faccetti fiorentini, ex or-
dine cistercensi abatis Septimina historiae Uh
vii, Romae 1724* Niccolò morì nel j647 nell'età
di circa 80 anni. B. u. vi.
Bacchetide e Tagete auguri e sacerdoti etru-
schi. V-r. 11.
Bacci Giacomo Antonio lucchese rettore del
seminario di sua patria mancò ai vivi nel luglio^
B A C. 1 55
del ^SS.Panno di sua vita mortale 56. Dopo aver
falli i giovanili suoi studi volle istruirsi nel gius
pontifìcio. Ottenne in seguito la cattedra di filo-
sofia nel seminario, I" ufficio di prefetto della bi-
blioteca o di esser eletto a scrivere ciò che fosse
da leggersi in occasione del sinodo , essendo ar^
civescovo monsignor Fabio Colloredo. Ciò fu ese-
guilo dal Bacei in guisa da essere commendato.
Passò ad insegnare teologia; frattanto istruiva i
suoi scolari nei rudimenti della lingua greca, e
dettava loro di quando In quando i suoi libri di
morale filosofia, che postumi uscirono a luce con
titolo „ Etliicorum libri quinque in tres tornos
distributi. Lucae 1760,,. fatica di quasi trenta
anni. Fu il Bacci maestro di costumi non soltanto
in parole ma in opere, delle quali sarebbe lungo
il «lire. Dimorò tre anni in Roma, e sempre nella
grazia di sommi e dotti uomini. La morte sua fu
come pubblico infortunio alla patria, che volle
eretto in marmo un suo monumento con ritratto
ed apposita iscrizione. T-p, Ep. vii.
B4cci Pietro Aretino. Ved. Aretino Pietro
Baccio da Montelupo visse 88 anni e mori
circa il i57>3. Fu buono scultore, e Ralfaello che
gli fu tiglio superò nelle sue opere il merito del
padre. INell.i santa casa di Loreto Baccio termino
le opere Lisciale imperfette dal Sansovino. ( Or-
landi. Abbecedario pittorico ). È soprattutto co-
nosciuto per un numero infinito di crocifissi in-
tagliati in legno di gran misura, e che spediva in
tulli i pa«À»l che li ri- hiedevano. Inseguito prese
stanza in Lurca dove fece molte opere di scul-
l56 B A e.
tura ed architettura. Suo figlio Raffaello da Mon-
telupo si segnalò egli pure nella scultura e sor-
passò altresì suo padre. Lavorò in cera, in cre-
ta, in marmo ed in bronzo. Esegui in Roma so-
pra i disegni di Michelangiolodue ligure del mau-
soleo di Giulio II, che si vedono nella chiesa di
s. Pietro in Vincoli. Raffaello lavorava colla mag-
gior facilità; allorché Carlo V viaggiava in Italia,
modellò in cera nel corso di cinque giorni due
figure colossali di fiumi per decorare l'estremità
del ponte Santa Trinila a Firenze, e per Io stesso
oggetto aveva già ornato il ponte di s. Angiolo
in Roma con 14 figure di stucco. Scolpì la statua
dell'Angelo di nove piedi di misura che sormon-
tava h torre quadrata nel centro del castel s. An-
giolo. La statua di Baccio era di marmo; ma es-
sendo stata molte volte colpita dal fulmine fu ai
tempi nostri fusa di bronzo. Baccio eresse poscia
la tomba del papa Leone con la di luislaiua nel-
la chiesa di s. Maria della Minerva. Finalmente
dopo falli molti altri lavori tanto di scultura che
di architettura si ritirò ad Orvieto, dove in un fi-
losofico riposo terminò i suoi giorni. B. u.
Ep. v, vi.
' Bachiacca Antonio , ricamatore «li grido, al
quale il Varchi dà l'onore di paragonarlo nel suo
genere di lavoro alle opere del Bronzino , ed al
Buouarruoti, in un suo sonetto che nella parte
prima di sue rime. Altri dicono clf ei fosse pittore.
B-s. %
Badii Antonio musico , maestro di cappella
di Firenze per saggio di sua maestria iteli arte
B A G. I&7
del contrappunto lasciò molte opere a cappella,
cioè messe, molti e salmi ai professori notissime.
Ved. Pier Francesco Garzi. B-s.
Baginesi beata Maria fiorentina naia ne! i5i4-
Fin dall'infanzia si etessè ilDivin Redentore per
suo sposo.ma destinala dal padre a maritarsi se ne
accorò tanto che s'infermò }ed ebbe in quel tempo
nella sua stanza una cappellina ove poteva assiste-
re e partecipare dei sacrifizi divini. KelPanno i5jj
dopo essere stala inferma nel Ietto per 4 5 anni
rese l'anima a Dio, avendo nella di lei infermità
preso l'abito del te ricordine di s. Domenico , e
dopo un anno avendo fatta la professione. La sua
vita fu scritta dal P. Alessandro Capocchi dell'or-
dine domenicano. R-z. Ep. v. vr.
Bagno Timoteo (da) monaco camaldolense,
della lingua spagnuola intendente, trasportò dal-
la medesima nel nostro toscano idioma il Per-
fetto leggendario della vita e falli di Gesù Cristo,
e di tutti i sanli, Venezia 1627, olire a diverse
altre di libri ascetici. C-n. vi.
Baillou Giovanni cavaliere (de) nato nel-
l'agosto del 1758 in Livorno da nobile famiglia
ispano-lorenese trapiantatasi di Fiandra in To-
scana ai servigi dei Medici. Studiò iti lettere ejle;
belle arti , e poscia viaggiò nei Paesi Bassi , in
Germania ed in Francia, e da Parigi recò il gusto
della declamazione drammatica, e volle egli stes-
so in compagnia di eletti amici darne saggio. [Via
studi più gravi e cure più importanti vennero pre-
si 8 ad occuparlo. Si applicò alle matematiche,
all'economia pubblica, alla storia, alla geografia
St. Tose. Tom. 12. 1"
I&8 BAI.
ed ai viaggi- e quindi entralo nelle civili magi-
strature e negli uffizi del governo , ebbe V inge-
renza nella compilazione di nuovi regolamenti
per le comunità del granducato, e coadiuvò il
senalor Francesco Gianni «elle utili riforme
ideate dal granduca Leopoldo. Dal successo
governo borbonico , nominato primo geografo
della Toscana, poscia uno dei cinque deputati
alla introduzione del sistema metrico francese .
Nella prima qualità unì una carta di tutta la To-
scana e delle isole ad essa pertinenti 5 la quale
venne giudicala la migliore di quante se ne aves-
se allora, e fu comprata a non tenue prezzo dal-
l'' uffizio geografico della repubblica italiana. IVè
di minor pregio fu il lavoro che fece per adem-
pire il secondo suo incarieo,va!e a dire le „ Tavole
di ragguaglio dei pesi e misure toscane coi pesi
e misure deirimpero francese ,.. Cessatogli V'im-
piego di geografo, ogni pubblica faccenda, emes-
so in islato di pensione , coir aggiunta di una
commendaci dedicò fervorosamente ad investiga-
zioni concernenti la moderna e antica metrologìa,
sopra di che pare che abbia scritta un^opera spe-
ciale. Lesse nel 1818 nelP accademia dei Geor-
golili in Firenze, della quale era socio, una,, Dis-
sertazione intorno al sistema metrico agrario
degli antichi romani,, che trovasi nel tomo 1 del-
la continuazione degli atti della stessa accademia.
Girava pure manoscritta una sua „ Statistica della
Toscana „} ed aveva incominciato a compilare
eziandio un giornale intitolato „ 11 saggiatore „,
allorquando mancò di vita nel giugno del 1819
B A L. 1 39
in età di sessanta anni e dieci mesi. Oltre che
cavaliere era barone del S. A. Imp. B, u. Ep. vii.
Bilassi Mario pittore fiorentino. Le discipline
pittoriche da esso apprese dal Lingozzi, dal Ros-
selli, poi dal Passionano, corroborate dagli studi
clVei fece in Roma su i migliori asempìari lo resero
eccellente copiatore e più che mediocre inven-
tore. Dal ritratto di lui che ha questa real Galle-
ria di Firenze non si potrebbe conoscere il me-
rito del Baiassi, mentre ha un poco sofferto. Gli
intendenti però giudicarono del suo buon co-
lorilo, e del suo ben inteso chiaroscuro dai qua-
dri che vedonsi in molle gallerie, ed in specie in
Firenze sua patria dalPAssunzione a s.Gaelano e da
altri altrove. Nell'opere spinse il Baiassi lauti ol-
tre la sua puntualità, che per soverchio studio di
voler migliorare e correggere, guastò spesse volte
le sue pitture. Mori nel 1667 uelPanno (»3 della
sua nascita. R. g. d. Ft vi.
Balcani Niccolò della città di Lucca, fii mini-
stro della chiesa italiana a Ginevra dove pubblicò
in italiano una „Yita del marchese Galeazzo Ca-
racciolo „ , nella (piale, come il tilolo annunzia,
si vede un raro e singolare esempio di perseve-
ranza nella pietà e nella vera religione, Ginevra
i58i. Tal'opera fu tradotta in francese, in latino
ed in inglese. B. u. vi.
Baldi Pietro pisano fu prima vescovo di Ni-
cotera, poi di Tropea nel regno delle due Sicilie.
Trasportò egregiann-nte dal greco in latino molte
opere ecclesiastiche, e segnatamente i sermoni ,
ossiano le omelie ai, dette dalle statue, recitale al
iGo B A L.
popolo d'Antiochia da s. Giovan-Grisostomo. Mo-
rì nell'anno i479- **"*• Ep> v.
Baldelli Francesco corlonese fiorì nel secolo
XVI. È assai cognito per il numero grande di tra-
duzioni che egli fece dal latino, come delle Opere
di Flavio Giuseppe, Della guerra de'giudei, e del-
l'Antichità giudaiche. Della istoria, ovvero libre-
rìa storica di Diodoro Siciliano} delle Istorie di
Dione Cassio} dei Commentari di Giulio Cesare^
de) Compendio della storia romana di Pomponio
Leto, con altre opere di tale autore. Dei libri di
Polidoro Virgilio, Dell'origine e degli inventori
delle leggi, costumi , scienze ec. Dei fatti dei ro-
mani dalla guerra di Candia fino alla morte di
Claudio imperatore, scritti da Dione Cassio Nì-
ceo. Di queste, come di molte altre traduzioni
furono fatte varie edizioni, poiché sono assai sti-
mate per la loro esattezza ed eleganza. B-s. v.
Baldelli Niccolò figlio di Niccolò di Monte
di Scipione cortonese, gesuita, filosofo e teologo
mollo dotto, sì nella morale come nella scolastica,
che per molti anni altrui insegnando continua-
mente lesse. Di esso si leggono le seguenti opere.
„ Visputatiotium ex morali theologia^ tomi duo,
Lione 1644. » Lasciò alla sua morte il terzo to-
mo manoscritto. Lasciò pure altre opere mano-
scritte. Morì in Roma nel iG55 d'anni 82. C-n.
vi.
Bildelli Bartnlommeo di Pier di Pace fu
uno dei riformatori dello statuto di Cortona, come
si legge nel proemio di detto statuto} andò a sta-
re a Terranuova in Valdarno , d"1 onde poi a Fi-
B A L. I6l
renze , e da questo vengono Bartolini Baldelli,
perchè fu chiamato Bertolino. C-n.
Baldelli. Ved. Bartolini Baldelli.
Baldelli Bosi Gio. Battista conte, nato in
Cortona 1' anno i?66 fu cavaliere di s. Stefano
ed ebbe agio d'attendere agli studi scentifici e let-
terari a Pisa ov' era carovanista . Recatosi nel
1786 agli stipendi del re di Francia nel reggi-
mento italiano (V infanterìa, in occasione della
rivoluzione, si mantenne costantemente fedele
al re, sinché venute le cose borboniche a tota-
le rovina rimpatriò , e riguardando a sé chiusa
per sempre la via delle armi si rivolse intiera-
mente alle lettere. Per imponenti circostanze fu
d'uopo ch'ei nuovamente, ma per poco, attendes-
se alle armi in servizio della patria. Non ostante
pacitìcate le cose politiche potette nel 1806 dare
in luce relegante „ Vita di Giovanni Boccaccio,,,
cui tenevan dietro due facete lettere intorno alla
signora di Stael ed alla sua opera intitolata Della
lettera, turaconsiderata nei suoi legami colle isti-
tuzioni sociali. Neli 829 vedeva la luce il „!Hilione
«li Marco Polo ec. illustralo: Saggio di antichità
primitive,, favorevolmente accolto da quanti sono
versali negli studi archeologici. IWa prima di ab-
bui-fonare la Toscana avea già pubblicato nel
i;./f „ I' Elogio di Niccolò Machiavelli „, e nel
1 7«>7 il volume che porta per titolo „ Del Petrarca
p d*lle sue opere libri quattro „, e questi lavori
avevan fatto conoscere il cav. Baldelli a tutta Pita-
li? . rln> ne pianse lo morte accaduta nel mese
l62 B A L.
di febbraio del i83i . Fu il Baldelli governa-
tore di Siena, insignito di più ordini equestri,
ottimo marito, padre amoroso, e fedele ammini-
stratore delle sostanze della famiglia . Le molle
opere eh* egli scrisse gli dan luogo trai laboriosi
italiani scrittori del presente secolo 5 tanto più
se abbiasi riguardo alle tante pubbliche e pri-
vate cure eh' egli sostenne , le quali gli ne-
gavano la facoltà di dare alle medesime quella
maggior diligenza che per avventura vi si deside-
ra. C-r. Ep. vii.
Baldi o Baldo medico dotto che per dare at-
testato dei suoi talenti ha lasciate scritte molte
opere assai erudite che sono: „ Prelectìo de con-
tazione pestifera, Roma 162,1 „. „ Dìsquisitio
iatrophisica ad testum lib. Ippocratis de aere,
aquis et locis, num in eo legi debeat biliosissi-
mum vel turbidissimum, in qua de calculorum
caussis ac de aquis Tyberis boaitate disseritur,
et quaestio de maiori mine quam praeterito sae-
culo calculorum in urbe frequentine lucidatur,
Roma 1637,,.,, Ve loco affecto in Pleuritide etc.
¥ar\gìi6/io,Y{.omai(ìfò„.„Medicespropug7iationes
Opobalsami orientalis in conficienda Theriaca
etc. Roma 1640,,. „ Relazione del miracolo insigne
operato in Roma per intercessione di s. Filippo
Neri, Roma 1648 „. Fu lettore primario nella sa-
pienza di Roma , e medico del sommo pontefice
Innocenzo X . „ Historiam morbi et anato-
micam observationei?i circa corpus et cadaver
card. Bevilacqua cum multis dubiis inde natis.
Lectiones academicas de venenis, C-n. vi.
B A. L. l63
Baldi Giuseppe medico fiorentino che visse
verso la fine del secolo XVII, ha lasciala un'opera
manoscritta su i funghi divisa in due libri senza
figure^essa contiene curiose osservazioni sulla pro-
pagazione di tali piante. Adoperò di conoscerne la
configurazione, e di scoprire d'onde poteva veni-
re la qualità venefica di moltissime specie di esse.
Parla d1un fungo del peso di dodici libbre e mezza
che fu presentato nel i683 al granduca Cosimo
III defedici. Esaminatosi quel fungo dal Baldi,
trovò che non conteneva sostanza venefica nes-
suna. Questa è una specie di vescia, lycoperdon
dei botanici, che si mangia abitualmente in Ita-
lia. Il manoscritto servì molto al Micheli che Io
cita con lode; esso passò poi nella biblioteca Nani
in Venezia dove è slato scritto sotto il numero
54 nel catalogo di detta biblioteca dal Morelli 7
Venezia 1776. B. u. Ep. vi.
Baldi Lazzaro di Bastiano , nacque in Pi-
stoia Tanno 1624* Fu dotato da natura di una
gran disposizione per la pittura e studiò in patria.
Divulgatasi poi la fama dei meriti di Pietro da
Cortona dimorante allora in Roma divenne di lui
scolare,e dopo molti progressi ebbe la protezione
del cardinale Ruspigliosi poiCIeinenteIX.il suo
successore Alessandro VII lo fece dipingere nei
suoi palazzi, e frattanto lasciò il Baldi in Roma
documenti sicuri di suo sapere. Fu chiamato a di-
pingere in Perugia, e tornato quindi a Roma pel
rimanente di sua vita, si fermò là e vi eresse a
[ifòprie spese nella chiesa di santa Lucia la r.ip-
pell 1 di s. Lazzaro, e vi colori il quadro dell'ai-
l64 B A L.
tare con molla lode. Scrisse inclusive „ La vita del
santo pittore „ divenula rarissima. Roma ebbe da
lui molte tavole, e due se ne additano in partico-
lar modo in Pistoia*, l'Assunta in san Francesco ,
ed il Riposo d'Egitto nella chiesa dell'Umiltà*, co-
sicché la patria volle in segno di stima noverarlo
fra i suoi cittadini nel 1699, ma poco ne potette
godere perchè mancò nel marzo del 170^ nell'an-
no 79 dell'età sua. T-l. Ep. vi.
Baldi Valentino di Raffaello, nacque Tanno
17^4 ed ebbe in Pistoia sua patria i principii della
pittura da Francesco Beneforti , profittando dei
lumi ed aiuti di Haronto Tolomei. Desideroso di
far progrèssi in quest'arte si portò in gioventù a
Bologna, ove fu posto sotto la direzione del ce-
lebre Mauro Tesi, il quale per 1' amore che gli
pose lo scelse quindi a suo aiuto. Dopo la morte
del maestro si esercitò presso il conte Massimi-
liano Gini nell'architettura, prospettiva ed ornato.
Cominciò quindi a dipingere sì in Bologna che
nelle adiacenti campagne, camere e pareti, pra-
ticandovi specialmente grotteschi e quadrature
d'ottimo gusto. Amando però all'eccesso i quadri
di fiori, frutti, vasellami ed animali , ne copiò
con tanta abilità, e tanti ne condusse di sua in-
tera invenzione , che furono e saranno sempre
la delizia dei conoscitori. Si adoprò ancora il no-
stro Baldi nel pulire e restaurare quadri rovinati,
nel che fare ritrasse plauso e guadagno. Morì in
Bologna nel 1816 con dispiacere degli artisti e
degli amici. T-l. vii.
Baldini Baccio lettore in Pisa medico del
B A L. l65
granduca Cosimo I, dal quale fu tenuto in gran
pregio, scrisse dottamente in medicina: „ In li-
brimi Hipocr. de aqua et aere et loc, commen-
tarla^ Firenze i 586 „ „ fract. de cucumeribus,
Firenze 1 586 „. Fu oratore e scrisse una „ Ora-
zione in lode di Cosimo I, Firenze 1674 m 5,Vita
di Cosimo I „ . Scrisse vari „ Panegirici „ , e la
celebre „ Mascherata della progenie degli Dei ,
Firenze 1 5^5 „. „ Discorso della fortuna e della
virlù di Cosimo I „ e „ Discorso del fato e delle
forze sue sopra le cose del mondo e particolar-
mente sopra Ie-operazioni degli uomini, Firenze
1 5^8 „ ed altre opere di tal fatta. Ebbe le opere
del Machiavelli in grandissima avversione, ond'è
ohe fece tor via dai banchi della libreria Lauren-
ziana il manoscritto originale, e nell' armario,
eh' è in testa di essa con alcune opere di Pietro
Abano ed altri scritti di Francesco da Ascoli, sotto
le chiavi con diligenza servare, acciò non li vedes-
sero, onde la sua poca perizia si scopre, che s^af-
faticò sopprimer queste , lasciandone indietro
altre peggiori . Morì il Baldini circa ali1 anno
1590. C-n. Ep. vi.
Baldini Baccio fiorentino fu orefice ed argen-
tiere, ed avendo osservalo il modo d^inlagliare a
bulino da Maso Finiguerra (dal qual Maso dicesi
che avesse principio quesfarte circa il 14G0 in
Firenze), non solamente, benché non avesse uno
foggiato disegno, trovò la maniera di bene imi-
tarlo, ma fece ancora nelle slampe comparire
qualche cosa di migliore, intagliando dai disegni
l66 B A L.
di Sarulro Botticelli valente pittore. Vedi Fini-
guerra Maso, e Pollaiolo Antonio. G. G. Ep. v.
Baldisotti Giuliano pistoiese fu Gesuita mis-
sionario, e portò la fede cristiana nel Tunchino,
chiamato da quel re nel 1606. Morì nel 1626 per
viaggio. B-s. vt.
Baldinucci Padre Antonio nacque in Firenze
nel i665,enel 1681 veslì l'abito di Gesuita e nel
1703 applicavasi alle missioni e Tanno 171 7 fu
l'ultimo della sua vita. Ebbero le sue missioni il
vantaggio d'essere assistite dalla previdenza di-
vina. Scrive il Galluzzi autore della sua vita, che
il Bablinucci fu mirabile per la virtù d'innocenza
e purità di costumi, per la profonda umiltà e per
allre virlù cristiane che praticava, tantoché vi fu
chi scrisse e giurò aver sempre visto ed inteso
in molti paesi di varie diocesi, anche in luoghi
ove il padre Antonio Baldinucci mai fu in vita
couosciuto, la grande stima che da ognuno m fa
a questo servo di Dio. G-l. vi.
Baldinucci Filippo fiorentino accademico
della Crusca scrisse le „ Notizie de^professori del
disegno da Cimabne in poi „ per le quali si dimo-
stra come e perchè le belle arti di pittura,scultu-
ra e architettura lasciata la rozzezza delle manie-
re greca e gotica si siano ridotte all'antica loro
perfezione: opera distinta in secoli e decennali.
Firenze 1681, secolo secondo dal i3oo al ì/Joo
1686. Secolo III, e IV dal 1400 al i54o. Firenze
1728. Parte seconda del secolo IV che contiene
tre decennali dal i55oal i58o. Firenze 1688. \U
B A L. 167
tra parte che conliene tre decennali dal i58o al
1610. Opera postuma. Firenze 1702. Secolo Vdal
ìiiioal 1670 opera postuma. Firenze 172,8. „ Co-
minciamento e progresso dell'arie d'intagliare in
rame, colle vite di molti de'più eccellenti maestri
della stessa professione. Fir. 1686 „. „ Vocabola-
rio toscano dell'arte del disegno, nel quale si e-
splicano i propri termini e voci non solo della
pittura, scultura ed architettura, ma ancora di al-
tre arti a quelle subordinate e che abbiano per
fondamento il disegno, con la notizia dei nomi e
qualità delle gioie.metalli, pietre dure, marmi,pie-
tre tenere, sassi, legnami, colori, strumenti ed
ogni altra materia che servir possa alla costruzio-
ne di edifizi e loro ornalo, quanto alla stessa pit-
tura e scultura. Firenze 1781,,. „ Vita del cav. Gio.
Lorenzo Bernino scultore,archiletto e pittore. Fi-
renze 1682,,. „Letlera nella quale risponde a diver-
si quesiti nella pittura. Fir. 1690,,. „ Lezione det-
ta all'accademia della Crusca nel 169 1„ „La veglia,
dialogo di Sincero Veri. Firenze 1690,,.,, Lettera
nella quale si risponde ad alcuni quesiti in mate-
ria 'li pittura. Roma e Firenze 1681 e 1687,,. ?,Le-
zione detta nell'accademia della Crusca. Firenze
1692 „. D-s. Ep. vi.
Baldovmetti Alessio fiorentinopittor nobi-
le, ed oltre ogni credere diligente e minuto. Con-
tro il genio del padre che volealo alla mercatura,
nella quale avea guadagnato gran somme di con-
tanti, s'applicò al disegno, e divenne raro nel co-
piare da! naturale, nel far ritratti, e nel dipinge-
re a olio e a fioco fu diligente. Finì le sue uose
|68 B A L.
col fiato, e sebben davano un poco nel secco e nel
crudo, nulladimeno le disponeva in si vaghi pae-
selli ch'erano universalmente gradili. Fu buon
mosaicista avendone imparala Parie da un tede-
sco, nel qual metodo lavorò molte storielle. Di-
pinse in s. Maria Nuova, in s. Trinila e altrove
in Firenze. Della natività di Gesù Cristo al por-
tico della Nunziata, e delle altre opere oggi riman
piuttosto il disegno che il colorito, dileguatesi le
tinte per la debolezza della loro composizione.Àp-
presa la maniera di lavorare a mosaico la insegnò
a diversi artefici fiorentini, e tra gli altri a Do-
menico Ghirlandaio.G iunto Alessio alla vecchiez-
za si commise nell'ospedale di s. Paolo dove fece
trasportare un gran cassone, perchè i ministri di
detto ospedale credendo che vi si racchiudesse
gran somma di denaro gli facessero buon trat-
tamento. Dentro il cassone però altro non si tro-
varono che defogli. Il migliore di lui discepolo
fu un certo Gra Dione fiorentino. Visse il Baldo-
vinelti finoalTelà di 80 anni, e morì allo speda-
le nel 1448 avendo egli lasciata tenue somma di
danaro per essere stato libéralissimo. Nelle sue
pitture non ebbe invenzione felice, ma per esse-
re stalo nelle altre cose perfetto, è meritevole di
esser numerato fra gli artefici più singolari della
sua eia. Ep. v.
Ba.ldovini Francesco dottor di legge, e poe-
ta e pievano. Ha composto in verso toscano assai
dolcemente alcune ottave in stile rusticano no-
strale, intitolate „Ceccoda Varlungo,,: inoltre al-
cune altre gioiosissime stampate in Firenze più
B A L. 1G9
volle. Scrisse canzoni in stil grave e più diversi
sonelli non però stampati. Scrisse anche delle
„ Laudi spirituali „ che per le nostre compagnie
di secolari si cantano. C-n.
Baldlcci Giovarmi fiorentino detto Cosci im-
parò la pittura da Battista Nald ini . Favorito dal
cardinale dei Medici, che fu poi Leone XI, lavorò
iu Firenze ed in Roma. In Napoli prese moglie,
ma vi lasciò la vita circa Tanno 1600. Quivi di-
pinse nella chiesa delle monache di s. Giova-
nello la Beata Vergine col suo Bambino e s. Gio.
Battista, opera mollo lodata. O-r. Ep. vi.
Baldlcci, o Balduccio Giovanni scultore pisa-
no scolar di Niccola, o del suo tiglio Giovanni, o
forse d Andrea, o soltanto applicatosi da sé al-
limitazione di costoro, fu anche architetto, co-
me quasi lutti gli scultori delPepoca slessa. I primi
di lui saggi di esperlezza nella scultura gli ab-
biamo nel mausoleo di Guarnieri signor di Lucca,
figlio di Castruccio degl'Anlelminelli morto nel
id22, e sepolto in S.Francesco pressole mura di
Sarzana. Presumesi pure l'autore del gran mau-
soleo inalzato ad Azzone Visconti duca di Milano
morto nel i33c), di che non restati che ruderi
presso TAnguissola. Egli scolpì anche il pulpito
istoriato nella terra di s. Casciano. Ma si elevò a
gran fama coll'opera molto nota dell'arca di s.
Pier Martire nella chiesa milanese di s. Eustor-
gio, eh"1 egli immaginò più grandiosamente che
fn^li possibile, e condusse con tutta la diligenza
e lo sfarzo dclParle che possedeva, e la terminò
alla line dil! ;inn«> 1 3 ?» 9 . Azzone Visconti di Mila-
St. Tose. Tom. 12. 18
IJÓ B A L.
no invitò il Balduccio con altri ad abbellirla sua
corte con le opere loro, ma posto a gara con gli
emuli non si distinse. C-c. Ep . v.
Ballanti Lucio senese medico e dottor lisi-
co, astrologo e matematico non volgare. Scrisse
„ De astrologiae meritate, et in disyutationes
Joanni Pici Mirar idulam^ adversus astrologasi
responsiones, Firenze i4y8 „ quale fece dopo la
morte del Pico e contiene 24 questioni, rispon-
dendo alle obiezioni di esso. Fu non solo degno
letterato ma prode e valoroso capitano, e fu cosa
di gran maraviglia, che fra le grandi turbolenze
delf animo, dalle quali fu afflitto, essendo più
volle per incessali! i persecuzioni dalla patria
bandito, come ed in qual modo ozio e quiete ai
suoi studi trovar potesse . Disputò d1 astrologia
con Gio. Pico, e gli predisse che non avrebbe
passato Tela di 33 anni, come per l'appunto segni.
Previde ancora e proleticò la sfortunata morte
del Savonarola. C-/j. v.
Banco Nanni d'Antonio senese uomo umile,
benigno e molto ricco. Attese alla scultura sotto
Donatello, lavorò ragionevolmente figure a bas-
sirilievi . É di sua mano il s. Filippo di marmo
posto in una nicchia d'Orsaninichele, statua lavo-
rata con molta intelligenza, benché assai perda
al paragone delle opere del di lui maestro. Dopo
ebbe incomberla dall'arte dei fabbri , dei legna-
iuoli e dei muratori di scolpire per lo stesso ora-
torio di Orsanmichele, quattro santi da porsi nel-
la nicchia accanto ad allra di Donatello. >Ia non
avendo egli prese giustamente le sue misure ne
B A. N. 171
avvenne che i quattro santi non poterono essere
adattati nella nicchia a loro destinata, sicché rac-
comandatosi al suo maestro egli ve le adattò,
togliendone alcune superfluità, di che non fu ca-
pace Nanni. Morì giovane alPelà di 47 anni nel
i43o. & tfU i. Ep. v.
Bandettim Teresa nota sotto l'arcadico no-
me di A ni arilli etnisca* nacque in Lucca nel-
l'agosto «lei i;()3, fornita di tutte quelle natu-
rali disposizioni che sono ad un poeta qualunque
necessarie, ed in ispecial modo a chi voglia im-
provisar versi. Di soli sette anni priva d' istru-
zione improvvisò ottave. Aveva appena compiti
tre lustri quando la madre mossa dalla povera
sua condizione pensò rivalersi col porre Teresa
tra le danzatrici del teatro. Ma non era quella la
via che dovevala condurre all'immortalila, tan-
toché la fanciulla si tenne forte a coltivare !a
poesia. La hellezza dei versi di un improvvisatore
veronese da lei ascoltato Tercilò ad improvvisar-
gli In pubblico un elogio. Ognuno ammira la sua
facilità nel poetare e la incoraggisce a quell'eser-
cizio, e di li a poco tempo la vedi , percorrendo
le prime città d'Italia, nelle più colte società ri-
cever lodi da tulli i dotti. Appartengono ai suoi
versi pensali un volume di „ Rime diverse, Lucca
1788 „. „ La Morte d'Adone in ottava rima,,. „ Il
Polidoro „ tragedia che nel 179Ì indirizzò alla
celebre Angelica Kauflmaii , lavoro da fare stu-
pire, giacché nell'epica e nella tragica poesia non
erano tino allora riescile le donne. „ La Rosnnin-
da „ e le „ Visioni in morte di Vincenzo Monti
IJ2, B A. IT.
e della principessa Rospigliosi , „ e fante altre
composizioni in particolari occasioni date alla
luce. Il suo poema la „ Teseide „ è senza dubbio
una bella poesia. Conobbe la lingua greca al se-
gno che ci lasciò la traduzione dei Paralipomeni
cTOniero scritti in greco da Quinto Calabro. Nel-
le sue poesie estemporanee parlò d"1 ogni cosa e
bene, ed alTimprovviso, talché può dirsi franca-
mente che oscurò la gloria della Corilla Olimpica
e del cav. Perfetti, ed eguagliò la capacità del
Gianni e dello Sgricci. Uno dei suoi più ferventi
improvvisi che recitò in Bologna in casa del prin-
cipe Lambertini fu la» Morte di Maria Antonietta
di Francia, „ nel quale giunta agli ultimi momen-
ti ili quella vittima ingiusta, con sì vivi colori la
dipinse, che seppe cavare il pianto dagli spetta-
tori. Ma che il di lei poetare estemporaneo fosse
veramente improvviso, lo mostra particolarmente
nella adunanza di Arcadia, ove per ben otto volte
le fu proposto Targomento medesimo, ed ella
sempre il trattò con nuovi modi ed in nuovo a-
spetto. A ragione dunque l'accademia degli Oscuri
di Lucca nelle sue sale eresse il ritratto in mar-
mo di Amarilli. Ebbe corone dagli Arcadi fino dal
1794, Tebbe da Perugia per mano del conte Re-
ginaldo Ansidei e da Mantova per mezzo del Bet-
tinelli. La Bandettini fu ottima moglie del suo
concittadino Pietro Lanctucci che tolse a marito
nel 1789,6 tinalmente lasciò settuagenaria il mon-
do per unirsi con Dio in cielo. T-p. Ep. vii.
Bandinelli Guido senese parente di papa
Alessandro III condusse felicemente novecento
fi A $. !?3
senesi crocesegnati con le pubbliche bandiere in
Sorìa Tanno iaia, sotto il pontificato di Onorio
III , ove andarono infiniti principi , cavalieri e
capitani con incredibil numero di gente militare,
ed i senesi ritrovaronsi I1 anno 1219 ai 5 di no-
vembre alla presa della città di Damiata in Egitto,
la quale era stata assediala quindici mesi. Fu
questa la* terza volta che i senesi mandarono
delle lor genti per decreto pubblico in servizio
della repubblica cristiana nel primo , secondo e
ferzo gran passaggio che si fece contro agli in-
fedeli , ed in questo i senesi non meno che ne-
gli altri due per la parte loro si segnalarono. Si
mossero i senesi a mandar queste genti , perchè
pnpa Onorio gli mandò suo legato Ugolino car-
dinale Ostiense che presentò in senato un breve,
nel quale pietosamente il pontefice esortava la
repubblica a mandar delle sue armi in aiuto dei
cristiani. E fu tale V opera loro ne!T acquisto
di Gerusalemme, Acri e Damiata, che Guido fu
fatto cavaliere, e ricevette in segno del suo va-
lore quella palla che mostra un cavaliere ar-
mato corrente con la lancia, la quale hanno sem-
pre di poi i nostri Bandinelli portata nelP arme
della loro consorteria, la quale sino a quel di era
stata lo scudo d^ro senz'altra aggiunta. U-<j.Ep.\.
Bom^ELLt Baccio fiorentino nato nel 1487
imparò il disegno da suo padre orefice, e la scul-
tura da Francesco Rustici . Molto Io consigliò
Leonardo da Vinci. Dal Rosso apprese a maneg-
giare i colori, ma poco dipinse, ed aspirò a) van-
to di sommo disegnatore, fattosi tale collo studio
18*
1 7-t B A N.
profondo del famoso cartone di IVIichelangiolo.
Quando questo celebre esemplare si trovò lace-
rato in pezzi, corse pubblica voce ch'egli avesse
commesso tale allentato, forse perchè ab ri non
potesse cavar profitto nel copiarlo. Ebbe il Ban-
dinelli anche la debolezza di lodare alla nausea
se stesso e deprimere il merito altrui. Esegui in
Firenze il gruppo marmoreo d'Ercole e Caeco,
ch'ei pretendeva di anteporre al David di iMiche-
langiolo, cui fu posto allato, all'ingresso di pa-
lazzo vecchio. Copiò il Laocoonte vantandosi d'a-
ver superalo in perfezione il greco originale .
Ebbe l'ambizione di ottenere decorazioni caval-
leresche dai principi con far loro donativi d'opere
«Tarte. Cosimo I lo impiegò anche in opere d'archi-
letlura, ed è suo il disegno del coro del duomo di
Firenze.dove si lodano i bassirilievi che lo contor-
nano. Il bassorilievo della così detta base di s.
Lorenzo vale a collocare il Bandinelli nel rango
dei più distinti artisti} ma i suoi lavori sono ge-
neralmente crudi e mancanti di grazia , benché
commendabili sempre per la intelligenza profon-
da del diseguo. Al proprio sepolcro pose un gruppo
di Gesù morto sostenuto da Nicodemo che avea
lascialo imperfetto Clemente di lui figlio natu-
rale, e ch^ei terminò, e dopo non mollo morì nel
j559 e settantesimo secondo deli*1 età sua. R. g.
d. F. Ep. v, vi.
B.4NDiNELLi Saccio da papa Clemente fatto
cavaliere di san Iacopo , da sé si cercò il casato
ili Bandinelli , e perchè non avea né casato uè
arme, si prese quel segno ch'ei si portava di ca-
B A N. 175
valiere per arme. Il Bandi ai nel riposo dice che
fu fatto cavaliere da Carlo V. Ma sia come si vo-
glia, il Baccio di cui favelliamo none lo scultore,
poiché questi nel ifij.5, o nel 1620 viveva., come
attestano le sue opere che furono le lodi di Co-
simo II, orazione intitolata „ Il principe esem-
plare , Firenze 16*21 „. „ Idee della cristiana sa-
pienza, Firenze ifiio „. C-n. Ep. vi.
Bandinelli Orlando, o secondo altri Baiiracci
Orlando. Vedi Alessandro 111.
Bandini Domenico aretino scrisse „ De viris
claris „. Quesfopera si trova nella Vaticana tra i
libri della biblioteca Urbinate segnalo 3oo. Altro
esemplare era nella Strozziana segnato 1269. Ora
nella Magliabechiana se ne trova un compendio
pure latino scritto dallo Strozzi, cod. 127, conque-
sto titolo ,, Elogi di uomini illustri di Toscana e
specialmente di Firenze:,, „ Catalogo di quei che
hanno signoreggialo la città di Pisa} „ „ Catalogo
dei potestà e capitani della città di Fisa; „ „ Ca-
talogo dei condoli della città di Firenze secondo
Simone della Tosa che scrive circa Tanno i34°5 »
„ Mummie raccolte da D. Yaleriano Salviani mo-
naco di Valombrosa; „ „ Altro catalogo dei con-
soli di Firenze dal 1 166 al 121/f;,, «Catalogo dei
vescovi di Fiesole; „ „ Catalogo dei vescovi di
Firenze*, ,■ „ Catalogo dei podestà di Firenze; „
„ Catalogo dei marchesi di Toscana: „ „ Decreti
di Gualtieri duca ifAleue signor di Firenze .,, In
qu ih uno di questi manosciilti si dice Bandiuo
tiglio di M. Bandiuo, cittadino aretiuo. B-s. v.
Ìj6 B A N.
Bindini Alberto daSarteano, min. conv. di s,
Francesco} fu molto erudito e delle greche let-
tere intendentissimo, che da greco maestro ap-
parate aveva } fu caro molto ad Eugenio IV dal
quale fu al prete Janni, o principe degli abissini,
mandato, ove con le prediche e con gli esempi
convertì molti alla santa fede. Mostrano le di lui
opere la sua erudizione, che furono le seguenti:
„ Epistolarum liber^ „ il quale si conserva in
Capestrano, in cui mescolò con le leti ere mol-
te greche voci ; scrisse ancora „ Tractatio de
Corpore Christi / „ „ De poenitentia , i433, ?j
„ Tractatum contro, obloquentes in martires
divisti; „ vDe conditione amicitiae, et de ma-
litia invìdentiae$ „ „ Epistolas ad Eugeniunt
s. ponti fìcem , et ad varios antistìtes „ . Ne
scrisse anche altre che qui si tacciono , Morì in
Milano nelP anno di nostra salute i45o. C-n.
Ep. v.
Bandini Mario nobile senese negli ultimi spi-
riti della libertà della sua patria, cioè nell'anno
i554, fu dalla repubblica dichiarato uno degli otto
della guerra, nella qual carica si portò con molta
prudenza, ma avendo finalmente la sua patria ce-
duto alle armi imperiali egli uscì da Siena con
molla nobiltà} ed andato a Monlalcino vi formò
la repubblica, che vi durò fino alla pace seguita
tra le due corone. Passò all'altra vita l'anno 1 558
carico di merito verso la patria e di gloria mili-
tare, poiché avanli le ultime rivoluzioni aveva
bravamente trattalo le armi, capitano d'infanterìa
B A S 177
e di cavallerìa al servizio di Paolo III, di Carlo
V, della repubblica di Venezia, e del duca di Ba-
viera. U-g. Ep. v, vi.
B.ìndim Ottavio nacque nell'ottobre deli558:fu
ne^suoi tempi celebre astronomo, astrologo, mat-
teraatico,ed esperto nella legge canonica e civile,
e recitò un'orazione nella chiesa de'tiorentini in
Roma in occasione del funerale pel granduca Co-
simo: si mostrò sempre ornatissimo di virtù mo-
rali, per^cui da giovanetto si meritò i primi onori
dello slato ecclesiastico e dell'ordine gerosolimi-
tano. Le sue opere sono ,, Rime, Venezia 1609 ,,.
La sua orazione fu tradotta da Francesco Fal-
concini volterrano. B-s. vi.
Bandini Sallustio nacque a Siena d'una fa-
miglia nobile nelPaprile del 1677. I suoi l'aveva-
no destinato al mestiere delle armi,ma prevalendo
jn lui Tamore dello studio, egli preferì a quell'ar-
ringo le meditazioni severe della giurisprudenza
civile ed ecclesiastica.Verso il 1740 compose „Sul-
la maremma di Siena , dissertazione „ scritta
con profondi avvedimenti e molta lucidezza. Que-
sf opera d'un buon cittadino fu una sorgente
feconda di verità utili che indussero l'imperatore
Francesco I,e Leopoldo suo figlio a cercare i mez-
zi di render salubre il territorio infestato dalla
mal'aria. Le dottrine di Bandello son nuove e di-
mostrano che prima dei coraggiosi sforzi di Que~
snay, il quale pose nel 1755 i primi elementi del-
le scienze economiche in Francia, uno straniero
( un italiano ) avea trattale le stesse materie con
buon successoria i francesi non possono venire
I?8 B A Ì.
accusati di plagio, poiché la dissertazione bel Bau-
dini deposta negli archivi del governo, non fu
stampata se non nel 177.5. Era la prima volta
quella che granili e nobili scoperte si ottenevano
ad un tempo in paesi diversi. Bandini morì nel
1760. B. u. Ept vi.
Bandini Giovanni fldiilP Opera cosi detto per
aver lavorato gran tempo nell'opera di santa Ma-
ria del Fiore in Firenze, imparò la scultura da
Baccio Bandinelli . Di sua mano è la bellissima
statua rappresentante rarchitetlura sopra al sepol-
cro del Buonarroti: altre statue sacre e profane si
vedono per le chiese e per le strade. Fu valente
nello scolpire ritratti: nacque Tanno i5/{o.Z?-y. vi.
Bandini Angelo Marianaìo nel secolo XVIII
rivolse i suoi primi studi alla storia letteraria, e
segnatamente agli antichi monumenti, molti dei
quali dottamente illustrò e descrisse. C-r. vii.
Bandinucci Lorenzo scrisse una sloria di Cor-
tona contenente le memorie e tradizioni antiche
della medesima città, ed in specie il origine di
Giuspatronali de* luoghi pii di essa città. C-n.
Barba Pompeo (della) nato a Pescia in Tosca-
na.fioriva come medico e filosofo circa la metà del
sec.XVI. Era membro dell'accademia di Firenze,
e vi lesse nel i54# una „ Esposizione o spiegazione
d'un sonetto platonico,,. Questa esposizione divisa
in cinque capitoli fu impressa a Firenze nel i54<).
L'autore non vi è indicato che sotto il nome di
Pompeo da Pescia. Il soggetto del sonetto è il
primo effetto dell'amore, che secondo il lesto è
di separar l'anima dal corpo dell'amante, ed i cin-
BAH. 1 79
que capitoli della esposizione trattano della im-
mortalità dell'anima secondo Aristotele e Platone.
Salvini ci fa sapere, Fasti consolari p.74, che Pom-
peo della Barba fu il primo a stabilire quest'uso
accademico. Avea comincialo a tradurre in italia-
no la storia naturale di Plinio, allorquando Pio
IV il chiamò a Roma in qualità di suo medico, ciò
che lo distolse dal continuare il meditato lavoro.
iMorì nel 1682,. Lasciò oltre l'Esposizione alcuni
„ Discorsi filosofici sopra il platonico e divino so-
gno di Scipione di M.Tullio, Venezia i553^,„Il dia-
logo delle armi e delle lettere, Yen. i558',„ „ De
decretls naturaci en. 1 558} „ „ De baine is Montis
Catini „ Questa operetta non fu data alle stam-
pe che nell'ultimo secolo dal dottor Targioni,che
l'inserì nel terzo volume del suo viaggio per la
Toscana L. u. Ep. v, vi.
BàniìA Simone (della) (ratei cadetto del prece-
dente e nato confesso a Pescia,fu anche egli ac-
cademico fiorentino. Ad esempio di suo fratello
lesse in quell'accademia l'esposizione del sonetto
del Petrarca che comincia conquesto verso
In nobil sangue vita umile e qneta.
Vi spiega quale era la vera nobiltà di Laura ,
facilmente prova come quella ella fosse del-
l' anima . Questa esposizione fu stampata a Pe-
scia iiell* anno i55/J : pubblicò tV accordo con
suo fratello un'opera di maggior rilievo intitola-
la. La topica di Cicerone tradotta col commento,
nel quale si mostrano gli esempi di tutti i luoghi
cavali «la Dante, dal Petrarca e dal Boccaccio, e
le differenze locali di Boezio, cavale da Temi-
l8o BAR.
stio e Cicerone, ridotte in arte, Iradolte e pub-
blicate Venezia i556. La traduzione della Topica
è di Simone; il commentario nel quale tutti gli
esempi della Topica son cavati da Dante, Petrar-
ca e Boccaccio, è di Pompeo, come pure la tra-
duzione di Boezio. B. u. Ep. v, vi.
Barbadori Donato d'illustre famiglia di Firen-
ze fu inalzato in quella repubblica a cariche del-
la maggiore importanza. La signorìa lo spedì am-
basciatore alla corte d'Avignone, onde giustificare
la condotta de'suoi concittadini, e la guerra che
essi facevano alla chiesa. Orò con tanta eloquen-
za, che trasse la slima da tutti i cardinali. Firenze
fu nulla meno condannata dal concistoro. Tre anni
dopo la più vile plebaglia s'impadronì del governo
di Firenze e perseguitò tutto il partito di Pietro
degli Albizi nel quale era involto il Barbadori. Fu
egli accusato di congiura contro il popolo per
togliere ad esso un potere di cui indegnamente
abusava, e gli fu tagliala la testa nell'anno 1379.
B. u. v.
Bahbaktixi Niccolo, lucchese nato nell'otto-
bre del 1762 sorli da natura un temperamento
alto a qualunqe buona disciplina, e riuscì sempre
il primo di tutti tra i giovani suoi coetanei. Com-
piuti gli studi elementari delle umane lettere si
recò a Firenze per imparare la chirurgia sotto il
celebre Cannoni, e ridotto in istato di esercitare
1" arte tornò a Lucca, ove l'esito felice delle sue
operazioni lo trasse in grande rinomanza. Nel 1792
fu eletto sostituto chirurgo dello spedale civile
di Lucca. Nel i799ebbevi l'incarico di primo chi-
BAR. I 8 I
rurgo.e dello spedai mililare. Rei secolo XIX ebbe
allri incarichi, de'quali non si parla, perchè appar-
tenenti alla storia posteriore ai i&oo.T-p.Ep. vii.
Barberini Carlo cardinale, fratello di Urbano
Vili, fu generale delle armi pontificie e governa-
tore di Bologna . Attese egli con tanta vigilan-
za al disegno dei suoi onori, e tanto amore si a-
cquistò presso il pubblico, che in contrassegno di
dolore ed in memoria delle sue virtù gli fu de-
cretata una statua nel i6aoda collocarsi in Cam-
pidoglio subito dopo la sua morte. B-s. vi.
Barberini Antonio tìglio di Carlo e nipote di
papa Urbano, e cardinale cav. di .Malta, fratello del
cardinale Francesco vescovo di Preneste e di
Rems, camarlingo di santa chiesa grande, limosi-
niere del re cristianissimo. Compose in latino ve-
lie poesie. Scrisse gli „ elogi alle canonizzazioni
de'sanli Andrea Corsini e Tommaso da Villanuo-
va„. Fu cardinale nel 162,8. Pare che avesse molta
influenza negli affari politici, mentre TAchillini gli
dedica un sonetto col seguente titolo, s'invita il
cardinale Antonio Barberini a stabilirla pace sot-
to Mantova B-s. vi.
BuiuERiNi Maffto, fiorentino, fu cardinale di
n. Onofrio, e sali sul trono pontificio dopo Gre-
gorio XV li 6 agosto dell'anno i6a3 in età di
cinquanta cinque anni col nome di Urbano Vili .
Viene lodato per la sua pietà , modestia e dol-
cezza: amava le lettere, e protesse i letterali; ma
sotto di lui il nipotismo fu in troppo gran cre-
dito. Dopo la morte del duca Francesco Maria
«Iella Rovere questo papa riunì alla santa sede
Si. Tose. Tum. 12. 19
i8a BAR.
il ducato d'Urbino, ed eresse Castel Durante in
titolo di città, che poscia dal di lui nome si è
appellata Urbania. Diede pure un nuovo lustro
alla porpora, decorando i cardinali col titolo di
eminenza e di eminentis s'uni. Canonizzò i santi
Gaetano Tieni, Andrea Corsini ed Elisabetta re-
gina di Portogallo. Era reputalo un eloquente
oratore, ed assai buon poeta, e sapeva così bene
la lingua greca , che fu soprannominato YApe
ateniese. Condannò il libro di Cornelio Gianse-
nio intitolato: Augustinus, comecché rinnovante
gli errori di Baio. Per suo ordine fu corretto il
Pontificale romano, il Breviario, il Rituale ed il
Martirologio romano. Dopo aver finalmente ter-
minate con un accomodamento le lunghe con-
tese, e le diverse piccole guerre che ebbe col
duca di Parma ed i di lui alleati, questo ponte-
fice morì li 29 luglio iG44t> dopo aver retto la
santa chiesa per 22 anni. Fu poeta ed oratore in-
signe, e corresse gl'Inni della chiesa. I più consi-
derevoli tra i suoi componimenti sono „ Parafrasi
sopra alcuni cantici del vecchio e nuovo testa-
mento^,, „ Inni e odi diverse sulle feste di nostro
Signore, della SS. Vergine, e di alcuni santi: „
„ Poesie italiane Roma 1640 „. Son pubbliche
altresì molte sue „ Lettere, costituzioni e lettere
apostoliche,,, tutte raccolte nel torn.iv del Bollano,
non che altre opere tanto edite quanto mano-
scritte. D-s. M-c. Ep. vi.
Barberini cardinal Francesco , nipote del
papa Urbano Vili era nato in Firenze il dì i3
settembre 1597. Fu spedito dal suo zio come le^
BAR. 1 83
gato in Francia ed in Ispagna, e creato in seguito
vice-cancelliere della Chiesa, bibliotecario della
Vaticana, vescovo di Sabina, poi Porto, e final-
mente d'Ostia, decano del sacro collegio. Morì
nel dicembre del 1679. Era versalo nelle lingue
antiche ed orientali. Fu direttore di un'accademia
letteraria istituita da Urbano Vili, e raccolse nel
suo palazzo una ricca biblioteca, di cui il catalogo
fu stampato a Roma nel 1681, ed è divenuto raro.
Fu grandissimo limosiniero, e beneficò sempre i
suoi servitori e aderenti, liberalissimamente ri-
conoscendoli e specialmente se erano letterati .
Compose „ Carmina plura „ alcuni dei quali si
leggono stampati nella casa Barberina, nell'opera
di Girolamo Tel io . Tradusse Antonino de vita
sua, stampato in Roma. Ha dato in luce varie
opere delTOIstenio con sue dedicatorie. Fu vero
mecenate delle lettere non essendo mai alcuno
che più che a lui sieno state dedicate opt-re e li-
bri stampali . Compose ancora „ Elogia beati
Thomae a Villanova; „ „ Elogia beati Fran-
cisci de Sales, Roma; „ come anche „ Antiqui-
tates ecclesiae orientalis etc. Londra „. „ Sy-
nodus Veliternensis , „ della qual chiesa era
vescovo. Srisse anche varie „ Lettere al cardinal
Lorenzo Magalotti vescovo di Ferrara, ed a Ce-
sare Baldovini vicario dell'arcivescovo di Raven-
na,,, stampale in Roma 1669, nella seconda parte
delle Lettere memorabili dell'abate Giustiniani.
Fsiste una sua traduzione italiana dell1 opera
delP imperatore Marc'Aurelio dal greco, in cui
non pose il suo nome , e che è stata stampata
J 84 BAR.
sotto il seguente titolo : I dodici libri di Marco
Aurelio Antonino imperatore di sé stesso, ed a
sé slesso, con varie lezioni di testi greci ec. Ro-
ma 1667. D'allora in poi molti sono stati i car-
dinali iti questa illustre toscana famigliacene per
brevità tralasciamo di qui notarli. B. u. Ep. vi.
Barberino Francesco (da)\mo ilei più antichi
poeti toscani,ed uno dei migliori della prima epo-
ca della poesia italiana, nacque nel 1264 a Bar-
berino nella Val d'Elsa in Toscana, dal quale ven-
ne la famiglia Barberini. Suo padre cbiamavasi
Jfèri di Rinuccio, ma non è nome della famiglia.
Francesco fece i suoi primi studi sotto il celebre
Brunetto Latini. Era ancor giovanissimo quando
si trovò in grado di rispondere all'improvviso e
pubblicamente a 24 domande in argomenti amo-
rosi entrano allora una parte della filosofia mo-
rale ed un soggetto serio di studio. Morto il padre
abbracciò la professione di notaro pubblico. Viag^
giù in Provenza ed in Francia, e si fermò per qual-
che tempo in Avignone. Ritornato a Firenze vi
ottenne la laurea dottorale. Era intimo amico e
parente del vescovo di Firenze Antonio d'Orso,che
gli dette una parte dei suoi beni. Morto Antonio
nel io2i.y Barberino ebbe a sostenere una lite
contro i nunzi apostolici che reclamavano i beni
di quel vescovo, provenienti, dicevan essi, dalle
elemosine che egli aveva raccolte per mandar soc-
corsi a Terra-Santa, e di cui non avea dritto di
disporre diversamente. Barberino vinse la causa
e si tenne i beni. Morì nel 1048 in età di 84 an-
ni. Il di lui nome è restato celebre per un'opera
BAR. l85
intitolata „ Documenti d'amore „ stampata poi a
Roma nel 16J0. Non è da credere che quest'ope-
ra cominciata dall'autore verso ranno 1290 ab-
bia per solo scopo l'amore propriamente detto. È
un trattato di filosofia morale, in cui sono esposti
i precetti più essenziali di tutte le virtù. Crescim-
beni nella sua storia della poesia lo cita sovente
come autorità. Gli appone soltanto che troppo
imitasse i poeti provenzali, di cui la lingua e la
poesia gli eran difatti molto familiari. Nondimeno
è contalo fra gli scrittori che fanno testo di lin-
gua. B. 11. Ep. v.
Barbiere Domenico (del) pittore fiorentino ec-
cellentissimo maestro di stucchi, e famoso dise-
gnatore, come confermano le sue stampe che gi-
rano per il mondo con universale stupore. Aiutò
il Rosso nelle reali gallerie e nei palazzi di Pren-
da, dove gran tempo dimorò. V-s. vi.
Barbolam marchese Torquato di Arezzo ven-
ne al mondo negli estremi periodi del secolo
XVII .oriundo dell'illustre casato de'conti di Mon-
tauto, che in diverse epoche ha dato all'Italia tan-
ti valentuomini in dottrina, massime in armi.
Fin da fanciullo dettesi Torquato a studiare con
fondamento le umane lettere e i classici. Né alle
sole lettere si limitò, che seguendo l'impulso di
famiglia volle rendere dei servigi alla patria, bat-
tendo la carriera delle armi e distinguendosi in
esse. Mentre le accademie degli Arcadi si d'Arezzo
che di Roma Io ascrivevano a socio, Cosimo III e
Gio. Gastone de'Medici granduchi di Toscana lo
19*
l8 6 BAR.
insignivano di ragguardevoli impieghi e gradi'
militari, giungendo dappoi fino a quello di te-
nente colonnello di cavallerìa nelle truppe tosca-
ne di S. IVI. I. Francesco I. Le sue opere edite
sono „ L'Orlando Furioso delT Ariosto tradotto
in versi eroici, col testo a fronte. Arezzo 1750.
„ Rei gestae narratio curri Virginis Marìae si-
mulacrum^ quod est Aretii in tempio eiusdem
Virginis Annuntialioni dedicato illacrimavit,
Pisa 1818 „. Il marchese Torquato morì nel lu-
glio del 1756. B-z. Ep. vi, vii.
Bardi Roberto [de) della famiglia di Verni*»,
tanto imparò la disciplina della naturale e morale
filosofia, che tutti i dotti di quest'arte avanzando
fu superiore. IVIa datosi alla teologia sì portò a Pa-
rigi, dove perfezionatosi in quella scienza fu al
tempo di Benedetto XII chiamato principe dei
tìsici e teologi nel famoso studio di Parigi, ed alla
cancelleria del medesimo studio promosso per Io
spazio di 42. anni continui in tal carica con som-
ma prudenza governò e resse.Sostenne 38 conclu-
sioni di teologia d'Alberto Magno e s. Tommaso
d'Aquino da nessuno confutate. Di questo celebre
uomo veggonsi gli elogi del Gaddi nella libreria
di santa Maria Novella, ove di mano di monsignor
Libelli sono alcune cose in questo particolare
notate. Visse senz1 abito di religione , ma con
vita purgatissima ed innocente , fuggendo i vizi
e servendo d"5 esempio e di specchio per santa-
mente vivere ai suoi coetanei , niuna cosa che
a giusto e buon uomo convengasi non gli es^en-
b a n. 187
do mancata. Fiori nel 1092. e scrisse alcune opere
a nostra notizia non pervenute: morì a Parigi.
C-n. Ep.y.
Bìrdi Agnolo senese, canonico della metro-
politana di sua patria, d'Incorrotti costumi, e di
vita innocente, che per non gettare via il tempo,
ma virtuosamente impiegarlo, tutte quelle ore che
dopo l'orazione avanzavangli.dopo il servizio della
chiesa e gli studi, fu volto specialmente a quello
delle storie, nel qual genere una ne scrisse inti-
tolala. „ Storia di Siena dagli anni ne** quali co-
minciò a governarla Raffaello Petrucci, sino al fine
della repubblica: morì circa il i55o. C-n. v, vi.
Bardi Ferdinando de** conti di Vernio genti-
luomo di camera del serenissimo Ferdinando II, e
suo segretario di penna, ed uno dei più ragguar-
devoli cavalieri e ministri della corte di Toscana,
onde l'arciduca Ferdinando Carlo ebbe a dire al
granduca suo cognato, che l'invidiava in due gran
ministri l'uno era il conte Ferdinando Bardi, l'al-
tro il Fiscale Bartolommeo Cacialli da Ravenna
ambedue nel genere loro singolari e di perpetua
onoranza degnissimi. Fu il Bardi uomo di gran va-
glia adoprato dal granduca in importantissimi atìa-
ri,ed ammesso alla confidenza de'signori di guer-
ra, come s'è detto amato e riverito da tutti in uni-
versale, da' cavalieri e da' nobili per le sue rare
|,i.io_,Mtive,da'plebei per la maestà del volto e del
portamento nobile di sua presenza che sforzava
chiunque il mirava a riverirlo e temerlo. Sostenne
«oli in.ifsla oiù che grande gl'impieghi sublimi
<h lil suo sovrano gli furono alìidali nel qual
l88 BAR.
ministero non ebbea'suoi tempi alcun pari. Com-
pose e recitò in s. Lorenzo „ l'Orazione funerale
in morte del principe Francesco di Toscana figlio
del granduca Ferdinando II, Firenze i634 » di ra-
ra facondia e peregrini concetti ripiena 5 come
anche la „ Descrizione delle feste celebrate in Fi-
renze per le reali nozze de'serenissimi sposi Fer-
dinanJo II granduca di Toscana e Vittoria della
Rovere principessa d'Urbino. Firenze 1637. Morì
in Firenze nel maggio del 1680. C-n. Ep. vi.
Bardi Cosimo addottorato in Pisa, fu canoni-
co della metropolitana fiorentina, e fatto vescovo
di Cortona e passato a Roma esercitò i governi
di Terni e di Ravenna, e dal pontefice Paolo
III fu fatto prefetto delle monete di tutto Io
stato ecclesiastico . Per rinunzia di monsignor
Capponi ol tenne il vescovado di Carpenlrasso, la
primazia del parlamento d'Avignone, e quindi il
rettorato del contado Venusino. Da Urbano Vili
fu fatto vice-legato d'Avignone^ nell'istesso tempo
nunzio straordinario alle corti di Toscana e di
Savoia. Nel tempo del suo governo riguardò quel,
la città dal contagio} e ridusse con grande spesa,
e in parte del suo proprio denaro, al dominio di
quello stato s.Tales castello con rocca assai forte
ne'confini della Provenza, che già da lungo tempo
s'era allontanato dalla fede cattolica e dall'obbe-
dienza dovuta alla chiesa. Ritornato il sesto anno
dalla sua vice-legazione a Roma,e seguita in quel
tempo la morie di monsignore Alessandro Mar-
simedici arcivescovo di Firenze, fu dal granduca
nominato a quella chiesa e dal sommo ponteti-
BAR. 189
ce conferitagli. Cominciò egli ad esercitare gli
uffizi della sua dignità con ogni zelo il più fer-
voroso, nell'essersi appunto incontrato nel tem-
po di un funesto contagio. In fine fu assalilo da
piccola febbre, che dopo tre mesi lo tolse di vita
nel settimo del suo arcivescovado, lo che accad-
de nelf anno i632. Era intelligentissimo di vari
linguaggi, olire Tessere eccellentissimo teologo
e legista, e d^ogni sorte di varia dottrina adornato,
ma più assai dimostrossi ragguardevole nell'eser-
cizio delle morali virtù. A suo tempo si commutò
il digiuno di s. Giovanni Battista, e si fece la tra-
slazione del corpo di s. Antonino. B-s. Ep. vi.
Bardi Giovanni dei conti di Vernio assai culto
nelle umane lettere} accademico alterato nomina-
to il Pirro Cu di spirito molto vivace.Del te in luce
più opere fra le quali una si è il „ Discorso sopra il
giuoco del calcio fiorentino, Firenze 161 5, 1675},,
^Ristretto della grandezza di Roma al tempo della
repubblica, e degli imperatori „dato in luce senza
altra nota tipografica. É sotto nome ileWIncru-
scato accademico della Crusca. C-n. vi.
Bardi Girolamo monaco toscano. Scrisse un
„ Sommario, ovvero età «lei mondo cronologiche,
nelle quali dalla creazione di Adamo lino all'an-
no i58i di Cristo, brevemente si racconta la
origine di tutte le genti, il principio di tutte le
monarchie, di tutti i regni, repubbliche e princi-
pati, la salutifera incarnazione di Cristo , con la
successione dei sommi pontefici romani, la crea-
zione dei patriarchi, le congregazioni dei religio-
si, le milizie dei cavalieri, i concilii universali 0
19O B A R.
nazionali, le eresie, gli scismi, le congiure, paci,
ribellioni, guerre e prodigi, la denominazione di
tutti gli uomini in ogni professione illustri} con
la particolare narrazione delle dette cose succes-
se d** anno in anno nel mondo, Venezia i58i} „
Vite di tutti gl'imperatori romani, composte in
lingua spagnuola da Pietro Messia ec, alle quali
sono state aggiunte da Girolamo Bardi 6oren-
tino nella sesta impressione le „ Vite di Ferdi-
nando 1, di Massimiliano II e di Ridolfo II im-
peratori.Venezia i583}„ „ Delle cose notabili del-
la città di Venezia, nelle quali ampiamente e con
gran verità si contengono: usanze antiche, abiti e
vestiti, offici e magistrati, vittorie illustri, prin-
cipi e vite loro, tutti i patriarchi, senatori famosi,
uomini letterati, chiese e monasteri, corpi santi
e reliquie, fabbriche e palazzi, pittori e pitture,
sculture e scultori, avvocati famosi, medici ec-
cellenti, musici di più sorte, di nuovo aggiuntavi
la dichiarazione di tutte le storie che si conten-
gono nei quadri posti nuovamente nelle sala
dello squittinio e del gran consiglio del palazzo
ducale della serenissima repubblica di Venezia,
nella quale si ha piena intelligenza delle più se-
gnalate vittorie, conseguite su varie nazioni del
mondo da'veneziani, Venezia 1606,,. B-s. Ep. vi.
Babdini Anassimandro nativo di Montepul-
ciano si pose al servizio della repubblica di Ve-
nezia, e viaggiò al Cairo di Babilonia. Fu quindi
capitano nella guerra del Friuli, e ne riportò da
don Giovanni dei Medici attestazioni onorificen-
tissime. Passò iu Fiandra , ove ottenne onori e
BAR. 191
grossi stipendi. Fu governatore in Francia: ma
richiamato dal granduca di Toscana gli fu affida-
ta l'isola di Portoferraio. Finalmente a traverso
ad altri impieghi gloriosamente sostenuti in di-
versi stati fu capitano a Palmanuova ove lasciò
la vita. P-r. Ep. vi.
Bardo, probabilmente primicerio della catte-
drale di Lucca tìn dal sec. XI, scrisse la wVita di s.
Anselmo vescovo di Lucca, „ e distinto perseve-
rante nella fede ortodossa ed ecclesiastica disci-
plina in occasione del pervertimento d'una gran
parte dei canonici della cattedrale di Lucca, in
tempo dello stesso vescovo s. Anselmo^ che in-
culcava loro delle riforme, che furon seguite da
Bardo e da pochi altri. L-c. v.
Barduccio Darducci e Giovanni da Vespi-
ynano beati fiorentini, ambedue morti in Firenze
il i33i, secondo narra Gio. Villani nella sua sto-
ria, il quale altro d'essi non dice se non che es-
sere stali entrambi laici, vale a dire seco!ari,e per
essi aver mostrato Iddio aperti miracoli. R-z. v.
Baroeo. Vedi Angeli Pietro detto il Bar geo.
Bargagli Girolamo fu uno dei più famosi
accademici che la società degli Intronati abbia a-
vuto, e come si scorge dal dilettevole „Dialogo che
egli compose dello veglie senesi e de^giuochi che
in essa sogliono farsi, Venezia 1609 „ ed altrove e
dalla,, Pellegrina, commedia ingegnosissima com-
posta dal medesimo e recitata in Firenze per le
nozze tra Ferdinando I granduca di Toscana, e
Cristina di Lorena. Nondimeno impiegandosi con
lutto lo spirilo agli studi più gravi delle leggi,
19^ BAR.
in breve tempo riuscì famosissimo giureconsulto.
Lesse pubblicamente molti anni in Siena, sinché
dal serenissimo suddetto fu onorato d* un luogo
nella ruota civile di Firenze. Quindi fu chiamato
a Genova alla ruota civile di quella repubblica, di
cui fu anco capitano di giustizia sostituito per
certo tempo. Finito cotanto onorevole impiego
se ne tornò a Siena, dove entrò nel numero dei
principali avvocati , e attese a nobilmente pa-
trocinare le cause che a lui parevano giuste e
degne della di lui protezione, ma mentre egli è
chiamato di nuovo dalla repubblica genovese alla
ruota criminale di Genova e s'accingeva per an-
darvi, si infermò in Siena e passò all'altra vita .
l-r. Ep. vi.
Baroncelli Cosimo il quale per proprio suo
diporto , non già per compiacere ad alcuno, con
maniera non allatto spregiabile scrisse una pun-
tuale e distinta „ Storia sopra la vita di D. Giovan-
ni defedici tiglio naturale del granduca Cosimo
I con la morie di Concino Concini e della Dia-
nora Bosi sua moglie e della Livia Vernazza mo-
glie di esso D. Giovanni » rns. essendo egli stato
suo paggio, poi maestro di camera e suo genti-
luomo, e debellatori il più affezionato. Tradusse
ancora dallo spagnuolo il dispregio della corte e
lode della villa di monsignor Guevara vescovo
di Mondozneto. Firenze 1601. C-n. v.
Baroncini Andrea legale e poeta. Fece molte
composizioni e gran fatiche letterarie, ma non
comparve a luce per le stampe che un„Epilaia-
mio per le nozze di Giuliano Serra gli ed Anna
E A B. I <)3
Venturi, Fir. 1629 „. „ La Griselda favola pa . to-
nile Fir. i638„. Fra i suoi mss. si ricordano sj e-
cialmente sessanta discorsi politici sopra varie
azioni dei principi degli ultimi secoli, e molti al-
tri mss. che restarono in mano dei suoi eredi.
B-s. Ep. vi.
Baroncini Odoardo patrizio fiorentino molto
esperto nella lingua greca e latina. eccellente nella
diplomatica e valente calligrafo. Egli nacque nel
16G4 come fanno fede gli spogli degli antichis-
simi e ricchissimi archivi del sacro Eremo di
Camaldcli , e del suo archicenobio, i quali da
esso con fatica sovraggrande furono riordinati e
rianimali di un triplice e laboriosissimo indice
dei nomi, dei cognomi e delle materie . Questo
soggetto illustre in santità e in dottrina cessò di
vivere nel 174* 1 lasciando ad altri la cura di
compire la riordinazione della vasta libreria di
quel santuario. M-r. vi.
Baroxzio e Desiderio SS. dal Martirologio ro-
mano assegnati a Pistoia sotto il di a5 marzo, e
dagli atti dei santi di Pis'oia, che si consertano
manoscritti, diconsi nati ai tempi di Teodorico
e Teodeberto. iì-z, iv. J
Bar Tom Taddeo o di Bartolo Fredi che fu il
nome di suo padre pittore senese: sebbene fiori
nei secoli bassi, nientedimeno porto dalla natu-
ra oltre bei tratti, non so che di pittorico elegan-
te, e col quale s'introdusse in Padova, in Pisa, in
Siena ed in Firenze, non mancandogli mai lavo-
ri, se non quando In morte gli tolse di mano i
Si. Tose. Tom. 12. 20
194 bar.
pennelli, e fu nel i4*o, in eia d'anni 59. Domeni-
co il suo nipote lo avanzò nei dipinti. V-s. Ep. v.
Birtom Cosimo accademico, poi proposto
di s. Giovanni, fu da Cosimo I destinato amba-
sciatore a. Venezia^ in ogni genere di scienza pe-
ritissimo. Tradusse TArchitettura di Leon Batti-
sta Alberti e vi aggiunse i disegni, Firenze i45o}
scrisse pure la ,, Vita di Federigo Barbarossa
imperatore „ e questa con molta eleganza , Fi-
renze 1559. Scrisse di poi alcuni altri „ Discorsi
istorici universali, stampati in Venezia 1669 e
Genova i58a„} fece come oratore alcune orazioni
funerali, nella morte del Giambullari e del Len-
zoni^ quali amò sommamente. Messe insieme an-
cora e tradusse tutti gli opuscoli di Leon Batti-
sta Alberti stampati in Venezia nel i568. Ag-
giustò e riaccomodò i sette libri del Giambullari
intitolati, Storia dell'Europa, per V intempestiva
morte delfautore restati imperfette procurò di poi
che si stampassero. Fece ancora una „ Lezione so-
pra Dante nelle lezioni raccolte dal Dori. Firenze
i547«v'^aoIonament' accademici sopra alcuni luo-
ghi difficili di Dante con alcune invenzioni e si-
gnifica ti, Venezia i56;„.„Del modo di misurare le
distanze, le superficie corpi, le piante, le provincie,
le prospettive e tutte le altre cose terrene che
possono occorrere agli uomini secondo le vere re-
gole di Euclide e degli altri più Io-lati scrittori,
Venezia 1689 „. Fece anche stampare la fatica del
fratello , cioè gli Elementi del parlar toscano ,
ov1 è di suo la „ Lettera a Lorenzo Giacomini w.
BAR. 19$
Tradusse inoltre Boezio Della consolazione della
filosofia, Firenze i55i. „ Compose le lettere de-
dicatorie ad altri opuscoli. Mori iti Firenze:fu uno
de1 fondatori dell'accademia degli Umidi. C-n.
Ep. v, vi.
Bartoli Giorgio fratello del precedente fu
siccom-' esso membro delP accademia fiorentina:
s'ignora l'epoca della sua nascita e quella della sua
morte. Si conosce soltanto che ha dovuto morire
avanti ilio sett. 1S84, poiché in tal data comparve
redizione postuma del suu «Trattato degli elemen-
ti del parlar toscano „ pubblicato in Firenze da
Cosimo suo fratello. Cosimo dedicò questa edizio-
ne a Lorenzo Giacomini intimo amico di Giorgio.
I/epistoIa dedicatoria ci fa sapere che Paulore di
tal trattato non gli avea data l'ultima mano, e.che
se vissuto avesse più lungamente 1' avrebbe la-
sciato più perfetto del pari che molte altre opere.
B. u. vi.
Baetoli Domenico dello stato lucchese na-
cque nel decembre dei 1629. Poeta italiano del
sec.XVII studiòalie squole della nobiltà, e bencbè
villano sorprese tutti col suo talento e colle sue
morali virtù. Strinse amicizia col Beverini, e Io
aiutò nella sua traduzione delTEneide. Ebbe una%
questione letteraria in genere di poesia, ma senza
acerbità e senza fiele, e tal guerra con repliche e
contro repliche durò un anno, ma ebbe termine
nel più pacifico modo: i due scrittori rivali diven-
nero amici, s'indiressero l'uno all'altro sonetti di
reciproca benevoIenza,e si fecero scambievolmen-
te l'invio del loro ritratta Barloli fece nel iGqS uii
196 B A B.
viaggio a Roma dove trovò il suo avversario ri-
concilialo Mattei,col quale non avea finallora cor-
risposto che per iscritto, e slrinse la più intima
amicizia. Bari oli tornato in patria vi morì in età di
68 anni nel settembre del 1698. Ha pubblicato
egli stesso la raccolta delle composizioni della sua
controversia col Maltei sotto il seguente titolo
„L*asta d'Achille che ferisce per sanare il salmista
toscano del sig. Loreto Matlei, censura cortese
del sig. Domenico Bartoli col breve racconto delle
principali contese de'poeti volgari. Modena 1695 ,,.
Abbiamo di lui una raccolta delle sue canzoni sotto
il tìtolo di „ Canzoniero, parte prima e seconda,
Lucca 1695,,; „ Rime giocose „ che furono stam-
pate alcuni anni dopo la sua morte, Lucca 1703.
B* u, Ep* vi.
Bartolim Salimbe^i Onofrio nacque in Fi-
renze verso il 1 5 00 da Leonardo. In età di circa 17
anni fu da Leone X eletto amministratore della
chiesa pisana, per dover essere in età congrua di-
chiaralo arci veseovo,come difatti avvenne. Da Cle-
mente VII fu investilo dell'Abbazia di s.Galgano, e
gli fece dono dell'arme e del casato de'Medici.In-
sieme con altri sei ostaggi dei più cari ed onorati
che avesse presso dì sé il papa servì il Bartolinr
di ostaggio dell'imperatore, e di sicurezza per il
pagamento delle sommeconvenute, per liberare il
pontefice dalle mani dell'esercito cesareo nel 1527.
Il- suo attacco alla famìglia Medici fece si, che nel
caderedella fiorentina libertà fu dichiarato ribelle,
ed incorse nella pena della contiscazione de'benk
Rifece di pianta ed a proprie spese ilpalazao arci-
B A F. 197
vescovile, ornandone il cortile di marmi di Car-
rara. Fu dall'imperatore Carlo V nel io56 nomi-
nato arcivescovo di Malaga, e mentre preparava*!
a passare a questa sua nuova chiesa fu nel no-
vembre di detto anno sorpreso dalla morte in
Firenze;, ed ebbe sepoltura nella cattedrale di
santa Maria del Fiore, e poco di poi furono tra-
sportate le sue ceneri a Pisa, per riporsi nel Cam-
po santo. E.ctuJ. Ep. v, vi.
R.ìrtoli.m Biagio nacque in Val di Chiana
a Scrofìano nel 1746. D'anni 3i fu dichiarato cu-
stode ilei museo dei Fisiocritiei di Siena, poi dato
per aiuto nel 1780 al professore Baldassarre Da
questo punto tino al 1822 in cui mori, ricopri le
cariche di professore di storia naturale, di segre-
tario e quindi di presidente dell'accademia delle
scienze di Siena, e nella ripristinazione della uni-
versità provveditore della medesima. F^bbe varie
onorifiche incombenze dai sovrani delia Toscana
e tra queste primeggia quella di fondare nel 17$^
il giardino botanico dell'università. Molte società
scientifiche italiane lo inscrissero nel loro alitimi..
Pubblico colle stampe sedici opere relative alla
scienza che professava. A.vea raccolto un museo
e in esso conta vansi jooo pezzi mineralogici, db
oggetti che formavano questo museo furo»» com-
prati dall'accademia de'Fisiocritici di Siena Ciò
basta per farlo conoscere uomo non comune per I 1
patte scientifica. Era molto benefico verso l'iudi-
u'-'nh . ,i 1 kob rio» allo sua mensa e modesto nel suo
reziario: tuttavia per soccorrere la disgrazia!,!
imsi'iii .1 )ii -li servivano le sue entrate palruu »
20 *
198 BAR.
lìiali. Ogni restante della sua storia e da sapersi
dal 1800 io poi, lo che non è di mia ispezione,
G-u. Ep. vii.
B.4RT&L13I Baldelll Matteo. Fu Francesco di
Antonio che per sua Altezza residente inr Fancia,
nominato nel libro intitolato „ Le trionfe rovai
d'Henri le grand, stampato in Parigi 1624 feCa pri-
ma stato riformatore del governo di Cortona. Era
egli veramente Baldelli di detto luogo, tea per-
chè discendente da Bartolommeo di Pier di Pace
Baldelli, fu per vezzo chiamato Bartolino e per-
ciò Barlolini Baldelli a distinzione dei Bartoliui
Salimbeni e Barlolini Scodellarle Bartolommeo
fu detto il primo che venisse ad abitare nel fio-
rentino a Terranuova d'onde poi a Firenze. C-n.
Bartolo Beato di s. Gimignano di là partito-
si in gioventù se n'andò a Pisa in un monastero
di monaci benedettini neri, fu sacerdote all'età di
trentanni, giudicandosene sé stesso immeritevole,
e fu vice-pievano a Peccioli per comando del ve-
scovo di Volterra, e poi rettore a Picchena. Infer-
matosi quindi per mali cutanei tormentosissimi
allo spedale di s. Gimignano li sopportò paziente-
mente qual Giobbe per lo spazio di ventanni pri-
ma che morisse d'anni 72 Tanno iaoo. R-z. v.
Bartolommei Mattia Maria nacque in Fi-
renze ai quattordici del mese d'agosto del ifì^o.
Prese suo padre la maggior cura della sua educa-
zione . Si segnalò fra i nobili giovani da'quali il
cardinale Leopoldo di Toscana declamar faceva
commedie nel teatro del suo casino di san Marco.
Ottenne in seguito il favore del granduca Cosimo
B A R. I99
III che lo fece gentiluomo di camera, e lo inviò
in Francia ad annunziare aire la morte del gran-
duna suo padre, ed il proprio innalzamento al tro-
no. Fu membro delle due accademie Fiorentina e
della Crusca. Mori a Firenze nel decembre del
1691 . Sono state pubblicate separatamente sei
„ Commedie „ da esso composte tanto in versi
che in prosa che non sono mai state unite. Egli
fu che nel i644 pubblicò il grandioso poema del
Baldovini intitolato Lamento di Cecco da Vailun-
go e vi aggiunse una „ Prefazione „ , eh1 è stata
conservata nell'edizione de! iyoò. B. u. Ep. vi.
Bartolomei ei Girolamo poeta fiorentino del
secolo XVII. Nacque verso Tanno i5$4? fu
membro dell" accademia della Crusca e del-
l' accademia Fiorentina, della quale ^u console
nel 1648. Qualche tempo dopo andò a soggiornare
in Roma sotto Urbano Vili che gli accordò una
pensione, senza che ne avesse fatta domanda. Mo-
ri egli nel maggio del 1662. Le sue opere prin-
cipali stampate sono „ Tragedie, Roma 1 632, „•
„ Le stesse corrette e aumentate di tre tragedie,
Firenze 1 655 „; „ L'America, poema eroico, Roma
iG5o „; n Drammi musicali morali, Fir. i656 „}
i, Dialoghi sacri musicali intorno a diversi sog-
getti ec, Firenze 16G7 „: „ Didascalica, cioè dot-
trina comica, Firenze i658-6 1 „. B.u. vi.
Imktolomwki Maria Mattia tiglio di Girola-
mo poeta comico: avendo dato alla luce molte
1 '.uni). -di. -, icrisfe .incoia una „ Orazione l'um-
bre di Filippo IN re «li Svigna e la recitò in s.
Lorenzo, nis. ry. Si g«.«ttò allo >tudio di cavalleria,
aoo BAH.
essendo nata una gara fra due medici l'uno rw
verasco d'origine, benché nato in Firenze, l'altro
modanese , anzi carpigiano , saltò in campo il
Bartolommei senza esser ricercato, con un parere
cavalleresco sopra un fatto alieno dalla sua sfera.
A. questo parere furon date molte eccezioni, dalle
quali volendo il Bartolommei sottrarsi mandò fuori
una lunga „ Difesa del discorso cavalleresco so-
pra le querele del carpigiano e del ri verasco *
Fu questa stampata in Lucca 16&}. C-n. Ep. vi.
Bartolomeo da Montepulciano Beato della
nobile famiglia de'Franceschi, avendo avuti da sua
moglie più tìgli si fece indi frate di s. Francesco
assai prima dell' anno i3Sq, nò altro dicesi di liti
se non cbe fu chiaro per minaceli. R-z. v.
Bartolomeo Nuzl frate Beato d' An^liiari
zoccolante della Vernia fu mandato al convento
di s. Girolamo a Volterra, ove lungo tempo fu
maestro de"1 novizi, come anche altrove; e mori
nell'età di cinquanta anni correndo Panno i5io.
R~*l v.
Bartolommeo^ Pisa. Fed. Pisa^Bartolom-
meo.
Bartoloni Domenicano nel 17S0 trasse i na-
tali in Roccastfada: studiò all'università di Siena,
ovrebbe la laurea dottorale in filosofia. Le mate-
matiche e la fisica furono i suoi studi prediletti.
Si portò a Napoli,ove spargeva allora molta fama di
se l'abate Antonio Genovesi. Udì le sue lezioni,
conversò secolui e ne meritò la stima. II Geno-
vesi fecegli un elogio allorché il Barloloni pubblicò
la sua „ Meccanica sublime „. >Iori in Siena nel
BAR. 20 1
1798. Scrisse „ Delle mofete del Vesuvio „• ( At-
ti dei Fisiocritici Tom. IV pag. 201. ) Osserva-
zioni sopra il Vesuvio „; ( tomo V pag. 3oi ) „
Memoria sul conduttore collocato nella torre di
piazza di Siena ( ivi tomo VI pag. a33 ) „. Rela-
zione sopra un supposto fulmine, caduto nella
cappella della piazza di Siena (ivi tomo VII p. 61)
„ Meccanica sublime dimostrala coli' Algebra,
Napoli 1765 „. vii.
Bartolozzi Francesco nato in Firenze nel
i73o imparò i principii del disegno da Ugo Fer-
retti, andò a Venezia presso Giuseppe Wagner
artista bravo nella incisione e lo superò; ma
traendo poco profitto dei suoi lavori si portò in
Inghilterra , dove avea grido Io Strange . Legò
amicizia coli' Angelica KaufFmau e ne pareggiò
il merito riguardo al gusto, toccando le sue inci-
sioni con un fare morbido, facile, vezzoso, e con
assai venustà di concetto. Or poiché in Inghilter-
ra vigeva allora la moda della incisione a granito
come quella che più attamente riceveva il colo-
re, così diessi il Bartolozzi ad operare con que-
sto metodo, e produsse numerosissimi lavori a
bulino, all'acqua forte, a colori, ad imi! azione di
matita sopra soggetti di storia, di paesi, d'ornato e
d'altri generi: superò in quel suo metodo quanti
prima e dopo di lui lo hanno trattato. Ma poi ri-
tornò all'intaglio, e con tale avvenenza, delicatez-
za ed espressione che lo fanno sommo e diverso
dagli altri; ed a tanto di perfezione egli giunse,
specialmente nella stampa di piccola proporzione,
che anche gli incisori d'alta fama, quando con*
a02 B A R.
dur dovettero paesi, recaronsi onorati di adorna-
re i loro rami colle figure operale dal Barlolozzi.
Nel che a modo d'esempio son da notarsi le bel-
lissime figurine incise ne'paesi rotondi intagliati
dal Vivares su i dipinti del Zuccherellùe si estima-
no mirabili le altre figure introdotte nei paesi del-
l'insigne Youllet.E quando si riprendono a consi-
derare le precipue sue opere, la morte di lordEha-
lam, incisione di sopra 60 figure, la Clizia mutata
in Eliotropio, e simili altre, si è condotti a con-
fessare, che in queste splendono le più belle parti
dell'arte. È sopra tutto encomiato per essere
stato l'incisore delle grazie. Fu sempre indefesso
all'arte, e già compiva il suo ottantesimo anno,
quando eseguì la strage degl'innocenti di Guido
Beni. Egli fu uno dei fondatori dell'accademia
delle buone arti in Londra, unitosi in ciò un Ci-
priani grand' amico con la Angelica JLauffmau ,
e con Reynolds. Fra le altre virtù" sue fu vista
sempre primeggiare la carità. Agli artisti biso-
gnosi ritoccò molti rami, e molte opere gratui-
tamente condusse. Invitato nella estrema vec-
chiezza passò maestro in Lisbona, dove ebbe po-
chi anni di vita. T-p. Ep. vii.
Barzini Francesco fiorentino fu detto l'astro-
nomo e filosofo della città serenissima di Firenze.
Scrisse le seguenti opere in astrologia ; „ Na-
scita, vita e accidenti occorsi al capitano Tiberio
Squilletti detto per antonomasia fra Paolo, uo-
mo famoso in tutta l'Italia, per vari casi temuto
ed amato da'grandi^il tultojaccollo istoricaraente
e confrontalo con la scienza dell'astrologia da
BAR. HOù
Francesco Barzini ec, Venezia 1677 „.„I] segreta-
rio delle Stelle per Panno 1661 . calcolato al meri-
diano d'Italia, secondo il calcolo del dottissimo
Ticone, Firenze 1661 ». « Il segretario delle Stelle
per Panno bisestile 1664, calcolato al meridiano
d'Italia secondo il calcolo del dottissimo Ticone
ec. con la difesa dell'astrologia ed i significati del-
la massima congiunzione per anni 10 futuri, Fi-
renze 1664 ». » Il segretario delle stelle per Pan-
no 1682, aggiunto un Discorso della massima
congiunzione che accadde in quesfanno, e suoi
eventi trascorsi e futuri, Venezia 1682. B-s. vi.
Bastiano Frate beato da Firenze al tempi di
Martino V pontefice professò la regola di s. Fran-
cesco in Fiesole, ed ancor giovanetto fu trucida-
to da due malvagge donne che volevano indurlo
ad impudiche azioni, e così fu annoverato fra i
santi martiri delP ordine dei minori osservanti.
R-z. Ep. v.
B\tacciii Domenico nato a Livorno P anno
1749 pubblicò una raccolta di novelle sotto il
nome di „ Padre Atanasio da Verocchio „ ed un
poema in dodici canti chiamato il „ Zibaldone „
ed altro intitolato Y La rete di Vulcano „. In que-
ste due opere il Batacchi attacca tutte le classi
della società: il suo stile è mordace, aspro e trop-
po libero. In mancanza d'armi sì crudeli I- autóre
impiega il ridicolo, e nomina talvolta i personag-
gi cui tratta con grande ingiustizia. Molli italiani
considerano le sue produzioni come altrettanti li-
belli infamatori! e gli rinfacciano le odiose oscenità
di cui ha ripieni i suoi versi. Se tali vizi non mac-
ao4 B A T.
chiasserò le opere sue, si loderebbero volentieri
coiiie felici imitazioni nel genere di quei del Ber-
ni, descrizioni di costumi spiritosamente intro-
dotte, e sovente uno stile elegante. 11 Batacchi
morì nel 1802. La sua raccolta fu tradotta in fran-
cese da Louetdi Chaumont avvocato, col titolo di
„ Nouvelles galantes et critiques, Paris i8i3 „ la
qual versione non è meno oscena dell1 originale.
B.u. Ep. vii.
Battistiso Gio.Batt. Stuck compositore di
musica e virtuoso tedesco d*oi igine,nalo a Firenze;
fece conoscere in Francia il violoncello, in cui era
eccellente. Ebbe per la sua abilità nel suonare
quello strumento, che primo fece sentire nel tea-
tro deirOpera, una pensione da Luigi XIV. Batti-
stino compose la musica di tre opere: „!>Ieleagro
rappresentato nel 1709 M. „ Manto la fata nel
1 7 1 1 „ì „ Polidoro nel 1720 „. Compose e pub-
blicò in diverse epoche alcune cantate che hanno
goduto di grande riputazione. Questo maestro di
musica mori a Parigi verso Tanno 1 74^ - ^ u-
vi, vii.
Battoni Pompeo lucchese e cavaliere visse
quasi sempre in Roma. Questo rinomato e va-
loroso artista è stato un pittore dei primi che ha
avuto l'onore di fare il ritratto sul vivo di Giu-
seppe II imperatore insieme col granduca di To-
scana. Le opere pubbliche poi che di sua mano
vedonsi in Roma sono il quadro all'aitar maggiore
nella chiesa dei santi Celso e Giuliano. e in quel-
la di san Gregorio e di Santa Maria Maggiore la
Nunziata , e nel Caffeaus del palazzo del Qui-
B A Z. 2o5
rinale e nella chiesa della Madonna degli Àngioli
la caduta di Simon Mago. Queste ed allre pittu-
re uscite dai suoi pennelli gli procacciarono un
credito universale ed una fama immortale. O-r.
Ep. v.
Bazzicaci; va Ercole fiorentino bizzarro in-
ventore, e intagliatore in rame sulla maniera del
Callol, di Stefano della Bella, e del Ganlagallina.
Si vedono alle stampe le sue bellissime carte di
battaglie, d'arabeschi, di prospettive e di paesi
frascheggiati con gusto non ordinario . Fioriva
nel 164 1. O-r. vi.
Becattini. Questo è il nome dell'autore che
scrisse un libello infamatorio, intitolato „ Vita
privata di Leopoldo „, scritto rarissimo, perchè di-
strutto da tulli coloro che lo possederono, a cau-
sa della ributtante malignità e calugna onde è
scritto. Un apologista di questo principe illumi-
nato dice che il Becattini ha ragione di biasi-
mar Leopoldo, quando rimprovera a questo prin-
cipe il suo funesto sistema dello spionaggio. Que-
sto scrittore fra! tanto era V amico del Chelotti
bargello elevato al grado di ministro di pulizia,
ed uno dei più impudenti delatori che turbassero
la pace delle famiglie in nome del legislatore del-
la Toscana. Ma il Becattini fu tosto esiliato
coi suoi complici , quando il sovrano ebbe sco-
perto l'abuso che quei flagelli del suo regno fa-
cevano della di lui curiosità , non che della di
lui funesta brama, di voler tutto sapere e tutto
fare . Allora il nome del Becattini si trovò con
quei di suo pari sulla lista infamante degli spioni
St. Tot. Tom. 12. 21
.•ao6 b e e.
intriganti venditori di fumo,che Leopoldo sottopo-
se al disprezzo de'suoi concittadini . Ritiratosi a
JNapoli questo scrittore, ed ivi pubblicato il suo
libello, il granduca scrisse a quel governo di la-
sciar avere a quel libro un libero corso. Questo
scritto fu ristampato a Milano colla data di Siena
1797, per cura dell'autore che la repubblica ci-
salpina non tardò molto a liberarsene coir esilio.
P~t. Ep. vii.
Beccafumi detto Mecherlno pittore, il cui ve-
ro nome è Domenico, ebbe eguale a Giotto i
principi i, poiché nato pastore nel contado di Sie-
na, e delincando in sua fanciullezza sulla rena,
fu veduto e raccolto da un cittadino senese, che
gli conferi il proprio nome di Beccafumi. Studiò
dapprima sopra buoni disegni dei migliori mae-
stri e sulle tavole del Perugino.Fu in seguito per
due anni in Roma a formar la mente e la mano
sulle greche sculture,e su i dipinti del Buonarroti
e del Sanzione tornato poscia alla patria punto dal-
la concoirenza che videsi colà aperta col Sodoma
raddoppiò le fatiche , studiando pertinacemente
sul vivo e sulla Dolomia. Grande ammirazione
conciliarono alle di lui opere quel suo fiero modo
di disegnare, quella sua copia d'invenzióni, quella
novità di scorti, quegli effetti di luce, e quelle
sue prospettive. Diceva poi che fuor dell'aria di
Siena non gli pareva di saper bene operare. Quin-
di è che se scorgesi una stanza dalui dipinta a Ge-
nova nel palazzo Doria e qualche quadro a Pisa
nel Duomo, non è "da sperare di conoscer Meche-
rino come pittore altrove che in Siena, ove fra -i
B 'E C. 207
tanti suoi lavori giova citare le storie condotte
a fresco nella sala del concistoro del pubblico
palazzo, e le altre con le quali in -figure più pic-
cole ornò una camera oggi appartenente ai si-
gnori Bindi, tenuta pel capo d'opera dell'artefice.
Egli perfezionò l* arte dei chiaroscuri di pietre
commesse inventala da Duccio, e seguitò a deco-
rarne il pavimento della cattedrale, che per lui di-
venne il più bello, il più magnifico che mai fosse
stato fatto. Incise in rame ed in legno} e negli
ultimi tempi di sua vita dette opera al rilievo e
dilettoss: oltremodo di fondere in bronzo; nel
quale esercizio tanto si affaticò, che indebolitasi
la complessione dovette cedere all'assalto di una
malattia che in età di 65 anni nel i5/j9 lo tot-
se al mondo. È da dolersi che in ultimo siasi dato
ad un'affettata imitazione del terribile di Wiche-
langiolo E. g. d. F. Ep. v, vi.
BEccni Guglielmo generale dell'ordine di s.
Agostino, del quale egli era religioso, poi vesco-
vo di Fiesole, bravo teologo, dotto nelle umane
lettere, filosofo aristotelico, rettorico facondo ed
insigne predicatore. All'assidue veglie, alle gravi
fatiche di leggere, insegnare, scrivere e disputare
instancabile. Ed è per le singolari doti di quel
grand'animo, che meritò di comun consenso dei
suoi frati d'esser generale acclamata Scrisse cer-
te opere ragguardevoli, colle quali volle racco-
mandar sé slesso alla posterità, e queste lasciò
nel convento di s. Spirito di Firenze e sono „ De
cometa: Sermones ad Clerum w?# „ Sermones ad
populum „. „ Commentar., in X Ethic. libros „
ao8 b -e e.
Commmt. in lìbr. Economicor. Aristotelis „ ;
Comment. in lib. Politici „ Commet. super tres
liber. De Anima „ Dubitationes de potestate ec-
clesiastica , De potestate pontificis , De lege
Mahumetana „ Apologiam prò sua religione ,
Firenze 1497 M „ Passio lesu Chris ti „. Ebbe
vita fino al i/^oo, morendo vescovo di Fiesole.
C-n. Ep. v.
Becucci Domenico Maria letterato nato ver-
so il 17S0 a Firenze, abbracciò Io stato eccle-
siastico, e fu nominato professore di letteratura
greca nel seminario vescovile. Dopo d'aver tenu-
ta quella cattedra per più anni, con felice succes-
so egli ottenne la dignità di proposto del capi-
tolo di san Felice, e divise il rimanente del vi-
ver suo fra i suoi doveri e la cultura delle lettere.
Si conoscono di lui,,} Dogmata orthodoxa,quae
eoeposuerunt SS. Apostoli, nunc primu ni e gr.
codice riccardiano eruta lat. versa et notis il-
lustinta greca lat. Florentiae 1768 „. Istituzione
pratica sopra i voti monastici ivi, 1771 ,, Ars
metrica, seu graecorum prosodia tractatus
cum additamenfis, observationibus et reguèis,
nunc primum latino Carmine eoe pò siti s ad usum
studiosae in greca poesi iuventutis, Colle 1 7811 „.
Al pregio d^uno stile chiaro, Pautore unisce quel-
lo della esattezza, e le osservazioni che seguono
ogni libro, riescono utili assai periscoprire e cor-
reggere gli errori in gran numero che sono nelle
antiche edizioni dei greci poeti, anche in quelle
più stimate. B-u. vii»
Belcari Feo. poeta per quei tempi stimata
BEL. 20C)
e celebre, di vita e costumi incorrotti. Scrisse m
verso toscano primieramente la „ Rappresentazio-
ne delTAnnunziazione della Vergine Maria „ il di
cui manoscritto era nella bibl. Strozzi che fri poi
stampala in Firenze.,, Rappresentazione quando s.
Giovanni predica nel deserto,Firenze i6o5„^„ Sto-
ria e miracoli eli san Bernardino Firenze „. „ Rap-
presentazione di s. Pancrazio, e molte altre d'altri
santi tutte in versi stampate in Firenze „} „ Vita
del Bealo Giovanni Colombini fondatore dell'or-
dine degli Ingesuati „; „ Vite dei religiosi iti tssa
religione, Firenze e Roma „. Compilò anche moi-
te laudi spirituali, fra le quali il primo luogo tieu
quella che incomincia „ Da che tu nT hai Iddio
il cuor ferito „ le quali sono stampate in Firenze
ed in Bologna aurora mescolate con quelle di di-
versi altri autori. Trasportò ancora dal Ialino in
italiana favella il sesto libro del Prato spirituale
de'sanl i-Padri. Morì Feo adì 16 agosto i4$4 <*
sepolto in santa Croce, la cui morte fu pianta d^
tutti i cittadini, perocché era grande la sua virtù.
La sua famiglia era nobile. C-n. Ep. v.
Beli-orti Filippo tiglio del cavaliere Ottavia-
no. r\\n nacque in Volterra nell'anno i3i(), fu sog-
getto peritissimo nei canoni e molto versalo nel-
la ecclesiastica disciplina, e per la sua «lo! trina
aggregato al ceto dei canonici di Volterra da Ri-
nuccio Galletti suo vescovo , al quale succede
con breve di Clemente VI. sebbene costituito nei
soli ordini minori e nelTelà d'anni a8. Kell'an-
li-. 1 5 .".<; adunò un „ Sinodo ,,, che conservasi in
.mena presso la famiglia del priore Inaimi
ai*
2 IO BEL.
mi, e nella pubblica libreria Guarnacci di Volterra
•vi è di esso un codice di „ Lettere «scritte a'pon-
tefici, monarchi e ministri di sommo grado: ma 13
breve dimora clipei fece in questo mondo, essendo
mancato in età di soli 38 anni, non gli permise
di lasciare un saggio maggiore dei suoi talenti.
G-c. Ept v.
Belforti Bocchino (dei) fu figlio d'Ottaviano
della indicata famiglia ohe avea governata Vol-
terra sino dal secolo XIV. Bocchino per la sua
tirannìa si concitò V'odio dei suoi concittadini, e
tant'oltre arrivò il di lui eccesso che pensò di ven-
dere Volterra ai pisani. Già si preparava ad aprir
loro le porte della sua patria , allorché i fio-
rentini prevennero i rivali, e furono accolli dai
volterrani nell'ottobre del i36), mediante un
trattato che riserbava a Volterra il suo governo
municipale e la sua libertà, sotto la protezione
della repubblica fiorentina. Bocchino che nel tu-
multo era stato fatto prigione dai suoi sudditi
sollevati, fu fatto morire dal capitano dei fioren-
tini sopra un patibolo. v.
Belfratelli beato fra Pietro fiorentino ve-
stitosi l'abito degringesuati prima del 1898 andò
col beato Romolo a Bologna a prendere il luogo
di Valverde, e di lì a non mollo morì. B-z. v.
Bella Giano (della) fiorentino nato da una
famiglia ch'era ^ molto aulica nel secolo XIII.
Rinunziò ai privilegi della sua nascita per parteg-
giare col popolo contro i gentiluomini. Il suo a-
more per la libertà tollerar non sapeva l'insolen-
za dei grandi, il dispregio ch'essi ostentavano per
BEL. a/i
le leggi e i disordini della lor vita. Riuscì a Gia-
no Tanno 1292, di organizzare il popolo in ma-
niera,che le sue compagnie di milizia fossero sem-
pre pronte a difendere i tribunali e le leggile che
il gonfaloniere di giustizia, primo magistrato del-
lo stafo istituito in quelPepoca, fosse mallevado-
re dell'ordine contro l'anarchia. Tutti i nobili
vennero sottoposti ad una specie di legge mar-
ziale che si chiamò ordinamento di giustizia, e i
gentiluomini sottomessi a tal severa legge furo-
no sopra una lista separata, e d*1 allora in poi fu
pena usilata a Firenze quella di nobilitare un
uomo per sottrarlo alla protezione delle leggi co-
muni, escluderlo da ogni pubblico uffizio, e sot-
toporlo a tutti i privilegi onerosi a quelPepoca del-
la nobiltà. L'impazienza colla quale Giano della
Bella riformar voleva tutti i disordini, ed il suo
odio contro tutti gli abusi, gli fecero in seguito
offendere le altre classi del popolo, come aveva
offeso la nobiltà. I suoi nemici lo eccitarono ad
intraprendere una dopo l'altra le riforme più ar-
dite, ed in tal modo perder gli fecero tutta la sua
popolarità. Finalmente il dì 5 marzo 1204 i magi-
strati gTintimarono di comparire a dar conto del-
la sua condotta a quello stesso tribunale,del qua-
le egli avea tanto allargata L'autorità. Giano della
Bella licenziò i suoi amici, che frettolosi gli si a-
dunarono intorno per difenderlo, usci dalla città,
e morì poco dopo esule dalla sua patria. /?. u.
Ep. v.
Betti Stefano (della) nacque in Firenze l'an-
no itiioJPr jticò con Gio. Battista Vanni e col Can-
212, BEL.
tagallina, copiò le carte del Callot e fermossicofl
Cesare Dandini bravo pittore. Fu disegnatore mi-
rabile; principiava le figure dai piedi e prosegui-
vaie sino al capo, e le terminava col fiato. Vide
Roma,Parigi,la Fiandra, l'Olanda e guadagno per
tutte le corti premi, grazie e onori, e fu somma-
rne ute caro ai suoi principi naturali. Tornato a
Firenze si provvide di una bene adagiata abita-
zione, ove proseguì i suoi lavori d'intaglio all'a-
cqua forte, a cui erano rivolti tutti i suoi studi,
dei quali si era invaghito ed occupato nella più
tenera età. Dopo aver lasciate tante belle inven-
zioni e capricci alle stampe, tutte registrate dal
Baidiuucci, carico di gloria mori d'anni 54- 0~r.
Ep. vi.
Bellamimo da Siena è nome che si conserva
nelle cronache antiche, ugualmente che nell'ul-
timo verso dell'iscrizione della famosa fonte Bran-
da di Siena, mentre ne apparisce l'edificatore nel
i i()3,siccorne nell'anno susseguente,pose mano in
qualità ugualmente d'architetto nella dogana ed
in altri edilìzi. Questo Bellamimo potrebbe esser
forse uno degli ascendenti di Agostino ed Agno-
lo Senesi che provennero di razza di architetti.
C-c. v.
Sellanti Lucio senese scrisse un libro col
quale pretese d' impugnar V opera di Gio. Pico
della Mirandola contro l'astrologia, e ne pubblicò
un altro di pretto argomento astrologico intitola-
to. „ De dìvinatione per astra „. [n esso però a giù*
dizio dell'abate Ximenes,,in mezzo a gravi erro-
ri traspariscono molte dottrine di buona astrono-
BEL. 2l3
mia, sparse per tulta l'opera sopra la irregolarità
dei moli lunari e solari, sopra le massime elun-
gazioni di Mercurio, sopra le macchine costruite
per ben rappresentare i pianeti e gli ecclissi lu-
nari e solari C-r.
Bellanti Pietro sanese chiamato per vezzo
Petrino, il quale da fanciullo fu dal padre, onde
salvarlo dall'influenza del vaiolo, mandato a Fi-
renze, ove sopraggiuntogli quel male fu degli
occhi privato. Ma benché quasi cieco studiò con
molta assiduità ed attenzione, e nelle scienze ap-
profittatosi, specialmente nella filosofia, per ri-
prova de^suoi talenti sostenne più volte conclu-
sioni con universale applauso. Émaravigliosonel
toccar dolcemente vari strumenti, fra i quali il
liuto italiano e con tanta destrezza e velocità di
mano suonato, che ha fatto restar sorpresi i suo-
natori più pratici. Lesse nello studio pisano filo-
sofia con gran concorso per alcun tempo. C-n.
BE.LLkRyiA.Ti Gì talamo fu gran prof, delle ma-
tematiche, ed essendo bandito dalla patria si riti-
rò sotto la protezione di Francesco l re di Francia,
dal quale in progresso di tempo fu chiamato suo
ingegnere maggiore. Egli fu il primo che per com-
missione del re fece edificare in Normandia col
suo consiglio e disegno la città e porto d'Haure di
Grazia^ ove il fiume della Senna entra nel mare.
Fu intendente di Cosmografia, come si vede nel-
la Corografia della Toscana da lui posta in luce,
la quale vogliono che sia la più aggiustata e
legittima di quante fino allora se ne videro ed è
lodata molto dal Simbra L'anno i5/|3 volle
2 1 4 E E L.
il re Francesco unire la sua armala con quella
d'Ariadeno Barbarossa per spingerla alla volta di
Barcellona^ ed avendone confermato ammiragl io
il conte delTAnguillara, comandò al Bellarmati che
andasse in sua compagnia} ma egli ris ponden
che s'era trovato a fuggir per due volte con
quel conte, non avrebbe voluto trovarvisi la terza,
quasiché prevedesse che l'armata doveva esser
rotta in quella campagna, e fu cagione che il re
mutò parere e dismesse quella impresa: tanta era
la credenza che S. Maestà dava alle parole di
quell'uomo insigne. U-r. Ep. n.
Bellarmi^to Roberto da Montepulciano dove
nacque nel i54a, morto poi nel i63o. Sommo teo-
logo,noto specialmente per l'opera: „Delle contro-
versie „, famoso difensore di tutti i dritti de'papi
sul temporale dei sovrani. „ . Da giovanetto amò
moto la poesia specialmente latina} in età d|
dìciolto armi vestì P abito di gesuita , e subito
fu impiegato a darlezione alla gioventù, ancorché
non fosse egli stesso bastantemente istruito. Frat-
tanto predicava nei più distinti pulpiti d'Italia,
prima ancora di giungere al sacerdozio. Fu poi
mandato in Fiandra a predicare in latino contro
il luteranismo. Astretto dalla necessità del suo
ordine insegnò teologìa e la scolastica, e spiegò
la somma dell'Angelico. Appena ricevuti' i primi
rudimenti della lingua ebraica ne divenne subito
cattedratico,scrisse un «Commentario sopra i sal-
mi ,, ma non mollo applaudito.perchè poco intel-
ligente del testo ebreo. Da Lovanio tornò a Ro-
ma dove il pontefice Gregorio XIII lo des.tinò a
BEL. ai 5
leggere le controversie della fede. Fu inalzato
successivamente a diverse cariche sì tra i gesuiti
che nella corte di Roma. Clemente Vili lo creò
cardinale Tanno 1699, e tre anni dopo Cu arcive-
scovo di Capua.Paolo V lo chiamòa se per farlo as-
sistere agli affari della corte di Roma fino dal
1621, ma per incomodi di salute lasciò il Vatica-
no e si ritirò nel noviziato dei gesuiti a Monte
Cavallo, ed ivi terminò di vivere in età di 79 an-
ni. Gli opuscoli di pietà che abbiamo di esso son
fruiti del suo ritiro. 11 solo „ Trattato degli scritto-
ri ecclesiastici,, può servire di prova del suo gran
sapere. Egli si fece strada da ciò per entrare sen-
za tema nel vasto mare della teologia, e per con-
durre a termine la grand'opera delle ^Controver-
sie della fede cristiana contro gli eterodossi,,. Non
vi e stato autore che meglio di lui abbia sostenuta
la causa della chiesa romana in generale, e quella
del papa in particolare. Quanto però ha scritto il
Bellarmino dell'autorità del pontefice,attribuendo
al medesimo sul temporale dei principi una po-
testà che egli chiama indiretta, non ebbe la sorte
di sodisfare né i principi né lo stesso papa. E.
(Tu. L Ep. vi.
Belli. nciom Bernardo nato in Firenze di ca-
sa nobile, ramo della famiglia dei Donati, fiorì al
tempo di Lorenzo de'Medir.i, Luigi Pulci e Matteo
Fianco poeti arguti e piacevoli. Visse lungo tem-
po a Milano, dove morì sotto gli auspici di Lo-
dovico Sforza, dal quale fu accarezzato e bemdi-
Ebbe illusili antenati. Il Crescimbem nel
\ol. 11 dc'comineulari della volgai rpòtffd a p. 186
ai6 BEL.
della edizione di Rema 1710, ci dà il seguente
succinto ragguaglio di questo poeta „ Bernardo
Bellincioni fiorentino poeta laureato di Lodovico
Moro Duca di Milano, fu uomo assai accredilato
nella nostra poesia, di maniera che Luigi Pulci
talmente s'appagava del suo giudizio, che ebbe a
dire nell'ultimo canto del Morgante „
Non sieri dati i miei versi a Faro Zucco
E basta il Bellincion che affermi e lodi.
Ora di questo poeta si trova un volume di „Rirue
impresse in Milano Tanno i4<)3 „. la maggior par-
te delle quali sono giocose e libere ali1 uso del
Burchiello, ma quelle che son gravi si conoscono
competentemente buone , e quanto alla lingua
vengon citate dal vocabolario della Crusca. Fiorì
egli negli anni suddetti ed anche prima, adempì
del mentovato Pulci, e vien lodato dal Poccian-
ti ne'suoi scrittori fiorentini. Fu il primo, secon-
do alcuni, che in terza rima italiana tentò di dar
l1 essere al genere elegiaco de'latini e dei greci.
'Mi* Ep. v.
Bellini Lorenzo nato in Firenze l'anno 1643
da onesta ma limitata famiglia. Fattosi conosce-
re nei suoi primi studi giovane di raro talento, fu
assistito dal granduca Ferdinando II che lo man-
tenne sotto la direzione del Borelli, dell'Oliva e
del Redi a Pisa,ove imparò la medicina, e dal Mar-
che! tini apprese le matematiche. Non giunto a
20 anni pubblicò la sua „ Esercitazione anatomica
intorno alla struttura e sostanza de'reni „ e con
BEL. 217
essa convinse di erronee le idee che di ciò si ave-
vano. Scoprì pure alcuni canaletti che dal suo
nome si dicono Ductus belliniani. Per tutto eie!»
fu promosso ad una cattedra in Pisa prima di
esser laureato . Scrisse allora le sue „ ftuove
osservazioni sulla lingua „. Considerò nei corpi
le proprietà del moto e della forza al moto, cose
tutte che &' insegnano dalle matematiche, e se-
gnatamente dalle meccaniche. Tra le sue opere si
annoverano i „ Commentari destinati a ricercare
che cosa sia l'animale „. Questa sua opera fu di
tal merito repulata che il Boerhave la ristampò
nel 1717. Seppe rinvenire le vie dell' aria nello
uovo e nei vasi del polmone. Trattò dell'intrin-
seca forza onde le parti della materia tendono
al mutuo contatto. Era egli di fantasia vivace,
ricca &' immagini e feconda di invenzioni , con
cui potette adornare le sue espressioni , onde
meritarsi in Parnaso uno dei più ragguardevoli
posti tra i poeti toscani di quel secolo . JN011
avendo tardato la fama a far conoscere i pregi del-
le sue scoperte ed il valore dei suoi raziocinii ,
ebbe in vita la rara consolazione di veder pre-
sto riprodotte dai torchi le sue opere e sentir let-
te dalle cattedre le sue mediche produzioni. È
valutabile l'elogio fattogli dal sommo maestro del
secolo Boeihave, che nessun autore di medicina
si può anteporre al Bellini. Estese il Bellini le sue
occupazioni alla medicina pratica esercitata al
letto dei malati, impiegandovi le massime del suo
maestro Bedl, p«*r cui fu dal granduca Cosimo HI
< Mainato ad occupare il posto di archiatro di cor-
St. Tose. Tom. 12. 22
ai 8 BEL.
te, onde lasciò la cattedra d* anatomia dell* ac-
cademia pisana. Fu altresì nominato primo con-
sultore della santità di Clemente XI. Colle quali
distinzioni, e colPamicizia de'Redi, de* Magalotti,
de'Filicaia, de^Menzini, de^alvini, e di tanti al-
tri uomini immortali, tanto concittadini che fore-
stieri, ei si consolava debordaci sussurri del vol-
go dei medici contro di lui. Ma ciò non io tratte-
neva dal prestare agl'infermi la più premurosa
assistenza con quello zelo proprio delle anime non
interessate, e dallo istruire i giovani praticanti
suoi seguaci. A-d onta de^tormenti della podagra
prendeasi l'innocente sollievo di conversare colie
muse, che faceva servire di giocondo ed istruttivo
trattenimento alle sue favorite accademie della
Crusca e dell'Arcadia. Contento d'un onesto gua-
dagno aborriva gli artifizi dell' impostura , con-
sueto appannaggio di chi pensa meno alla gloria
che ad accomular denaro per un'ingrata posteri-
tà. Raccontasi che ad insinuazione degli amici a-
vendo nel 1696 presa in moglie Leonora Mannoz-
zi, la prima sera che Pebbe in casa sdegnatosi per
un fanciullesco scherzo creila gli volle fare, con-
gedolla immantinente, e fu poscia costretto a pas-
sarle ogni anno non piccolo assegnamento. Oltre
le citate sue opere sono da rammentarsi „ Opu-
sculade motu cordis, Leyden 1737 ^ „ De urinis
et pulsibus^de missione sanguinis^defebribus,
de morbis capitis et pectoris etc* Bologna i(383
e Leyden 1717 ,9 . Scrivon per altro di lui che
s'impegnava troppo a far valere ciò che trovava
di sorprendente nelle operazioni della natura .
BEL. 219
Introdusse una teoria intorno le febbri cbe fu ge-
neralmente abbracciata sul principio del passato
secolo, ma che poi è stata abbandonata da molti.
Fu il Bellini anche valente poeta italiano, come
fra le allre di lui rime il dimostra la sua „Buoche-
reide, Firenze 1729,,} preceduta da una prefazione
e da una cicalata, che serve di proemio all'opera.
Chi narrò anche la sua morte ci dice che di-
venne assai pingue, ed egli pensò che la pingue-
dine fosse aliena dalla costituzione del suo fisi-
co, e riguardavala come una specie di feccia pro-
creatrice di mali, e s'era proposto d'estenuarla con
una estrema parsimonia di cibo. Per quel digiuno
cadde in uno sfinimento sì fatto che irreparabil-
mente lo condusse alla tomba nel gennaio del
I7a3 in età d'anni 61. B. u. C-r. Ep. vi.
Belmnzom Bernardo. Ved. Bellincioni Ber-
nardo.
Bellucci Tommaso botanico pistoiese era di-
rettore del giardino della università di Pisa, e
professore di botanica verso la metà del secolo
XVII.Pubblicò il catalogo delle piante che vi era-
no coltivate a quell'epoca solfo il titolo di,, Pian-
tar um index hort. pisani cum appendice ange-
li Donninijloren'iniy Firenze 1662, ,,. B-u. vi.
Belteami?ii Niccolò nacque in Colle dj Val
d1 Elsa nel febbraio del i523, e fu mandato nel
i538 a studio a Siena e a Padova: passato poi
a Pisa ebbevi la laurea dottorale. Nel i539 ebbe
in Pisa la caltedra dell'istituto. Due anni dopo
passò a leggere l'estraordinaria civile. Susseguen-
temente lesse l'ordinaria canonica, e poi Tordi-
S2.0 BEL.
naria civile. Richiesto alle cattedre di Napoli, ed
ottenutane con difficoltà la licenza se ne passò colà
a nuova lettura. Le gravi spese chVgli era tenuto
a fare per vivere molto onoratamente furono il
motivo ch'egli risolvette di abbandonare Napoli
e ritornare a Colle sua patria} e subito dal con-
siglio di Colle fu elelto di balìa, e incaricato d'as-
sistere a gravi interessi. Fu eletto giudice di Siena
e intanto fu dichiarato del giudicalo delle vedove
e pupilli, che in avanti aveva il suo proprio e
particolar giudice. Terminati i tre anni di tale
impiego passò dalPauditorato di ruota, e poscia
ad essere auditore generale del governo della
medesima città e stato di Siena, nel quale impie-
go vi dimorò fino al 1574 ultimo anno, in cui
chiedendo il riposo gli fu benignamente accor-
dato. Fece il nostro Niccolò pubblicare gli statuti
dell'università dei mercanti, e uffizioli della mer-
canzia di Siena, e dal medesimo rivisti e fatti
stampare unitamente con Messer A.ntouio Maria
Petrucci segretario delle leggi, e messer Orlando
Malavolti. Ritornatosene finalmente alla sua pa-
tria ivi finì di vivere nel novembre del i58a.Quan-
to in vita sua egli acquistasse di merito e di fa-
ma presso il Mondo non è ignoto ai nostri tempi,
imperciocché da Carlo Borromeo nipote di Pio
IY con autorità pontificia gli fu dato il titolo di
conte e cavaliere palatino, unitamente con Gio-
vanni suo fratello carnale, ed anche gli fu scol-
pita una medaglia. Fu Niccolò aggregato alla cit-
tadinanza fiorentina Tanno i555, e gli fu incisa
un altra medaglia. Molti sono i suoi manoscritti
B E ff. 221
lasciati , alcuni dei quali trovansi presso i suoi
eredi, e alcuni a Colle presso i Buonaccorsi, ove
si leggono frammenti di storia patria , notizie
di sua famiglia, ammaestramenti di morale e di
politica ec. E. (Tu. i. Ep. v, vi.
Benci Fabiano da Montepulciano nacque nel
14^3, ed in Siena apprese il dritto canonico,
nella quale scienza fu poi eletto professore. Por-
tatosi a Roma fu sommamente accetto a Marino
Orsini, che lo creò suo consigliere ed auditore di
ruota. Fu poi vicario di Perugia per 5 anni; am-
basciatore presso i genovesi, ed altri popoli della
romana chiesa sotto Pio II e Paolo li, ed ammi-
nistratore delle provincie ribellate alla pontificia
potestà. Fu pure tesoriere pontificio, una qual
carica egli più volte sostenne in diverse romane
Provincie. Al pontefice Sisto IV non fu meri ca-
ro che ai suoi predecessori, ed essendo giudicato
sommamente atto a sedare le turbolenze che na-
scevano tra diversi popoli, per la sua dottrina,
bontà di natura e pacato ingegno, spesso era a
costoro spedito, e la sua missione con felicissimo
esito adempiva. Sostenute in fine tante magistra-
ture, mori in Roma nel 1481. P-z. v.
Benci Spinello di Montepulciano segretario
intimo di Leone XI ambasciatore del duca di Man-
tova, e primo segretario del principe di Toscana.
Scrisse „ La patria storia „ di cui fece la seconda
edizione ampliata e corretta,e dedicata al serenis-
simo principe Giovan Carlo di Toscana nel i6{G
J°-r vi.
Bmici f'go, Vedi Bendo.
ita*
22,2. BEN.
Bercio Ugo de Bencis, detto Ugo di Siena
medico del secolo XV, morto a Roma nel i438,
si rese celebre principalmente a Ferrara ed a Par-
ma. Nella prima di queste due ultime città lesse
medicina , e fu presente al concilio che ivi da
Eugenio IV fu adunato, ove sciolse e convinse
tutte le ragioni dei greci co^atini disputanti sul-
la religione. Mentre era adesso concilio, insieme
co'' filosofi greci e latini, si propose ad una cena
che avrebbe estemporaneamente argomentato e
difeso le parti d^Aristolile e di Platone a seconda
delle proposte che date gli avrebbero . Secondo
T usanza del suo tempo si occupò sopratutto a
commentare e tradurre i classici greci ed ara-
bi , cioè Ippocrate ed Avicenna ; ed abbiamo
di lui numerosi commenti di quei due som-
mi medici, nonché di Galeno „ In Aphorismos
Hippocratis et commentarla Galeni resolutis-
sima expositio, Venezia 1498 » con la più parte
delle opere seguenti „ Super quartam seu pri-
mi canonis Avicennae preclara eocpositio, Ve-
nezia 1 5i 7. „} „ Consilia saluberrima ad omnes
aegri fudines, ibid. i5i8 ,,} „ In tres libros Mi-
crolechni Galeni luculentis sima eocpositio, ibid.
T5a3. B. u. Ep. v.
Bii\civENr?i Giuseppe morto a Firenze nel lu-
glio del 1808 in età di anni 77. era generalmente
stimato sì per le sue virtù che pe'suoi talenti e
lumi. Pubblicò parecchie opere e molte altre ne
scrisse che non videro la luce. Tra quelle che fu-
rono stampate si osservano „ La vita di Dante ,,5 „ I
nuovi dialoghi de'morti „* „ Gli elogi degli uorni-
BEN. 223
ni illustri toscani,,} „La descrizione della Galleria
di Firenze „, „ Le epoche di storia fiorentina fino
al 1292 „. B. u. Ep. vii.
Bene Baccio (del) ma veramente Bartolonu
meo, poiché in Firenze Baccio e Bortolommeo era
lo stesso nome nei tempi andati. Fu eruditissimo
nelle lettere greche e latine. Compose molte o-
pere, tra le quali varie „ Canzoni „ e in oltre una
opera intitolata „ Cwitas Feri, sive monumen-
tini Bartolomaei del Bene patricii fiorentini,
Parisìis 1609 „. vi.
Benedetti Francesco, nacque in Cortona
nell'ottobre del 1783 da onesti genitori} studiò
nel patrio seminario le lettere e la filosofia. Fino
da quella tenera età sentissi disposto alla poesia,
e nutriva particolare affezione perla dranmi atica,
tantoché toccati appena gli anni i5 compose un
„ Edipo nella favola di Telegono „ e ne ebbe gra-
zia ed estimazione da'suoi concittadini. vii.
Benedetto Beato da Monte Migliaio del Ca-
sentino, era abate dell'ordine di Vallombrosa, ne!
monastero di s. Bartolommeo a Ripoli, ove morì
l'anno i2o5. R-z. v.
Benedetto Beato della nobilissima famiglia
Bica soli valombrosano monaco di s. Lorenzo a
Collibuono nel contado di Firenze, che ritirossi
a vita più austera in un bosco non distante (iil
convento', fu romito fino a morte, accadutagli
Bel 1 107, come si legge nelle storie del suo onli-
ne. li-Z. IV.
Benedetto ila Maiano.v il la^gio presso Firenze
ov'egl: nacque Ite] 1 J44i fu umilialo ancor giù-
£24 B E ff.
vinetto a Firenze ad apprender l'arte dell'inta-
gliare in legname, manifattura introdotta in quel-
la citta a'tempi del Brunellesco e di Paolo Uccello}
e pervenne in questo lavoro a tale eccellenza da
superare in perfezione i suoi contemporanei, co-
me il mostrò negli armari del Duomo da lui ter-
minati. I suoi lavori furono ricercati dai princi-
pi e dai grandi, tanta fu la fama ch'ei ne ritrasse.
Condotte di poi a termine alcune casse per ordi-
ne di Mattia Corvino re d'Ungheria, ed essendosi
portato a quella corte per presentargliele, ebbe la
disgrazia,che essendosi per Tumido del mare in-
tenerita la colla che teneva attaccati i legni com-
messi, mentre levò gl'incerati, caddero tutti in
terra, e non potette i! suo lavoro far quella com-
parsa ch'egli sperava. Di ciò sdegnossi tanto, che
stabilì di abbandonare adatto quell'arte e di ap-
plicarsi alla scultura, della quale avea dato un
bel saggio in Loreto, mentre eravi con Giuliano
suo zio. Ebbe molte commissioni dal re d'Unghe-
ria ed in Firenze dalla signorìa} e in Santa Croce
condusse a line il pergamo di marmo, adornan-
dolo di storie con estrema diligenza lavorate. Gli
riuscì poi a maraviglia di vuotare la colonna alla
quale il descritto pergamo è appoggiato, per farvi
dentro la scala, avendo egli sprangato con fascie
di bronzo la colonna dal pergamo in giù, l'ingrossò
con pietra forte tanto al di fuori quanto voleva
votarla al di dentro, e con questo ingegnoso com-
penso eresse quel bellissimo pergamo con mera-
viglia di tutti gli artefici, che una tal'opera avean
creduta impossibile. Lavorò poi di scultura per la
BEN. 225
chiesa di s. Trinità, per s. Maria del Fiore e per al-
tre chiese} eresse molti depositi, fece ritratti per
sovrani fra i quali quel d'Enrico Vìi re d'Inghil-
terra. Abbandonò in fine quest'arte troppo fatico-
sa per la sua già avanzata età.e rivolse il pensiero
all'architettura, nelT esercizio della quale non si
acquistò minor gloria. Eresse un palazzo magni-
fico per comando ed uso di Filippo Strozzi} inalzò
alcuni archi e palchi in palazzo vecchio, che gli
fecero grande onore. Aveva per tanto nell'eserci-
zio delle arti belle pregi tali e tanti, che merita
d>ssere annoverato tra i più giusti ingegni che in
riguardo alle belle arti abbiano nobilitata la cit-
tà di Firenze. E. étu. i. Ep. v.
Bcsigini Gio. Battista pittore nacque in Luc-
ca nel 1737 da onesti genitori. Sentendosi dalla
sua naturale inclinazione portato alla pittura ap-
prese i primi rudimenti di quest'arte da Gio. Do-
menico Lombardi; indi passò a Roma nella squo-
la di Pompeo Batoni, dove traltennesi vicino a
trenfanni. Dopo ciò venne a stare in patria per
un anno, nella quale occasione fu impiegalo in
diverse opere accolte con sodisfazione . Ma vo-
lendo poi vedere le pitture dei più valenti arte-
fici che fiorivano nella Lombardia, colà portos-
si non tanto per sodisfare il suo genio, quanto
ancora per imitare la maniera di quei rinomati
maestri. Passò di poi a Firenze ove stette molti
anni occupato a fare ritratti e storie secondo l'or-
dinazioni che riceveva. O-r. vii.
Bemncasa s. Caterina da Siena di famiglia fio-
rentina nacque in Firenze da un tintore, e fu del
22.6 B E sr.
terz'ordine di s. Domenico. Era un prodigio di
letteratura senza averne avuto maestro. Chi a lei
favellava apprese il miglioramento dell'anima e
dello ingegno.essendo ella un tesoro di perfezio-
ni sì dello spirito che della mente. Fu detta da
Siena per la lunga dimora che vi fece, e dove re-
se al Creatore lo spirito. Scrisse dei „ Dialoghi
sulla divina provvidenza w che furono stampati
in Venezia nel i5o4 poi trasportati in latino da
Raimondo dalle Vigne capuano, Ingolstat i583
con questo titolo, Dialogi D.Catharinae senensis
Virg, ss. in vi tractatus di s tributi, divinarti pia-
ne, et admirabilem sapientiam ad spiritual is W-
tae institutionem complectens ante annos i63,
per D. liaymundum a Vincis Capuanum teolo-
gum ex italico sermone in latinum conver-
si. Fu tradotta quest* opera anche dal Galletti,
il quale voltò in latino anche il dialogo della
somma perfezione . Scrisse santa Caterina anche
molte ,, Lettere „'fìno al numero di trecento ses*
santatrèa varie persone, collegi, monisteri, e con-
venti per la salute delle anime, Venezia i5oo eoa
la giunta d'alcune orazioni i548. Parte di que-
ste lettere furono scritte assommi pontefici, re e
principi. I dialoghi furono ristampati a Venezia
i494^eorazi°n» in Ingolstat ed in Venezia 1 548.
Lasciò scrìtte altre opere che si son perdute.
Morì la santa nel i38o in Siena, dove fu vene-
rata, conservandovisi il venerato suo corpo. C-n.
Ep. v.
Besivieni Antonio filosofo e medico insigne,
come attesta il Ficàio, e di tutte le arti liberali
R E N. 227
studioso ed erudito. Scrisse molte opere, fra le
quali con elegante stile la più stimata e ragguar-
devole si è quella intitolata *, „ De abditis non-
nullis, ac mirandls morborum et sanationum
caussis, Florentiae 1^07, Parisiis i5a8 „\nCum
Galenilib.de plenitudine* Basileae 1529 w. Scrisse
ur/altr'opera; „ De morbo gallico et aliis^Fene-
zia i5i6„ e anche „ De chirurgia „ per quanto
attesta ilDurand nella sua Biblioteca classica. La
famiglia Benivieni è antica di Pescia, ov'era ve-
nuta da Crespoli piccol comune della montagna
di Lucca, come apparisce dal giornale della co-
munità di Pescia del 141 1. Morì in Firenze nel
i5oa, B-s. Ep. v.
Bemviem Domenico fratello di Girolamo e
Antonio. Fu canonico di san Lorenzo in Firenze
e pubblicò varie opere ascetiche. Mentre vivea
fra Girolamo Savonarola, Domenico fu uno dei
di lui più creduli seguaci, e dopo la sua morte uno
dei più zelanti difensori, mentre le cose di quel
religioso tenevano in gran rumore la città. Ma
perdonandosi alla cristiana semplicità, Io zelo di
lui ammiriamo piuttosto che il buon religioso, se
vero è quello che pensano i suoi avversari, che
sapesse di un personaggio superiore al volgo con
Ir. sue declamazioni, e con l'apparato di una au-
stera virtù accecare la ment e/j oro avvezza a
credere diversamente da quello che P apparenza
mostrava. Scrisse due opere in diftsa di esso fra
(«itolamo Savonarola, e par che sia di lui anche
la tiaduzione del libro di detto fra Girolamo Del-
2.28 BEN.
la semplicità della vita cristiana stampata a Fi-
renze nel i4<)6. B-S' Ep. v.
Benivieni Girolamo gentiluomo fiorentino na-
to verso la metà del secolo XV fu l'amico di Pi-
co della Mirandola e suo compagno di studi. Ma
gli studi e i costumi d^entrambi erano figli di una
vera virtù che solo può esser madre di una vera
amicizia. S'erano ambedue dedicali ad una soda e
fervente pietà. Il principe della Mirandola scelse
il Benivieni per distributore delle sue liberalità
verso i poveri di Fiienze. Erano ambedue studio-
sissimi della dottrina platonica e la rivolgevano
ad abbigliargli argomenti della religione, fu del
piccolo novero di quei che sostennero nella fine
del sec. XV la gloria della lingua italiana intera-
mente offuscata dagli studi greci e latini. Accop-
piava al gusto della poesia quello della filosofìa di
Platone ch'era in allora in Firenze nel più alto
favore. Quando Firenze passò nel i53o sotto la
potestà dei Medici, ebbe solo il coraggio di scri-
vere al papa Clemente VII in favore della sven-
turata sua patria, fidando, secondo Pespressione
del Varchi, o nella sua vecchiezza, o nella bontà
della sua causa, o nell'amicizia che altre volte a-
veva avuta per esso quel papa. Vi aggiunse una
difesa del famoso Savonarola, che allora era stato
condannato a morte, «lei quale non era men cal-
do partigiano di suo fratello canonico} ma nulla
ottenne ne pel monaco né per la sua patria. Molle
„ Rime „ scrisse il Benivieni, nelle quali egli con-
ciliò insieme i sentimenti di sua pietà, e gl'inse-
BEN. 2H()
guarnenti dell'accademia Plalonica. Celebre è Uà
esse la sua „ Cannone „ sopra l'amore celeste, ve-
stila di platom'smo,edal suo Pico arricchito di co-
piosi commenti. Dovendo esprimere in versi idee
di astrazione metafisica , convenne al Beni vieni
valersi talvolta di frasi intralciate, oscure, inar-
moniche. Non cosi quando egli ebbe a colorire
in versi argomenti più facili, venendo anzi ripu-
tato nella tessitura eziandio dello stile, come il
poeta più collo e più elegante di quel secolo. Egli
è, si può dire. Panello intermedio tra la rozzez-
za poetica del 4^o e la cultura del 5oo. Coltivan-
do gli studi e le opere di pietà giunse egli ad una
decrepita vecchiezza, mancato essendo di vita nel
c5j2, in età iPanni 89. V'ènua di lui opera segna-
ta col seguente titolò „ Commento di Hieronimo
Benivieni sopra a più sue canzoni e sonetti dello
amore della bellezza divina, Firenze i5oo „. Eb-
be ancor parte il Benivieui nelle Bucoliche di
Bernardo Pulci ed altri autori, Firenze i494- Ol-
ire a ciò alcune altre cose scrisse Girolamo, delta*
quali la più considerabile è una traduzione del
trattalo di s. Giovanni Grisostomo „ De computi-
none spiritus „ tuttavia inedita. Le di lui opere
sono giustamente apprezzale, e quantunque sen-
tano alquanto della durezza e degli altri diletti
delle poesie di que^tempi, spesso si avvicinano
all'eleganza ed al nerbo di quelle dei tempi mi-
gliori, li. u. C-r. Ep. v, vi.
Bf.mzzi Filippo .e. fiorentino nato di nobil
famiglia 1* anno • i33 vesti da giovanetto V abito
de'Servi di Mari i uelP eremo di Monteshinrio,
Si. Tose. Tom. 12. 23
tlZo E E I.
e giurilo al sacerdozio fu proclamato generale del
suo ordine, che dilatò ampiamente (ino in Fran-
cia, in Germania ed in altre provincie straniere.
Tornalo in Italia venue a trattar pace tra i guelfi
e ghibellini di Firenze, per ordine di papa Picco-
la III. L'anno 1280 rinunziò il generalato per an-
dare a finir la sua vita a Todi, ed infermatosi morì
il a3 agosto di quell'anno, per cui nel Martirologio
dicesi Tudertum beati Philippi fiorenti ni. \\ Raz-
zi ne trasse la vita da informazioni avute dapadri
de'Servi. Leone X ne permise il culto come san-
to, tinche non si canonizzò, come si ha dal suo
breve dato da Firenze nel i5i6. Clemente X lo
pose nel 1671 nel catalogo decanti. B-r. Ep. v.
Bekozzo Gozzoli. /'ed. Gozzoli Benozzo.
Benvenuti Carlo gesuita italiano fisico e ma-
tematico celebre non poco, nacque in Livorno
nel febbraio del 1716. e professò nel 1730. Aveva
già pubblicata una «Orazione funebre di Luigi An-
caiani vescovo di Spoleto 174^ „, ed una specie
'd'oratorio per esser posto in musica intitolato
„ Cristo presentato al tempio „} ma né al talento
oratorio, né all'estio poetico era egli chiamato.
Professava filosofia a Fermo, quando impiegato il
Boscovich in operazoni matematiche fu scelto
il Benvenuti per esser egli surrogato in quel-
la cattedra. La prima sua opera scientifica ch"era
stata una traduzione italiana della geometria di
Clerau(,Roma i;5i „ Sinopsis physicae genera-
lìs de lumim t^disstrt atio phisica » ed allra tesi
sostenuta da un suo discepolo ivi 1704. furono i
principii di Newton sopra la fisica generale, e sopra
b e iv. a3t
la luce, sostituiti nel collegio romano ai falsi si-
stemi che vi erano stati professati sì lungamente:
ma conviene osservare che buona parte di questa
ultima dissertazione è del padre Boscovich.essendo
il Benvenuti caduto malato, quando non era anco
terminata,quanlunque l'impressione ne fosse inco-
minciata. Dopo la distruzione dei gesuiti apparve
contro di essi a Roma uno scritto intitolalo^Rifles-
sioni sul gesuitismo 1772. Benvenuti vi fece una
risposta pungente e curiosa con questo titolo „ Ir-
riflessioni sul gesuitismo,.. E questo scritto verisi-
milnienle quello che si denomina le sue,, Rifles-
sioni sopra il giansenismo 1772 „. Il romore che
mene tal risposta l'obbligò a partire da Roma ed a
ritirarsi in Polonia. E^li venne accolto siccome
avea sperato a Varsavia dal re Stanislao Poniato-
skùaveagià oltenutoalcuni anni prima il titolo di
suo teologo: fecesi generalmente amare in quella
corte, e mori a Varsavia nel settembre del 1789
in età di 74 anni circa. B-u. Ep. vi, vii.
Benvenuti Pietro nacque in Arezzo agli 8
gennaio del 1769. La tendenza che (in ila fan-
ciullo mostrò per il disegno, e l'imitare così bene
e con accuratezza alcuni lavori a tocco in penna
posero il suo genitore nel desiderio di coltivare
questo nascente talento, che gli elesse per mae-
stro il Cimica reputato in patria tra i migliori .
AH* età di nove anni il giovinetto trasse copia
della Madonna della Seggiola^ il quale primitivo
lavoro merito di veuir segnato del nome di Pie-
tro, che ormai si annunziava alle più belle spe-
ranze. II maestro sorpreso di tal progresso, diegli
202 B E N.
«*i trarre in disegno il quadro assai stimato del
Barroccio, rappresentante la Misericordia,che tro-
vavasi allora in Arezzo, e lo imilò sì bene che ri-
svegliò sempre più l'ammirazione degli intelli-
genti. Consiglialo ed incoraggiato suo padre dagli
amiri condusse Pietro alP età di dodici anni in
Firenze, e lo affidò alle cure dei maestri Petroni
e Pacini. Tra- gli alunni dell'Accademia fiorentina
si distinse il giovinetto, ed ottenne più volle
gli oivori dei premio. Le opere d'arte da esso ese-
guite nel corso dei selle anni cbe stette in Fi-
renze, gkist idearono la sua gratitudine verso le
cure del genitore, ed i (avori accordatigli dal pio
istituto aretino* Recatosi a Roma nel 1788 attese
a perfezionarsi nelP arte , contemplando quei
sommi capi d' opera. I quadri del martirio dì s.
Donalo, la Giuditta trionfante» esistenti in Arez-
zo, ed il martirio del bealo Agliata cbe trovasi
nella cattedrale di Pisa fecero salire a tanto gri-
do il nastro artista, che il saggio granduca Fer«
dinando III lo richiamò in Toscana nel i&o3, e
lo fece professore e direttore delle scuole di pit-
tura nell'Accademia fiorentina delle beile atti .
Ritornato e stabilitosi a Firenze non visse che
per T arte della pittura. Fra le sue opere quivi
eseguite sono da ricordarsi i tre rinomati quadri
cbe si vedono presso di noi , rappresentanti il
Giuramento prestato dai sassoni a Napoleone Bo-
uaparle, la Morie di Priamo e quella dell'infelice
Ugolino delta Gherardesca e figli . Molti lavori
fatti per mano del nostro artista veggonsi sparsi
in vari luoghi e città dell' Europa, e Trie&t* iu
BEN. 233
particolare può vantarsi di avere entro le suo
mura il quadro commessogli dalla Baciocchi. ove
è espresso al naturale il di lei ritratte cou molte
altre figure, dalle quali si ravvisano con diletto
effigiati Canova , Morghen e lo stesso Pietro . I
belli affreschi da esso eseguiti nel real palazzo
Pitti , nella cappella dei principi di s. Loren-
zo di Firenze ed altrove fanno ben conoscere
quanto egli fosse esperto nel disegno e nel ma-
neggiare il pennello. Fu il Benvenuti inviato a
Parigi ad oggetto di riconoscere e rinviare in
Toscana lutti quei preziosi monumenti, ch'era-
no slati tolti per ordine di Napoleone , e re-
cati in quella metropoli. Era Pietro fregiato di
due decorazioni , che una dell* ordine delle due
Sicilie inviatogli da Murai, e fai tra dell'1 ordine
toscano di s. Giuseppe conferitagli dal Granduca.
Morì nell'età di 7$ anni nel febbraio i844- ^r£
Ep. vii.
Benvoglienti Uberto senese nato nel 1668 e
morto nel 1738 era un letterato distintoci quale
si applicò specialmente a dissipare le tenebre del-
Id storia e delle costumanze degl'italiani nei se-
coli di mezzo. Ebbe due mogli, la seconda delle
quali fecelo padre di una unica figlia che donò la
biblioteca paterna alla pubblica libreiia di Sie-
na. Amò egli I1 assiduità negli studi e la perse-
veranza nelP esercizio delle virtù e ist ane, e
la cultura del sapere, ma in modo speciale det-
tesi allo studio della storia, della critica e delle
belle lettere, nei quali studi non fu superato da
alcuno dei suoi tempi Ite fan testimonianza le ope-
*3*
•ì34 BEN.
re da lui coni poste, e le moltiplici relazioni e car-
teggi da lui tenuti eoi dotti suoi contemporanei}
principalmente col proposto Muratori, a cui som-
ministrò la vasta idea delle antichità italiane, dan-
dogli materiali e lumi infiniti. Trenta volumi in
foglio tuttavìa si serbano scritti da lui, di più a
quei che racchiudono varie miscellanee. Profittò
dell'onorevole incarico diprimo moderatore e cen-
sore nella senese università. Fu eletto vicecusto-
de della colonia arcadica dei Fisiocrilici, ascritto
alle più insigni accademie d'Italia, gran letterato,
ottimo congiunto, amorevole padre, rara unione
«li morali virtù. Chiuse finalmente il Benvoglien-
ti la carriera dei suoi giorni V anno 64 dell' età
sua nel febbraio del 170*3. E. (Pu. i. Ep. vi.
Benvoglienti Bartolommeo da Siena propo-
sto della di lei metropolitana, teologo e filosofo,
scrisse molte cose delPorigine ed accrescimento
della città di Siena in lingua latina, con bella
eleganza, il cui titolo è „ ff istoria senensis^ Siena
i5o6, Roma i5yi „:, opera latina tradotta da Fa-
bio Benvoglienti„ Origine ed accrescimento della
città di Siena 1671 „. C-n. vi.
Beìnvoglienti Fabio senese, il quale tradusse
e trasportò in nostra lingua il libro intitolato De-
fensio Gennari scolaris de quinque dogmatibus \
controversis cum graecis, quae e (infirmata fue-
rirnt in fiorentino synodo prò s. Romana Eccle-
sia in Dilinga, i58o}fu ancora poeta, essendovi di
suo un libro intitolato «Poesie fra le rime di diversi
che si trova stampato in Venezia i5a6 „} Scrisse
pure „ Discorso sopra la materia degli affetti per
BEN. 2o5
dichiarazione del libro della Rettorica d' arte ,
Siena i5j9 „; Perchè tra i cristiani si facesse guerra
e non tra i gentili, Siena i5?5 „. Volgarizzò dal
latino, Trattato deirorigiue di Siena ed accresci-
mento di essa, compilata da Barlolommeo Ben-
vogl ienti, Roma 1671 } „ Descrizione della villa
ili Lucullo, in una lettera a M. Mino Celsi, Ve-
nezia iò6y „. inserita nelle lettere dì diversi nobi-
li uomini. C-n. Ep% v. vi.
Benvoglienti Leonardo senese, uomo con-
solare, storico, ed amatore delle belle lettere.
Scrisse „ La vita di s. Bernardino da Siena dal-
l'ora di sua nascita fino all' entrare nella reli-
gione „, quale opera compilò diligentemente a ri-
chiesta di s. Giovanni da Capestrano. C-n. v.
Berardi Fabio senese nato di padre perugi-
no, intagliò dal dipinto di Giovanni Battista Pe-
loni il martirio di santa Orsola- dalla invenzione
di Giuseppe Ruggeri il catafalco eretto nel Duo-
mo di Firenze, in occasione delle esequie dello
imperatore Francesco I granduca di Toscana ,
celebrate nel 1765. Il rame di san Stefano cap-
puccino in atto di adorar la Croce,mezza figura, la
quale serve di frontespizio al libro della di lui
vita stampata in Roma ed in Firenze nel 1767.
G. G. vi, vii.
Berlinghieri Bonaventura era pittore lucche-
se nel n35, di cui esiste un san Francesco nel
castello di Guilia poco lungi da Modena, e ci è
descritto per pittura considerabilissima per quei
tempii Bcllinelli,Risorgimeiitn d'Italia negli studi,
utili- urli, ue'cosluiiii dopo il 1000. pag. 192. )
20<ì BER.
Lucca avea pure nel 1288 un altro pittore che
si conosce per un Crocifisso lascialo a s. Cer-
inone poco lungi dalla città con questa epigrafe,
Deodatus filius Orlandi de Luca me pinxit A.
D. 1288. Ep. v.
Berlinghieri Francesco figlio di Niccolò fu
geografo e poeta molto insigne5scris.se in terza ri-
ma, essendo geografo molto praticola geografìa,
secondo le distinzioni delle tavole di Tolomeo,
divisa in sette libri e stampata da maestro Niccolò
Tedesco. Luca Contile disse che questo libro era
molto strano ad intendersi. Fece ancora esorta-
zione a penitenza ms. nella Magliabechiana. Pro-
lesto alla signoria di Firenze ed a tutti gli altri
magistrati per conservar la libertà e mantenere
la giustizia: non v*è però il luogo della stampa e
tienimeli Tanno. C-n. v.
Berlinghiem Daniello commendatore dell'or-
dine gerosolimitano nato in Siena nel decembre
del 176 1, si rese celebre per le opere che dettò
piene di dottrina e di sapienza civile. Fu paggio
del gran maestro di Malta, e vennegli volontà di
studiar la nautica. Tornato in patria si chiuse vo-
lontariamente per tre anni nel collegio Tolomei,
ove studiò quelle scienze che presfavansi alla co-
gnizione della nautica, e frattanto imprese a stu-
diare ogni ramo di filosofìa razionale , e di belle
lettere , discoprendo sino d'allora mirabile inge-
gno. Poi navigò per più anni sulle galere maltesi
e si distinse nell'impresa che 1" ordine tentato
aveva contro Algeri nel 1791. Dopo «li ciò abban-
donò Malta invasa dai francesi. Allora egli si dette
BER. 287
tutto in braccio agli studi, ai quali era occupato
(ino dall'infanzia. Giunse poi ad essere aiuto del
provveditore della università di Siena. Caduto
l'impero francese fu onorato dell'uffizio di com-
missario del sacro ordine gerosolimitano, ad og-
getto di rappresentare le ragioni del loro istituto
ai regnanti adunati a Vienna.e domandare la re-
stituzione dell'isola di Malia e dei beni posseduti
dall' ordine per tutta la cristianità. Finalmente
nel iSaG fu ministro residente della corte di To-
scana presso il re di Francia, e rimase fino al
termine dei suoi giorni in quella carica lumino-
sa, alla quale nell' anno 1837 si aggiunse una
eguale missione presso la corte del Belgio. Scris-
se egregiamente in filosofia, politica, storia, filo-
logia, belle lettere, ma sventuratamente per Pin-
vincibile sua modestia quisi lutti i suoi fogli ri-
masero inediti: sono unicamente alla stampa,, Un
Elogio di Guido Savini premesso alle prose e
poesie di esso Guido, Siena i8oo„;„Un discorso
della differenza tra il bello ed il sublime, Badia
Fiesolana 1820*,; „ Uri3 elegia in morte di Anna
Rinieri, Pisa i8a£ ^ Una memoria in idioma fran-
cese „ Sur le? causes qui menerent Vetablis-
sement de la republique a Florence „, slam-
pala nel Num. 4 ^°oM alt* dell'istituto istorico dì
Parigi. Ma queste produzioni dir si potrebbero un
nulla al confronto delle opere veramente impor-
tanti cbe rimasero inedite, delle quali basti ac-
cennare le principali . Compiè un vasto lavoro
storico col titolo modesto di „ Introduzione allo
studio della storia universale,^ „ Versione itali fe
a38 ber.
na di parte delle lettere di Cicerone ad Attico, tra-
mezzate frequentemente da discorsi sopra ogni
genere di soggetti politici „; „TJna dissertazione
sopra alcuni pnssi nella celebre Ideologia di Tracy,
che contengono applicazioni soverchiamente inol-
trale ed inchinevoli al materialismo „; „ Una dis-
sertazione sulle cause per le quali in tanti secoli
sia rimasto stazionario rincivilimento pure an-
tichissimo della nazione chinese „} altre „ Sulle
origini degli antichi aiutatori d'Etruria „. „ Un
corpo di lettere sulle remotissime origini della
nazione greca, sulle diverse migrazioni delle sue
tribù, e sulle cause dei successivi cangiamenti di
costituzione nelle greche repubbliche „} „ Un di-
scorso sui principii delle repubbliche e delle fazioni
in Toscana, e particolarmente in Siena„.FinaImen-
te pieno di gusto nella lettura declassici scrisse di-
verse poesie originali e la ^Versione poetica di vari
frammenti di poeti latini, specialmente di Orazio „
e per intiero una Traduzione di Tibullo. Varie
accademie diFrancia, senza parlar di quella de'Fi-
siocritici in patria, ebbero ad onore di ascriverlo
nel loro consesso, e fra queste nomineremo Ti-
slituto storico di Parigi testé rammentato, e la
società francese di statistica geuerale.E quandonel
gennaio del 1 838 una violenta apoplessìa, cui soc-
combè in quella metropoli, troncò il corso di sua
vita sempre ugualmente operosa, nell'età sua di
anni 76 e pochi giorni, si rammentò la rara sa-
pienza, le di lui eminenti qualità di cuore, reli-
gione purissima e integrila senza macchia. T-p.
Ep. vii.
B E B. 209
Berlingiiieri F acca. V ed. Vacca Berlingìùe-
ri Andrea,
Berna Sane se scolare d'Andrea Orcagna. di-
pinse in Firenze, in Siena, e in Cortona, e nel
1369 andò iti Arezzo per dipingere in s. Agostino
il fatto di Marino Barattiere, che per cupidigia
di danaro avea donata l'anima sua al demonio, e
ne fu liberatoda s. Giacomo. Precipitò da un pon-
te dipingendo in s.Gemignano. e in due giorni, di
fresca età morì. Fioriva circa il i38i. V-s. Ep.v.
Bernardi Fra Filippo cappuccino si rese
celebre per le molliplici sue opere, delle quali
riporto T indice seguente l. Raggualio dell" ori-
gine e progressi dei conventi dei cappuccini
della provincia di Toscana 5 II. Relazione del-
la fondazione dei due primi conventi deVappuc-
cini nella città di Varsavia e Cracovia nel regno
di l'oloniaiIIl.Relazione di quando i cappuccini fu-
ron deputati alla cura spiiituale del bagno e delle
galere di Livorno} IV. Memorie d'uomini illustri
per bontà cappuccini nella provincia di Toscana
dal i546 al 1700, e dal 1700 al 1720: V. Annui av-
venimenti temporali occorsi la maggior parte in
Toscana dal if>3oaI 1660. e dal ìGqi, al 1720:
VI. Relazioni d'alcuni missionari toscani alle In-
die;VH.AItre sirnili;VIII. Memorie della Canoniza-
zionedi s.Felice cappuccinoilX. Memorie spettanti
al cardinzle Francesco M. Casini} X. Relazione
dello stalo di tutti i conventi di FF. cappuccini
■ l'Italia: \I. Della fondazione de'coppuccini in Ila-
li : \ II. Sommaria cronologia degenerali e de'rn-
pitoli generali della riforma de* cappuccini dello
a4o BER.
anno i5ì5 nel quale ebbe principio, (ino ai nostri
tempi; XIII. Relazione del viaggio fatto dal padre
Bernardino d'Arezzo e suoi compagni, in occa-
sione di visitare la religione dei cappuccini men-
tre era generale della medesima „. Tutti questi
libri scrii ti di propria mano dell'autore si conser-
vano nel convento de'cappuccini di Montui. £-s.
Bernardino da Siena santo della famiglia de-
gli Albizzeschi nato in Massa città della Marem-
ma senese Tanno 1079. Entrò ne"* olirne di san
Francesco dei minori conventuali, ma dipoi e ri-
formando e riducendo i frati a vita più stretta fu
istitutore dell' ordine de'minori osservanti degli
zoccolanti circa V anno 1400. Accompagno con
la santità la dottrina, e fu predicatore eccellentis-
simo. Dicesi che in un concilio predicò in greco,
benché alcuni vogliono che ciò miracolosamente
seguisse per non avere il santo di tal lingua mol-
ta cognizione. Fu calunniato presso Martino V
a segno che Io privò della libertà di predicare,
qual mortificazione con animo inalterato ed in-
vitto il sant'uomo sofferse, ma prevalendo l'in-
nocenza alla calunnia fu all' evangelico ministe-
ro con sommo decoro restituito. Scrisse molte
opere tutte ascetiche, varie delle quali trovansi
stampate. Era fratello della compagnia di notte di
s. Girolamo di Firenze. Mori all'Aquila nel \fy\ \
d'anni 65 ildiaS di maggio giorno dell'Ascensio-
ne, dopo aver peragrato T Italia tutta e predi-
cato in ogni luogo, e da Niccolò V canonizzilo
nel i45o. Fu ancora san Bernardino dipintere,
ma non altro «jbe il santo nome di Gesù dipinge-
BER. 24l
va, della quale immagine ne fece molle repliche:
erano queste in tavola col campo azzurro ed il no-
me di Gesù di foglia d'oro con dodici raggi intor-
no, le quali erano più di mezzo braccio quadrato,
e queste distribuiva ai suoi devoti gratis per ren-
derli difesi dal contagio, che nel 1400 tormentò
la Toscana. Con tal mezzo molti appestati gua-
rirono come è fama, e varie di tali immagini si
vedono tutfora in Siena. C-n, Ep. v.
Bernardo Pietro uomo di molto zelo e dot-
trina nelle cose di nostra religione, che fiori in-
torno alla fine del 1400. Si esercitava particolar-
mente in istruire fanciulli nei buoni costumi e
negli articoli della cattolica fede. Forse per que-
ste sue buone opere e per dire svelatamene la
verità del vangelo, ne patì persecuzioni e travagli,
dicendo in una seconda lettera il Buonsiguori,
questi son quelli che perseguitano il servo di
Dio vostro cittadino Pietro Bernardo. Si trovano
alle stampe due prediche di questo autore. La
nota di una di esse predirne della impressione è
infine e dice ^.Impressimi Florentiae indie dedi-
cationis s aneti Micaelis anno gratiae MCCCCC.
b-s. v.
Bernardo Beato senese. Ved. Tolomei.
Bernardo Santo della famiglia degli Uberti ili
Firenze fu in gioventù assai lezioso, ma savio.
Destinato dai parenti ad ammogliarsi ricusò, e per
una visione avuta vesti Pabito valorobrosano. Fu
generale del suo ordine, poi vescovo di Parma,
indi cardinale , e da papa Pasquale II mandalo
legato in Lombardia ed in Francia per estirpare
Si. Tose. Tom. 12. 24
2,4 2 BER.
le eresìe colà pullu'anli come idre, e per ciò inai
ricevuto da Enrico I: soffrì non poche mortifica-
zioni con animo superiore e consanlo zelo e non
incomparabile prudenza. Compose alcune opere
intitolate „ Sermones Hisloriae suae congrega-
tionis „,* e più avrebbe scritto se negli affari eccle-
siastici non fosse stato continuamente impiegalo.
Eresse molte badie alla sua congregazione; quel-
la di s. Mercuriale a Forlì: quella di Montepiano,e
quella di s. Bartolommeoa Piipoli. Ma non ostan-
te gli affari, sapeva trovare il tempo di darsi ogni
giorno a Dio con orazioni e meditazioni, per cui
fu chiara la sua santità con aggiunta di visibili
prodigi da lui operali in vita e in morte. Resagli
l'anima a Dio nel 1 1 33. Ad esso come protettore
di Firenze fu dedicala la cappella de'priori della
repubblica,e la famiglia Uberli per onorare la pa-
tria e per loro propria gloria fabbricarono presso
le loro case una chiesa in onore di s. Bernardo.
Ma perle discordie insorte tra le fazioni, e preva-
lendo i guelfi, e per la rotta infelice dell'Arnia,
cacciala dalla città la fazione ghibellina , della
quale gli liberti erano i capi, non solamente rovi-
narono le case ai viventi, e fino alle fondamenta
spianarono, che ancora contro i morii s'inviperi-
rono e contro gli stessi santi s'infuriarono e con
empia e barbara risoluzione tanto più degna di
biasimo, quanto che fatto da un consiglio di cit-
tadini per altro avveduti, contro un santo lor pro-
tettore e patriotto, levando s. Bernardo della pro-
tezione della città e della cappella, come s"ei fosse
stato un altro duca d'Atene, o ch'avesse tramato
B E B. 243
tradimenti alla patria, la incominciata chiesa spia-
nando, e la cappella dei priori al suo nome dedi-
cata non polendosi togliere senza danno grandis-
simo, ^applicarono a s. Bernardo abate di Chia-
ra va He. C-n. Ep. v.
Bersi Francesco fu quegli che la giocosa poe-
sia italiana condusse alla sua perfezione, cosicché
più oltre non lasciò luogo a promuoverla, onde
dal suo nome tal poesìa, quasi' per rimunerazione,
a nominar si prese bernesca. Nacque Francesco
verso Panno 1^90 nel castello di Lamporecchio
da famiglia nobile, ma povera originaria di Firen-
ze. Qui fu educato e si stette in angustia di for-
tuna sino a diciannov'anni. Allora si recò a Roma
presso al cardinale Bernardo Divizio da Bibbiena.
Morto il cardinale passò ai servigi del prelato
Angelo Divizio di lui nipote, ma tuttavìa sfortu-
nato si pose in corte di Gio. Matteo Giberti ve-
scovo di Verona e datario del pontefice Clemente
VII in qualità di suo segretario, ma s'avvide di
non esserne capace, sicché dopo qualche anno
tornò in Firenze, dove ottenne un canonicato
nella cattedrale: videsi molto accetto al duca A-
lessandro ed al cardinale Ippolito de\>Iedici a mo-
tivo della vivacità e bizzarrìa de" suoi talenti, e
pensò di ristabilirsi in Toscana. Ma disgustatisi
queMue principi fra loro, si vuole che si rivolges-
sero al Berni perchè prestasse la sua opera, vo-
lendo Tuno avvelenar l'altro, e che egli ricusasse
di aderire, anzi mostrasse orrore per simile tra-
dimento, e che uno dei due emoli in vendetta di
quel ridillo facesse a lui stesso apprestare il vele-
2.44 B E B.
no, onde avesse immaturamente a perire; ma più
moderne ricerche storiche smentiscono un tal
fatto. Pronto ingegno, umor festivo, fantasìa no-
bilissima alle impressioni ridicole degli oggetti,
furono le qualità mentali del nostro poeta: ma si
mostrò dedito oltremodo all'amore-qualora questo
non fosse che platonico, o poeticamente immagi-
nalo per giuoco . Ei non poteva difendersi dai
capricci che gli volevan venire anche a suo di-
spetto} alcuni eran caustici, ma i più di essi era-
no facezie e baie. Il Berni non creò la poesia gio-
cosa in Italia, ma le dette bensì nuova vita. Egli
poi seppe abbellirla colle grazie della più toscana
favella, e da tutto questo ne nacque un'amabilità
ingenua, un vezzo tutto suo proprio. Lo stesso
giocoso brio di venustà bizzarra spicca eziandio
nel suo poema dell' „ Orlando innamorato „. Il
Berni prese il soggetto e gli avvenimenti medesi-
mi narrati dal Boiardo senza nulla cangiare nel
di lui piano, e li vestì alla sua foggia. Riformò Io
stile del suo originale sovente scorretto e barba-
ro, ma cangiò il serio in burlesco. Nasce il riso
naturalmente al sentir raccontare per vere con
una cercaria comica di semplicità e di bonomìa
cose sterminate, cose fuori d' ogni credenza. Il
Berni fu in certo modo il precursore di Michele
Cervantes. A. forza di esagerazione le imprese dei
paladini appariscono ridicole tanto nell'Orlando,
come nel Don Chisciotte. Il nostro poeta Raccol-
se i modi più gentili e più limpidi del volgar fio-
rentino, e uè abbellì il suo lavoro. L* accademia
della Crusca studiosamente ragunò gli speciosi vo-
BEH. 2{5
caboli e i pretti adagi che nel bernesco Orlando
fioriscono, e li inserì come altrettanti gioielli
nelle varie edizioni del vocabolario. Il Berni fu
inoltre poeta lutino, e quantunque egli abbia an-
che in ciò qualche pregio, non è da annoverarsi
tra gli eccellenti di cui abbondò il suo secolo.
Quindi il discreto suo merito nella poesia latina
venne oscurato dal sommo che conseguì nella ita-
liana. C-r. Ep. v, vi.
Bernini Glo. Lorenzo nacque in Napoli da Pie-
tro fior enl ino, che fu suo maestro nell'arte del di-
segno. Non ebbe Lorenzo mai occasione di torna-
re stabilmente in Toscana sua patria, sicché chi
brama vedere le opere sue scolpite e dipinte en-
tri nel Vaticano in Roma a contemplare la tri-
buna, la cattedra di s. Pietro, e il ciborio, ogni
cosa di bronzo, i depositi d'Alessandro VII, il Co-
stantino, la fonte di piazza Navona, e tante altre
opere gloriose di marmo, e poi dica che fu il Ni-
chelandolo dei suoi tempi, cioè pittore, sculto-
re e architetto, che meritò da papa Urbano Vili
Tonore di cavaliere dell'abito di Cristo e di tutta
la nobiltà romana d'essere introdotto nei familia-
ri congressi (ino all'anno 1680, che fu Potfantesi-
mo secondo di sua vita. Nulla abbiamo in Tosca-
na di questo celebre artefice. S. (Vii. i. vi.
Bernini Pietro da Sesto di Toscana nacque
Tanno i562. Avuti i principii del disegno in Fi-
renze dal cav. Sirigatto andò a Roma, e con An-
tonio Tempesta dipinse a Caprarola per il cardi-
li ib» Famoso. Ritornato a Roma rivolse Paninio
alla scull nrn: infatti addestrò così bene la mano
*4«
246 BEH.
agli scarpelli, che passò a Napoli per ivi pubblicare
Ja sua virtù nella franchezza e nel buon maneg-
gio di quelli. Nei templi maggiori di Roma con
operazioni magnifiche servì i pontefici Paolo V
ed Urbano Vili, e in Napoli morì d'anni 67. La-
sciò il cav. Gio. Lorenzo e Luigi suoi figli bravi
scultori. B-g. Ep. vi.
Berrettini Pietro chiamato il Cortona per-
chè ivi nato. I quadri fatti pel cardinal Sacchetti,
gli affreschi delle sale Barberina e del Concisto-
ro ed altre sue pitture fecero vedere quanto
j'osse il suo sapere , come vago e vigoroso il
colorilo, massime dopo la sua gita a Venezia, fa-
cile e franco il disegno, e quale e quanta intelli-
genza della prospettiva e del sotto in su} prero-
gative che tutte eminentemente si trovano nelle
cinque stanze del palazzo Pitti, le quali formano
il quartiere che ritiene tutfora il nome di Pietro
da Cortona : ma lasciala quell"1 opera imperfetta
passò a Roma, né volle mai più tornare in Tosca-
na, disgustato dalle critiche mordaci che gli si fa-
cevano dagli invidiosi. Unitamente alla pittura il
Cortona esercitò l'architettura. Il suo disegno del
palazzo del Louvre, del quale ebbe larga ricom-
pensa, venne preferito a quel del Bernino , no-
nostante che a questi se ne fosse in ultimo affi-
data la direzione, ed acquistò reputazione grande
nelle molte altre opere fatte in questo genere.
Nel 1669 cessò di vivere afflitto da podagra. Col-
la morte del Berrettini fu tolto alla pittura Tin-
ventore di una nuova maniera, detta dagli scrit-
tori dell'arte, ornamentale, la quale in mano dei
BER. 247
suoi discepoli degenerò in una sfrenata licenza.
R. g. d. F. i Ep. vi.
Berta, marchesa di Toscana figlia di Lotario
re di Lorena, moglie di Teobaldo II conte di Pro-
venza e poscia d'Alberto II, madre finalmente di
Ugo che fu neJ 926 re d' Italia , tV Ermengarda
marchesa d'Iorea e di Guido duca di Toscana.
Berta fu donna delle più ambiziose e più intriganti
che mai fosser salite sul trono d' Italia. Trasse
suo marito in gran numero di guerre coi concor-
renti al trono ch'ella favoreggiava per poscia ab-
bandonarli. Assicura Luitprando che Berta era
debitrice dello immenso credito di cui godeva in
Italia alle sue tresche amorose, per cui tutti i per-
sonaggi più distinti del regno erano intimi suoi.
La di lei bellezza, ch'era singolarissima, la salvò
più d'una volta almeno dal furore de'principi che
offesi elPaveva . La corte di Toscana non brillò
mai tanto quanto durante il suo regno . Il di lei
nome restò come per indicare il vecchio tempo
felice, e dicesi in Italia, al tempo che Berta fila-
la, indicando l'epoca della semplicità, della lealtà
e cte'huoni costumi} ma quando rammentare si
voglia gl'intrighi di Berta e la sua incostanza ne-
gli affettici può tenere questa proverbiale espres-
sione per ironia. Berta mori nel 926 a Lucca, do-
ve si vede tutl'ora la sua tomba. iv.
Berta Beata fu della famiglia fiorentina degli
Alberti conti di Vernio, come costa dalle storie
di Gio. Villani lib. vi, cap. 70, i cui atti furono
scrini da Antonio del Casto. Firenze 1 685; veda-
si il Lami Novelle letterarie fior, all'anno 1 755,
248 BER.
il. <i. Essa fu monaca valombrosana in s. Felicita
di Firenze, e di poi trasportata a riformare colla
dignità di badessa il monastero di s. Maria di Ca«
vriglìa inValdarno di sopra nella diocesi fiesola-
na: mori nell'anno u63. R-z. Ep. iv, v.
Berti Alessandro Pompeo chierico regolare
della congregazione, detta della Madre di Dio,
nacque in Lucca ai 20 di dicembre 1686: entrò in
religione di 16 anni a Napoli, e vi professò due
anni dopo. Tornato a Lucca vi studiò lettere e
scienze e particolarmente la poesìa, e divenne fa-
moso oratore sacro. Insegnò a Napoli per tre an-
ni la rettorica. Fu bibliotecario del marchese del
Vasto, e introdusse nel suo convento il gusto dei
buoni studi} dopo che per sei anni fu rettore iìì
tal collegio, tornò a Lucca maestro dei novizi, e
di là passò a Roma nel 1739 e vi restò tino alla
morte. Ebbe onorevoli cariche nel suo convento,
e fu socio di molte accademie. Mazzucchelli por*
gè una lista di ventiquattro sue opere impresse,
e di ventuna inedite, varie delle quali qui noto:
„ La caduta dei Decemviri della romana repub-
blica per la funzione della serenissima repubblica
di Lucca, Lucca 17175;. » Scoperta delle reliquie di
s. Pantaleone martire nella città di Lucca nel
1714, stampala nel tom. xxvn del giornale dei
letterati d'Italia,,. „Vile di molti accademici del-
l'Arcadia tra le altre quelle di Giuseppe Valletta
napoletano e di al tri». Molte traduzioni d'opere fran-
cesi. Fu rimproverato il Berti d'avere sparsa in
Italia con tali traduzioni la dottrina giansenistica
ed i pericolosi errori. Opere pure tradotte sono i
BER. 2^9
Saggi di morale, Venezia 172,9. Lettere, Venezia
1733. Trattato della preghiera, Venezia 1 736. Del-
l'unità della chiesa o confutazione del sistema del
ministro lurico, Venezia 1742. Trattato della
commedia, Roma 175^. Ristretto della storia di
Francia, Venezia 1737. Continuazione del citato
ristretto dal 1610 al 1715. La scienza delle meda-
glie, Venezia 1736. Catalogo delia libreria Cappo-
ni con annotazioni in diversi luoghi, Roma 1747-
Le sue „ Poesie,, sono stampate in molte raccolte,
soprattutto in quelle dell'accademia Arcadica. Le
sue «Memorie,, degli scrittori lucchesi son rese ce-
lebri dalle citazioni che molti autori ne han fatte.
Erano desse in pronto 6110 dal 171G per essere
stampate, e l'autore' si era impegnato nel giorna-
le defletterai! d'Italia, tom, xxvn a pubblicarle di
seguito, ma alcune difficoltà che il Berti incontrò
nel dargli P ultima roano, fecene sospendere la
pubblicazione, ti. 14. Ep. vi.
Berti de Ravignijii Bellìncione fiorentino
fiorì verso Panno 1180. La sua famiglia è un ra-
mo di quella degli Adimari. Fu padre della famo-
sa Gualdrada moglie del conte Guido Sangue, che
tenevasi pel più onorato cavaliere di Firenze,
rammentato da Dante per bocca di Cacciaguida suo
antenato nel cap. ]5 del Paradiso per un esem-
plare di moderatissimo cittadino con quelle pa-
role
Bell inclon Berti viario andar cinto
Di quoio e dopo e venir dallo specchia
La donna sua senza 7 viso dipinto»
a5o BER.
E nel seguente canto il medesimo poeta gli dà
titolo d'alto, cioè di grande stima ed onore di-
cendo
Erano i Ravignani^ nndPè disceso
II conte Guido e qualunque del nome
Dell'alto Bellincione ha poscia preso.
B-s. Ep. v.
Berti Gio. Lorenzo eremita agostignano na-
cque nel maggio del 1696 a Seravezza. Fu chia-
mato dai suoi superiori a Roma ove divenne as-
sistente del suo generale e custode della biblio-
teca angelica. Ebbe dal granduca una cattedra di
teologia in Pisa, col titolo di teologo imperiale
e terminò i suoi giorni in quella città nel maggio
del 1766. Trovasi la sua vita nel a volume degli
scrittori dltalia del Mazzucchelli. La principale
sua opera è „ Trattato di teologia stampato a
Roma nel 1739 „; sotto il titolo „ De teologicis
disciplinis ,,. Dopo scrisse „ Baianismus redigi-
si us, jansenismus redivivus in scripti s P. P.
Bellelli et Berti. Augustinianum sy sterna de
gratia, de iniquo Bajanismi et jansenismi er-
roris in simulationp ^indicatimi „. Berti dette
fine alla contesa con un'apologia, dove espose
l'accordo detta sua dottrina con la traduzione e
rilevava parecchie contradizioni di Languet nei
suoi scritti e nella sua condotta. Questo dòtto
religioso ebbe ancora doti di erudizione eccle-
siastica, delle cognizioni delle lingue ebrea, e
greca. Egli compose molte altre opere di cui la
principale è una „ Storia ecclesiastica 5). Lebbre-
BER. 2,5 l
viò poscia iu un volume per uso degli studiosi.
Vennero poi uniti in un sol volume i suoi scritti
stampali in Venezia,! quali consistono in disser-
tazioni, dialoghi, panegirici, discorsi accademici
ed alcune poesie italiane. B. u. Ep. vi.
Beiitim Anton Francesco, medico italiano
più celebro forse, quantunque assai valente nella
arte sua per le quislioni letterarie ch'ebbe a so-
stenere, di quello che per la medica sua scienza,
nacque a Casteltiorenlino nel decembre del i658.
Allevato a Siena ed a Pisa, ove acquistò oltre le
congnizioni che alla medicina appartengono, quel-
le che avrebbe potuto procacciaigli buona riu-
scita nelle mal tematiche e nell'astronomìa, nelle
belle lettere, nelle antiche lingue e nella poesia
tanto latina che italiana. Fu nel 1678 laureato
in lilosotìa ed in medicina, e andò a fermare
stanza in Firenze dove più intimamente si legò
col celebre Lorenzo Bellini, ch'era stato suo mae^
•>tro,con Francesco Redi ed altri dotti, quali s*ono
MagIiabechi,Cinelli, Salvini ec. Fu eletto profes-
sore di medicina pratica nelP ospitale di santa
Maria ÌXuova.elasua riputazione lo fece chiamare
nel 1722 a Torini) per consultare col dottor Ci-
cognini sulla malattia della duchessa di Savoia:
mori in Firenze ai io di dicembre 1726X3 prima
opera che pubblicò era intitolata „ La medicina
difesa contro le calunnie degli uomini volgari e
delie opposizioni dei dotti divisa in due dialoghi,
Lucca 1699 e 1709 „. Nel secondo di tali dialo-
ghi dove faceva Telonio di tre medici della coite
di Toscana, egli ne aveva obliato un quarto chia-
a5a BEH.
mato Moneglia. Questi si tenne per offeso e scrisse
un'amara censura intorno air opera del Bertini,
che gli rispose del medesimo tuono} la censura e
la risposta furono stampate nel 1700 . Bertini
ebbe poco tempo dopo un'altra questione con
Girolamo Manfredi di Massa medico) la cura di
un'ammalata religiosa nel convento di s. Niccolò
di Prato ne fu la causa; Manfredi fu l'oppressore.
La risposta del Berlini intitolata. „ Lo specchio
che non adula, „ stampala a Leida nel 1 707 gli at-
tirò una replica: egli nuovamente rispose e stancò
il suo avversario e forse anche il pubblico. Rien-
trò in lizza nel 1712 con Paolo Ferrari altro me-
dico, ma questa volta per difesa d'alcune prati-
che le quali erano allora in voga, e d'un medico
suo amico nominato Giorgi, cui Ferrari trattato
aveva da cerretano, la sua replica non ebbe ef-
fetto, poiché il Ferrari, più saggio o meno amico
dello strepito, non rispose. B. u. Ep. vi.
Bektisi Giuseppe Maria nacque nel marzo
del 1694 in Firenze: studiò in Pisa la filosofia e la
medicina. Tornato a Firenze nel 1714 dette sag-
gio del suo profitto, sostenendo nella chiesa dello
spedale di santa Maria Nuova, con molto onore,
alcune tesi di medicina, le quali nell'anno me-
desimo furono stampate. Nell'anno istesso si ad-
dottorò e stabilissi a Firenze: la sua vita fu tutta
nella scienza. Fra i medicamenti usati di frequente
e potentemente difesi dal Bertini tiene il primo
luogo il mercurio, col quale molle guarigioni ope-
rò, e in una „ Raccolta di poesie in suo onore,
stampala in Firenze nel i^55; alcune sono intese
BER. 253
a lodarlo appunto per queste guarigioni col mer-
curio operate:, ed a favore dell'uso di esso nella
medicina scrisse un trattato che ha per titolo
„ Dell'uso interno ed esterno del mercurio, Fi-
renze 17^4 551 la quale cosa fu lodatissima , ed i
giornali ne fecero estratti ed encomi. Ma presto si
alzarono con varie opere per abbattere le opi-
nioni di lui non pochi professori dell'arte saluta-
re, e se ne fece un rumore incredibile. Il Bertini
rispose con tre articoli inseriti nel giornale tio-
rentino ( Tom.V parte IV ). Altre risposte in suo
favore fecero il Ghisi di Cremona nelle sue let-
tere mediche, Giuseppe Benvenuti lucchese, ed
alcuni giornali, che tra le altre cose si fondarono
sul detto di Boerhave che la virtù dell'argento
vivo usato prudentemente conduce alla longevità.
Il trattato del Bertini voltato in Ialino fu ristam-
pato a Venezia nel 1766 nell'opera di Giovanni
Austruc De morbis ventreis. Altri lavori rela-
tivi alla sua professione sono sparsi nelle novelle
letterarie di Firenze. Il Bertini ebbe finché visse
molta reputazione, e fu considerato come il più
valente medico di Firenze . Quindi ebbe molte
onoranze, tra le qu;>!i non vuoisi tacere della me-
daglia fattagli coniare dal cremonese Giuseppe
Cavallini. T-p. Ep. vii.
Bertoldo scultore fiorentino,scolare di Dona-
tello, fece molli bei getti in bronzo di battaglie e ili
cose piccole. Chi volesse giudicare del di lui bel
medaglione gettato per Maometto II,sarebbe forza-
to ad accordargli un grado maggiore fra gli artisti
del secolo XV . lauto piacque a Lorenzo de'Me-
St. Tose. Tom. 12. 2i
254 BER.
dici questo grand'uomo, che lo creò custode del
nobilissimo suo giardino in piazza di san Marco,
dove slavano belle slatue, e anticaglie con gran
diligenza e somma spesa raccolte da quel magna-
nimo mecenate dei virtuosi: di custode passò ad
esser dichiarato capo maestro dell'accademia del
disegno, che ivi da più virtuosi giovani si custodi-
va.fra i quali vi fu annoverato il Bonarroti, France-
sco Grrnacci, il Torrigiano ed altri. Di questo Ber-
toldo non dice altro il Vasari nella vita del Bo-
narroti parte ni lib. a fogl. 137. C-c. Ep. v.
Bertucci Lorenzo pittore fiorentino, scolare
del Forini, riuscì molto spiritoso nel fare le figure,
ma perchè non gli pareva che in quel tempo l'arte
gli fruttasse a misura del suo bisogno, fece riso-
luzione di attendere alla musica, nella quale tal-
mente profittò e riusci di tanta grazia, che molti
principi lo vollero sentire, e specialmente la re-
gina di Svezia, la quale gli assegnò un buono ed
annuo stipendio, e lo dichiarò direttore del suo
teatro, nel quale più volte si fece sentire: morì
in Roma d'anni 60 circa al 1680. O-r. v, vi.
Betti Sigismondo fiorentino, scolare di Mat-
teo Bonechi, coli' assidua attenzione e col con-
tinuo disegnare all'accademia del nudo divenne
franco nell'invenzione, ed eccellente nei lavorisi
a fresco che a olio. Fu chiamalo a Genova, a Sa-
vona e a Torino, dove lasciò molte memorie del
suo valore. Nella patria fece molte opere per il
granduca Gio. Gastoue, e fu impiegato da molti
signori inglesi nei disegni sulle opere più cospi-
cue dì quella nobilissima galleria. Ebbe ancora
B E T. 255
pubblici lavori a fresco in diverse cinese. Lavorò
anche a pastello con modo sì lucido, forte e va-
go che non ebbe pari: mori nella patria più che
settuagenario. O-r. Ep. vi.
Betti Gio. Battista fiorentino incisore in ra-
me. Questo artefice ha dimostrata la sua abilità
in vari lavori e specialmente nei ritratti che gli
sono stati commessi da particolari persone. Se ne
vedono alcuni nella raccolta degli uomini più il-
lustri in pittura, scultura e architettura stampata
in Firenze nelPanno 1769^ quali hanno incon-
tralo l'universale approvazione. Il suo tocco è
leggero e delicato. O-r. vi, vii.
Betti Biagio fu da Culigliano, castello situalo
nella montagna pistoiese, non ostante che il Va-
sari ( Vita del Ricciarelli toni, vi, cap. 91 ) lo dica
da Carigliano. Egli ebbe grammatica , ed intende-
va la lingua latina, e nel i77a entrò fra i padri
Teatini di s. Silvestro sul Quirinale, ove fu frate
converso. Studiò le belle arti sotto Daniello da
Volterra, modellò in cera ed in creta: fu minia-
tore statuario, e pittore di merito. Il Baglioni nel-
la sua vita ce lo rappresenta occupato sempre a
servir le chiese e le case del suo ordine con qua-
dri di buon gusto. Fu mollo onorato da Clemen-
te Vili, e tenuto in pregio dai personaggi più
distinti di Roma> e della sua religione. Ivi morì
nel 16 15, nelTelà di 70 anni in tempo di *>tate,
essendosi addormentato sopra una fredda pietra.
Professò ancora la medicina, conobbe la virili
dell'erbe, la musica e la composizione dell'Oltra-
mare. L-z. vi.
a5<» B E T.
Betti.m Antonio senese della religione dei
Gesuali, nacque nel 1096. Fu di profonda e sin-
cera umiltà, ed in modo maraviglioso disprezzato-
re di sé medesimo. Fu dal superiore del suo or-
dine spedito a Roma ad Eugenio IV per impelrare
da esso una chiesa e convento. Da Pio li fu con-
dotto al concilio di Mantova nel 1459. di poi il
mandò legato a Francesco Sforza dura di Milano,
quale preso dalla bonlà di Antonio gli fé fabbricare
il suntuoso convento di s. Girolamo: fu quindi
dal pontefice fatto penitenziere maggiore e ve-
scovo di Foligno, quale dopo aver rifiutato fu dal
papa costretto ad accettare: dalla repubblica
di Siena fu mandato ambasciatore a Cesare. Do-
po aver fatte molte istanze per rinunziare al ve-
scovado, finalmente Innocenzio VII! glie ne con-
cesse licenza, dopo di che si ritirò di nuovo nella
religione ove santamente morì di anni 90. Lisciò
scritta una „ Esposizione della domniea, orazione
con il modo di orare dei padri Gesuiti, Brescia
i566 ,v Fu l'autore del più antico libro noto
nel quale si ravvisano delle tavole incise in ra-
me . L1 opera cui deve la propria rinomanza ,
viene intitolata „ Il monte santo di Dio, Firen-
ze 1477 » adorna di tre stampe incise in rame ,
che si reputano dello stesso artista cui vengono
attribuite quelle del Dante del 1481, Istituì un
monte di pietà per iscemare il flagello dell'usura,
e gli dette per dotazione la maggior parte delle
proprie rendile, non serbandosi che il più stretto
necessario. C*n> B. u. Ep. v.
Bottini Domenico fiorentino nato Tanno
B E V. 2D7
1644 eM)e Per primo maestro del disegno Iacopo
Vignali. Desioso di girare il mondo variò diverse
città, e dono molti anni si fermò in Roma ripi-
gliando gli studi di pittura sotto Mario IN'uzi detto
Mario da'fiori, e veramente in fiori, in frutti, in
pesci, in uccelli, e in quadrupedi ha operato mi-
rabilmente per molti principi e cavalieri , par-
ticolarmente per il serenissimo di Modena, col
quale fermossi 28 anni.il mirabile dei suoi copiosi
componimenti è il vedere la nuova invenzione
dei siti veri e ben ricercati per far campeggiare
in rigoroso innanzi e addietro le opere sue>che son
lontane da quel fondo e campo oscuro usitato
da tanti pittori. Questo virtuoso morì in Bologna
il dì 4 novembre 1705. O-r. Ep. vi.
Beverini Bartolommeo pubblico e primario
professore d'eloquenza in Lucca sua patria. Di lui
parla con somma lode il Mabillon a pag. 186 del
suo Itinerario italico, nominandolo come esimio
poeta, prosatore, storico e teologo. Scrisse \'\\-
neide di Virgilio tradotta, Lucca i683} „ Vita «li
santa Cecilia vergine e martire, con alcune anno-
tazioni storiche e morali, Lucca 1668 ,^ „ Carmi-
mtm libri septem, Luccai674 „*, „ Prediche, di-
scorsi e lezioni, opere postume, Vienna 1692 „*,
„ Kime, Lucca iG54 „. Morì in Lucca nel 1686.
lì-s. vi.
Bkzzicallva Ercole. Veti. Bazzicahwa Er-
cole.
Bianchi Sebastiano fiorentino nacque toel-
l'anne i66a. Seguendo l'esempio del padre e dei
suoi maggiori,che furon tutti tesorieri dei >!< Ik i.
25*
•ì58 B 1 A.
atlese ancor vecchio allo studio delle antiche
medaglie, delle gemme, e di altri eruditi monu-
menti di questo genere. Da Cosimo III, onde ac-
quistasse maggiori cognizioni in tale studio, fu
mandato a Bologna, ove reggeva questa cattedra
Giuseppe ÌVlangiavacchi, e quindi a Roma,ove fa-
inigliarmente conversava con uomini dottissimi in
antichità. Tornato Tanno 1686 alla patria, ben
presto di là ripartì per recarsi a Parigi, quindi a
Milano, a Padova ed a Venezia a conferire con
dotti antiquari per viemaggiorniente perfezionar-
si in tale scienza. Restituitosi per ultimo a Fi-
renze fu fatto prefetto nel tesoro del Granduca,
di ciò che appartiene alle gemme e medaglie. Né
solo fu in antiquaria professore, ma dotto ancora
nell'amena letteratura e nelle lingua greca e la-
tina. Fu per tanto da tutti stimato peritissimo e
famigerato nell'antiquaria in modo, che quasi am-
mirabile il giudicavano. Niun'opera egli potè dare
alla luce, avendo però atteso ad aumentare e dare
ordine esatto al mediceo museo, ed alle meda-
glie in particolare, che lutto trovavasi in gran
confusione, facendone accurata descrizione, au-
mentando e correggendo quanto vi era di erroneo.
Questo degnissimo ed utile lavoro non vide la
luce per la morte del suo autore accaduta nel
gennaio 1738. L-m. Ep. vi, vii.
Bianchi Giovanni delT ordine de'carmelitani
nacque in Firenze: studiò la filosofia peripatetica
ed applicossi alla predicazione nella sua patria, in
Padova, ed in Roma invitatovi da Sisto IV. In-
seg nò le belle lettere nella senese Università, e
B I A. 209
nel 1472 dalla repubblica fiorentina fu chiamato
a leggere le belle lettere nel ginnasio di Pisa ,
la qual carica sostenne per 27 anni, e sostenne
pure molti uffizi pel servizio della sua religione,
visitando le chiese tutte del suo ordine poste nel-
la Sicilia, e riordinandole con virtù e probità
tale, che da quei popoli riscosse la fama di san-
to. Fu teologo del cardinale Riario arcivescovo
di Pisa, finche giunto al 60 anno di sua età nel
x499 cessò di vivere. Nella biblioteca carmelita-
na di Roma si conservano molte e pregiabili opere
del Bianchi „ Sulla tìsira d'Arislotile^u dodici libri
di metafisica „ ed altri. Il di lui sepolcro col ritrat-
to vedesi in Firenze nella chiesa dei Carmelitani.
B-c. Ep. v.
Bianchi Giovanni Antonio di Lucca, religioso
dell'ordine dei minori Osservanti, nacque nell'ot-
tobre 1686: professò filosofia e teologia. Fu nel
suo ordine provinciale, visitatore e consigliere
delPinquisizione a Roma,ed esaminatore dei clero
romano. Morì nel gennaio del 1758. La gravità
del suo stato e de'suoi studi non gl'impedivano
di coltivare le belle lettere, la poesia, e special-
mente la drammatica. Per questo titolo era mem-
bro dell'accademia degli Arcadi. Le sue opere per
lo più sotto nome in anagramma di Farnabio
Giovacchino annottai sono„Tragedie sacre e mo-
rali. B doglia 1725,,} queste tragedie sono in |u«i-
sa. Altre „ Tragedie „ pubblicate separatamen-
te: „ De'vizi e dei difetti del moderno teatro e
del modo di correggerli e d*eniendarli,regiona-
menli IV, Roma 1753 „. Quesfoperaèsotto il suo
2.Go B 1 A.
nome Lauri so tragiense. Vi difende l'opinione del
Maffei contro quella del Padre Concilia, che at-
taccato aveva i teari come contrari alla religione
ed ai costumi in una dissertazione intitolata De
spectaculis theatralibus. Il Bianchi scrisse molte
altre tragedie che non furono stampate; una vo-
luminosa opera di genere adatto differente, in-
titolata,, Della potestà e polizia della chiesa, trat-
tati due contro le nuove opinioni di Pietro
Giannone, Roma dal 1743 al 1761 „. In tal volu-
minoso libro composto per ordine del papa Cle-
mente XII fautore esamina minutamente e pre-
tende di confutare le opinioni contrarie al potere
temporale della corte di Roma del celebre Gian-
none nella sua storia civile del regno di Napoli.
Crede eziandio di confutarvi il nostro gran Bos-
suet, di cui lo storico di Napoli adottato aveva i
principia La storia del Giannone e le opinioni
de! Bossuet sopravvissero a tali pretese confuta-
zioni. B. u. Ep. vi, vii.
Bianchini Giuseppe Maria, celebre letterato
dell'ultimo secolo, nacque a Prato nel novembre
del i685. Terminati appena i suoi studi in Fi-
renze fu ricevuto accademico fra gli Apatisti e di
poi nell'accademia Fiorentina. Non aveva allora
che 20 anni ed era già l'amico di moltissimi eru-
diti. Andò a finire i suoi sludi a Pisa, ove ebbe
maestro Alessandro Marchetti. Ivi nel 1709 ot-
tenne il grado di dottore, e l'ordine del sacer-
dozio. Spiegò in cattedra le opere dei ss. padri, e
prese affezione per le opere di s. Bernardo. Il ve-
scovo di Pistoia gli conferì la cura di s. Pietro ad
B I A. 26l
Aiuolo, e fu sommamente amato dai suoi popola-
ni. Frattanto fu ascritto socio di varie altre acca-
demie. II suo modo di vivere era semplice, il ca-
rattere leale e sincero, quantunque circospetto.
Amava la solitudine, ed era nondimeno sì affabi-
le, che di buon grado seguitava le burle e le ar-
guzie: morì nel febbraio 1749. ke sue opere più
cospicue sono „ Dei Granduchi di Toscana della
real casa de'Medici, Venezia 174 r »$» Della satira
italiana, trattato, iMassa i7i.}.Firenze 1729,,, ope-
ra considerata come classica. Nella seconda edi-
zione l'autore ci ha aggiunta una „ Dissertazione
italiana sulPipocrisia dei letterati ,,; La cantica
decantici di Salomone tradotta in versi toscani
con annotazioni, Venezia i?35 ,.. I più degli altri
suoi scritti non sono che opuscoli, cioè „ Notizie
biografiche, elogi, istruzioni di parecchi passi dì
Dante, del Bembo, di monsignor della Casa „ let-
ti pubblicamente nell'accademia Fiorentina. AI-
ouni sono inseriti nelle diverse parti della com-
pilazione in 5 volumi intitolata, Prose fiorentine,
Venezia 1754. ed altri Ea altre. Varie raccolte di
poesie contengono pure parecchie sue rime B. //,
Ep> vi, vii.
BiANcuRni Francesco senese fu musico e so.
natore eccellente, che ha date alle stampe molte
opere di musica in stile ecclesiastico, quali son
così armoniose,che anzi hanno dell'angelico che
dell'umano. Era maestro di cappella del duomo
di Siena e compose molti „ Mottetti a due e tre
e quattro voci, Venezia i(5o8 M: „ L'Elicona „. Fu
accademico Accordato ed Intronato. C-«, vi.
262. B 1 A.
Bianco Baccio {del) pittore, architetto, inge-
gnere e poeta, uomo di perspicacissimo inge-
gno. Compose egli medesimo „ La sua vita „ ed
inoltre molte e varie macchinerà le quali è in-
signe quella intitolata Andromeda e Perseo ope-
ra spagnuola, nella quale sono in penna disegnate
di sua mano sì le macchine, come le scene, ope-
ra manoscritta. C-n.
Biancucci Paolo lucchese pittore che cercò
sempre d'imitare la maniera del suo gran maestro
Guido Reni,accompagnandoIa con vaghezza di co-
lorilo e gentilezza d'invenzione; e quando volle
copiare gli originali di Guido lo fece eccellen-
temente perchè era dillgentissimo nel suo ope-
rare. In Lucca sua patria si vedono le principali
opere di questo virtuoso artista, il quale fu di
nascita assai civile e grazioso di persona e di trat-
to. /?-/. 1 Ep. vi.
Bianore. Ved, Ogno,
Bianucci Bartolommeo nacque in Monte Car-
lo, castello nella Val di Nievole, circa il 1 718. Fu
prof, di tìsica nella pisana Università, e stabilì i
veri principi! della fisica generale. Quanto grande
fosse la dottrina del Biancucci in tale scienza sa-
rebbe cosa troppo diificile il volerla mostrare^ma in
riprova di ciò basti solo sapersi, che mentre i più
e quasi generalmente, trovavansi disposti ad
abbracciare le ipotesi di due fisici, tendenti ad
abbattere la luminosa elettrica teoria di Fran-
chi in , fu il Bianucci, che dopo di aver presi in e-
same i principii di essa, mostrò l'arbitraria sup-
posizione di due contrari fluidi, e trovossi in tal
B I A. 263
guisa d'accordo colPimmortal Beccheria.Se le tan-
te di lui questioni mostrano com'egli filosofasse
sugli effetti della natura, lasciati dal Creatore
in balìa delle dispute umane, si sa pure che non
minor criterio adoprava nelle scienze teologiche:
Lo studio delle scritture,de' padri greci e latini, il
vero senso dei concilii e canoni combinati col drit-
to naturale formano la sua teologia: insegnò pure
in privato la storia, e così bene ragionava delle
cose militari, che se ascoltato lo avesse Annibale
non avrebbe certamente riso, come rise di For-
mione Ateniese. Molti dei suoi scritti sono nel-
le Effemeridi letterarie del Lami e dell'Adami. Il
ritrovare argomenti, l'ordinarli, il dilatarli, e se vi
l'osse d'uopo l'usarli con ogni forza a persuadere
il vero e dissuadere il falso, sembrava Parte sua
nalurale.Scrisse il,, Passatempo autunnale „ ope-
retta piena di eleganza, di erudizione e di grazia,
ed adattata a contenere l'audacia di quelli che
con falso senso giudicano delle cose che debbon
vedere col raziocinio e coll'acutezza della men-
te. A nome del granduca Leopoldo I intervenne
ni concilio tenuto in Firenze nel 1787. Divenuto
\e< chio. dopo replicale istanze, gli fu accordato
il riposo rie Ila sua cattedra, a condizione d'inse-
gnare due o tre volte la settimana i principii del-
la tisica neutoniana. per una quale scienza sem-
brava unto a posta. Compianto fina lineateli a tut-
ti, mori in Pisa nel gennaio dell'anno 1791. F-b.
Ep. vii.
Battisi \ Gèo* Varia dalli dttto (il )J'ed. Gal-
li Gio. Marta.
264 B I 6*
Bibbiena. Ve.d. Divizio.
Bicci Lorenzo (di) abilissimo piltor fiorentino
nacque dopo la metà del secolo XIV. Fu scolare
di Spinello Spinelli aretino, ma pei suoi progres-
si nell'arte in breve tempo restò superiore al mae-
stro. Avanti di cimentarsi in opere pubbliche sì
esercitò in dipingere per le case private ed in
campagna . Poi fattosi animo dipinse presso la
porta del chiostro di santa Croce un san Cristofa-
110 alto dodici braccia, imbiancato pochi anni ad-
dietro perch'avea molto sofferto, ma stimato per
la vivacità del colorito e per non essersi veduta
fino a quel tempo una figura di tal grandezza, al
par di quella proporzionata. Sono ancora fatte da
lui tutte le pitture che si vedono e nelle volte
e nelle muraglie dentro la porta accennata. Mol-
ti altri lavori egli fece e perfezionò che incontra-
rono la universale approvazione,ma o per le ingiu-
rie del tempo, o per altre cagioni si son perdute.
A provare che fu anche architetto, dicesi che suo
fu il disegno della chiesa di s. Egidio,e fecevi an-
che varie pitture. Era sì grande il credito acqui-
statosi, che meri ò d'essere il primo a dipingere
in santa Maria del Fiore principai chiesa della sua
patria. Di molte altre opere eh' egli condusse a
termine nulla dirò, perchè son quasi tutte per-
dute. Restami a dire che dipinse Lorenzo con
molta risolutezza , con particolare diligenza ed
eguale velocità. Fu corretto nel diseguo e vivace
nel colorito. Dipinse a fresco con tal perfezione
che ancora ai dì nostri alcune delle sue pitture si
son conservate in ottimo grado, benché esposte
B I C. 265
all'intemperie delle stagionile quantunque nelle
sue opere appariscano molti difetti che si vedo-
no hi quelle di Giotto e de'suoi seguaci, cagionati
principalmente dalla imperizia «Iella prospettiva,
tutta volta si scorge benissimo che fu da lui la
maniera giottesca molto perfezionata. S. ci" u. i.
Ep. v.
Bicci Neri di Lorenzo fiorentino fu l'ultimo
maestro della maniera vecchia di Giotto. Costui
attese ad ingrandire e moderare Io stile paterno,
come fece nelle chiese di san Michele, e di santa
Maria delle Grazie d'Arezzo, e in altre di Firenze:
certo è che avrebbe illustrate le opere sue con
maggiori progressi, se d'anni 36 non fosse perito.
! -s. v.
Bichi Alessandro ottenne il primato di Sie-
na dopo la cacciata di Fabio, e benché per debiti
fosse costretto a vendere la sua bella villa di
Libbiano, nondimeno per comun consenso del-
l' ordine dei nove fu con gran credito eletto a
mantenere con impegno il potere pericolante di]
lai fazione} ed essendo egli di balia, col favore
del duca d'Albania, generale di Francia in To-
scana, occupò il governo, dipendendo da esso la
guardia della piazza di Siena di aòo fanti, e ciò
fu circa il principio dell' anno i524 • Ma u^n
essendo ancora Alessandro ben consolidato, fu
facile al pontefice ed altri, che con mostrare di
desiderare la liberty furori detti libertini, di torgli
col governo ancora la vita come fecero, perchè
fattosi tumulto di popolo nell'aprile del dello an-
n<> Alessandro fu ammazzalo da Gio. Battista Fau-
St. Tose. Tom. 12. 26
2.GG B I e.
tozzi uomo di plebe . Fu licenziato il capitano
della guardia ed i soldati provvisionati, e fu de-
terminalo, che ninno potesse più esser condotto
«e non dal consiglio. Il governo del Bichi durò
tre mesi, ed il suo cadavere fu seppellito nasco-
stamente nella chiesa di s. Agostino. U-r. Ep. v.
Bichi Metello tìglio d'Alessandro di casa Ban-
diuelli dotto legista, la qual professione lesse pub-
blicamente nello studio paterno. Andò a Roma,
ove fu da Orazio Borghesi auditor della camera e
da Camillo suo fratello come amico benignamente
ricevuto. Morto Orazio fu Camillo auditore della
camera, e mandalo legato a Filippo li re di Spa-
gna, in Roma lasciò il Bichi suo agente. Tornato
Camillo dalla legazione ebbe il cardinalato, ed in
grazia di Camillo fu Metello eletto vescovo di So-
vana nel j 5t)6 . Or essendo Camilla fatto papa
chiamò Metello e lo fé cardinale nel 161 1, il quale
mori nel 1619, dopo essere stato fatto arcivesco-
vo della patria, C-n. v, ve.
Biliotti Ferdinando abate e canonico della
metropolitana fiorentina, uno dei 4 eruditi che
compilarono le notizie letterarie ed istoriche in-
torno gli uomini illustri dell'accademia Fiorentina:
opera quanto degna) altrettanto di notizie copiosa,
le quali dal non mai abbastanza lodato Antonio
lUagliabechi furono loro somministrale, come gli
stessi a pag. 3 18 confessano, Firenze 1700. C/7.
vi.
Biliotti Ivo d'una famiglia patrizia di Firen-
ze, la quale avea dati dieci gonfalonieri di giu-
stizia alla repubblica, e coniate con gli slemmi
B I L. 267
suoi le monete dello stato, fu uno degli ultimi
difensori della libertà della sua patria, ed uno dei
migliori capilani delPetà sua. Nel i52o, egli difese
il forte di Spello in Toscana contro le truppe
alleale del papa e dell'imperatore Carlo V. Co-
strinse il principe d'Orange, che le comandava, a
ritirarsi, e si segnalò parimente nell'assedio di Fi-
renze. Passò al servizio di Francesco I re di Fran-
cia col Gondi e Piero Strozzi suoi congiunti, e
restò ucciso all'assedio di Dieppe. Lrna parte della
famiglia del Biliolti stata proscritta dai Medici
rifuggì in Avignone, e nel contado venosino ver-
so il terminare del secolo XV. Nel luglio 1794,
il capo di questa easa.Giuseppe Giovacchino mar-
chese di Bilioni, cavaliere di san Luigi in età di
anni 20, egualmente distinto per le sue virtù che
per la sua nascita, fu l'ultima vittima del tribu-
nale rivoluzionario d'Orange, che cessò un gior-
no dopo della sua morte. B. u, Ep. v, vi, vii.
Bui Varaclito beato agostiniano. Giovanni
fu suo nome al secoIo,ed era figlio di Benedetto Bi-
ni di nascita da s. Angiolo in Colle di Siena: prima
fu prete secolare, poi prese l'abito agostiniano in
Lecceto, sotto il priorato del Beato Antonio da
Monterchi nel vicarialo generale del famoso pre-
dicatore tanto celebralo dal nostro Poliziano, Ma-
riano da Ganizano. Sovvenne gran quantità di bi-
sognosi afìlitti dalla carestia che regnava in quei
tempi. Fu priore del monastero di san Gallo Cà
Firenze, che per l'assedio del i53o fu spianato.
Scrisse „ Librimi uovum professorum Ilicetì ,,.
Mori nel novembre del i5:ìi. C-'/. . v.
268 B I Tft.
BmiNGccci Vannoccio senese, celebre mate-
matico, nella qua! professione servì molto tempo
Pier Luigi Farnese duca di Parma, quindi Ercole
d'Este duca di Ferrara e dopo i granduchi di To^
scaua. Fu celebre nel gettare i metalli, e ne scrisse
un libro intitolalo „ Pirotechnia^ Venezia i55o„,
libri dieci nei quali non solo si tratta della di-
versità delle miniere, ma ancor quanto si ricerca
nella pratica di esse, e quanto si appartiene alla
fusione dei metalli. C-n. Ep. v, vi.
Biscioni Pier Francesco nacque nel giugno
i645, e fu uno dei quattro fondatori della con-
gregazione col titolo di Gesù Salvatore in Firen-
ze, e che egli pai fondò anche in Pisa ed altrove.
Amò il vivere onesto e spirituale, e scrisse varie
opere ascetiche, alcune delle quali sono „ Do-
cumenti a' secolari „. „ Pane spirituale, ovve-ro
considerazioni su i vangeli di tutto Tanno, Firen-
ze 1697, ed altre ,v B-s. vi.
Biscioni Anton Maria, celebre letterato italia-
no delP ultimo secolo, nacque a Firenze nello
agosto 1674 germinò i propri suoi studi istruendo
nelle belle lettere molli giovani, di cui parecchi
in seguilo acquistarono Cama in esse, tra i quali il
Bottari ed alcuni altri. Il granduca Cosimo. Ili gli
accordò benefizi. Il capitola di s, Lorenzo lo eles-
se per custode della biblioteca Mediceo L3uren-
ziana. titolo che non potette ottenere in perpetuo.
In tale officia cominciò nuovi studi, applicandosi
alle lingue orientali, studiando in particolar modo
ritaliana.Fu protetto con generosità dalla nobile
é splendida famiglia Pane iatici, per la quale resta
bis. 269
impiegato per lo spazio di 2,5 anni. Fu pure eletto
protonotario apostolico, esaminatore sinodale a
Firenze ed a Fiesole, e in esse due diocesi revi-
sore dei casi di coscienza. Finalmente nel 174 «
fu eletto dal Granduca bibliotecario della Lauren-
ziana,e canonico di quella collegiata. Molti scrittori
hanno fatti grandi elogi di lui. Egli peròha lasciate
poche opere veramente sue: pressoché tutto ciò
che ha pubblicato, consiste in note, commenti,
prefazioni, lettere odissertazioni di cui arricchiva
le edizioni che pubblicò in gran numero d'autori,
quali sono la prefazione e le note della sua edi-
zione delle prose di Dante e del Boccaccio,Firen-
ze 1713 6*1728} le sue note sulle Satire del Men-
zini} la sua prefazione e le sue note sul Riposo \ìi
Raffaello Borghini, Firenze 1780^ le sue note sul
3Ialmantile riacquistato, la vita d' Anton Fran-
cesco Grazzini detto il Lasca in fronte d'una edi-
zione del sue poesie accompagnata da note.Firen-
ze 1 74 « - Una delle sole opere e Punica forse che
gli appartiene propriamente, è l'Avviso o parere
che stampò per difendere l'edizione dei canti car-
nascialeschi pubblicati dallo stesso Lasca, che ne
fu fatta l'edizione dall'abate Bracci,, Parere sopra
la seconda edizione dei canti carnascialeschi ed
in difesa della prima Firenze 1750,,. Aveva inco-
minciata Pimpressionn del catalogo della biblio-
teca Mediceo Laurenziana, di cui il primo volume
< b" contiene i manoscritti orientali fu magnifica-
mente itampato aFirenze 1752,1113 non compir
ve che molti anni dopo per cura del canonico
Giuliaiielli. i! qu de vi aggiunse il catalogo dei
a 6*
a;o e i s.
marioscrìlti greci. Il canonico Bandini successore
di Biscioni continuò tal lavoro.NelIa Mas liabechf»-
na alla classe IX trovasi pure !VIS. una volumino-
sa opera intitolata „ Toscana letterata „, che mi
ha servito a compilar molte notizie biografiche
di questa mia. B. u. Ep. vi.
Bisdomim Giovanni senese cronista molto
degno e forse il primo dopo il Bondona, che dei
fatfi de\senesi scrivesse. Campilo e messe insie-
me una „ Cronaca „o vogliam dire nota di tutte
le cose occorse a Siena tino al suo tempo, il cui
MS. va per le mani di molti senesi da'quali è ra-
gionevolmente tenuto in pregio. Fioriva circa
Tanno i-Joo. C-n. > v.
Bisdomiìni Benigno monaco, poi abate gene-
rale delT ordine di Vallombrosa, nelle sacre
lettere molto erudito, frisse un libro intitolato
„ Historìa suae Religionis , Firenze i5oo „.
Scrisse ancora „ Claustrum animae , in quo
traditur ad recte vivendum methodus utilis-
sima. Egli fu ohe a san Lodovico re di Fran-
cia concesse il braccio di s. Giovan Gualberto,
che trasportato a Parigi fu ad onor di esso santo
fabbricata una chiesa Vallombrosa addomanda-
ta. Fu in gran pregio per santità e mollo onorato
dai. sómmi pontefici Onorio III, e Gregorio IX,
da Federigo II , ed Ottone IV imperatori e da
altri principi, fra i quali s. Lodovico re di Fran-
cia, allora vivente. Morì nel ia^6 a Vallombro-
sa. C-n. v.
Boccvccio Giovanni fiorentino di nascita, ma
oriundo di Certaldo in Toscana venne al mori-
B O C. 271
do nel i3i 3, figlio illegittimo «di Boccaccio di Che-
lino. Studiò in patria sotto il grammatico Giovan-
ni da Strada, ma dal padre trasferito all'azienda
della mercatura, viaggiò per mercanteggiare, e
pervenuto a Napoli l'anno 28 dell'eia sua vide il
sepolcro di Virgilio, e sentissi chiamato alla bel-
la letteratura ed alienalo dal traffico mercantile.
Dolse al padre un lai cangiamento, ma in (ine a-
derì olla inclinazione del figlio, e fecelo applica-
re sotto Cino da Pistoia al dritto canonico, ciò che
fu per Giovanni un'altra noia: ma dopo conse-
guitala laurea dottorale potette applicarsi a quel-
lo studio che più gli piacque, e si dedicò all'astro-
nomìa, alla lingua greca, alle sacre lettere, alla
erudizione greca e romana, e a coltivare la prosa
e la poesia Ialina e italiana. Il Petrarca gli fu pre-
cettore ed amico. Condusse e trattenne a sue spe-
se in Firenze Leonzio Pilato per diffondervi lo
studio della lingua greca. Trascrisse codici a pen-
na troppo cavi a comprarsi, e fecene dono in par-
te agli amici, e in parte ne vendette per suo pro-
fitto. Fu oltremodo inclinato alla lascivia, còme
dai suoi scritti resulta, e singolarmente dal „ De-
camerone,dal Corhaccio,dal Filocopo e dalla Fiam-
metta,,. Con tal nome adombrò Maria figlia natu-
rale di Roberto re di Napoli, della quale il Boc-
caccio si accese cfardenlissimo amore,ed a di lei
contemplazione scrisse il „ Filocopo „ e per pfci
unii fu da lei riamato, e dicesi che ne avesse uu
liutfo cP amore. Fu pel suo sapere caro ai suoi
cittadini, dai quali fu impiegato In' varie amln-
scerie a Lodovico di Baviera, ai pontefici Inno-
2.JH B O C.
cenzo VI ed Urbano V, e (ino al suo amico Pe-
trarca per invitarlo a ritornare alla patria, quan-
tunque non l'ottenesse. Era l'animo del Boccac-
cio un misto informe di superstizione, di spirito
forte, di mal costume, e di pratiche religiose.
IVI entr'egli lordava la sua penna colle maggiori
sozzure, egli era in pari tempo un avido raccogli-
tore di reliquie, e dopo avere scritti gli scandali
del Decamerone, ringraziava PÀllissimo, perchè
mercè la divina sua grazia egli avea condotta
quell'opera al suo compimento. Istituitasi in Fi-
renze una cattedra in cui fosse letta e spiegata la
commedia di Dante, venne ad essa destinato il
Boccaccio, che commentò la prima cantica, e ne
stiisse la vita del poeta. Correva V anno i36i
quando il Boccaccio sentendo con grande stupo-
re il consiglio salutare di mutar costume che gli
avea lasciato il B. Pietro Petroni certosino, morto
in quei giorni in odore di santità, si risolse di se-
riamente piangere con lacrime di pentimento le
passate follie, determinato di rinunziare non solo
alla vita scorretta, ma inclusive ai libri, alle let-
tere e persino alla propria libertà, disposto d'en-
trare tra i certosini} ma l'amico suo Petrarca lo
ritenne da sì precipitata risoluzione. Il Boccaccio
si contentò allora di vestir Pabito clericale e di ri-
formare la propria condotta con principi i di mo-
rigeratezza e di sana pietà. E per distraisi dalle
sopraggiuntegli malinconiche idee,invitato da Nic-
colò Acciaioli, siniscalco del regno di Napoli, si
portò a quella corte, ma bentosto se ne dipartì
mal contento, e recossi alla solitudine del suo
B O C. 273
Certa ldo, dove fece assai lunga dimora, conver-
sando con se medesimo, e coltivando gli esercizi
della religione e della letteratura. Quivi compì la
sua terrestre carriera nel dicembre del 1 3j5, in
età d'anni 62. Non pochi autori aveano alquanto
prima del Boccaccio scritto in prosa italiana con
proprietà e nitidezza d'espressioni, e fatta acqui-
stare alla lingua nostra un'indole sua propria,
consistenle in una certa schiettezza e candore non
disgiunto da soavità. Ma ciò non di meno al solo
Boccaccio era riserbala la gloria di condurre alla
perfezione la nostra prosa, e di ottenere il vanto
del più eloquente tra gli italiani, singolarmente
nell'opera del Decameron?, o sia il Principe Ga-
leotto composto di cento novelle.nelle quali per lo
più si narrano fatti storici fantasticamente ornali
e messi nella bocca di alcune persone, che per i-
sfuggire la scena lacrimevole d««lla pesle del i3}8,
si tìngono ritirate in un luogo del contado a sol-
lazzarsi in geniale diporto. È ammirabile in tutle
le novelle la fertilità del genio del nostro narrato-
re,e in conseguenza la varietà non solo degli av-
venimenti, ma delle posizioni e circostanze che
sembrano le medesime. Lu maggior parte dei colti
italiani concorda che questo libro sia il miglior
testo della nostra lingua. I suoi vocaboli sono stati
considerali sì propri, sì armoni osi, sì nitidi che il
moderno uso non ha avulo ne forza, né volontà
di proscriverli. I medesimi eloginoli possono at-
tribuirsi allo stile. Questo riesce faticoso e in-
tralciato per le forzale trasposizioni, e per l'ab-
bindolamento dei verbi in quanto ai periodi. La
274 B O C.
lingua Ialina essendo l'esemplare dei trecentisti,
essi latinizzavano nella ortografìa e nella costru-
zione. Ma queste son leggieri difetti in confronto
della gran macchia morale che deturpa il veleno-
so ed osceno Decamerone. Oltre questo scrisse il
Boccaccio altre opere di prosa toscana, tulle al
pari di esso d'argomento amoroso e romanzesco.
Il Filocopo, ovvero l'amorosa fatica, cioè il libro
degli amori di Florio e di Biancafiore, ii quale
offre uno stravagante miscuglio di cose cristiane
e pagane. LTamorosa Fiammetta, nella quale si
contengono i dolori, i litigi, i piaceri che in amo-
re si provano. Il Laberinto d'amore o sia il Cor-
nacelo, nel quale il nostro autore descrive i
proprii amori, e dove si dice molto male delle
donne. L'Adottato o sia la commedia delle ninfe
fiorenline,opera composta di prose e di versi, del-
la qual maniera mista fu inventore ii Boccaccio.
Ebb'egli trasporlo per la poesìa e scrisse quattro
lunghi poemi » La Teseide „ „ I/amorosa visio-
ne „•, „ Il Filoslrato,^ „ il Ninfale fiesolano „, ma
poco felicemente. Fu l'inventore dell'ottava. C-r.
Ep. v.
Boccherini Luigi celebre compositore di mu-
sica nato a Lucca nel gennaio del 174°? morto a
Madrid nel 180G. Dopo fatti i primi studi di mu-
sica sotto gli occhi di suo padre, andò a perfezio-
narsi a Roma, dove ancor giovine sorprese per la
originalità delle sue prime composizioni. Tornato
in patria eseguì con una virtuosa,che in quel tem-
po trovavasi a Lucca, alcune delle sue composi-
zioni, e tosto si dilatò la sua fama in tutta l'Ita-
B O C. 27i>
lia e Io precorse a Madrid, dove il re lo accolse
con particolari onori; il che l'indusse a stabilirsi
in Ispagna:ivi fu ammesso all'Accademia reale con
patto di comporre annualmente nuovi componi-
menti in musica. Son quesli ed altri parecchi che
furono in appresso pubblicali ed incisi a Parigi ed
altrove, e formano 58 opere tra sinfonie e quin-
tetti e sestetti. Di questo compositore non è stato
inciso che un solo pezzo da chiesa, lo Stabat * Ma-
ter. Nondimeno le sue composizioni hanno un
carattere eminentemente religioso: e ciò fece di-
re che se Dio seder volesse alle musiche, suonar
farebbe quelle del Boccherini. Se questo compo-
sitore, ch'ebbe la gloria di precedere Hayde non
potè adeguarlo nelle sinfonie a grande orchestra^
dir si può che l'abbia agguagliato nelle composi-
zioni di minore importanza. I suoi adagio sono
specialmente ammirabili. I suoi cauli sempre
nobtb hanno una grazia, una dolcezza che danno
ari alcuna delle sue composizioni un carattere in
qualche guisa celeste.e nel primo grado lo colloca-
no fra gli autori di music a strumentali./?.//. Ep. vii.
Bocchi Francesco uomo nelle umane lettere
esperto, diligenlissimo notomista di libri. deVjunli
giammai alcuno non lesse, che di sua mano nel
margine le note non facesse, e con accuratezza
postillasse. Fu sacerdote protonotario apostolico
e vicario del vescovo di Fiesole. Scrisse molte
.. Orazioni „ in lode principalmente di Henriro
IV re di Francia, in latfno e italiano, di IVI. Pier
Vettori di Giovanni duca d'Austria, di Giovan-
na d'Austria moglie di Francesco de'Medicij di
27G b o e.
Carlo dal Pozzo arcivescovo di Pisa, di Marghe-
rita d'Austria moglie di Filippo III re di Spagna,
di Lorenzo Salvinti marchese, di Giuliano, ed al-
tri. Fece delle correzioni ed aggiunte al Galateo
del Casa, e sopra le di lui prose. Scrisse „ Della
cagione, onde venne negli antichi secoli la smi-
surata potenza «li Roma e dell'Italia „} „ Ragio-
niento sopra P uomo da bene „} „ Degli uomini
dotti che onorano colla lor nascila la città di Fi-
renze,,. Scrisse un discorso dove ricercaci a chi
de* maggiori guerrieri, che insiilo a quei tempi
sono stati, si dee la maggioranza attribuire. Scris-
se ,5 Sull'immagine miracolosa della SS. Nunziata
di Firenze „. Ma più di tutto sono stimate le sue
5, Notizie sulle bellezze della città di Firenze „ poi
da M. Giovanni Cinelli ampliate ed accresciute,
dove a pieno, di scultura, di\»acri templi, di palazzi
e de'più nobili artifizi e più preziosi contengonsi.
Scrisse pure „ Discorso sopra la lite delle armi e
«Ielle lettere „. Dell'eccellenza della stalU3 di s.
Giorgio di Donatello scultore fiorentino, posta
nella facciata di fuori d'Or-san-Michele: „ Discor-
so sopra la musica „} Vi sono alle slampe anche
varie sue w Lettere al card, Benedetto Giustinia-
ni, Roma 16-04 9K » ^ Filippo Valori, Pisa 1604 ?5.
„ Al Niccolini' relativamente alla cupola del Duo-
mo di Firenze, Roma 1604 ». » A Cosimo Man-
nucci, Roma 1699 »•> » ^' Guicciardini, Roma
i6o6„*,„AI cardinale Aldobrandino Roma i6o5„.
Mori nel 16 18 d'anni yo.B-s. Ep. vi.
Bo:,chimìri Carlo oriundo di Prato, ma poi
ammesso alla citladin mza fiorentina ed all'acca-
B O L. 2-7
demia della Crusca, fu nipote in sesto grado di
inesser Boccanera condotliere di cavalleria della
repubblica Bore n lina dal 1390 al 1397. Fu poeta
e oratore: fece le opere seguenti così riferite dal
Cinelli.„ Canzone per la venula della granduchessa
Maria Maddalena d'Aus'ria, Firenze 1608 w „ Ora-
zione funerale recitala da lui nel duomo di Pra-
to neir esequie del granduca Ferdinando I di
Toscana, Siena 1609 ,^ „ Poesia per la morte di
D. Francesco Medici. Firenze 16 15 „; „ Composi-
zioni sopra la partenza di Maria de'Medici regina
di Francia ec. Firenze i6i3 „.„ Canzone sopra il
santo cardinale Carlo Borromeo arcivescovo di
Milano. Firenze 16 13 ^ „ Sonetti mss. nella libre-
ria della Nunziata „; Canzoni sulle felicissime
nozze della R. maestà di Francia. Firenze 1600,,
Il Palladio, poemetto di Carlo Bocchineri Parigi
161 1, Firenze 1610. B-s. Ep. vi.
Bolgabini Niccolò nobile senese scenzialo
in molle discipline1 fu diligente investigatore dei
successi della patria, nella quale ebbe molti ono-
ri di maestrali e d^ambascerie. che gli arrecarono
splendore grande, ed alla repubblica molta auto-
rità. Fu avvedutissimo e prudenlissimo nei ma-
neggi politici, e desideroso chele cose succedute
ai suoi tempi non restassero sepolte nelToblivio-
ne, ne scrisse un diario che trovavasi presso i *\\
lui eredi, nel quale è gran purità di stile, e gran-
de schiettezza di virtù, poiché di ciascun mini-
stro o ufficiale di Siena dice liberamente il suo
parere. U-r. v.
Itoi.'.MUM Bellisario senese socio di vari*?
SI. Tose. Tom. 12. 21
278 B 0 L.
accademie letterarie di Toscana, dolio nella lin-
gua latina, greca, francese e spaglinola: filosofo e
teologo insigne. Ha scritto moltissimo sopra al-
cune controversie insorte tra i lell erati intorno
alla Divina commedia di Dante.
Bolgarini Bolgarino nobile senese nacque
nel i44i*Fu insieme con Bartolommeo Sozzini
discepolo di Alessandro Targioni da Imola, ed
essendo dotato di grandissimo ingegno, e cupi-
dissimo d'onore, profittò tanto nelle leggi, che in
breve tempo riuscì facondissimo e sottilissimo
giureconsulto, onde nei giudicare e consigliare
si acquistò ben presto il nome di prudente avvo-
cato e d'intiero giudice. Fu primario legista nelle
università di Siena, Pisa, Ferrara, Bologna e Pa-
dova. E mentre che chiamato poi primo consigliere
di giustizia da Ercole I duca di Ferrara s'accinse
per andare a servire quel principe che tanto ama-
va, fu prevenuto dalla morte che avvenne Tanno
1497, avendo prima avuto nella repubblica se-
nese i principali onori*,per la quale fu ambasciatore
a Firenze, a Venezia ed in molti altri luoghi, e a
principi, come a Francesco Sforza duca di Milano
ed a Massimiliano imperatore, dai quali ottenne
onoratissimi privilegi. É nominato tra i più famosi
legisti d'Italia da fra Leandro Alberti, dal Guazzo,
dal Tarcagnolta, dal Diaz nella vita di fra Filippo
Decio, da Yolfango e da molli altri i quali ne par-
lino con grandissima riputazione. Scrisse molle
opere e precisamente » Super primum Infortiati
soluto matrimonio etc. super ff. novi deverò,
oblig. super prì mani C. de pactis 1 petens su-
BOX. 279
per 2 C. qui adm. ad ho. pass. „. Una disputa
che comincia „ Sempronius edìdlt t est ament um„.
U-r. Ep. v.
Boxaccorsi Filippo nacque nella terra di san
Geminiano Panilo ìfòj. Studiòa Roma le lettere,
ed ascritto alPaecademia di Pomponio Leto ebbe
il nome accademico di Callimaco espediente. Per-
seguitato dalPanatema di Paolo II si salvò coila
fuga. Trascorse la Grecia, Cipro, Rodi, l'Egitto,
gran parte delPEgeo insieme colla Francia e qua-
si tutta la Macedonia. Giunse finalmente in Polo-
nia, ove trovatosi sprovveduto d1 ogni mezzo di
sussistenza fu soccorso da un'ostessa che ne fu
da lui ricompensala con dei versi, mediante i qua-
li si fece conoscere, e fu accolto nel palazzo del-
Parcivescovo Gregorio Saniceo, e di là passò alla
corte del re Cosimo III per educare i figli, ed a-
gire da segretario regio, ed ambasciatore a varie
corti, e trattò d'una tregua tra la Porta e il re Ca-
siinirro. La morte di questo sovrano fu a lui di
cordoglio, non però di danno, poiché divenne il
prineipal ministro della nuova corte di Giamberto
suo alunno. Non mancò per altro a Callimaco un
buon numero di nemici mossi da invidia, e Io accu-
sarono come persona dal papa fulminata e proscrit-
ta. Paolo II era già morto, ma voleasi consegnar
al papa Sisto IV suo successore. A suo danno
nemrnen tacque la calunnia. Fu diffamalo come
autore della strage Moldaviea,quasi che fosse sta-
lo consiglio di lui che la nobiltà polacca fosse e-
sposla per la sua contumacia al macello. La storia
ci dice che questo tragico evento procedette dalla
a 80 B O N.
perfidia (li Stefano principe di Moldavia. Non ces-
sò anche in altri modi il livore di tendergli insi-
die. Ma il favore del re il preservò illeso da ogni
molestia fino alla morte, che a lui sopravvenne
Tanno 1496 in età di soli 56 anni. Lasciò Calli-
maco varie nobili produzioni della sua mente, ri-
sguardanti la storia, Y eloquenza, la poesia. La
gratitudine lo trasse a scrivere in prosa latina la
„ Vita del primo suo Mecenate Gregorio Sanocco
arcivescovo di Leopoli ,„ e ad onorare con versi
esametri le gesta de're polacchi. Con elaborate
orazioni spiegò la sua facondia nelle funzioni po-
litiche ch'egli ebbe a sostenere. Le sue peregrina-
zioni gli fornirono occasione di apprendere e di
descrivere i costumi dei popoli asfatici. Ma la più
riputata delle sue opere è la storia di Ladislao re
di Polonia e di Ungheria in tre libri divisala quale
è stata inserita eziandio nella raccolta delle cose
ungariche fatta da Iacopo Bongarsio. Scrive il Gio-
vio che Callimaco superò in quesfopera tutti gli
sforici che fiorirono dopo Tacito; ed egli la para-
gona alla vita di Agricola: ma questo è troppo. 11
Giovio era uomo di gusto, ma la parzialità e la
avversione il facevano travedere anche nelle ma-
terie di gusto. Non conviene per tanto far gran
conto né delle sue lodi riè deVioi biaiìmiC-r.Zì/^v.
Box accorsi Biagio notaro e coadiutore del
Macchiavello in segreteria de'X di guerra della
città di Firenze, con la quale occasione ebbe cani»
pò di impadronirsi e di sapere i fatti della repub-
blica, onde scrisse im' opera intitolata „ Diario
de^successì t più importanti e delle cose succes-
BOX. 28l
se in Italia ai suoi tempi, e particolarmente di
Firenze dall'anno 1498, fino al 1012, e segui-
tato (ino all'anno i5a3 da Gio. di Pier Filippo
Pandollìni, Firenze 1 5 6 8 „. In esso è la vita di Lo-
renzo de'Medici scritta da Niccolò Valori. Fu esi-
liato col gonfaloniere Soderini, e queste intestine
e civili discordie furono la rovina della repub-
blica fiorentina. C-n. Ep. v.
Bonacurci Giovanni religioso francescano na-
tivo di Lucca, studiando a Parigi nel comincia-
mento del secolo XVI sotto il regno di Luigi
XII, osò di mettere in disputa, che il papa era al
disopia del re nel temporale, ed irritò talmen-
te il parlamento con tal disputa, che spoglialo
dell'abito di religioso e veslio d'un altro giallo
e verde fu condotto avanti l'immagine della Ver-
gine, ch'è sulla porta della cappella bassa del pa-
lazzo, e con una torcia accesa di cera sereziata
di più colori come l'abito, fu costretto in ginoc-
chioni e con una fune al collo fare pubblicamente
la sua protesta, che quel suo detto era contrario
alle rnas'sime cattoliche* é cercar perdono al re.,
alla giustizia e al pubblico. Poscia accompagnalo
in mia certa distanza dilla città gli fu restituito
I* abito e un convenevole sussidio per portarsi
dove volava, con divieto espresso di non ritornar
mai piùin quel regno, sotto pena della forca lì. tt.
v.
Bowi.u vr.i poeta lucchese visse poco pfi-
111;» di Dante, poiché mollo da esso è rammentato
nel iHtft -±\ del Purgatorio, per cui si crede che
morisse e ir a il r.ìoo. efioca in mi dal Dante si
282 box.
finge la visione. È conosciuto pure col nome di
Bouagiunta Orbiceiani, poiché dalla famiglia dr
lai cognome egli trasse i natali. Nel tomo a /lei
poeti del primo secolo della lingua italiana stam-
pata in Firenze nel 1816 sono $7 componimenti
del Bonagiunta, rozzi in vero dire, ma in quella
età non potevano essere in altra guisa. Di esso
parlò pure con lode Rinvenuto da l mola. L-c. E prv.
Bonamici Suor Caterina Irene da Prato, mo-
naca Domenicana in santa Caterina di quella cit-
tà, unitasi con suor Clotilde Spighi dello stesso
paese, ordine e convento, professavano ambe-
due il quietismo, diffondendolo dove potevano.
Molti anui persistetteroin questo loro errore,ben^
che alle esortazioni di ottimi ecclesiastici si mo-
strassero convinte,senza che poi facesser conosce-
re coi fatti d^aver mutato sentimenti, finché si
dispersero alla venuta dei francesi in Toscana,
all'arrivo dei quali furon soppressi i monasteri
dov1 erano rinchiuse. P-t. vii.
Bon amici Filippo Maria nacque in Lucca nel
febbraio del 1703. Fu da giovanetto destinato pre-
fetto del seminario di Lucca, indi beneficiato del-
la cattedrale lucchese,e poscia professore di elo-
quenza : scrisse in latino il Sinodo diocesano
del vescovo Colloredo. Nel 1739 passò a Roma
sotto la protezione del suo conciti adino monsi-
gnore Lucchesini segretario dei brevi ai principi
presso Clemente XVI, e meritò la stima e Paffet-
to dei grandi e dei dotti di Roma. Morto il Luc-
chesini lesse V orazione funebre il Bonainici, la
quale fu stampata e lodata molto.Scrisse anche un
BOX. 2,83
dialogo ch'è intitolato e De clarls pontificiarum
epistotarum script or ibus „, sul gusto di quel
di Cicerone „ De clarls oratoribus „. In questo
dialogo si accennano le regole che osservar deb-
bono i segretari dei brevi. La seconda opera che
produsse in ossequio di monsignor Lucchesini fu
una di lui vita assai elegante, che ebbe luogo nel-
la in decade delle vite Italorum doc trina excel*
lentium di monsignore Àngiolo Fabbroni. Scrisse
un commentario „ De vita et rebu rgestis ven.servi
Dei Innocenti XI Pont, Max ,^ che poi pubblicò
l'anno 1776. Pio VI lo elesse canonico della ba-
silica lateranense. Scrisse un poemetto Ialino in
lode delcirdinale Enriquez, che ebbe luogo in una
raccolta poetica. Un altro simile in luogo de Ide-
funto cardinal Malvezzi per la sua promozione aU
l'arcivescovado di Bologna} un terzo intitolato,, De
maxima tempio bononiensi a Benedicto XIÌr
propriis sumptibus instaurato et a Vincentio
card. Mahito Bononiens. archiep. ejusdem pon-
tificis auspiciis consecrato^on quarto „ In nu-
ptiis M. Antonii Burghesiet Annae Mariae Sai-
viatae „, ed un quinto all'occasione di mandare in
dono un Agnus Dei d'Innocenzio XI ad una di
lui pronipote donna Ottavia Odescalchi sposa del
principe Ghigi. e molte altre poesie edite parte
si e parte nò. Scriveva la vita del cardinale Iacopo
l'iccolomini dettoli cardinale Paviense quando fu
sorpreso dalla morte che accadde nel novembre del
1780, correndo Tanno 76 delTelà sua. T-p. Ep%v\\.
Boa amici Pier Giuseppe, nome che per biz-
zarria cambiò in quel del celebre suo conciltadi-
2S4 E 0 N.
no Castruccio , nacque a Lucca nell'ottobre del
1710: e dopo i primi ammaestraménti nel patrio
seminario recossi a Pisa, ove studiò legge, mat-
tematic^j, e le lettere greche e latine. Noiato delle
pratiche forensi, ed amando piuttosto le umane
lettere, si recò a Roma dopo essersi fatto eccle-
siastico, ove fu accolto onorevolmente dal car-
dinal Neri Corsini ePolignac. Di là in compagnia
dolina ricca signora inglese prese il viaggio d'Ita-
lia.Incontrò in Firenze brighe coITinquisizioncper
lo che si trasferì a Padova: ma travagliato anche
la dalle avversità abbandonò la chiesa e si dedicò
alla vita militare. Trovatosi presente nel 1744
al fa'to d'armi seguito presso Yelletri,tra le trup-
pe napoletane ed austriache, ne diede la descri-
zione in quell'aureo commentario „ De rebus ad
Felitras gestis ', Lugduni 1746 „. Per questa
opera fu decorato del titolo di generale di arti-
glierìa, nominato tesoriere della città di Barletta,
e retribuito con generosa pensione. Scrisse pure
„ Debello italìcQ.Jjeuìa 1 760-5 1 „ parti quattro in
voi. a. Il duca di Parma gli conferì il titolo di
conte, e l'ordine di ÌVIalta nel 1754 gli accordò
una croce di grazia, con gran pensione.ìlorì in pa-
tria nel febbraio del 1761 nell'età di 54 anni: ol-
tre le nominate opere scrisse ancora „ De ludi-
bus Clementis Xll^ ovatto „,• „ De litteris lati-
nis restitutis, oratio „.„ Orazione pelPapertura
dell'accademia reale d'architettura militare „} Vari
componimenti italiani in prosa ed in verso.e tan-
te sue opere si trovano riunite con quelle di Fi-
lippo Bonamici col titolo „ Fhiìippi et Castrile-
B O N. 285
ci fratruum Bonamicorum Luctnsium opera
omnia, Lucae 1784. T-p. Ep. vii.
Bonamici Castruccio. fed. fionamici Pier
Giuseppe.
Bonanno artista pisano del secolo XI, dalle
cronache e dagli autori dichiarato P architetto
della famosa torre o campanile pendente della
cattedrale di Pisa, ch'ebbe incominciamento nel-
l'agosto del 11 74 secondo Inscrizione affissavi.
Àvea Bonanno per socio in quest'opera un Gu-
gliemod'Iuspruk del lo Guglielmo Tedesco (Dem-
pster. De Etruria regali lib. V, cap,\.) Le mura
di Pisa furono incominciate ad inalzare coi dise-
gni^ direzione di Bonanno nel u53. Rè soltanto
architetto ma fu ancora plastico e fonditore di me-
talli, mentre eran di esso le porte di bronzo del
Duomo di Pisa, una delle quali soltanto, dopo un
incendio, secondo il parere del Cicognara ( Stor.
della scultura tom. 1, 1. II, e. Ili ) esiste ancora
nella facciata laterale della crociala di s. Ranieri.
C-c. v.
BoNAnROTi Michel angiolo nato nel marzo del
1474 ne' castello di Caprese diocesi d'Arezzo nel-
la valle liberina.dove Lodovico suo padre fioren-
tino sosteneva la carica di potestà. E sebbene al
suo naturai trasporto per le arti fossero avver-
si i parenti per falsa persuasione ch'egli oscurasse
con esse lo splendore «lei nalab',non restò per que-
sti) di seguirne gl'impulsi, e collocatosi alla squo-
1 1 p ttorica del Ghirlandaio non andò guari che
Domenico, forse per invidia, ma con altro prete-
sto, lo riconsegnò al padre, dicendogli non sa-
286 BOX.
per più che insegnargli, e pare che fin d'allora
il giovanetto si volgesse alla scultura sotto la
prolezione del Magnifico Lorenzo de* Medici,
che radunali aveva nel suo giardino presso s.
Marco molti anlichi marmi per desio di rialzare
in patria la statuaria alquanto decaduta. Risquote
ancora l'ammirazione degl'intendenti esposta nel-
la R. Galleria di Firenze la testa del Fauno che
Michelangiolo in quel tempo acolpì,traendola dallo
antico, e supplendo col proprio ingegno ciò che
nell'esemplare danneggiato dai tempo mancava.
Questa scultura conciliò al Ronarroli la parziale
protezione di Loreuzo tino a tenerlo alla sua
mensa, e dargli ricetto in casa propria. Ma per di
lui sciagura e della patria, il magnanimo protet-
tore dei Ronarroli venne immaturamente a man-
car di vita. Rimase Michelangelo presso di Pietro
primogenito dei defunto Lorenzo, altrettanto fri-
volo e vano quanto il padre era prudente, solido
ed illuminato. In un inverno Pietro impiegò il
Ronarroti nel ridicolo lavoro di formar delle sta-,
lue di neve. Discacciato il Medici da Firenze dalla
fazione contraria,Michelangiolo fu anch'esso invol-
to nella di lui disavventura e fuggì da Firenze, ma
in quell'esilio accompagnato dalle sue profittevoli
prerogative si riparò facilmente in Rologna, e in
Venezia, dove mise mano alla sua professione,me-
diante la quale provvidesi di sostentamento, e si
accrebbe riputazione. Circa quel tempo egli scolpì
un Cupido dormiente per Lucrezia Borgia du-
chessa di Ferrara. Non andò guari che il Ronar-
roli venne richiamato a Firenze ove il gonfa-
B O K. 287
loniere Pier Solenni gli addossò alcmvopera di
scultura ed altra ancor di pittura, in cui pare non
avea mai tralasciato di esercitarsi con lode.. Lo
impegnò specialmente a dipingere a vicenda con
Leonardo da Vinci la gran sala del palazzo pub-
blico, per cui preparò il celebre cartone della
guerra di Pisa, su cui quanti artisti studiavano,
divennero in tal'arte eccellenti. Raffaello stesso
se ne giovò, e si vuole che illuminato da si gran-
d' esemplare egli ingrandisse la sua maniera, e
si spogliasse di queir avanzo di secchezza, che
egli avea contratto nella squola del Perugino. Ro-
ma però fu lo spazioso teatro in cui diffuse più
splendore la gloria (li Dlichelangiolo . Il papa
Giulio II divenne celebre nella sioria delle arti
per le opere che ordinò a Michelangiolo: nelle
quali egli riuscì eccellente e maraviglioso, e in-
tagliò pel di lui sepolcro la famosa statua del i>Iosè.
Per commissione di quel pontefice egli intraprese
a dipingere la volta della cappella Sistina. Quan-
tunque poco esercitato alla pittura egli compì que-
sto lavoro con maravigliosa celerità ed eccellenza.
ti mirabile la magìa della prospettiva %clie ÌVIi-
chelangiolo fece apparire nelParcennalo dipinto,
mentre a que'tempi una tale scienza era quasi sco-
nosciuta. Disgustatosi con papa Giulio se ne fug-
gi in Toscana, sicché il pontefice scrisse tre brevi
alla repubblica per avere quel professore, e Pier
S »i lini per tema di porre lo stalo in combustio-
ne, piuttosto che aver brighe col pontefice online»
al Bonarroti di restituirsi a Roma, e per renderlo
immune da punizioni lo rivesti del carattere dj
288 B O X.
ambasciatore a Giulio II, da cui fu in fine corte-
semente ricevuto. lfn onore anche più grande e
forse unico nei fasti delParte ottenne egli da Pao-
lo III, il quale accompagnato da dieci cardinali
si portò in persona alla di lui casa per visitarlo.
Una sì segnalata onoranza partorì P immortale
frutto del tanto decantato universal giudizio dal
nostro Bonarroti dipinto nella mentovata Sistina.
In questa meravigliosa pittura svelò il carattere
particolare eh*1 egli aveva nell* arte a sé stesso
formato . Le membra delicatissime della Pietà
eh' esiste in Valicano, dimostrano ch^ egli sa-
peva sacrificare anche alla soavità ed alle Grazie.
Quel suo carattere grandioso fu da esso impron-
tato nelle opere di architettura. La cupola ed il
fianco del tempio vaticano ne son prova,e più an-
cora il manifestano le opere di minor mole, come
il vestibolo della libreria Laurenziana e la cap-
pella dei depositi medicei, ed altre tali, ove in
piccola dimenzione introdusse quel sublime ca-
rattere, per cui compariscono grandi anche le co-
se piccolissime. Eppure egli non ebbe in architet-
tura altro maestro che il proprio genio. Da Giulio
II fu nonostante creato architetto unico ed in-
dipendente della fabbrica di s. Pietro; e da lui fu
impiegato a riformare il disegno di Bramante per
l'edificazione della soprallodata immensa fabbrica
di s. Pietro, e sotto Paolo IH egli innalzò la fa-
mosa cupola di quel tempio. Dalle grandi opere
d'architettura ch'egli eseguì sì può ben a ragione
dedurre che fossVgli un insigne meccanico. In-
fatti come avrebbe potuto librare in aria quella
b o ni 289
smisurata mole che si ammira nel Vaticano, se non
avesse a fondo conosciuta la scienza delle forze, e
posseduta l'abilità di bilanciare opportunamente
il contrasto? Fu valente altresì nell'architettura
militare, e ne fortificò alcune piazze. Aggiunse il
suo spirito a tanti ornamenti quello ancora della
volgar poesia, ma non pervenne a pareggiar gli
altri molti di lui contemporanei. Noi abbiamo ve-
duto Michelangiolo pittore, scultore, architetto
civile e militare, nieccanico e poeta. Altri lo han-
no voluto fare ancora oratore e filosofo} ma di
queste ultime discipline non ci rimangono docu-
menti. Visse egli morigeratissimo, e furono a lui
nomi ignoti il raggiro e l'invidia. Versò grandi
elemosine in seno dei poveri, e trattò con tal di-
sinteresse le arti, che ricusò sempre ogni stipen-
dio per la carica d'architetto del Vaticano. Pe'su-
blimissimi meriti della sua triplice professione e
per quel suo rapidissimo carattere morale fu accet-
to ai grandi, finché non chiuse la sua gloriosa ma
travagliata corriera mortale in Roma nel 1 564 1(i
età <li quasi 89 anni. C-r. jun. v. vi.
Bonaiiroti Michelangiolo il giovane fu degno
del nome del suo gran zio. Più valente di lui nelle
lettere,si occupò ancora nelle arti belle in qualità
però di solo amatore, ma di amatore intelligente
e sagace. Nacque in Firenze nel 1064 da Filippo
fratello del celebre Michelangiolo. Si distinse in
queglimpieghi che da'suoi sovrani gli furono af-
fidati, e in quei ch'ebbe dalle accademie Fiorenti-
na e della Crusca. Aduno, un museo di oggetti di
belle arti, in cui pose 22000 scudi. Accolse in sua
.9/. Tose. Tom. 12. 23
•ì()0 B O N.
casa un'adunanza di colli ingegni, i quali egli ani-
mò ad illustrarne i pregevoli monumenti, e di al-
cuni di essi vedemmo i frutti. Tra i chiari studi
e le onorate occupazioni trapassò i lunghi suoi
giorni che giunsero fino all'anno 1646. Compose
„ Rime. Orazioni, Cicalate,, per le due accademie,
delle quali ei formava il principale ornamento.
Egli imprese a far rilevare le bellezze di un so-
netto del Petrarca. Ammiratore di un sì castigato
poeta qual fu il l*elrarca,ei si lasciò ciò nondimeno
travolgere dal mal gusto che allora aveva sover-
chialo ogni argine. Vago il Bonarroti di novità,
scrisse una commedia in venticinque atti che in-
titolò la „ Fiera „. Questa è divisa in 5 commedie
in continuazione dello stesso soggetto, ed il Fon-
tani dice ch'essa è colma di termini da impingua-
re il dizionario della Crusca. La composizione poi
che più fece onore al Bonarroti è la commedia
rusticalein ottava rima cui dette il nome di,, Tan-
cia „. Se il Lippi fé conoscere la ricchezza e la gra-
zia della lingua del minuto popolo di Firenze,il Bo-
narroti volle fare lo stesso relativamente al par-
lare degli agresti abitatori dei contorni. Oltre la
schiettezza natia della lingua havvi nella Tancia
varietà di carattere contadinesco, giocondezze e
sali rusticani, immagini e similitudini tratte solo
da oggetti di villa. C-r. Ep. vi.
Bonarroti Filippo, senatore di Firenze sua
patria, auditor presidente della giurisdizione ec-
clesiastica e dotto antiquario, nacque nel 1661 e
mori nel 1733. Ha lasciato scritto: „ Osserva-
zioni istoriche sopra alcuni medaglioni antichi
B O % 291
del cardinal Carpegna, Roma 1698 „; „ Osserva-
zioni sopra alcuni frammenti di vasi antichi di
vetro ornati di figure, trovati nei cimiteri di Ro-
ma ec, Firenze 1716 „; quest'opera corredata di
intagli e preceduta da una erudita prefazione po-
se il suggello alla riputazione del presidente Ro-
narroti „. Ad monumenta etrusco, operiDempste-
riano addita eocplìcationes et conlecturae. „ Al-
bero genealogico della nobilissima famiglia dei
Ronarroti, Firenze i;48 ». Oltre a queste opere
Ronarroti aiutò il Fabbretti nella raccolta delle
antiche iscrizioni; dette molti aiuti al Maffei pel
suo ragionamento sugl'itali primitivi, e fu mae-
stro al Gori , al Bianchini, ai fratelli Venuti e
ad altri, cui fu cortese della sua molla dottrina.
Non trovavasi allora chi più di lui intendesse a
fondo il significato delle anticaglie, e chi ne par-
lasse meglio, e chi più sicure e più profonde no-
tizie ne deducesse. B. u. Ep. vi.
fioN.iRB.OTi Filippo era in qualità di paggio
alla corte del granduca Leopoldo, del qual prin-
cipe egli abbracciò le opinioni, e nel 1778 ebbe
una commenda nell'ordine di santo Stefano. Sde-
gnando però Filippo l'autorità reale ed apprez-
zando invece la sovranità dei popolo, fu dal gran-
duca cacciato di Toscana, per cui dovè rifugiarsi
in Corsica, ove scrisse il giornale intitolato „ Lo
amico deili libertà italiana „. Nel 1792. passò a
Parigi, e un anno dopo fu eletto commissario del-
la repubblica francese in Corsica; ma gli abitanti
insorti lo obbligarono alla fuga, come pure fu
caccialo dai cittadini ribellati in Lione, ov1 era
2<)2 B O *.
sialo nominalo commissario: adente della re-
pubblica presso l'esercito francese in Italia alla
caduta di Robespierre fu carcerato; uscì per am-
nistia dalle prigioni, ed ottenne di ritornare allo
esercito d'Italia, ove fu posto comandante a Loa-
no. Le violenze commesse contro un tal marche-
se di Ballestrino lo fecero destituire. Tornò a Pa-
rigi e fu presidente della società del Panlheou,
e nel 1796 entrò in una congiura contro il di-
rettorio. Scampò per miracolo dalla morte, e fu
chiuso in Cherburg. Napoleone nel 1800 Io rian-
dò all'isola d'OIeion dopo di che si ritirò in Sviz-
zera. L-t. Ep. vii.
Bonati G irido astronomo,o piuttosto astrologo
fiorentino del secolo XIII, si acquistò una rino-
manza non poco estesa, ostentando una foggia di
vivere diversa dall'usato, e soprattutto predicendo
V avvenire. Furono spacciate sul suo conto molte
storielle che vennero raccolte dai compilatori del
XVeXVl secolo,di cui la credulità andava deipari
con la pazienza. Frattanto ve n'ha una abbastan-
za singolare, perchè meriti d'esser qui riferita. Le
truppe di papa Martino IV assediavano Forlì, cit-
tà della Romagna difesa dal conte di Monferrato,
ove il Bonati erasi ritirato, e che adottata aveva
come una seconda patria: la città era in procinto
di capitolare, quando 'l Bonati annunziò al conte
ch'egli respingerebbe il nemico in una sortita, ma
che vi rimarrebbe ferito. L'avvenimento chiarì
vera la predizione, ed il conte che portato aveva
seco lui gli oggetti che credeva necessari alla fe-
rita che dovea ricevere.trovossi molto sodisfatto
B O V. 2(p
di tal precauzione. Il Boriati sulla fine dVsuoi gior-
ni entrò nell'ordine dei francescani, e morì circa
Tanno i3oo. Le sue opere d'astrologia sono state
raccolte da Giacomo Ganterne e stampale sotto il
titolo di „ Lìber astronomicus^ Augusta 149 1 ??•
Quest'edizione bella e rara è la sola che debbono
ricercare i curiosi. B-u. Ep. v.
Bonaventura. £. nato nella terra di Bagno re-
gio nel 122,1} entrò nell'ordine de'Minori osser-
vanti Tanno I2/J3, e Tanno di poi andò a studiare
a Parigi sotto Hales, e 7 anni dopo tenne squola
egli stesso, e Tanno 1267 fu dichiarato dottore
mentr'era già ministro generale dell'ordine tino
dalTanno antecedente, sebbene avesse soli 35
anni, e in tal circostanza tolse molti abusi da! suo
ordine, ripristinando le antiche discipline. L'an-
no 1265 fu nominato Arcivescovo di Jorck, ma
ricusò, e nel conclave fu etetto arbitro nei vari
partiti ad eleggere il papa, che fu Gregorio X, dal
quale nell'anno 1273 Bonaventura ebbe il cap-
pello cardinalizio. Intervenne con onore al con-
cilio di Lione Tanno dopo. Ma oppresso come di-
cesi dall'applicazione cessò di vivere nel 1274 con
rammarico del sacro collegio e del suo capo. Furon
raccolte le di lui opere e stampate in Boma nel
1 588 in otto volumi. Contengono i primi vari com-
menti sopra la scrittura, quindi i sermoni, i com-
menti sopra il maestro delle sentenze , la più
pregevole fra le sue opere} infine alcuni opuscoli
ascetici l mirali, ed una vita di *. Francesco. Fb-
b'egli lauto merito che fu lodato inclusive dagli
eretici. H-z. ?.
a 8*
294 B O N.
Bondelmonti fiondelmonfe capo di una fami-
glia nata in Firenze di parte guelfa} prendeva
il suo nome del castello di Montebuono posto
nel Valdarno superiore, che gli apparteneva. Si
legge nell'epoca v di questa storia, che Bondel-
monte avea promesso di sposare un'A.mideidi fa-
miglia devota all'imperatore, ma innamoratosi di
una ragazza dei Donati, la sposò senza riguardo
all'impegno contratto con gli Amidei. Allora i par-
tigiani dell'imperatore nemici già del Bondelmon-
te devoto al papajneditarono di trucidarlo, ed as-
salitolo i ghibellini, fu difatti ucciso presso al pon-
te Vecchio. Dopo quel fatto tutta la nobiltà si
divise manifestamente fra i Bondelmonti e gli
liberti, col nome di guelfi e ghibellini, e per trenta-
tre anni le due parti combatterono nel recinto di
Firenze quasi senza interruzione. B. u. Ep. v.
Bondelmonti Cristofano di Firenze, matema-
tico celebre del secolo XVl,compose nel 1422 un
trattato delle isole dell'Arcipelago, giusta il Vos-
sio, De Historicis latinis ; B. u. Ep. v, vi.
Bondelmonti Giuseppe Maria nacque a Fi-
renze da nobile famiglia nel settembre del 1 7 l3.
Fin dall'infanzia annunziò un infelletto capace di
apprendere ogni cognizione. Imparò lingue antiche
e moderne: le matematiche ed ogni ramo di filo-
sofia e di lettura fecerlo distinguere. Entrò nel-
l'ordine di Malia dove fu commendatore, ma non
professò. Nel 17^6 tornò a Firenze, evi si per-
fezionò agli studi ili lettere, scienzelingua} e cercò
la compagnia degli eruditi. Fu incaricato di re-
citare l'orazione funebre all'estinto Giangastone
ultimo dei granduchi medicei. Questa orazione fu
pubblicata nelP anno medesimo 17S7, e venne
universalmente applaudita non men di quella che
ei recitò per onorare Carlo VI da lui letta nel
1741. Fu altresì incaricato di scrivere l'orazione
funebre d' Elisabetta Carlotta d'Orleans, vedova
del duca Leopoldo Idi Lorena e madre dell'impe-
ratore Francesco I stampata a Firenze 174^. Nel
1741 passò a Roma per assistere alla morte di un
cardinale suo zio. Dopo ri anni tornò a Firenze con
intenzione di terminare alcune sue opere da esso
intraprese, ma ne fu impedito dalle molte malattie^
per curar le quali si portò al clima dolce di Pisa,
ma vi morì nel febbraio del 1767 in età di 43 anni.
La maggior parte degli scrittori del suo tempo
parlano di lui con grandiosi elogi. I suoi scritti
sono.,, Lettera sopra la misura ed il calcolo dei pia-
ceri e dei dolori inserita nella raccolta di dissero
tazioni pubblicate da Andrea Bonducci „. „II Ric-
cio rapito „ traduzione in prosa del Riccio ra-
pito di Pope posto in versi sciolti dallo stesso
Bonducci e pubblicato a Firenze 1756. „ Poesie „
inserite in diverse raccolte. Ha lasciato varie os-
servazioni inedite intorno a parecchi articoli del
Dizionario enciclopedico, ed alcuni schiarimenti
sopra un passo del saggio dell'intelletto umano
di Locke. B. u. Ep. vi, vii.
Iiò.NEcm Matteo fiorentino allievo di Gio. Cam-
millo Sagrestani, riuscì non men valente pittore rffel
maestro, anzi servivasi dell'opera sua nei lavori
di maggiore importanza sì a fresco che a olio, fa-
cendogliene eseguire di tutto punto, come fece
296 B O N.
nello sfondo dei Filippini in Firenze, e a'trove
ancora. Dopo la morie del maestro fu riconosciu-
to il suo merito, e fu adopratodal marchese Fran-
cesco Capponi nel suo gran palazzo dietro la SS.
Nunziata in tre lavori a fresco, che riuscirono
di universale gradimento, come ancora in di-
versi palazzi della città, nei quali si portò con va-
lore, e continuò sempre a dimostrarsi tale tino
all'ultimo della sua vita: ebbe il suo termine di
pura vecchiezza quasi ottuagenario. Ep. vi, vii.
Bonfarti Giuseppe nacque a s. Miniato nel
febbraio del 1770: seppe elevarsi al disopra della
sua condizione. Educato in patria fu così avido
della bella letteratura, che il cantare improvviso
nell'italiana favella e nella lingua del Lazio gli
divenne e per sempre gli restò familiare. La prima
sua produzione fu un opuscolo critico letterario
contro un cattivo sonetto, Livorno. Voltò l'animo
alla giurisprudenz3,alla quale attese in Pisa nel-
la più verde età. Distrattone poi dal fragore delle
armi che inondarono l'Italia nel 1796, si fece se-
guace delle Cisalpine falangi, che per 1' italiana
sperala repubblica credevano di combattere : si
trovò non rare volte nel campo di battaglia. Pu-
gnò alla giornata di Marengo, di Austerliz e nelle
mura dell'assediata Genova, e mostrassi costan-
temente prode, intelligente, imperterrito, ed ot-
tenne il grado di tenente. Tornato alla patirà vi
eresse un elegante teatro a sue spese. Si volse di
nuovo alle delizie della poesia; produsse frequenti
e sempre applauditi , benché piccoli componi-
menti. Uno più distinto ne dette alla luce nello
E O N. 29;
anno 1802 al sorgere de] regno etrusco. Nel 181 a
un di lui poemetto latino per la nascita del re di
Roma fu in concorso giudicato a Parigi degno di
premio, e pubblicato cogli altri pochi premiati
componimenti : gli fruttò un dono glorioso lar-
gitogli dalPimperatote Napoleone. Nel 1814 stam-
pato in Firenze fu riprodotto le tante volte, e nel-
le vicine e nelle remote provincie, un di lui so-
netto singolarissimo sulle vicende politiche di
quei momenti. Scrisse un poemetto latino per il
matrimonio secondo di S. A. S. R. il granduca
Leopoldo ILche restò inedito insieme con una se-
rie di lavori poetici, e di memorie accademiche
lette in patria. Pregiate furono ancora alcune del-
le di lui legali consultazioni, che la carica legale
del foro calcò con credito, e ottenne fama di ora-
tore facondo e di giureconsulto versatissimo nella
scienza. Scese finalmente nella tomba nel marzo
del i833, edificando fino agli ultimi periodi per i
sentimenti religiosi che ispirava agli astanti, senti-
menti che colla ospitalità e la beneficenza lo ave-
vano sempre renduto a tutti carissimo. T-p. vir.
Bo*i Eij'ulio cortonese fu figliuolo di Biagio
di nobile famiglia, teologo di gran fama e predi-
catore singolare, che mediante le sue virtù fu da
papa Clemente VI nel i348 fatto cardinale, es-
sendo prima dalla Maestà di Carlo IV imperatore
per rilevanti afifari mandato ambasciatore alla re-
pubblica di Pisa. C-n. Ep. v.
Rosi Girolamo aretino, è padre del marchese
Alessandro che fu generale (Patinata di Toscana.
Kra filosofo e poeta, e lasciò molti attestati del
298 B O N.
suo ingegno cioè,,, De peripatetica docendi alque
addoscendi methodo, Firenze i58{ „•, „ Storia del
Guicciardini tomi 2,,, manoscritto nella libreria del
granduca „*, „ Vita Magni CosmiMedicis Etrusco-
rum imperatoris infidissimi conscripta^ms.ìvu^
„ Regola di cavar le radici d'ogni sorte ms. ivi „}
„ De motu gravium et tevium. 1676 „ Del flusso
e riflusso del mare, e dell'inondazione del Nilo,
Firenze. 1,577 m C'n- Ep> vi vi.
Boni Benedetto da Cortona lettore di leggi
canoniche e civili nello studio di Roma: leggesi
di suo un* opera intitolata „ De censibus „ Ro-
ma i568, e Venezia 1569 »• (?fft vi vi.
Boni Onofrio cavaliere coi tonese del secolo
XVIII disfinto antiquario; mostrò uno squisito
gusto nelle cose delle belle arti, di che fanno
ampia fede le vite di Pompeo Batoni e di Luigi
Lanzi. C-r, vi, vii.
Bonifazio Santo fu uomo di venerabil vita, e
chiaro per miracoli, non che per la sua carità verso
i poveri. Occupò la cattedra episcopale di Feren-
tino^ morì santamente sotto l'impero di Giustino
il seniore, che cessò di comandare circa Tanno
527, le cui spoglie dopo la totale rovina di Feren-
tino d'Etruria furono trasportate a Viterbo. A-s.
m.
Bomfazio primo duca di Toscana,fra i trenta
grandi feudi che i Longobardi stabilirono dopo
la conquista dell'Italia, la Toscana era uno dei
più importanti. Da quell'epoca essa fu governata
dai duchi, ai quali venne altresì dato il titolo di
marchesi dopo la conquista di Carlo-Magno; ma
B O N. 299
il nome di alcuno di essi duchi anteriori al IX
secolo non è giunto fino a noi. Neil' 812, e 81 3
troviamo finalmente un Bonifazio conte di Lucca
e duca di Toscana, presidente delle cause pub-
bliche di Pistoia e di Lucca. In un diploma dei
suoi figli, egli è dichiarato bavarese di origine.
Morì verso 1*823. Gli successe suo figlio Bonifa-
zio II. B. u. Ep. iv.
Bonifazio II duca di Toscana governava tal
provincia fino dall'anno 823, come sembra dai
suoi diplomi. Avuto ordine da Luigi il Buono
di difendere la Corsica contro le invasioni dei
saraceni, fece nell' 828 uno sbarco tra Utica e
Cartagine, onde gl'infedeli provassero \\\ parte il
terrore che essi portavano sovente sulle terre dei
cristiani. Contribuì nell"834 a riporre in liberta
1" imperatrice, Giuditta che Lotario teneva pri-
gioniera a Tortona, ed essendosi in tal guisa at-
tirato Todio di esso imperatore.fu obbligato a ri-
tirarsi in Francia presso Luigi il Buono. Non ab-
biamo prove eh* in seguito sia stato mai ristabi-
lito nel suo governo, ma esistono alcuni diplomi
di suo tìglio Adalberto I,che regnava in Toscana
neir84;. D. u. iv.
B >\n \zio III dura di Toscana, figlio del mar-
chese Teodaldo, portò anch' esso fino all'anno
1004 il titolo di marchese. Egli governava allora
Mantova, e fu uno dei primi a dichiararsi con
Enrico II contro Arduino: allorché questi due
competitori si disputavano il regno d'Italia a rag-
gio,Can ossa e Ferrate obbediva rio a tali marchesi,
mala Toscana non fu assoggettala a Bonifazio
300 B O N.
Ili che nel 1027, dopo la morte di Ranieri mar-
chese di. quella provincia. Bonifazio ebbe due mo-
gli di cui la seconda Beatrice fu madre delia fa-
mosa contessa Matilde.Egli venne ucciso nel io5a
con frecce avvelenate in un bosco tra Mantova
e Cremona: i suoi assassini non furono scoperti.
Egli lasciò dal suo secondo matrimonio tre tìgli
in tenera età, Federico, Beatrice e Matilde. I due
tìgli essendo morti tre anni dopo, Ma tilde raccolse
ella sola Timmenso suo retaggio. B. u. Ep. iv.
Bonifazio VI di nazione toscano fu creato pon-
tefice nel S()6,e non più che i5 giorni sedè nei
ponlificato,essendo morto dopo non molto tempo.
La brevità del suo regno fe'sì che nulla lasciasse
degno di memoria, onde non per altri riguardi
vien posto nei numero degli uomini illustri, se
non perche fu legittimamente eletto pontefice
dopo Formoso, e per tale pronunziato e ricono-
sciuto, l-r. iv.
BoMNSEGNi Piero scrisse un „ Trattato delle
storie fiorentine libri 4, Firenze i58o „. C~n. v.
Bosinsegni Domenico scrisse le „ Storie della
città di Firenze dall'anno i4 >o al i^6o„ nei tempi
medesimi che accaddero, arricchite di postille ec,
con una tavola delle famiglie e casati di Firenze
menzionate in dette storie, Firenze i63;. Morì
nel i4/5. B-s. v.
Boxo maestro architetto figlio di Bonaccollo
come risulta dai documenti estratti dall'archivio
dell'opera di s. Iacopo di Pistoia, e da una iscri-
zione che leggesi nella tribuna di S. M. >~uova
in Pistoia da lui edificata, dov'è notalo eh' egli
B O K. o n I
operava nel 1266, e dalla facciala della chiesa di
s. Salvatore nella quale si Jegge ch'ei la fece nel
1270. C-c. Ep. v.
Bossi Giovati Patti sta cardinale per ordine
di Paolo V, fu in tanta reputazione e in tal cre-
dito in Roma, che nessun grave affare senza il di
lui parere concludevasi. Fu dottissimo nelle leggi,
e molte importanti liti diffusamente e con erudi-
ta eleganza determinò e sciolse. Sono di suo alle
stampe alcune „ Lettere latine „. Era figlio di Do-
menico senatore e segretario del Granduca, e di
Costanza Vettori. Fu di tale intendimento che
il Granduca Io elesse arbitro a terminare coi
ministri di Clemente VII i confini tra i due stati,
e per premio fu fatto spnatore. Da Enrico IV fu no-
minato vescovo di Bixerre,e ciò segui a petizione
di Tommaso suo zio nel 1598. Condusse poi nel
1G10 il matrimonio' fra Enrico IV re di Francia e
Maria de'Medici: battezzò Gastone di Francia nel
1608, e nel 1611 a petizione del re fu creato car-
dinale. Morì nel 1621, lasciando molti consulti e
decisioni ras. C-n. vi.
Bovsi Lelio nobile fiorentino cavaliere del-
l'ordine di s. Stefano nacque verso Tanno i532.
Studiò le amene ledere per diletto e la legge per
obbedienza dei genitori. Eletto socio dell'accade-
mia Fiorentina recitò lezioni sì pregevoli che fu-
rono stampate. In Pisa studiò il diritto civile e
canonico, e nel i558 fu addottorato. Tornato a
Firenze godè il favore dei granduchi Francesco e
Ferdinando de'Medici, e fu gran cancelliere dello
online di s. Stefano. Mori in patria, ma non si sa
St. Tose. Tom. 12. 29
3o2 B O N.
quando. Ecco le sue principali opere „ Tratlalo
della cometa „} „ Sermone pel Venerdì Santo,
Firenze i5Go „•, „Lezione sopra'un passo di Dante
sulla Fortuna, canto VII dell'inferno „} Cinque
delle sue „ Lezioni,, sono slate stampale nella rac-
colta intitolata Prose fiorentine. Si trovano inol-
tre parecchie sue poesie in molte raccolte. Si può
giudicare del suo talento da cinque sonetti, di
cui ognuno è in seguito ad una delle sue cinque
lezioni. Ve ne ha 14 indiritti a Benedetto Varchi
nella raccolta dei sonetti di tale poeta. B. u.
Ep. vi.
Bonucci Anton Maria nacque in A.rezzo men-
tre decorreva la seconda metà del XVII secolo,
e terminò la sua laboriosa carriera Tanno 1728.
Fino da giovane animato da religioso zelo vestì
l'abito della compagnia di Gesù, e desioso di cat-
tolici allori dimorò per molti anni in America ed al
Brasile, propalando dovunque e propugnando la
fede di Cristo, sia per potenti detti, sia con i tan-
ti scritti che lo resero famigerato e grande anche
in mezzo a popoli non credenti nel vangelo. Que-
sto è quanto possiamo dire della vita di luì. Ma
là dove i fatti parlano sì altamente, rendonsi inu-
tili le parole, sicché a farlo conoscere noi accen-
neremo alcune delle sue opere „ Ephemerides
Christi Eucharisticae, Roma 1700 „ „ La corona
caduta,'ovvero Gesù nel sepolcro ec. Roma 1704,,;
„ Vindiciae aequissimi decreti Alexandre Vili
et adversas 3i propositiones in eo damnatas,
Roma 1704 w*,,j Compendio delle grazie fatte da s,
Pio V ai gesuiti 5 Roma 1713 „. „ Analogia coele~
bob. 3o3
stis sublimiores Cordis Deum quaerentis af-
fectusfix erario dwinae paginae, ac sanctorum
patruum intermeditandum deprompti, Sanctis-
simae ac individuile trinitati sacri ,„ con una
quantità grande di „ Panegirici, storie e vite di
santi ed altre operette ascetiche. T-p. Ep. vr.
Borgarucci Borgaruccio senese , emendò e
riaccomodò la somma dell'arte del notaio,intitola-
ta „ Summa notar iatus Orlandinì Ridulphini,
Venezia i584 ^ e fece ristampare i segreti del
Falloppio, Venezia 1 579^ nei quali vi è di suo la
prefazione* trasportò ancora dal latino in volgare
]a Vita di Noferi Zonnabini da Cotignola, cano-
nico regolare di s. Salv. scritta da Carlo Sigonio,
famoso professore di umane lettere} volgarizzò
ancora un'opera spirituale del p. Don Tommaso
Malleolo da Jiempis , canonico regolare, nella
quale si contengono diversi , Trattati, Venezia
i56S} aggiunse molte voci colla loro spiegazione
e significazione, correggendo il dizionario latino
d'Ambrogio Calepino, colTaggiunta di Paolo 3Ian-
nucci, Venezia i54*. C-n. v, vi.
Borghesi Diomede senese, poeta ed oratore,
fu gentiluomo del Granduca, accademico Intro-
nato e lettore di toscana favella nello studio pub-
blico di Siena. Scrisse una „ Orazione da lui me-
desimo recitata nel principio della sua lettura
Tanno i58c), Siena i58<)„. „ Alcune Rime divise
in sei parti „ la prima è in data di Padova del
i566, e P altra è del i5a5; „ Orazione intorno
agli onori e pregi della poesìa e della eloquenza,
Siena lògG^^Rirne aniorose,Padovai585ww^ Let-
3o4 BOA.
tere, Padova 1578 „, olire molte allrc composizioni
poetiche, e prosaiche di minor conto, fi-s. Ep.xu
Borghesi Glo. Batta, fu esperissimo nel ma-
neggio delle armi, e bravissimo della sua persona,
essendo tradizione che da diciotto in venti volte
si condusse a duello tornandosene sempre vitto-
rioso. Fu. essendo giovanetto, armato pubblica-
mente cavaliere Tanno i4o5 nella senese Metro-
politana dopo la solennità della messa dalla mae-
stà cristianissima di Carlo Vili re di Francia, che
vittorioso tornava dall'impresa di Napoli. Capeg-
giò Giovan Battista con gran bravura, e seguitò
la fazione oovesca contro la popolare, quale più
volte battè, e totalmente distrutta l'avrebbe, se
nella novità del i53i gli altri capi ùVnoYeschr
fossero concorsi al suo consiglio, d^mniazzare i
capi della fazione contraria, che senza difficoltà sa-
rebbe succeduto in congiuntura che i capi contrari
erano tutti insieme e con poche armi. Ma Fran-
cesco Petrueci capo novesco non volle acconsen-
tire, onde il Borghesi vedendo tanta renitenza
nei compagni, si partì dalla patria e venne alla sua
carica di capitano della guardia -cT Alessandro I
duca di Firenze, quale con gran fedeltà servì
mentre che visse:, ed oltre alla difesa di Volterra,
che si legge nel Guicciardini, e della città di Ro-
ma, si legge nella vita di papa Paolo V che aven-
do la santità di papa Paolo III armata gente y e
mandatala sotto il comando del nipote Ottavio
duca di Parma, accompagnato dai cardinale Ales-
sandro fama se parimente suo nipote con titolo
di legato apostolico, in aiuto di Carlo. V impera*
E o r. 3o5
tore che guerreggiava col duca di Sassonia e con
il Lengravio dWssia. Gio. Battista passò anctfegli
in Germania col titolo di colonnello: ove pel suo
militar valore fu fatto degno da quella invitta
maestà d' esser fatto suo consigliere di guerra,
contando in voce ed in squittino nel consiglio mi-
litare sopra le correnti turbolenze. U-r.Ep.\, vi.
Borghesi Marcantonio senese giureconsulto
degno d'btlime qualità, di molta virtù e di som-
ma bontà dotato, che per fuggire le sedizioni del-
la patria tumultuante fra le disunioni e discordie,
lasciato con intrepidezza solita degli animi grandi
il patrio suolo a Roma trasportossi, ove cono-
sciuto il suo merito, e la sagagità di suo ingegno,
non solamente fu da otto pontefici in altri affari
adoprato*, ma avvocato concistoriale chiamalo, on-
de il Bargagli meritamente, Inter Avvocato? rotti.
curine facile primus Paddimandava, del quale
può ragionevolmente dirsi eh1 ei fosse un altro
IVletello, che da 4 lìgi» essendo portato all'avello,
fu detto che questa sorte di morire era troppo fe-
lice, e che era anzi un rinascere. Ebbe Marc'An-
tonio 4 "gli- Fu di genio cosi sincero e schietto,
che richiesto da Filippo II re di Spagna, il qua-
le del valor di sua penna aveva avuta notizia ,
acciò scrivesse a suo favore per la successione
del regno di Portogallo, rispose, che la maggior
parte di ragione che la maestà sua ci avesse, sa-
rebbe se l'occupasse colle armi. C-n. v.
IJor.'.m.si Borghese fu dottor di legge famo-
sissimo, e facondo quanti mai nel dire: ma valse
ancora assaissimo nei maneggi civili e militari.
*9*
3u6 BOB.
colle quali virtù si abilitò ad ogni impiego. Fu
lettore di leggi per trentaquattro anni nella u-
niversilà di Siena e ad esso non solamente i
suoi cittadini ma tutta T Italia concorreva per
aver consigli: e tuttociò che proponeva nel ge-
neral consiglio si vinceva, come possono attestare
i cittadini del mont e dei riformatore quali Tanno
i/fSo furono dal senato per consiglio di Borghese
privali del pubblico reggimento, e con tutti i loro
discendenti ammoniti in perpetuo. Fu di più per
i pubblici interessi oratore residente in Roma ap-
presso papa Pio II negli ultimi anni del suo pon-
1 incalo: commissario generale dell'esercito senese,
ed unite le armi col duca di Calabria capitano ge-
nerale del re di Napoli in Toscana, e col conte di
Urbino generale delle armi papaline, combattè va-
lorosamente le genti fiorentine, alle quali tolse
Colle di Val d'Elsa, ed altri luoghi del loro domi-
nio, e poi li sconfisse con gloriosa vittoria sul
Poggio Imperiale vicino a Poggibonsi, ove Bor-
ghesi per allegrezza di rotta tanto segnalata , fu
pubblicamente armalo cavaliere dal duca di Cala-
bria, la qual dignità fu poi confermata con pub-
blico decreto dalla repubblica senese, che lo di-
chiarò padre della patria, coniando medaglie in
suo onore. Nell'anno 1^90 mancò il Borghesi som-
mamente amato e venerato dalla città e stato se-
n e se. V-r. Ep. v .
Borghesi Fra Antonio^ nobile senese monaco
olivelano fiorì al tempo di s. Bernardino da Siena:
fu vago di storia e d'antichità, per cui lasciò ai po-
steri l'isteria della religione olivetona, citata dal-
b o n* òoy
l'abate Carpenterie) nella vita del B. Bernardo To-
loniei. U-r, Ep. v.
Borghini Maria Selvaggia nacque in Pisa da
nobile stirpe, e nell'età di undici anni scriveva
elegantemente in latino, attese alla lingua greco-,
e dal celebre Alessandro Marchetti apprese le
matematiche e la filosofia. S^nlrodusse nelle scien-
ze sacre sotlo la direzione di Francesco Maria
Poggi Servita. A questi aggiunse i piacevoli studi
della poesia latina ed italiana con tal successorie
i! famoso Francesco Redi scrivendo al Filicah
gli dice,esser egli il Pindaro e Selvaggia Borghini
la Saffo di quei tempi; rilevandosi frattanto che
ei sottoponeva alla di lei censura le poetiche sue
composizioni. I più celebri scrittori di quei tem-
pi mI testano coi loro elogi del singolare merito di
quella donna immortale. Ella fu aggregata alle
più illustri accademiche l'erudito editore della
traduzione toscana delle opere di Tertulliano
fatta dalla nostra Borghin», biasima gli accademici
della Crusca per non avere ammessa la Borghini
fra loro. Morì di anni 76 nel 1 73 1 . R-r. vi.
BoRt.iiiM Caterina, nipote di Maria, tra gli
Arcadi Erato Dionea, si fece tanto innanzi nella
lingua latina da scrivere elegie nell'Oro di Tibullo.
È lode di Maria Selvaggia l'averla allevata. T-p.
vi, vu.
BoRr;nm Raffaello Gorentino fiorì verso la
metà del secolo XVI. È autore di poesie liriche,
che si leggono in alcune collezioni di rimatori di
questo medesimo secolo e inoltre «li 3 commedie,
una delle quali in versi.ll lavoro però ohe ha min-
3o8 B 0 R.
dato alla posterità il suo nome con onore,è l'ope-
ra che a lui piacque di nominare il „ Riposo,,. Narra
egli in quest'opera che Bernardo Vecchietti con-
dusse ad uua sua villa alcuni cavalieri con qual-
che distinto artista, e ve li trattenne per più gior-
ni, e fu di loro sollievo il trattenersi in ragiona-
menti sulle belle arti. Il Borghini compilò la
narrazione di tali ragionamenti nella sua opera
del Riposo, cioè prodotti dalla tranquillità e dal
sollazzo della vita campestre. Incidentemente poi
s1 introduce ancora qualche tema appertenente
alla poesia, ad erudizione, a filosofia, a politica, e
ciò a fine di ricreare la uniformità del dominante
argomento. Il Bottari chiama l'opera di cui par-
liamo, degna di commendarsi con eterne lodi,poi-
chèil Borghini venne in essa a spiegare le avver-
tenze, le considerazioni, gli ammaestramenti più
utili della pittura e della scultura e delle altre
arti analoghe,di cui egli era intelligentissimo^ed ha
ciò fatto con tal facondia, e con tale eloquenza,
con un dire cotanto forbito e terso, che dall'au-
rea vena del suo parlare vengono i beali fonti
della toscana favella arricchiti. C-r. Ep. vf.
Borghini Vincenzo monaco di san Benedetto
d^ingeguo veramente inarrivabile, perocché con
felicità grande le sue operazioni tirava al desialo
fine} sì nelle sacre, come nelle profane lettere
dottissimo, e per la bontà dei costumi esemplare.
Fu tenuto in tale stima, da Pier Vettori e Benedetto
Varchi dal nominarlo nelle opere loro,e le di lui di-
spute e ragionamenti non «sdegnarono di raccon-
tare. Scrisse alcune vite di pittori, delle quali fece
B o r. 309
dono a Giorgio Vasari. Leggonsi di suoi,, Discor-
si parte I, e II Firenze i585 „, ne' quali delle
chiese, vescovi toscani, delle famiglie e d'altre
materie favellasi. Trovausi per altro di suo molti
ms. come alcune note sopra la lingua toscana,
„ Memorie e notizie di antichità diverse ,,5,, Delle
famiglie nobili fiorentine con le respettrve armi
ed imprese „. C-n. Ep. v, vi.
Borgiotti Benedetto carmelitano fiorentino
scrisse „ Panegirici sacri „. Fu reggente e teologo
del Carmine di Firenze ove sono stampali i suoi
panegirici nei 1662. e sono in numero di tredici.
JS-s. vi.
Borgo Flaminio ( dal ) giureconsulto eisto-
rico pisano nacque nell'ottobre del 1706 da no-
bile patrizia famiglia. Fu professore nella pisana
università, e con assidua cura si dette allo studio
dell'istoria, che lo rese noto al pubblico e caro alla
patria. Dette un primo saggio della sua eccellen-
za in quel laborioso e difficile studio, pubblicando
le „ Notizie storiche della città di Volterra, Pisa
i;58„. Pubblicò pure le „ Dissertazioni sulla storia
pisana, contenente l'origine della decadenza della
repubblica,,; e nel 1760 la „ Raccolta discelli di-
plomi pisani,', ed una „ Dissertazione sulla origine
della università di Pisa „. Era cavaliere ili santo
Stefano, e gran tesoriere dell'ordine medesimo,
prescelto a tesser,, L'elogio del definito imperatore
Francesco I„, che pubblicò in Pisa nel 1765. Mo-
ri lina Unente nell'età di (\z anni nel marzo del
17GB. D. 11. vi, vii.
Uor\',o'..M\\ Intonio nacque in Siena nel 17^3
3 io b o n.
ed ebbe a maestro nelle belle lettere il dottor Fran-
cesco Corretti ecclesiastico pieno di merito. An-
tonio profittò degP insegnamenti di sì degno pre-
cettore, ma nel più bello de'suoi studi quel suo
maestro morì. Antonio offerse sulla di lui tomba
una sua letteraria primizia, che fu uiVelegìa la-
tina „ In funere Francisci Corretti „.Det tesi per-
tanto il Borgognini allo studio delle scienze natu-
rali in patria, e si occupò della teoria della luce.
Nel 1774 pubblicò la,, Teorìa del fuoco „ elisegli
ridusse in versile ornò di figure interessantissime.
Questo primo lavoro Io animò a scrivere su varie
altre materie. Il suo poemetto „ Sulla utilità delle
mode,, è pieno di dottrina filosofica. Scrisse „ Lo
elogio deirestinto Baldassarre, e lo pubblicò,di che
ebbe querele con monsignore Fabbroni fino dal
1787 che scrisse la „ Vita del Baldassarri „ egli
pure, e posela tra gli elogi degli uomini illustri
italiani. Innumerabili sono i sonetti ed altre com-
posizioni che egli ha fatto in diverse occasioni di
feste sacre e profane della città di Siena. Oltre
al merito intrinseco, che queste aver potevano,
la maniera colla quale sapeva egli recitarle, dava
loro maggior grazia. Egli aveva l'amicizia di molte
persone letterate. Il Borgognini morì nel novem-
bre del 1 810. Molti scritti avea lasciati che pe-
rirono . Abbiamo per altro tutt' ora alle stam-
pe, oltre le nominate opere, „ Orazione in
morte di Maria Teresa imperatrice dei romani,
recitata nelPaccademia degP Intronati di Siena.
„ Lettera ai signori giornalisti di Pisa , Siena
1798. „ Lettera ad un amico in replica alla ri-
B O R. 3 1 1
sposta fatta dai delti giornalisti di Pisa alla sua
lettera precedente, Siena 1798 „. T-p. Ep. vii.
Borno Battista aretino, pittore scolare e imi-
tatore di Guglielmo di Marsiglia nel dipingere
vetri. Lavorò per più cospicue basiliche dello sta-
to iìorentino, e fiorì con credito e stima. Viveva
circa gli anni r54o. 0~r. v, vi.
Borro Girolamo aretino, fu guida e duce de-
gli studi del cardinal Giovan Salviati , e scrisse
„ Flusso e reflusso del mare, e delf inondazione
del Nilo, Firenze 1577 „•, „ De Motu gravium et
levium^ Firenze 1576. B-s. v, vi.
Borromei Gio, Borromeo fu il primo che
comparisca in questa famiglia, il quale, costret-
to a ritirarsi da s. Miniato al Tedesco sua patria,
si refugiò con tutta la sua casa in Milano ove per
sempre volle fermarsi, benché sotto il patrocinio
ili Galeazzo II, e Bernabò Visconti signori di Mi-
lano fossero state restituite dagl'invasori alla sua
r.asa in gran parte quelle ricche signorie da essa
possedute: poi con lettere speciali di Gio. Galeaz-
zo Visconti fu aggregato tra i cittadini milanesi.
lìl-r.
Boschi Prete Francesco, nato in Firenze lo
anno 1619, stando sotto la direzione di Matteo
Rosselli suo zio materno si applicò con altri suoi
fratelli alla pittura, nella quale fece moltissimi
avanzamenti non tanto nel colorilo, come anche
nel disegno, sicché venuto in credilo di maestro
operò varie cose a richiesta dei cittadini e dei
forestieri. Fattosi lilialmente prete visse con esem-
pio di virtù cristiana, e può credersi che da indi
"Ò 12 B O S.
in poi come inteso a (ine migliore, piuttosto peg-
giorasse che migliorasse nell'arte, benché nei 24
anni che visse in questa santa vocazione facesse
poscia opere di molta considerazione. Essendo
arrivato agli anni 56 di sua età, e sempre operan-
do per zelo di Dio e per utile del prossimo,lasciò
questo mondo pieno del suo buon nome. O-r
Ep. vi.
Boschi Fabhrizio fiorentino imparò dal cav.
Passionano: negli anni 18 comparve in pubblico
con opere lodatissime: contevan queste con tocco
galante e brioso colpi franchi e spediti/ perfetta
disposizione di figure ed erudita invenzione. Sopra
muri e tele introdusse copiose storie, e molte più
ne avrebbe fatte se distratto dalle continue villeg-
giature non avesse indebolito quello spirito vi-
vace, che quasi si rese inabile in età avanzata a
somministrargli i più ordinari pensieri pittorica
\isse 72 anni e nel 16/} 2 morì. B-l. vi.
Boscoli Andi'ea nacque in Firenze nel 1 553
di nobile stirpe. Si esercitò nel disegno sotto San-
ti di Tito.e si rese abile a delineare con sorpren-
dente facilità ed intelligenza qualunque storia
nell'atto stesso in cui da alcuno venivagli det-
tata. La sua maniera di disegnare molto incontrò
in generale, e grandemente piacque a Cristofano
Allori, che volle colorire alcune invenzioni det
Boscoli. Fu esso nella pittura pratico imitatore
del suo maestro, dipingendo molto per illustri
personaggi. Fra i diversi collaboratori dello Zuc-
cheri nella pittura della cupola del Duomo di Fi-
renze trovasi \ndrea Boscoli. Morì egli in Firenze
b o s. 3 1 3
circa al 1606, lasciando gran copia di disegni in
allora valutali gran prezzo, de'quali parecchi ne
conserva la R. Galleria proveniente dalla colle-
zione del cardinal Leopoldo defedici. li. g. d. F-
Ep. vi.
Bosgoli Tommaso nacque in Setlignano, e
servì in qualità di architetto militare Cosimo I
de\>Iediei nella guerra di Siena. Terminata questa
fa mandato a Montepulciano per dirigere i restau-
ri da farsi alla fortezza. Era frattanto incomincia-
ta la fabhrica della chiesa delia Madonna di s.
Magio, e Antonio da s. Gallo che ne aveva dato
il disegno ne affidò l'esecuzione al Boscoli, il qua-
le, terminato con molta sua gloria il lavoro, fu a-
scritto a questa cittadinanza, ed acquistale case
e possessioni fissò in quella città la sua dimora.
P-r. v, vi.
Boscoli Giovanni , scultore ed architetto fi-
glio di Tommaso, fu dal padre ammaestrato nel-
la scultura e nell*1 architettura . Da giovanetto
molli anni lavorò di stucchi in compagnia de!
Vasari, che dipingeva nel palazzo del duca Co-
simo. Il duca Ottavio di Parma lo chiamò su-
bito dopo al suo servizio in qualità d'ingegne-
re. La bella macchina per la quale V acqui di
una fonte dei regi giardini era del continuo ele-
vata alla cima altissima del palazzo, e alcuni di-
segni di fortificazioni che reputati furono sorpren-
denti, resero illustre il nome di Giovanni, non
tanto in Parma quanto in lontani paesi: cosicché
il duca Alfonso di Ferrara lo chiamò nel 1 583
a dar dfetoglii di fontane e di foitilizzi, e Pimpe-
Sl. Tose. Tom. 12. 30
3i4 BOX.
ralore lo voleva al suo servizio. Ma Giovanni pre-
ferendo ai generosi stipendi l'amorevolezza del
duca suo padrone, si trattenne in Panna fino al
termine dei suoi giorni. P-r. Ep. v, vi.
Bottahi Giovanni scrisse delle „ antichità
romane dei tempi della repubblica e dei* primi
imperatori disegnate ed 'incise da Giarnbatista
Phanesi architetto veneziano, e dallo stesso de-
dicate air ili. e rev. monsignor Giovanni Bottari
cappellano segreto di N.S.Benedetto XlV,uno dei
custodi della Biblioteca vaticana, e canonico di
santa Maria in Trastevere, Roma 1748 „; „ Pit-
ture e sculture sacre estralte dai cimiteri di Bo-
ma sotterranea, ed ora nuovamente date in luce
colle spiegazioni per ordine di N. S. Clemente
X1T, Roma 1737 „. Pubblicò ancora vari classici
italiani che fan te&io di lingua, come lo Sperelli o
di croce del Cavalca, il Fior di virtù, e corredò di
moltissime „ Note „. Scrisse una „ Oratio habita
in romano archi gìmnasio. Roma 1732,,:,, Obser-
\>atio Ectipsis lunaris Romae habita die 1 de-
cembris 1732, „; „ Elogio del dottor Giuseppe
del Passa ,.} „ Delle lodi di Cosimo III granduca
di Toscana , orazione recitala nell' accademia
della Crusca Tanno 1724 £ &*** vi.
Botti Rinaldo fiorentino fu uno. dei migliori
scolari di Iacopo Chiavistelli , il quale con soda
intelligenza dipinse V architettura come ha fatto
in varie case, palazzi, chiese ed altrove assieme
con Lorenzo del Moro suo congiunto e [vittore
di frutti, fiori, animali e figure: ambedue in que-
st'arte furono continuamente a.Joprati. Giuseppe
B O T. JID
Tonelli fiorentino nato nel 1668 fu altro Segnò
scolare del Chiavistelli, che d'anni uà fu'poi man-
dato a Bologna al serenissimo gran principe Fer-
dinando di Toscana , acciocchì1 vedesse le opere
dei bolognesi frescanti, e specialmente quelle dei
famoso Tommaso Aldobrandino Ritornato in pa-
tria, per le reverende monache di santa Maria a
Candeli dipinse la volta della loro chiesa con va-
rie architetture , V anticamera del piano terreno
del senerissimo gran principe suddetto , un bel
soffitto nel palazzo del duca Salviati ed in altri
luoghi. Benedetto Fortini parimente seguì la scuo-
la del Chiavistelli, e oltre il dipingere di buon gu-
sto a fresco di architettura, fu slimabile nei fiori
e frutti, l'uso di dipingere i quali apprese da Bar-
tolommeo Bimbi con cui slette alcun tempo. Un
suo fratello per nome Giovacchino fu scultore di
qualche slima, e due stalue e bassirilievi di mar-
mo di sua mano sono nella chiesa di s. Filippo
Neri di Firenze. O-r. Ep. \i.
Botticelli Sandro. Ved. Filipepi Alessan-
dro.
Bourbon del Monte Ranieri. Questi è il pri-
mo che si vede apparire nell'istoria di questa il-
lustre casata . Sappiamo solo di Ranieri che fu
duca e marchese della Toscana dal 1014 al «027,
senza esser noto però da chi provenisse} solo si
congettura dei Ji lui antecessori, che Ugo mar-
chese di Toscana, di (ferente dall'altro Ugo il gran-
de, fu avo di Ranieri, e nel <jf>o fondò 1' abbazia
di santa Maria a l'etroio sulle pendici orientali
dei monti cortonesi uello stalo pontificio. Il ve-
Si 6 b o r.
dello ia carica sì elevata in queste epoche.fa sup-
porre, che avesse abbracciato il partito d'Arrigo
contro Arduino marchese d1 Iorea : ma nel 1026
allorquando Corrado il Salico pretese di succedere
ad Arrigo, lo vediamo tra i più zelanti oppositori
al giogo tedesco , ed impugnar le armi per impe-
dire il passaggio per la Toscana a Corrado, che
voleva recarsi a Roma per prendervi la corona
imperiale. Difese Lucca inutilmente nel 1027, né
più si ha notizia di lui, e nel 1028 Bonifazio pa-
dre della contessa Matilde era il marchese della
Toscana. Aveva castello in Arezzo, estese proprie-
tà in Val di Chiana, e nel Valdarno aretino, ca-
stelli e giurisdizioni nella Valle superiore del Te-
vere. in Cortona, Città di Castello, Perugia e nei
loro contadi. Da esso stipite in tante diramazioni
discendono i marchesi di Petrellà, che stanno in
Cortona, i marchesi di Sorbello residenti in Pe-
rugia, è le quattro case che assunsero il titolo di
marchesi del Monte santa Maria, una delle quali
fa soggiorno in Ancona , una seconda in città
di Castello, e le altre due in Firenze , le quali
ultime han prodotti i seguenti uomini celebri .
L-t. Ep. ìv.
Bourbon del Monte Ghino , ovvero Ugolino,
ancor giovinetto seguì V imperatore Enrico VII
nel 1S12 alla guerra contro i fiorentini : ordina-
riamente è chiamato marchese di Civitella, e sog-
giornava in Cortona, allora città libera , attesa
una convenzione fatta tra quella repubblica , e
Bigone e Corrado avi di Ghino , in forza della
quale si obbligavano di prender domicilio in quel-
B O U. 017
la città. Fu egli che trovandosi in una conversa-
zione, in compagnia di Ranieri Casali, da un suo
famigliare fece dare a quest'ultimo una guanciata,
in tempo che divertivasi al giuoco degli scacchi
con una tal Margherita conlessa della Magna a-
mante di esso Casali, uomo popolare. Costui per
allora dissimulò, ma trovò ben presto il modo di
accusare gli ottimati di congiura contro il regime
popolare che esisteva allora in Cortona. Gli otti-
mati furono espulsi , ed in tale occasione dovè
Ghino abbandonare Cortona, della quale divenne
signore il Casali, dovendo così ad uno schiaffo la
sua prima fortuna. Ghino dovenlò potestà di Luc-
ca nel i333. Nel i335 era alleato con i perugini,
e li comandò nelPimpresa contro Città di Castel-
lo, ove rimise i Guelfucci guelfi, che non molto
prima erano stati cacciati daTarlati ghibelIini.lVel
i344 era capitano di guerra in Todi. In Città di
Castello furono pubblicati terribili bandi contro
di esso, per aver fatto omaggio di Civitella ai pe-
rugini , ed averne loro presentato il pallio . Fu
guelfo e ghibellino a vicenda , e per dispetto al
figlio che aveva fatto omaggio di Civitella a Città
di Castello, egli la vendè ai perugini. Sorpreso in
questa rocca fu messo in prigione, e mentre il
figlio io destinava a lenta morte in una gabbia
di ferro, dicesi che gli riuscisse a salvarsi colla
fuga. L-t. Ep. v.
I»oi iìi-.mn del Monte Bartolommco^ del ramo
dei marchesi del Monte santa Maria in Firenze ,
essendo condottiero d1 armi servi i fiorentini
negli ultimi giorni di loro libertà, dopo di che
3o*
3 1 8 b o u.
andò presso i duchi d'Urbino che lo nominarono
castellano in Camerino. Nel i53a era alla guerra
d* Ungheria, e nel 1 534 alla morte di Clemente
Y1I Irovavasi in Roma al presidio di Borga. Elet-
to Paolo III si pose ai servigi della casa Farnese
ed andato in Germania col duca Ottavio alla guer-
ra contro i protestanti fu ferito, e rimase prigio-
ne in Ingolstadt. Ritornato in Italia Paolo III lo
nominò castellano di Perugia, e poco dopo il duca
Ottavio Farnese lo chiamò ad esercitare quella
carica in Parma. Combattè nella famosa guerra
che nel i55i Ottavio protetto dal re Enrico II
di Francia sostenne contro Carlo V e Giulio III,
ed in quella occasione fece prigione Camillo fi»
glio del celebre Baldassarre Castighimi , il che
produsse un affare d'onore tra i due gentiluomini,
che pubblicarono molti manifesti; mail tutto finì
colla tragica fine di Troiano Longone di Bre-
scia, che indotto dal Castiglioni, in nome di Bar-
tolommeo , aveva scritta una lettera a Ferrante
Gonzaga generale delle armi imperiali, offrendogli
di metterlo al possesso di Parma. Nel i55{ andò
a combattere per Paolo IV nella guerra contro
Filippo , e gravemente ferito nei contorni di
Roma fatto prigione fu tradotto a Napoli , ma si
riscattò a denaro. Fatto vecchio passò al servizio
dei granduchi di Toscana, che lo nominarono ca-
pitano delle armi in Pistoia, quindi in Orbetello,
ed il granduca Francesco I nel i5?4 1° ascrisse
coi discendenti marchesi legittimi alla cittadi-
nanza fiorentina. Morì al Monte santa Maria nel
i588. L-t. Ep. v, vi.
BOI). 0 19
Bourbon del Monte Giambattista, anch'esso
del ramo di Firenze, nacque nell'aprile del i54»,
e fu militare di gran nome. Allievo dei primi ca-
pitani dei suoi giorni, e pel suo gran merito' ven-
ne chiamalo Battistone . Aveva ih anni quando
nel 1 554 volle seguir Chiappino Vitelli suo zio
alla guerra di Siena. Fatto capitano di una com-
pagnia di cavalli al servizio di Spagna, andò alle
guerre di Lombardia contro i francesi, e ad ogni
tratto è nominato per le sue prodezze. Ma aman-
do un più vasto campo di gì oria andò in Spagna
per essere impiegato nelle guerre d^Affrica. Nel
i563 si trovò ai fatti d'Orano, nel i564 a quei di
Mazalguivir, poi all' impresa del Pignone, e nel
1 565 comandando cinque compagnie di fanti an-
dò alla liberazione di Malta assediata dai turchi,
luogo ov' era accorsa tutta la nobiltà italiana .
Comandò 200 cavalieri pel re Carlo IX nella
guerra delle Fiandre contro gli spagnuoli. Sedici
anni combattè nelle Fiandre, ove governò piazze,
comandò fatti d'arme, riportò ferite, ed ove ebbe
l'onore con una segnalata vittoria di liberar Gio-
vanni d'Austria assediato in INamur. Guadagnan-
do sul campo di battaglia di mano in mano i gradi
nella milizia \ era stato nominalo luogotenente
generale della cavalleria di tutte le nazioni, ma
nel i582 nato dissapore cogli spagnuoli che non
volevano soggiacere ad un italiano, rinunzio al
posto che copriva. Fu eletto dai veneziani capi-
tano generale delle loro fanterìe, coli* ispezione
«li tutte lo fortezze si in Levante che in terra fer-
mi. Il granduca Ferdinando I gli donò in feudo
020 B O U.
Pian Castagnaio nel 1601 , ove egli eresse un
magnifico palazzo con ameni giardini , ricchi di
statue e di ornamenti. Morì in Padova nel 1614.
L-t. ' Ep. vi.
Bourbon del Monte Francesco nacque nel
1559. A ao anni ricevette il comando di 3oo fanti
da Gregorio XIII, e fu spedito in Avignone con-
tro gli Ugonotti. Andò nel i58a alla guerra delle
Fiandre ove stette io anni a combattere, coman-
dando una compagnia di 100 lance cedutagli dal
fratello Giambattista. Dopo essersi segnalato in
quella guerra piena di fatti, prese servizio presso
il granduca di Toscana, che nel 1594 lo spedì in.
soccorso dell'arciduca Mattias contro i turchi. Si
fece nome distinto a Gavarrino e fu eletto del
consiglio di guerra. Fu pure adoprato in diverse
ambascerìe a Clemente Vili e Paolo Y, e fu an-
che generale di fanterìa in Toscana. Morì in Pian
Castagnaio nel itìaa. L-t. vi.
Bourbon del Monte Giambattista Filippo na-
to nel aprile 1707 studiò in Pisa,ed era destinato
alla prelatura, ma volle andare in vece ai servigi
della casa d'Austria.Nel 17^0 fu fatto cornetta in
un reggimento di corazze, e diventò capitano nel
1733. Impiegato nelle guerre d'Italia si ritrovò nel
1734 alla battaglia di Parma, e rimase ferito al
passaggio della Secchia. Ritornato in Toscana fu
nominato colonnello del reggimento di corazze,
e comandante la cavallerìa del granducato: fu pu-
re eletto cavaliere di santo Stefano, presidente
delle milizie toscane, governatore della Lunigia-
na, governatore civile e militare della città,porto
B R A. 02,1
e giurisdizione di Livorno, ove prese a cuore le
pubbliche scuole per l'educazione delle fanciulle,
che in gran parte debbono a lui la slabilità di queU
la istituzione. Nel 1767 fu eletto tenente genera-
Je, e consigliere di stato e di guerra, e per dritto
di etàdivenuto reggente del marchesato delIVIon-
te santa Diaria. Morì in Livorno nel 1780 nella
carica di tenente maresciallo,e fu lodalissimo per
la sua esemplare pietà. Z-A Ep. ti, vii.
Bracali Giulia pistoiese illustre poetessa le
cui „ Rime „ leggonsi raccolte da Lodovico Do»
menichi insieme con quelle della celebre poetessa
Cornelia Brazzini. Fiorì dopo V anno 1539. F-r.
v, vi.
Bracci Agostino antiquario, fiorentino di pri-
mo ordine, nacque in Firenze nel 1717. Sarebbe
egli più celebre di quello che non è, se avesse
sapulo condonare a Giovanni Winkelmann alcu-
ne equivoche espressioni cadutegli dalla penna
contro di lui. Pubblicò la „ Descrizione di un Cli-
peo votivo spettante alla famiglia Aldaburia, tro-
vatone! 1769 presso Orbetello, Lucca 1771 „-„Me-
morie degli antichi incisori che scolpirono i loro
nomi in gemme e cammei ec, Firenze 1784 „. Si
accingeva egli a scrivere opere gigantesche, come
dice il ÌVIazzucchelli, ma senza dare alla luce al-
cun' altra di esse si lasciò sorprendere dalla
età senile, e cessò di vivere d'anni 76 nel 1793.
Fu egli ascritto alla società reale antiquaria di
Londra, e ad altre accademie e letterari consessi,
e furono coniate in suo onore tre medaglie. T-p
tip, vi, vii,
oli b a a.
Buacci Rinaldo Marìa^ letterato, nacque in
Firenze nel 1710 ed abbracciò la vita ecclesia-
stica. Ebbe delle dispule col canonico Anton Ma-
ria Biscioni per questioni letterarie . In un opu-
scolo dal Biscioni pubblicato col titolo di Parere
sopra la seconda edizione dei Canti carnasciale-
schi, è trattato il Bracci di presuntuoso, ignorante
e calunniatore* ma questi rese al Biscioni pan per
focaccia nella risposta intitolataci primi due dia-
loghi di Decio Laberio in risposta e confutazione,
Lugano 1750,,. Sì fatale alla quiete dell'autore riu-
scì questa mordace risposta, che si trovò costret-
to ad abbandonare la patria, e vivere ramingo,
ora in Modena, 01 a in Roma*, né tornò in Firenze
che per morirvi di crepacuore nell'aprile del 1757.
É stato benemerito il Bracci della pubblicazione
delle novelle di Giovanni fiorentino fatta colla
data di Milano i554« In Lucca De* '74° s* pub-
blicarono poi postume le sue inedite note alle
satire di Benedetto Menzini nella edizione di Na-
poli 1765, e scrive il Mazzucchelli cbe lavorò an-
che intorno alle novelle di Franco Sacchetti il-
lustrando le persone in esse nominate. Del suo
valore in questo genere di erudizione avea dato*
prova nell'assistenza prestata a Domenico Maria
Manni per la compilazione della sua storia del
Decamerone impressa in Firenze nel 174^. T-p.
Ep. vi, vu.
Bracci Alessandro fu poeta e nelle tre lingue
erudito*, segretario della repubblica fiorentina 5
amico di Marsilio Ficino. Tradusse dal greco Ap-
piano Alessandrino,Roma i5oa5Firenze i538,Ve-
B R A. 3:*3
nezia ^ 563, cioè dopo la sua morte. Tradusse dal
latino la storia di Lucrezia e d'Eurialo scritta da
Enea Silvio Piccolomini, poi papa ec, nella qua-
le v'è di suo il „ Proemio „, Fir. i499- Fiorì nel
1490. Era parente del Fiorenzuola. 11 Ficino gli
scrisse "alcune lettere, ed in alcune lo nomina
come fa il Mini, nei Discorsi della nobiltà di Fi-
renze. Morì in Roma. B-s. Ep. v.
Bracciolini Poggio, detto anche Poggio fio-
/'ercft'/zo.pei'cbè nato a Terranuova nel contado «I i
Arezzo, fu poi ascritto alla cittadinanza fioren-
tina . Scrisse con somma dol trina ed eleganza
una quantità d'opere di vario genere. Fu di som-
ma utilità alle lettere per le sue ricerche e ritro-
vamenti di molti scritti di antichi autori. Nato
nel i38o si portò a Firenze nell'età di 18 anni e
vi studio la lingua latina, greca ed ebraica, senza
trascurar lo studio della italiana. Portatosi a Ro-
ma fu fatto scrittore delle lettere apostoliche. Fu
spedito al concilio di Costanza nel i4»4n e di la
passò in Inghilterra ed altrove forse in compa-
gnia di qualche cardinale , Tornato a R orna si
ammogliò nel i435 con la fanciulla Vaggia Bon-
delmonti, e n'ebbe cinque maschi ed una fem-
mina, e prosegui ad essere segretario di cinque
pontefici. Morto Carlo aretino cancelliere e se-
gretario della repubblica fiorentina ne fu occupato
il post* dal Poggio benché vecchio. Nel 14^5 fu
ancora del supremo magistrato dei priori di li-
lx'ita. e colino di gloria uscì di vita nell'ottobre
del 1459 e sepolto nella chiesa di s. Croce. Fu
moralmente assai virtuoso, come rilevasi dotte
*
32/f B R A.
sue lettere. La vita campestre lo dilettava mol-
tissimo, ma ovunque si trovasse non l'abbando-
nava l'amore dello studio. Oscuran peraltro i mo-
rali suoi pregi l'aver lasciata un'opera intitolata
„ Facezie „ e l'essersi nei suoi scritti troppo fie-
ramente riscaldato contro alcuni suoi nemici.
Quella è peraltro piuttosto una raccolta di motti
pronunziali da diversi nel brio della conversazio-
ne, che un complesso di cose dette e pensate in
calma dal Poggio, ed è probabile che quanto v*è
di licenzioso, vi sia stato inserito da chi cerca
un infame guadagno con offendere la verecondia
eia probità, contenti di piacer solo ai malvagi ed
ai libertini. Le cinque declamazioni che scrisse il
Bracciolini se le trasse addosso il Valla per aver
censurato con odio grammaticale un volume di
sue lettere. Era pertanto ancora unreslodi bar-
barie l'impolitezza colla quale i letterali di quei
tempi si trattavano scambievolmente. E. d, u. i.
Ep. v.
Bracciolini Poggio Iacopo., figlio di Poggio
fiorentino d'ugual cognome ed erede del di lui
talento, lece un'infelice fine, essendo stato appic-
cato in Firenze nell'anno ì^yS come reo d'esse-
re stato a parte nella congiura de'Pazzi.Si hanno
di lui, la Versione italiana della storia fiorentina
lasciata in latino da suo padre. La vita di Giro
che il suo genitore avea posta in latino Firenze
;5i 1: ; „ Alcune vite d' imperatori romani „*, un
„ Commentario sul trionfo della fama del Petrar-
ca „„ La vita di Filippo Scolano» ed alcuni al-
tri opuscoli. D. s. v.
*
b a a. 3a5
Bracciolini delle Api Francesco nato in Pi-
stoia nel i5fi6, abbracciò di ^o anni Io stato ec-
clesiastico. Fu al servizio del cardinale, poi papa,
Barberini e del di lui fratello. Morto il pontefice
tornò iu patria dove nel 1645 nell'età d'anni 80
chiuse i suoi giorni. Lasciò egli al pubblico diver-
se poesie, che tutte per qualche distinta parlicola-
ri'.à meritano d'essere annoverate. „ Lo scherno
degli Dei „ poema piacevole stampalo insieme col-
la „ Fillide civellina„e col„Batino „ dello stesso
autore, Firenze 16 18, 162,5. In questo poema eroi-
co-comico che ha dell'originale si pongono inge-
gnosamente in ridicolo le divinità del paganesimo.
Il merito si giudica molto inferiore a quel della
Secchia rapita del Tassoni. „ L'elezione di Urbano
Vili poema in 2.3 canti „ di cui il pontefice fu si
pago che volle ricompensare il poeta, conceden-
dogli d'inserire nelle sue armi gentilizie le Ire api
dei Barberini, e di prender da esse il sopranno-
me,col quale di fatti si nomina} tenue premio, ma
forse adattato al merito del poeta. „ La croce ria-
cquistata poema eroico iti i5 libri, Venezia 16 it
e 1614 ,*, a cui da alcuni si da il terzo luogo ira t
poemi italiani, vale a dire il primo dopo l'Ariosto e
il Tasso, benché per altro il Bracciolini stia molti
passi più addietro a quei due luminari.,, L'amoroso
sdegno, Venezia 1^97, 1601 „ favola pastorale che
viene annoverata Ira le migliori che si vedessero
iu quella eia. Scrisse inclusive alcune tragedie,
tra le quali „ L' Evandro. Firenze 16 13 „ e varie
„ Posie liriche e bernesche „ nelle quali però fu
meli felice che negli altri componimenti, e non
Si. Tose. Tom. 12. 31
3a6 b r a.
poco risentono dei difetti di quel secolo. La na-
tura Io aveva dotato di una piacevolezza di ta-
lento singolarissima. Amava il divertimento pur-
ché non importasse dispendio, menlr'era tenacis-
simo del denaro. Passava molte ore del giorno
sulla bottega «Timo spezziate, ove colle sue lepi-
dezze adescava i suoi concittadini, che gli faceari
sempre numerosa corona. B. u. Ep. vi.
Braccioli da Stia trovossi nel i5$7 col capi-
tano Niccolò Strozzi ali'' assedio del castello di
Seslino, dove si condusse da valoroso, come Io
Ammirato ci attesta. Durò più di due ore la bat-
taglia, e già di fuori era caduto morto lo Strozzi.
Il Bracciola da Stia con altri sei più valorosi vi
era stalo ferito. C. /. e. v.
Brami Luigi nacque in Santa Sofia, e fu con-
dotto da fanciullo in Bibbiena presso alcuni suoi
parenti, ove ebbe i rudimenti del latino tino
alla retlorica. Di sedici anni passò a Città di Ca-
stello per avanzarsi negli studi. Indi fu chiamato
rettore in quel collegio e seminario} e quantun-
que da monsignor Spiiidione Berioli arcivescovo
di Urbino fosse invitato, e da altri, si rimase ret-
tore. Dopo tante sue fatiche scolastiche durate
22. anni, passò a Panicale, dove fu paroco ed arci-
prete circa 9 anni. Ito a Roma ebbe speranza di
premi, ma i frutti non rispondendo ai fiori, gli
bisognò contentarsi di venire a Chiusi arciprete
di quella cattedrale. Quivi morì nel novembre del
1 817. L'accademia di Città di Castello celebrò nel
tSiS un accademia di poesia e di musica a suo
onore , e fece porre nella sala accademica un
ERA. 32,7
cenolafio con iscrizioni latine, dove olire il valore
del Brami, non solo nell'italiana, ma eziandio nel-
la lingua latina, si tocca la larghezza di lui verso
i poveri , si commendano ancora , fra le altre
sue cose, non so che inni elegantemente da lui
dettati. T-p. Ep. vii.
Brancazi Panfilo montepulcianese, eccellente
nella scienza dei numeri. Dopo avere in patria
coperti vari impieghi si trasferì in Venezia, ove
aprì una scuola assai accreditata. Costà aven-
do inventato di stampare i camhi, ottenne privi-
legio per sé e suoi discendenti in perpetuo. P-r. v.
Brandito. Ved. Carosi da Petroio.
Brandolim /Jo^ae/Zo fiorenti no, fu famoso nel-
l'arte oratoria, istorica e poetica, a talché chiamato
in presenza del re Ferdinando II di Napoli nel 142.5
fece un bellissimo panegirico in sua lode, e dopo
lo rivolse in versi, sehben fosse cieco dalla sua
natività, onde il re gridò Magnus orator, sum-
mus poeta. B. u. v.
Brvndoliju Aurelio detto Lippo per essere
slato fino dalla sua natività quasi cieco. Dopo
avere in Firenze sua patria letto le umane lettere
passò ad insegnarle in Buda e a Stringonia chia-
matovi dal re Mnttia,dopo la morte del quale tor-
nato in Firenze vestissi agostiniano in s. Spirito.
Mori nel i4o0 'n R°ma« Abbiamo di lui molte
opere, delle quali son da vedere le Dissertazioni
Vossiane del Zeno Tom. a. D. u. v.
Bresciym Benedetto nacque in Firenze Pan-
no i658,e fu ammaestrato nelle lettere greche e
latine. Si dilettò anche della poesia, ma il prima-
32 S BRI.
rio suo studio furono le matematiche, neNe qua-
li divenne eccellente* imparò pure la musica, la*
medicina e Panatomi a, ed ascritto nelP accade-
mia della Crusca, onde dar compimento al vo-
cabolario, visi adoprò con molto studio e<l osser-
vazioni. Fu presidente delP accademia degli Apa-
tisti.ed in ambedue recitò erudite dissertazioni.Fu
precettore di Gio. Gastone, col quale viaggiò in
Germania, dove lungamente si trattenne e s'insi-
nuò nella grazia ed amicizia dei principi ed uo-
mini dolti . Dalla Germania, ove acquistata ave-
va notizia di molte lingue, si restituì col suo prin-
cipe in Firenze, ed essendo in quel tempo morto
Antonio Magliabechi, fu creato bibliotecario del-
la Bib. Palatina. Fu egli familiare degli uomini i
più dotti del suo secolo, e dagli amici per i suoi
meriti fu decorato ài una medaglia di bronzo.
Morì Tanno ijfio.edebbe sepoltura in san Fredia-
no. Lasciò MS. molte opere, che non hanno mai
goduto il vantaggio della stampa. L*m. Ep. vk
Brigantini Fra Girolamo, o secondo altri
Giuliano da Colle, eremitano debordine di ^Ago-
stino uomo per la sottigliezza d'ingegno e per la
perizia delta scienza assai cospicuo nella sua reli-
gione. Compito il consueto corso degli studi fu
fatto reggente dello studio di Pisa, e quindi di
Rimini, di Perugia, di Firenze e sue cessi va niente
di Bologna e di Padova. Si acquistò somma cre-
dilo di eccellente predicatore nei primi pulpiti di
Italia, e predicando in Venezia, quei senatori con
pubblico decreto, gli fecero un donativo di 5o me-
daglie d'oro colPimpronta della di lui effigie- e
B R O. 0*19
stemma gentilizio. Mentre era reggente di Pado-
Ta corresse e pubblicò colle stampe "UEorameron
di Egidio Colonna. poi cardinale chiamato il dot-
t or e fondati ss imo dell'ordine agostiniano, della
quaTopera per la lunghezza del tempo, ( essendo
vissuto il detto Egidio nel secolo XIII) se n'era
quasi perduta la memoria. Pubblicò del pari un
Trattato „ De ce rtit udine gratiae Dei, et sa-
lutis nostrae „ nel quale con sottigliezza GIoso-
fica avendo discussa la materia. non potette scan-
sare la condanna e proibizione di farne lettura, e fu
inserito nell'indice dei libri proscritti dal sacro
concilio di Trento^ di poi pubblicato con bolla di
Pio IV nel 24 manco i56/{. Chiamato da Padova
a Roma dai suoi superiori, mai volle né emendare,
né rittrattare tal'opera, e ristretto nelle carceri
dell' inquisizione verso il i55i viveva in quelle
custodito. Ep. v, vi.
Brocchi Giuseppe Maria, nato in Firenze
nell' anno 1687, fu ecclesiastico ed ottenne nel
1716 il primato di santa Maria degli Olmi presso
Borgo s. Lorenzo. Fu nel 172^ rettore del semi-
nario. Era protonotario apostolico, e membro del-
la società Colombaria. Morì nel giugno del hjSi.
Abbiamo di lui molte opere conformi al suo stato
in latino „ Principii generali di teologia morale ,,5
un „ Trattato sulla occasione prossima del pecca-
to, sulle recidive in italiano „. „ Le costituzioni del
seminario fiorentino „, ed un rilevante numero di
„ Vite di santi ,v Esiste altresì un'opera che può es-
ser utile per la storia e la topografìa d'una pro-
vincia della Toscana: ella è intitolata ,, Descrizio-
33o b ti o.
ne della provincia del Mugello conia carta to-
pografica del medesimo,aggiuntavi un'antica cro-
nica della nobile famiglia da Lutiano illustrata
con annotazioni, Firenze 1748 n. Ld famiglia dei
Lutiani, uno dei rami dello stipite degli antichi
TJbaldini di Firenze erasi spenta allora^ Pultima
erede di tal nome aveva legato al Brocchi per te-
stamento nel 1726 il palazzo di Lutiano, antica
abitazione di quella famiglia, e situata nel mezzo
della provincia del Mugello: da ciò proviene la sua
parzialità per tal provincia, e per una famiglia che
vi aveva fiorilo altre volte. La cronaca che segue
la descrizione della provincia fu cominciata nel
i366 da un Lorenzo da Lutiano che morì nel 1408
in età di 93 anni, e la continuò fino alla di lui mor-
te. Ella contiene molti fai ti particolari ad esso ed
alla sua famiglia, ma anche molt'altri che posson
servire per la storia della provincia.il Brocchi vi
aggiunse „ Spiegazioni e note „. B. u. Ep. vi.
Bronzino Angiolo nato in Firenze nel i5io
dipinse in principio alla Certosa,lavorando a buon
fresco, e eli là passò a fare altre opere per le chie-
se e case di Firenze, e specialmente nei conventi.
Sentita inalzare la di lui abilità Guidobaldoduca
d'Urbino lo inviò a Pesaro a dipingere per suo
conto, e intanto fece i ritratti del duca e della
figlia. Il Poutorrao lo richiamò a Firenze perchè
gli fosse d'aiuto nei molti lavori che avea fra ma-
no. Molto dipinse nella circostanza delle nozze
di Cosimo I con Eleonora di Toledo, e molto an-
cora per ornare il palazzo Vecchio. Portatosi in
queste opere da valentissimo professore gli ordì-
B R o. 33 1
nò Cosimo che proseguisse perla sala deMugento
i cartoni degli arazzi di seta e d'oro, due de1quali
avean fatti il Pontormo ed uno il Salviati, ed egli
ne disegnò altri quattordici, con somma perfezio-
ne e buon gusto, servendosi nelTeseguire la mag-
gior parte di essi di Raffaello del Colle che si fe-
ce in ciò grande onore. Più chiara fama si acqui-
stò Bronzino nella famosa tavola, dov'è Cristo di-
sceso al Limbo per liberarne i santi padri: tavola
situata per lo innanzi in santa Croce, ora nella R.
Galleria di Firenze. Moltissimi furono i quadri che
dipinse d^ogni grandezza, e spesso v* introduceva
de'ritratli di persone viventi al suo tempo. Altri
molti ritratti fece in quadretti isolati, e in pic-
cola dimenzi me, fra i quali vi son quei di tutta
la famiglia "Vledici. Portatosi egli anche a Pisa fece
la pure alcuni ritratti ordinatigli dal duca e da
diversi particolari, pei quali eseguì pure tavole
ila altare. Anche pel duca Cosimo fece in Pisa
due tavole da altare: né debbonsi passare sotto
silenzio due bellissime veneri con cupido che le
bacia: una dipinta per Alamanno Salviati, l'altra
pel «luca Cosimo. Non terminerebbe sì presto il
nostro discorso, qualora volessimo rammentare
1 quadri e ritratti che vedonsi di sua mano, e qui
in Firenze e altrove. La esattezza e bontà del di-
segno, la vivace armonia del colorilo, la copiosa
facilità nelTinventare, la diligenza infinita, la per-
fetta intcl!igeri/.a nel chiaroscuro, col quale dava
rilievo di grande alle sue ligure, la grazia (fella
mnw. li som ma [ ni/.ia nel formare i nudi, sono
i principali caratteri della grandiosa maniera del
33a b r o.
nostro pillor fiorentino, che però le opere di lui
fanno luminosa comparsa, quando anche pongansi
in paragone colle più perfette degli artetici prin-
cipali. Compose „ Rime eroiche „, e talvolta ber-
nesche. Fiorì nel i5?o. S. d?u. i. Ep. v, vi.
Bronzino Alessandro. Fedi Allori Alessan-
dro.
Bronzino Cristofano. Fedi Allori Cristo/a-
no.
Brucioli Antonio , dotto nelle lingue e di
grande ingegno, ma con poco senno, mischiò nelle
sue opere le cose sacre colle profane, per cui fu-
ron dal concilio di Trento condannate. Visse cir-
ca il i55o,e dal tribunale della santa inquisizione
punito,ed il suo cadavere arso pubblicamente. Di
esso vi son più libri di dialoghi filosofici e teo-
logici stampati inVenezia e sono „ Della naturale
filosofia umana,Venezia i538„.„ Dialoghi teologici
in num. di 20, Venezia i52o/, „ Di filosofia naturale
in num. di 25. „ „ Dialoghi della metafisicale filo-
sofia, Venezia i54J> „}„ Dialoghi faceti, i53o „.
Fece una traduzione della Sfera del sacro bosco,
Venezia i^Z . Leggesi di suo una „ Lettera M
nelle prediche del Savonarola tradotta dal Gian-
notti, Venezia ib^\. „ Annotazioni sopra i pro-
verbi di Salomone, Venezia i533 „, „ Otto dia-
loghi dell' ufizio di un capitano capo di eser-
cito „, tradotti in francese dal Poitiers i55i.
„ Del governo dell'ottimo principe e capitano di
esercito ,„ in lingua latina. „ Nuovo commento in
tutte le celesti e divine lettere di s. Paolo ch'è il
tomo 6 dei libri della vecchia e nuova Scrittura,
Venezia i524w Commentò la maggior parte della
sacra Scrittura in lingua toscana, Venezia i544 »•
Molte altre opere manoscritte si notano a noi]
non pervenute: tradusse Cicerone ed altri clas-
sici latini e greci. Commentò il Boccaccio nelle
novelle: molto scrisse e tradusse della Bibbia con
suoi commenti. Da varie sue opere deducono che
egli vivesse con sentimenti d'ottimo cattolico,ma
in miserabile stato, di maniera che la povertà gli
impediva i suoi sludi, ma poi ebbe soccorso dalla
magnanimità di Alfonso. B-s. Ep. v, vi.
Brunacci Vincenzo nacque in Firenze nel
1762. Apprese le belle lettere e filosofia in patria,
ed in principio del secolo XIX venne a professa- j
re le maltematiche nella università di Pavia. Pub-
blicò nel 1806 gli «Elementi d'algebra e di geome-
tria „. che furono ristampati la seconda volta uel
1809. Eransi dimenticati ormai quei della illustre
Gaetana Agnesi, ed ancora non erano conosciuti
quei della di La-Caille, di cui quei del Brunacci
erano una semplice traduzione. Ogni restante di
quanto fece il Brunacci , essendo eseguito al
di là della nostra uliiuia epoca ed in paese stra-
niero, così ci rispaunieremo di ragionarne. C-r.
vir.
Brukellesciii Filippo fiorentino, sebben dal-
la natura portasse mostruosità di corpo, Io dotò
per altro di tanta eccellenza di spirito che fu va-
levole a far risorgere ii disegno, la prospettiva,
la geometria, la scultura e l'architettura da gran
tempo nella sua città sepolte. Con grillo univer-
sale esercitò Farle del gioielliere e dell'orologiaio^
Si. Tose. Tom. 12. 32
334 B n L*
poi unito con Donatello alla scultura , andò a
Roma dove studiò assai su quegli antichi mar-
mi. Ritornato alla patria, mai più dagli anti-
chi uomini in qua fu veduto uomo di maggior
pratica di questo nei disegni dei palagi, nei tem-
pli, nelle torri, nei monasteri, nelle fortezze,
nelle macchine e negli argini dei fiumi. La sola
cupola di Firenze dà prova bastante di quanto fos-
se abile .nell'arie edificatoria. A. tante scienze unì
l'amorevolezza con gli scolari, la familiarità con
lutti, e la carità verso i poverelli, i quali amara-
mente lo piansero Fanno i44^ quando compiuti
i 69 anni cessò di vivere. F-s. Ep. v.
Brunelli Girolamo gesuita, nato a Siena nel
j55o, insegnò nel collegio romano le lingue gle-
na ed ebraica, e vi tradusse in latino tre omelie
di s. Gio. Grisostomo,che si trovano nel tomo VI
dell'edizione d'Anversa 1614. Ha lasciato altre-
sì una edizione greca degl'inni di Sinesio, Roma
1609 »•' Morì nel febbraio del 161 3. B. u. vi.
Rruselli Santi pistoiese, scolare di Giovan-
noneZeti, scolpì molti bei crocifissi in avorio e le-
gno che trovanti nelle case pistoiesi. Raccontano
che un tal Iacopo Sozzi di Pupilio, viperaio, aven-
dogli richiesto un crocifisso in avorio, egli Io la-
vorò con tal maestrìa, che fu consigliato da molti,
ed anche ragguardevoli personaggi, di regalarlo al
Granduca di Toscana, e intagliarne un secondo
per Iacopo. Fattone questi consapevole, ricorse
al Granduca per ottenere il crocifisso, dicendo,
che il Brunetti l'aveva lavorato di sua commis-
sione e per suo conto. Il Granduca ordinò la re-
. B R u. &35
stituzione, ma divulgatosi il fatto per la corte, lo
scultore ne concepì tal dispiacere, che per qual-
che tempo divenne quasi meleusQ. Scolpì anche
in marmo, come si vede nei due busti dei Forte-
guerri nella chiesa del Letto. Fu detto il poetino
forse per l'estro poetico di cui fu dotato dalla na-
tura . Morì circa il 1670. Ep* vi.
Brunetti Orazio di Siena intagliò a bulino
dal Poraerancio un frontespizio^dove sono alquan-
ti putti che tengono in mano uno svolazzo ov' è
scritto Regiis Anglieae -Ducibus Vithyrambus^
con sotto Parme del cardiual Bandirli decorata di
putti. Da Francesco Rustici detto il Rustichino
incise una santa Agnese. Un s. Sebastiano a cui
alcune femmine tolgono le frecce. Incise pure uno
scudo per tesi ove con varie allegorie rappresen-
tò Tarme della famiglia Borghesi} e con altro scu-
do per tesi mostrò allegoricamente Tarme della
R. .casa Medici. Intagliò il Figliol Prodigo allorché
ridotto mendico da un pastore è dichiarato guar-
diano de^suoi porci} così molte altre lodevoli rap-
presentanze, fra le quali alcuni paesaggi. G. g.
vi.
Bnr-M Leonardo aretino oscuramente nato
nel 1369. Nella sua adolescenza, quando i fran-
cesi presero Arezzo, fu tratto in prigione, ove per
caso veduto il ritratto del Petrarca si pose in ani-
mo d'imitarlo. Passò poi a Firenze a studiar la-
lino e greco, ai quali studi ferventemente si af-
fé zio nò. Di la trasferissi a Roma dove cercar for-
tuna, e fu dal papa impiegato per suo segretaria
Nei torbidi popolari che infestavano Roma in
336 b r u.
que'tempi a stento potette esserne salvo, e di-
venne quindi compagno del papa nella precipitosa
fuga a Viterbo,e di là fu spedito a cercar soccorsi
a favore del pontefice. Pianse la morte di Coluc-
ciò Salutati che gli era stato maestro e protettore.
3\Iorto Innocenzo VII se ne servì nello stesso
uffizio Gregorio XII, Alessandro V, e Giovanni
XXII, e con quest'ultimo fu nel i4»4 a^ concilio
di Costanza; ma poi l'abbandonò per passare a
Firenze, ove pacificamente attendere agli ameni
studi, ed intanto accasarsi. I fiorentini ne conob-
bero il merito e lo fecero segretario della repub-
blica Tanno 14^7} nella qual carica proseguì fin-
ché visse. Egli mise le sue cognizioni d'ogni ge-
nere a benefizio dei fiorentini,e ne lasciò conside-
rabili monumenti, come può vedersi nel catalogo
delle sue opere presso il Mazzucchelli ed altri
biografi. Di lui abbiamo altresì molte versioni di
classici greci e vari trattati di politica, di morale,
di letteratura, di erudizione: ma le più repu-
tate e pregevoli sono le di lui opere istoriche.
Kato egli ed educato nel secolo XIV serbar po-
tette in parte nelle sue prose toscane quel-
la grazia e quella nitidezza che in Italia fioriva
ai tempi suoi giovanili , e che smarrissi negli
scrittori che vennero dopo di lui. Fu destinato a
splendide ambascerie ed ai più cospicui magi-
strati della repubblica, inclusive al gonfaloniera-
to. Mancò di vita in Firenze nel i444 in efà di 74
anni, lasciando grandi ricchezze. Molte» delle sue
opere sono state date alle slampe. Le principali
sono: I tre libri della >, Guerra punica 53 presi
B R TI. 3^7
quasi intieramente da Polibio, i537; „ La storia
dell'antica Grecia favolosa e di Roma col titolo,
d'Aquila volante, Venezia i543 „,' „ De bello ita-
lico adversus Gothos gesto libri quatuor. ì^yo „
e tradotto dal Petroni, Venezia i528 „ ffistoria-
rum Jlorentinarum libri duodecim, atrgentina
16 io,,} tradotti da Donato Acciaioli,Venezia ì^yG.
Traduzioni Ialine di alcune vite di Plutarco, dei
Politici e degli Eco nomici d'Aristotile „ De stu-
diis et literis i64a„y „ Epistola?. Firenze 1 74 ! w
Quest'ullim'opera è assai stimata sì per Io stile
che per le varie importanti notizie circa la storia
di que'tempi. ]>Ia troppo lungo sarebbe l'annove-
rare tutte le allre di lui traduzioni dal greco, ora-
zioni ed altri opuscoli. Aggiungeremo per altro
la notizia della di lui opera intitolata „ De Mili-
tia liber singularis, 1764 w. Dicon pertanto che
tutte le sue opere sono scritte con nettezza e
facilità, ma che la sua dicitura non ha gran nervo,
e il suo latino non è sempre puro. B. u.C-r.Ep.s .
Bruno di Giovanni Qorentino amico indispen-
sabile di Nello e di Buffalmacco ( triumvirato del-
le facezie che fletter tanto da scrivere al Boccac-
cio ) fu della scuola d'Andrea Tali. Ebbe strano
umore in capo di far parlare le figure, scrivendo
fuori della loro bocca quel tanto che intendeva do-
vessero esprimere. Fu ascritto nella compagnia
dei pittori fiorentini Tanno i53o. /?-/, v, vi.
Bruscoli s/rcangelo, dell'ordine de'Servi di
Maria fiorentino, fin dalla prima età dette chiari
segni di quanto era da aspettarsi dalla sua pro-
bità ed industria. Di anni 2,3 attese alla predica-
3 2*
3 38 b u e.
zione in Napoli, in Firenze, ed in altre parti di
Italia, sempre con lode e sapienza grande, e con
concorso innumerevole di ascoltanti, tra i quali
noverar si deve Francesco Panicarola, che da'suoi
discorsi commosso abbracciò la religione gesuita.
Predicò pure in Roma nel tempio di san Pietro,
alla presenza dei cardinali e delTistesso Pio V.
Si rese chiaro il suo nome per tutta Italia ed
altrove ancora per le predicazioni, così che non
eravi città ove non fossero impresse le vestigia
del suo sapere, adempite per tanto le aposto-
liche sue missioni, e tornato in Firenze nel 62
anno di sua età, passò all'altra vita. Lasciò scritte
molte „PredicheM ed altre opere, che quasi tutte
conservami MS. B. u. Ep. vi, vii.
Bucelli Pietro di Montepulciano letterato ed
antiquario di molto nome. É stato uno dei primi
che raccogliesse antichità etrusche, e ne formasse
un'assai rinomata collezione, conosciuta presso
gli autori sotto il nome di „ Museo Bucelliano ,,.
Morì nel settembre del 1754. P~r. vi.
Buffilmacco, il cui vero 'nome è Buonamico
di Gristofano fiorentino,viveva nel i35i, e fu sco-
lare del Tafi. Restano di lui alcune pitture a fre-
sco in Arezzo ed in Pisa. Le meglio conservate so-
no in Campo santo, ov'è un Dio Padre alto 5 brac-
cia. Poco seppe il disegno, e nelle figure seguì al-
tra regola che la sveltezza dei giotteschi, uè alle
sue teste seppe dar bellezza e varietà sufficienti,
ma nei volti virilrdelle robusta fisonomia ed alle
mosse naturalezza, e gaio nei vestimenti. Visse
78 anni, e morì nel 1340. Ebbe per suoi coni-
BUG. 33()
pagni nell'arte Nello di Dino e Bruno, i quali deg-
giono il nome loro al Boccaccio, che ne favella
nel suo Decamerone alia Giornata 8. F-s. L-z,
Bp. v.
Bugiardini Giuliano fiorentino nato intorno
al 1481, fu scolare di Bertoldo scultore nel giar-
dino di Lorenzo defedici dove contrasse amici-
zia inlima con MichelangioloBonarroti, col quale
e col Granarci seguitò a studiare la pittura nella
scuola di Domenico Ghirlandaio. Divenuto e-
sperto nelP arte passò a lavorare in Gualfonda
con Mariotto Albertinelli, ed allora terminò una
tavola lasciata da fra Bartolommeo, com'era suo
costume solamente disegnata ed ombrata,e la co-
lori con somma sua lode. Da M. Palla Rucellai
gli fu ordinata una tavola col martirio di santa
Caterina, che terminò coll'aiuto di Michelangiolo
e del Tribolo. Tra le opere che fecero onore al
valente artefice si debbono collocare i drappello-
ni datigli a fare da Bernardo e Palla Rucellai nel-
la morte del suo genitore Cosimo il vecchio. Non
poca riputazione si acquistò ancora coi ritraiti
fatti a diversi personaggi di quel tempo. Né sola-
mente in Firenze fece conoscere la sua rara abi-
lità, ma ancora in Bologna. Terminati questi ed
altri lavori fece ritorno in Firenze, dove si ridus-
se assai povero., perchè essendo egli già avanzato
in età, non trovava chi gli commettesse lavori di
conseguenza. Dopo le sue lodevoli fatiche passò
Giuliano agli eterni riposi Tanno 1 556 in età di
timi 75. Merita egli d'esser consiilerato tra i pi Ci
eccellenti pittavi, giacché quantunque fosse mol-
3^0 BUG.
to lungo nell'operare, fu sicuro e franco nel di-
segno, esperto nel colorire, e diligentissimo nel
dar compimento alle sue pitture. E, d* u. t
Ep. v, vi.
Bugiardini Agostino fiorentino, conosciuto
anche col nome di Ubaldini fiorentino discepolo
di Gio. Caccini, fiorì circa il 1600. Fece egli po-
chissimi lavori, poiché morì molto giovane per
uno strano accidente. Nella casa del pievano del-
Tlmpruneta ove recavasi il Bugiardini spesso a
diporto, gli fu fatta con buon intingolo mangiare
una gatta senza che potesse sospettamela dopo
il fatto venutane la beffa gli si sconvolse Io sto-
maco nel tornarsene a casa così fortemente, che
per gl'impeti del vomito crepatagli una vena nel
petto rimase vittima di questo scherzo con do-
lore di tutti. Sono sue opere, la Pietà con al-
cuni fanciulli , che vedesi nella grotta in te-
sta al cortile di palazzo Pitti} alcuni angeli ed il
ciborio di s. Spirito, che però risentono mollo
dello stile manierato e bizzarro che non aveva rite-
gno, e si andava diffondendo in tutto. C-c. vi.
Buglioni Francesco fiorentino domestico e
familiare di Leone X soggetto erudito, musico
soave, e scultore insigne: vedesi il suo deposito
in s. Onofrio di Roma col di lui ritratto in bassori-
lievo. Visse 58 anni, e morì nei i5ao. 0-r. v.
Buglioni Benedetto fu buon maestro nel for-
mare statue di terra, alle quali con un suo se-
greto dava una certa inverniciatura che resisteva
alle ingiurie del tempo, con che si acquistò credi-
to, ed a quel modo molle opere fece per Firenze
B U L. 34l
sua patria, e per altri luoghi. Fioriva circa Tanno
i5oo. F-s, Ep. v.
BuLGAam. Ved. Bolgarlni,
Bulgaro il cui solo nome forma l'elogio di
uno dei più dotti giureconsulti del secolo XII, di
uomo giusto, fermo nel suo proposito e degno
dei secoli più illuminati e felici. Pisa, Bologna e
Cremona contestarono il merito (Tessergli patria,
ma Pisa per la penna del Grandine riportò la pal-
ma$ Bologna ha però l'onore d'averlo annoverato
tra i suoi cittadini, e di custodirne le ceneri. Esi-
mio cultore di giurisprudenza che apprese da Ir-
nerio in Bologna, dopo la morte del maestro, fu
considerato il principal sostegno di quella scuo-
la, quando l'imperatore Federigo determinar vo-
lendo i dritti dell'impero fece adunare in Italia
nel 1 538 la gran dieta di Roncaglia, e scelse il
Bulgaro per uno dei principali consultori per so-
stener quella disputa. Intanto sebben contrario
in alcune cose air imperatore fu costituito vicario
imperiale in Bologna; impiego di somma impor-
tanza ed autorità nel governo delle principali cit-
tà della Lombardia. Egli fu che ridusse gli anti-
chi usi e consuetudini del popolo in leggi scritte.
La volgata divisione dei digesti fu da lui intro-
dotta ed apprestata per uso più como<lo e vantag-
gioso del corpo civile. Scrisse circa l'anno 1160
le „ Glosse „ che si trovano sparse per lo più fra
quelle dell'Accursio. Scrisse il commonto al tito-
lo dei digesti „ De Regulis juris „. Sopravvisse
a inditi suoi figli, e giunto all' età decrepita, più
non gli reggea la memoria e si mostrò rimbambì-
34a b u o.
to. La sua gloria si accrebbe dopo la morte, e le sue
virtù onorarono la patria e Tltalia. E.cPu.i.Ep.y.
Buonaccorsi. Fed. Bonaccorsi.
Buon aiuti Galilei Galileo filosofo e 'medico
ai suoi tempi reputato eccellentissimo, che per i
propri meriti e virtù fu dalla repubblica fiorentina
assunto al grado di magistrato supremo, usandosi
allora i priori e gonfalonieri inalzare per elezio-
ne e non per tratta, come si usò poi a quel grado
d^onorevolezza e superiorità. Scrisse alcune ope-
rette di medicina, ma per la trascuraggine degli
eredi o per essere state rapite, certo è che le o-
pere sue non si ritrovano. Nondimeno per non
defraudarlo della dovuta lode fu registrato tra gli,
altri scrittori. Fiorì circa Panno i33o. C-n. v.
Buonamicl Fed. Bonamlci.
Buon amico. Ved. Buffalmacco.
Buonaparte Iacopo gentiluomo toscano, na-
to al principio del secolo XV Ij dicesi per altro
senza prove esser stato testimone l'anno i&iy.
del sacco di Roma, dato dalle truppe del conte-
stabile di Borbone. Compose un,, Quadro storico
degli> avvenimenti sopravvenuti in tempo delPas-
sedio,, comparso in luce sotto il nome di Luigi
Guicciardini fratello dello storico di questo nome;,
ma che il celebre professore Adami di Pisa fece
ristampare col nome di Iacopo Buonaparte, sotto
la rubrica di Colonia, là dove fu realmente in To-
scana,! 756. Il racconto di un avvenimento dei più
memorabili rapporto al secolo XVI differisce in;
parecchi punti essenziali da quello dello storico;
Guicciardini. Allorquando l'adulazione cercava
BEO. 343
di trovare antenati di Napoleone, immaginò una
genealogia ben altro che provala, nella quale po-
se Iacopo Buonaparte sfigurando il' suo nome, e
fece ristampare la sua opera sotto quésto titolo.
Tableau Historlque des evenementes survenus
pendant de sac de Rome en i5jz transcrite du
manuscrlt. originai et imprimé pour la premie-
re j'ols a Cotogne en 1766 avèc un notlce histo-
rlque sur lafamille Bonaparte traduìtde V Ita-
li en par M , . . ( hamelln ) col testo a fronte
1809. Per effetto della slessa adulazione fu anche
posto nel numero degli antenati di Napoleone il
prof. Niccolò Buonaparte, nato alla stessa epoca a
S. Miniato, che nel i568 fece stampare a Firen-
ze una commedia faceta e di galantissimo tuono
intitolata ,. La vedova „. Ferdinando Bonaparte
patrizio fiorentino, nipote del professore fu lau-
reato in legge a Pisa nel 1712,6 si dette allo stu-
dio delle leggi civili e canoniche. Abbracciato da
lui lo stato ecclesiastico divenne proposto e sud-
diacono della chiesa di san Miniato, e morì nel
gennaio i;4^, lasciando alcune poesie latine, e
delle dissertazioni di teologia che rimasero ine-
dite. D'altronde il nome di Bonaparte era molto
sparso da più secoli in Italia sia a Treviso, sia in
Toscana, sia a Genova, e quanto è certo che la
famiglia di Napoleone discendeva dal ramo gen o-
vese, è altrettanto senza prova la sua discenden-
za dagli altri rami. P. u. Ep. v, vi.
Buonarroti. Ved. Bonarroti.
BiJONDELMONTi. Tred. Bnndelmontl.
Bloxdosi Buondono antichissimo patrizio se-
344 B u o.
nese fu il primo che nella nostra lingua scrivesse
i fatti dei senesi occorsi fino all'anno io43,intorno
al quale egli viveva. Fu trovata questa sua storia
nella libreria di Ricciardo Petroni cardinale di
santa chiesa, da Lodovico Petroni suo parente
^uomo assai erudito, onde n'uscirono molte copie,
ed il Tommasi afferma d'averne avuta una molto
autentica ed antica, della quale si è servito in
molte cose appartenenti alla sua storia di Siena.
E certamente almeno per la sua antichità si deve
molto stimare, e Paul ore altrettanto commendar-
si per aver fatto la strada agli altri cronisti, che
dopo di esse hanno lasciato noti nelle loro isto-
rie i fatti di Siena. U-r. Ep. iv, v.
BuoixriGLiuoLO Monaldi fiorentino, uno dei
sette beati fondatori dell'ordine de'Servi, fece di-
pingere l'immagine della SS. Nunziata nella cap-
pella di santa Maria in Cafaggio. allora ospizio
dell'ordine, ed ora convento e chiesa della SS.
Nunziata, e fu venl'anni dopo la fondazione di-
chiarato da Innocenzio IV generale dell'ordine.
In fine rinunziata a Buonagiunta questa dignità, e
ritiratosi a santa vita nel Monte senario, ivi mo-
rì Panno 1261. Ved. l'articolo, Sette beati fonda-
tori di quest'ordine. R-z. v.
Buojsikcontro Lorenzo nato nel febbraio del
i4i 1 a S. Miniato nella Toscana da illustre fami-
glia, fu matematico, astronomo e astrologo; col-
tivò pure la poesia e la storia. Non avea che 20
anni, allorché uno dei suoi zìi essendo stato se-
gretamente deputalo all'imperatore Sigismondo
ch'era in quel tempo in Italia, onde tentar di ot-
B U O. 345
tenere da esso che liberasse S. Miniato dall' au-
torità dei fiorenti ni. fu denunzialo e bandito. Buo-
nincontro fu esiliato, e tutti i suoi beni confiscati
egualmente che quei di suo zio e dei suoi com-
pat riotti che ebber parte in quel progetto. Si ritirò
da prima a Pisa, e prese in seguito servizio nelle
truppe di Francesco Sforza, il quale fu poi duca
di Milano: restò ferito alla battaglia di Montefia-
scone. Abbandonò allora il mestiere delle armi, e
passò alla corte del re Alfonso I, che gli permise
d'insegnare pubblicamente l'astronomia di Mani-
lio, ed ebbe gran numero di uditori, fra i quali
il Ponlano. Di là fu richiamato alla patria nel
i474 dai su0' concittadini, ed ivi pure proseguì
le sue lezioni sopra Manilio. Divenne in seguito
familiare di Costanzo Sforza signore di Pesaro,
presso cui rimase dal 1480 al 1489, epoca nella
quale andò a fermare stanza a Roma. Nulla v'ha
di certo sulla data della sua morte, ma pare che
morisse in uno dei primi due anni del secolo XVI.
Le principali sue opere sono » Commentarius in C.
Manllii astronomicnn^hoìo^na i484"* Spesso P°i
ristampato,, Tractatus astrologicus electionum,
Nuremberfj 1 539 *ì » Rerum naturalium et di-
vinanini Libri ac. Basilei i54o „ , opera ora
rarissima, la quale tratta di Dio, d<>gli angioli, dei
demoni, dei pianeti. de'Ioro movimenti, e delle
loro influenze. „ Descrizione di alcune eclissi ,,.
„ Fastorum liber I , Basilea i54o „: poema
scritto ad imitazione di quello d1 Oviilio} „ An-
nrdès ab anno i3(>o usque ad annuni i558 „ in-
seriti nel ventunesimo volume degli Scriptor> "
Si. Tose. Tom. 12. 33
346 BUG.
rum italicar.deì Muratori „ De rltu regnum nea-
politanorum „, opera pubblicata dal dottor Lami
sotto il titolo „ D'Historia sicula ^neMomi V, VI,
e Vili delle Deliciae eruditorum, Firenze t?3o
174°- ft u- Ep> v> VI-
BuoMNSEGNi Francesco fu poeta senese non
infecondo, anzi annoverato fra gli uomini illustri
dell'accademia di Venezia.Questo ingegno fecondo
scrisse più opere fra le quali la „ Satira Menippa
del lusso donnescOjVenezia i638,^ed il,, Trionfo
delle stimale di s. Caterina da Siena, Siena 1640 ,,.
C~n. vi.
Buoninsegni Tommaso senese dell'ordine di
s. Domenico, lettor pubblico e teologo del gran-
duca. Scrisse molte opere, tra le quali „ Tracia-
tus morales duos de cambiis et venditione ad
tempus, Firenze ihjZ „; „ De incarnatione et
Angelis „. Trasportò ancora dal latino in italiano
il Trattato d'astrologia del Savonarola contro gli
astrologi, ed altre molte opere sì legali cbe asce-
tiche, che per brevità si tralasciano. Di esso fa-
vella con lode il cav. Prospero Mandosio nel Tea-
tro de'medici pontificii. C-n. v, vi.
Buoninsegm figlio di Lionardo scrisse e com-
pose o messe insieme alcune „ Memorie di Fi-
renze,,, le quali da Piero suo figliuolo molti anni
sono, stampate furono sotto suo nome,ma questo
fu erroie.perchè elle son da Domenico, e non da
Piero compilale, e s' intitolano: „ Storie della
città di Firenze 1607,,, ristampate in Firenze dal
Landini, conlenenti i fatti dei fiorentini dal i4£0
tino al 1460, scritte dall'autore nei medesimi lem-
B U O. 347
pi: il MS. però ha questo titolo „ Cronica oVfatti
di Firenze dal 1410 al 1461. C-n. Ep. v.
Bi/onmattei, o Buommattei Benedetto gram-
matico italiano,natoneiragosto del 1 58 1 a Firenze,
discendeva da una famiglia già nota nel secolo XIII
e di cui fu Pultimo rampollo.Si rese dotto nell'a-
ritmetica e nel cambio in modo che dal granduca
Ferdinando I fu impiegato nella qualità di aggiun-
to aU"ufliziaIe, commissionato delle provviste del-
la Toscana. Sentendosi però chiamato allo sta-
to ecclesiastico, all'età di 19 anni incominciò i
primi studi letterari, ed in cinque anni fece tali
progressi, non solo nelle belle lettere, ma nelle
maltematiche, nella storia, nella teologia scola-
stica, ed in parecchie parti della filosofìa, che Tac-
cademia Fiorenlina si fece sollecita d'accoglierlo
fra i suoi membri. Andò a Roma col marchese
Guicciardini, e lo elesse suo maggiordomo} quin-
di lo collocò presso il cardinal Giustiniani in qua-
lità di gentiluomo, di bibliotecario, e di segreta-
rio intimo.Fu pure impiegato in diverse onorifiche
funzioni a Venezia ed a Padova, da dove tornò in
Firenze, e vi si slabili. Pubblicò in quella città
varie opere intorno alla lingua, mediante le quali
fu eletto accademico della Crusca: attese alla pre-
dicazione, e nel i63a fu fatto professore di lin-
gua toscana a Firenze, e rettore del collegio
di Pisa. All'età di 66 anni morì finalmente in pa-
tria nel gennaio del 16^7. Era stato eletto pub-
blico lettre dell'accademia Fiorentina, e vi aveva
spiegata la Divina commedia del Dante. Si deb-
bono ad esso parecchie opere, che hanno per
3^ S b u o.
oggetto quasi tutte la lingua toscana. La sua
Grammatica è la più considerabile e la più
pregiata; ne pubblicò il primo saggio nel i6a3
con questo titolo „ Delle cagioni della lingua to-
scana „. Tre anni dopo fece uscire alla luce „ In
troduzione alla lingua toscana, con raggiunta di
due trattati utilissimi, Venezia 1626 „. Le altre
sue opere sono „ Discorsi „ e fra gli nitri „ Ora-
zione funebre del Granduca Ferdinando I,,*, ed il
„ Panegirico di s. Filippo Neri „} „ Lezioni „ sia
sopra varie parti della Grammatica, sia intorno
all'inferno di Dante, e „ Cicalate o dissertazioni
facete , recitate neli' accademia della Crusca „.
B. u. Ep. vi.
Buono antico architetto, di cui s'ignora per-
sino la patria,lavoròin Firenze, in Arezzo, e altro-
ve in Toscana, ed il Vasari Io fa fiorente circa al
n5a: fu il più antico di tal nome.
Buono Paolo ( del ) nacque in Firenze nel
i6a5 da una famiglia ragguardevole, che si rese
celebre tanto pel suo ingegno come inventore,
quanto per la sua applicazione alle matematiche.
Discepolo di Galileo, imprese specialmente ad e-
stendere le scoperte, che il suo maestro avea fat-
te nell'idrostatica. Inventò l'apparecchio usato per
dimostrare che l'acqua non è suscettiva di com-
pressione, di cui l'accademia del Cimento pubblicò
i primi esperimenti. Occupossi molto altresì della
pratica usata dagli Egiziani per far nascere gli ovi
con un calore artificiale, e vi riuscì: mafieamuf
ha dato su tali oggetti metodi perfezionati. Del
Buono fu chiamato a Vienna dall'imperatore Leo-
B L O. 3^9
poldo pei* esser presidente della zecca, ed ivi mo-
rì di 37 anni. Suo fratello Candido del Buono,
nato nel 16*18, occupossi pure di tìsica, ed inven-
tò un areometro ed una macchina per misurare
i vapori: morì nel 1670. B. u. Ep. vi.
Blo>o Accorso o Buon accorso pisano nacque
circa il f 4 00, e >olto la direzione del celebre Fi-
ielfo studiò le lettere greche e latine. Dimorò egli
in Milano , ove attese ad istruire i giovani più
ragguardevoli di quella città, e si fece distinguere
pel profondo suo sapere. Lungi egli dal cercar fa-
ma per la pubblicazione delle proprie opere, si
occupò unicamente nel dare alla luce e migliora-
re le altrui. In tal modo non solo di Milano , ma
eziandio di tutta la repubblica letteraria si rese
benemerito Buonaccorso, poiché divulgando di-
verse opere di buoni autori, promuoveva ed age-
volava lo\sludio delle storia romana, delle lettere
greche e latine . Non credasj però che nel dare
alla luce gli altrui scritti ei non avesse altra parte
che di semplice stampatore: esaminava dapprima
i diversi codici, confrontnvali Ira loro, accertava
qual fosse la miglior lezione, e procurava che ai
migliori codici corrispondesse la stampa. Or ben
si vede che lavoro tale non poteva essere esegui-
to che da uomini di gran dottrina forniti . Egli
infatti pubblicò nel 1^.75 i Precetti di eloquenza
di Agostino Dati, le MeJamorfosi di Ovidio con
la Spiegazione delle favole, e con la „ Vita
del poeta „ che egli raccolse dai di lui scritti: ng-
giuflfH pure una copiosa „ Tavola alfabetica „ al-
l'edizion- « li* egli fece in foglio di Valerio >Fas-
3 3*
35o b u o.
simo. Ma diligenza e studio assai maggiore egli
usò in esaminare gli antichi codici, affinchè accu-
ratissima riuscisse V edizione in foglio che fece
nello stesso anno per la prima volta, degli scrit-
tori della Storia augusta, cioè di Svelonio Tran-
quillo, Elio Sparziano, Giulio Capitolino , Elio
Lampridio, Trebellino Pollione , Flavio Vopisco,
Eutropio e Paolo Diacono. Con eguale ardore si
rivolse a promuovere la letteratura greca, poiché
nel 1480 fece imprimere il Compendio della gram-
matici! greca diCostantinoLascari,colla traduzione
latina a fronte. Per la pubblicazione delle nomina-
le opere e di altre molte, ei non solo accrebbe la
gloria alla città di Milano, ma si acquistò V ami-
cizia dei personaggi per dignità e per dottrina
ragguardevoli, i quali chiamavanlo eruditissimo ,
eloquente ec. I Conienti su le Epistole di Cicero-
ne furono V ultima opera che per quanto è noto
pubblicò Buonaccorso, di cui non si può preci-
sare nò P epoca , né il luogo di sua morte. M,
du.p. Ep. v«
BuONTALENTiZfenza/Y/o ebbe i natali nel 1 536
in Firenze. Fu detto dalle girandole perchè inven-
tore di quelle. Mentre era ancora ragazzo essendo
rovinata la sua casa.vi perirono tutti i suoi.ed egli
solo restò salvo sotto una volta.Il granduca Cosimo
I lo prese allora sotto la sua protezione, e pose-
Io presso i più valenti artisti del disegno d'allora,
e cosi divenne pittore, miniatore, scultore, archi-
tetto militare e civile. Si distinse in architettura
e nelle meccaniche, e fu valente nella invenzione
de/giuochi d'acqua eseguiti a Pratolino. Lavorò
b u o. 35 1
molto pel giardino di Boboli, e molto fu impiega-
to per le ville reali e per quelle ad uso di nobili
famiglie. Lavorò anche in Siena ed in Pisa ai pa-
lazzi reali. Son sue le fortificazioni di Livorno, di
Porto Ferraio, di Firenze ed anche di Pistoia e
di Prato, oltre a tanti altri lavori di ponti, d'argi-
ni, di strade, essendo generale ingegnere della
Toscana. Non si davano in Firenze spettacoli tea-
trali, non si preparavano feste pubbliche, e solen-
ni funerali, che non si ricorresse all'ingegno del
Buontalenli. Fu impiegalo in architettura anche
fuori di Toscana. Di eterna gloria fu per lui la
dimostrazione di gradimento eh' ebbe dal gran
Torquato per le decorazioni colle quali adornò
la recita della favola boschereccia, P Aminta. Di
sua invenzione e disegno furono anche gli appa-
recchi per l'esequie del granduca Francesco I,
le quali riuscirono pomposissime. Ebbe il Buon-
talenti a soffrire una piena d'invidiosi, che gli fe-
cer condurre una trista vecchiaia, che finì Panno
1608. li.g. d. F. Ep. vi.
Buontrmpi Paolo celebre legista e lettor di
legge nello studio di Perugia molto applaudito.
Riformò gli statuti di Perugia. Fu in ogni scienza
versato, e caro a Roberto d'Angiò re di Sicilia, del
quale fu bibliotecario . Scrisse un1 opera „ Sulla
filosofia „ . II Boccaccio nella genealogia degli
Dei non solo ne parla con lode, ma confessa di
aver molte cose apprese da lui. Così Marco Guaz-
zo nella sua cronaca. Il P. Al lovino nell'Ateneo
augusto lo nota fra i perugini scrittori, ma e^li è
d'origine fiorentino. Fiori circa Panno 1^00. C-n.
v.
35a b u o.
Buoflvicm Francesco pesciatino} ancorché
di esso non si trovi alcuna opera scritta , pure
non merita di esser passato sotto silenzio, poiché
fu egli il primo che nel i435 portò in Toscana le
piante del gelso o moro, come consta per il suo
ritratto nella sala della comunità di Pescia con
un ramo di gelso nelle mani, dono che è stato
poi d'utilità e ricchezza grande a questo nostro
suolo. C-n. Ep. v.
Buonvisi Giovanni da Lucca, beato, di cospi-
cua famiglia, fé voto da giovinetto di darsi a Dio,
ma prima il effettuarlo attese lungamente alla
mercatura, stando per tale oggetto ne'regni di
Portogallo e di Spagna. (Via in fine fattosi animo
ed assestati gl'interessi gli abbandonò ritiran-
dosi frate osservante in un monastero di s. Fran-
cesco del regno d'Aragona, e ivi non volle esser
che semplice canovaio. Lasciata una tal carica
vagò molto in pellegrinaggio pel conventi della
Spagna, ove da'vescovi vollesi promosso al sa-
cerdozio. In fine ritornato in Toscana fu amante
d'essere stabilito in luoghi ove strettamente si
osservasse la regola di s. Francesco, e perciò mu-
tò spesso di convento, ed occupò per sola obbe-
dienza evangelica varie cariche nel suo ordine,
in diversi luoghi della Toscana e dell'Umbria, e
dopo molti dolorosi travagli, per mala salute mo-
rì Panno 1472 nel convento di s. Maria degli an-
geli. La sua vita si trova estesamente descritta
nella storia francescana e dal P.Francesco Tre-
satti da Lugnano. R-z. v.
Buratti Beato Francesco. Fu dei primi che
bue. 553
si ascrivessero alla riforma dei cappuccini. Predi-
catore eccellente fu ascoltato una intiera quare-
sima nel duomo di Pisa dal granduca Cosimo dei
Medici, dal quale ottenne grazie singolari a van-
taggio dei poverelli. Provinciale della Toscana,
amato cordialmente dal principe, mai volle do-
mandare cosa alcuna pe'suoi. Visse santamente,
e morendo fu salutalo beato. P-r. Ep. v, vi.
Burchiello poeta toscano assai rinomato. Scris-
se le,, Rime del Burchiello fior, commentate dal
Doni, e piene di capricci, fantasie, umori, strava-
ganze, grilli, frenesìe, ghiribizzi, arguzie, motti e
sali, ritocche da quel che poteva già offendere il
buon lettore, Ven. 1597,,. 1/ opinione del Lasca
intorno alle rime del Burchiello èia seguente. I
maravigliosi concetti, gli strani capricci eie nuo-
ve stravaganze di questo poeta sono da richia-
mare l'attenzione dei letterati. Egli è vario da
tutti gli altri, perciocché non mai né i greci, né
i latini , lasciando da parte gli egizi e caldei,
né i toscani medesimi, n'ebbero un altro simile
che leggendolo facesse cogli arguti motti e coi
suoi favolosi ghiribizzi tanto rallegrare e mara-
vigliare la gente. E sebben molti vogliano che in
que'sonelti che meno s'intendono, fosse dentro
più significato e composti con assai fondamento,
nondimeno altri diversamente intendono e consi-
derano, che la significazione di Burchiello, che di
certo fu soprannome, derivasse dalPaver egli fatti
quei versi alla Burchia, che fra noi e nella nostra
lingua vuol dire a fata e a caso, cioè senza ragio-
ne alcuna, bastandogli solamente accozzar le rime
354 B U R.
ed osservar la regola de'sonelti con quella novità,
varietà e stravaganza di parole e di concelti che
dentro vi si vede, forse per far credere ad al-
tri, d1 aver voluto dire gran cose e miracolose.
I sonetti del Burchiello, e di IVI. Antonio Ala-
manni e del Risoluto, furono di nuovo rivisti
ed ampliati, con la compagnia del iVIantellaceio
composta da! Magnifico Lorenzo de'M edici insieme
con i beoni del medesimo, nuovamente messi in
luce, Firenze i5(5S. „ Sonetti del Burchiello nuo-
vamente stampati, diligentemente corretti, Vene-
zia i522 ,„ ed altre edizioni. B-s. Ep. v.
Burgundio o Burgundione cittadino pisano
dicesi nato alquanto prima del ino e morto in
Pisa nel 1 19S. Studiò le umane lettere in patria,
fin d^allora fiorente università. Passò nel n35
col console Ugone Duodo in Costantinopoli ove
meglio apprese la lingua greca ed il dritto civile, e
per di lui opera fece Pisa il celebre acquisto delle
Pandette nel 1137. S'istruì anche nelle scienze e
materie ecclesiastiche, ed intervenne come testi-
monio in certa disputa di cose religiose al tempo
di papa Eugenio III. Tornò a Pisa nel 1 140 pieno
di recondita erudizione. A. lui si attribuisce l'e-
mendazione dell' autentica versione delle no-
velle per lo avanti più difettosa e mancante di
alcune parti} e la distribuzione delle novelle me-
desime in nuove collezioni, come pure la tradu-
zione in latino di ciò che vedevasi scritto in greco
e che perciò non s'intendeva nelle leggi e special-
mente nelle pandette. Tornato di Grecia s'occupò
ad iusegnare giurisprudenza. Fu inoltre impegnato
b u r. 355
da Eugenio III a tradarre dal arreco vari santi
Padri* . Scrisse la versione latina delle opere di
san Giovanni Domasceno : De fide orthodoxa
logica , elementarium duabus naturis et una
hy postasi Trisagium ; le XC omelie di s. Gio.
Grisostomo contenenti Pesposizione del vangelo
di s. Matteo. Questa versione ora si legge soltanto
manoscritta in alcune biblioteche. X Federico I
dedicò la versione dell'opera di Nemesio De na-
tura hominis , creduta allora di s. Gregorio Pi-
ceno: egli promise di tradurre altre opere di ar-
gomenti filosofici più dilettevoli, avendo conosciu-
to quanto Federigo dilettavasi della filosofia. Ma
non attese la promessa perchè s'intorbidarono le
cose ecclesiastiche* e le politiche. Tradusse il Bur-
gundio, gli Aforismi dlppocrate e non pochi li-
bri di Galeno e dei geoponici greci. Esercitarsi
in que*1 libri antichi s' istruì nelle lingue dotte
per modo, che lesse pubblicamente filosofia, me-
dicina e belle lettere. Molti suoi proseliti si dette-
ro ad imitarlo traducendo autori greci, e si formò
così in Pisa quella ch'ebbe nome scuola del Bur-
gundio. Nel 1170 declinata la fortuna di Federigo
I.pensaronoi pisani di abbandonarlo^ prendere il
partito del greco imperatore Emanuele Comneno,
che per far onta a Federico avea tolti ai pisani
gran privilegi , ed inclusive dichiarati espulsi
dai suoi stati. A riconciliarsi con lui scelsero
i pisani per mediatore il Burgundio come per-
*Ofta mollo accetta a quella capitale e a quella
corte, ed ebbe un felice successo. Morto il suo
356 b u r.
figlio, del tesi d'allora in poi ad una vita asce-
tica, e tradusse dal greco libri di soda pietà, *e fra
questi principalmente V esposizione del vangelo
di s. Giovanni fatta da s. Gio.Grisostomo.che pre-
sentò al concilio tenuto in Roma dal papa Ales-
sandro III Tanno 1179. Tradusse in gran parte
l'esposizione della genesi fatta dal santo Padre
medesimo. Altre opere sacre dicesi che traducesse,
ma nessuno ha detto di averle vedute. Non ostan-
te possiamo dire ch^egli fu il solo in que'tempi, il
quale rendesse intelligibili all'occidentali nostri
le opere dei greci. M.(Pu.p. Ep. v.
Burlamacchi Cesare Niccolò, chiarissimo per
nobiltà di schiatta, nacque in Lucca nel princi-
pio del secolo XVIII. Dotato di'spirito perspicace
ad intendere, ne cedevole alle distrazioni dei pia-
cere, i primi anni della vita consacrò utilmente
allo studio delle lettere e delle filosofiche scien-
ze nel collegio di Parma, e nel romano dette ope-
ra alla teologia. Chiamato alla patria fu accettis-
simo ai cardinali Francesco Buonvisi, e ad Ora-
zio Filippo Spada, e fu eletto abate della cattedra-
le. Fu accusato di giansenismo, per cui ebbe a
ricovrarsi nascostamente in Marsilia , e fra i
certosini di quella città ebbe fine la sua mortale
carriera. Tradusse dal francese la vita di D. Ar-
mando Giovanni le Bouthillier di Ransè, e la scien-
za della salute ristretta in quelle due parole- po-
chi sono gli eletti. Scrisse pure „ Disinganni del
confessore ec. „ che conservansi nella Bib. dei pp*
domenicani di Lucca. Di esso giaccio no anche ine-
B l R- 357
dite molte belle ed utili opere, che se veduta
avessero la luce.attesterebbero maggiormente del-
la fama del Burlamacchi. T-p. Ep. vi.
Burlaiviacchi Federico nobile lucchese della
compagnia di Gesù,(iorì intorno al 1720, e fu Iet-
teratissimo ed umanissimo religioso. Per commis-
sione del celebre Girolamo Gigli suo grande amico
fece le annotazioni alle epistole di santa Caterina
da Siena, stampate nella raccolta delle opere di
detta santa nel 1 7 13 . Queste annotazioni riscos-
sero i meritati applausi da diversi autori, di che
vedasi il Giornale dei letterali dltalia voi. XIX
pag. 436, e voi. XXYI pag. 474. vi.
Blrlam.vcciii Enrico lucchese, della congre-
gazione dei chierici regolari della Madre di Dio,
nacque nel febbraio del 1682. Coltivate le amene
lettere e lo studio delle antichità, ed esercitatosi
con plauso nel sacro ministero del predicare ,
cessò di vivere con gran sentimenti di religiosa
pietà nel suo collegio di santa Brigida in Napoli
li 5 giugno del 174Ì1 avendo lasciate diverse ope-
re manoscritte, fra le quali „ Prediche quaresi-
mali ,.} „ Orazioni panegiriche „; „ Virorum Mu-
stli uni elocjia x. B. u. vi, vii.
Bischktto pisano architetto sinora creduto
greco e nativo di DuJicbio per sinistra inlerpctra-
zione del di lui epilaflio posto nella facciala del
duomo di Pisa, meni re ivi come ha rettificato il
Cicognara (slor. della scultura voi. 1. lib. 11, cap.
111 ) si paragona soltanto il di lui sommo ingegno
« 011 quel dTlisse re d'Itaca e Dulichio, e la sua
perìzia nell'arte con quella di Ded do. Difatti o-li
Si. Tose. Tom. 12. 54
358 B u s-
fu architetto della cattedrale pisana, che passa
tuttavia per una delle più belle di lai io, incomin-
ciata nel io63 e terminata nel 1092, e consacrata
da papa Gelasio li nel 11 18. Ài sommo genio per
l'arte architettonica univa Buschello allresi gran-
de ingegno nell'inventar macchine, le quali spe-
cialmente gli abbisognarono per estrarre e traspor-
tare le 208 colonna ch'egli impiegò nella fabbri-
ca da lui eretta, per cui enfaticamente a' suoi
tempi fu detto, che poleva con una diecina di ra-
gazze muover pesi che non avrebbero potuto tra-
sportar mille buoi. Da lui si conta l'origine del
risorgimento dell'architettura nei bassi tempi. Ma
la morte gli tolse il vanto d'eseguir la facciata di
quel tempio. C-c. Ep. v.
Busim Gìo. Batta di nobile famiglia fiorenti-
na nacque circa il principio del secolo XVI. Be-
nedetto Varchi parla di lui in più luoghi della sua
storia, ove apparisce giovane letterato, e fuor di
ogni misura amatore della libertà. Nel i53o era
egli nel numero dei confinati, ed unito nel i53i
ad alili gentiluomini fiorentini, i Modena, onde
uccidere Francesco Guicciardini vicelegato di
papa Clemente VII a Bologna, e travagliare in
tal guisa lo stato del papa. JNon ebbero niuno
effetto queste pratiche, poiché dal duca di Ferra-
ra furono discacciati come ladri, assassini, e gen-
te di cattiva vita. Il Busini domandò ed ottenne
udienza dal nominato duca, ed a nome suo e dei
suoi compagni ivi presenti fece una breve orazio-
ne in discolpa delle false accuse del duca, ed in
raccomandazione della loro giustissima causo: fu
B | 5. 359
commosso il duca da questa orazione, ma si scusò
di non poter esaudire le loro preghiere per esse-
re come suddito del ponteGce. Scrisse egli al
Varchi „ 24 Lettere „ sopra i fatti della guerra di
Firenze, mossa a quella repubblica da Clemente
VII, le quali servirongli pel lavoro della sua sto-
ria, e che trovansi MS. presso molti. B-s. Ep. v.
Bussotti Dionisio servita e vescovo di Bor-
go S. Sepolcro, teologo molto dotto. Scrisse al-
cune opere fra le quali „ Della Vita del beato Fi-
lippo Benizzi, un tomo diviso in tre libri, Firenze
i636 „} „ Prolusio ad gimnastic. Teologis vindi-
cias, Firenze i63i „, e questa mentre era lettor
teologo nello studio pisano. Tradusse in oltre dal
latino in volgare un antidotacio per il tempo di
peste scritto già da Iacopo Soldi servita fiorenti-
no nel i43i, Firenze i63o; e in ultimo w Dioce-
sana Synodus civit.S. Sepulchri^ Firenze 1641 ».
Morì nella sua residenza Tanno 1646. C-n. vi.
Buti Lodovico pittore fiorentino scolare di
Santi di Tito, poi osservatore delle opere d' An-
drea del Sarto: le chiese, i palazzi e le gallerie
fiorentine conservano molli rie'suoi dipinti, nei
quali, sebbene un poco crudetli, v'è però buonis-
simo disegno, grande studio e naturalezza. Fiori
circa al 1600. D-l. vi.
Blti Francesco {da ) lelteratodislinto; uno
dei più celebri illustratori della Divina Commedia.
11 di lui classino commento terminalo nel i385
servi di norma al Landino, al Vellutello ed a quan-
ti altri mai discorser di poi sopra Dante. Morì nel
140G. li-s. V.
36o B U T.
Butteri Gio. Maria pittor fiorentino scolare
d'Angiolo Bronzino. Se fu alquanto duro e nel
disegno non eccedente i termini del ragionevole,
nullameno sulla maniera del maestro altre volte
con lo siile di Santi di Tito, dipinse per molti
chiostri e chiese della sua patria. Morì nel 1 5o(ì.
O-r. Ep. rv
Caccuguerri Cacciaguerra nohile senese fu
grande amatore della patria, per la quale valoro-
samente militò sino alla resa di Siena in posto
di capitano d1 infanterìa . Por essendosi ridotta
la repubblica senese a risedere a Montalcino,
egli si rifugiò sotto l'ombra di Francesco Bandirti
arcivescovo di Siena, in quel tempo governator
generale di Viterbo e di tutto il patrimonio, che
impiegò il Cacciaguerra nel comando di certe mi-
lizie. E sebbene egli non si trattenesse con gli altri
in Montalcino, nondimeno fu di gran giovamento
alla repubblica ivi residente con gli spessi avvisi
che in tempi tanto pericolosi gli dava di quanto
succedeva alla giornata. Passata poi Siena sotto
il dominio del Granduca Cosimo I, Cacciaguerra
fu da quel sovrano onorato della banda di Pie-
trasanta, la quale comandò per molti anni. U-r.
v, vi.
Cacciai Giovanni architetto fiorentino nato nel
i56a, fu nel i6ia discepolo del Dosio, ed eresse
e À f. 36 c
per il bali Pucci nella chiesa della Nunziata di Fi-
renze una loggia con archi e colonne corintie di
pietra serena. Fece il ricco oratorio della famiglia
Pucci, ed il coro e Pallai* maggiore della chiesa
di s. Spirito. M4. Ep. w..
Caffarini B. Tommaso dell'ordine di s. Do-
menico, benché secondo altri sia stalo col nome
d'Antonio, Antonii, Docci, e Nacci chiamato, fu
predicatore insigne, e di fra Gio. Domenico car-
dinale dello stesso ordine degnissimo scolare. Fu
di profonda erudizione ripieno, e di vita inno-
cente ed incorrotta, e perciò fra i beati annove-
rato. Scrisse molte operette sulla vita, miracoli,
canonizazione ec. di santa Caterina senese, e di
altri santi e beati. Morì nel i34o, o secondo altri
nel i43o.e secondo i fatti senesi nel i^^.C-n. v.
Calandrino o sia Calandruccio (iorentino, il
cui vero nome è Nozzo di Perino.usci dalla scuola
di Andrea Tafi. Furon tante le burle che Buffal-
macco, e Nello di Dino fecero a Nozzo, o sia Ca-
landrino loro compagno, nella pittura, che det-
tero campo al Boccaccio di registrarle nel suo De-
cameron*1: fiorì nel i34o. B-l. v.
Calcagni Fra Ruggeri. Veci. Buggeri.
Calbfati Pietro da Piombino, ancorché d'ori-
gine pisano, nàcque nel i5o3; studio in Siena ed
in Pisa il dritto civile e canonico, ed in questa
scienza fu addottorato. Iacopo V signore di Piom-
bino conosciuta l'abilità di Pietro mandollo am-
basciatore a Carlo V imperatore, rial quale fu
4Wtoto conte palatino e cavaliere. Dopo la Dior le
di Iacopo fu (alto tutore del figlio rimasto in età
34*
3(ìa e a l.
pupillare, ed in questa carica per lo spazio di due
anni dimorò presso Cesare. Fu di poi fatto cava-
liere di santo Stefano e prese l'abito in Pisa, ove*
ebbe una lettura di legge civile che sostenne con
applauso ed onore grande. Scrisse „ Molti trattati
e lezioni su diversi articoli legali ,„ altre opere,
delle quali alcune sono w De nobilitate lib. I „
„ Responsiones aliquas in VI voi. De Repet. ci*
vili „ „ Enarrationes in aliquot leges Digesto-
ru/TijFirenze 1564»;» ^e equestri dignitate^\e-
nezia i584- C-n. Ep. v, vi.
Galeno Oleno il più famoso indovino del suo
tempo presso gli etruschi, non mancò,dice Plinio,
d'imporre agli ambasciatori romani nel tempo di
Tarquinio il superbo in un affare della maggiore
imporlanza,neiroccasione che fu trovata sul monte
Tarpeio la testa di un uomo nominato Tolo,
Caput Toli, d'onde venne il nome di Campido-
glio, ne'fondamenti di un tempio che voleasi fab-
bricare a Giove: ma il figlio di Caleno avvertigli
ambasciatori di Tarquinio: essi rivolsero le ri-
sposte dell'indovino a loro vantaggio, e con que-
sta maniera, dice la favola, i romani ebbero l'im-
pero d'Italia, che sarebbe altrimenti passato agli
etruschi. B. u. n.
Callimaco espediente. Ved. Bonaccorsi Fi-
lippo.
Calsabigi Ranieri, nato in Livorno nel 1715,
apprese i primi rudimenti delle umane lettere in
patria, le scienze in Pisa. In gioventù compose
alcuni „ Drammi per musica M) che sebben lontani
assai dal merito di quelli del Metastasio. furono
e a l. 363
universalm ente applauditi: non ostante vedendosi
di merito a lui inferiore abbandonò quel genere
di poetare. Profondamente versato nelle storie e
nelle pratiche del dramma musicale , volle da
principio per la propria, poi per l'altrui istruzione
accuratamente esaminare i drammi metastasiani,
onde render ragione di ciò che faceali riguardare
di lunga mano superiori a quei di AposloloZeno,
e d'ogni altro passato e presente poeta, non esclu-
si i propri. Quindi pubblicò le sue dissertazioni su'
i drammi di Metastasio, con le quali non che sce-
mare, cercò di accrescere se era possibile la stima
altissima in cui era salito il cesareo poeta in Ita-
lia e fuori. Uscirono intanto alla luce le prime
Tragedie di Vittorio Altieri da taluni encomiate, e
da tal altri censurale. In mezzo a tali contrarietà
d'opinioni impuguò la penna il Galsabigi, che sce-
vro da ogni amor di parie accuratamente assog-
gettava ad imparziale disamina le tragedie dello
illustre Alfieri, e senza dissimularne i difetti ne
disvelava le sublimi bellezze, e lo incoraggiva a
proseguire l'intrapreso cammino, non lasciandosi
vincere ne da lode uè da sdegno. Le persone non
preoccupate da cieche prevenzioni moslraronsi so-
disfatte delle osservazioni del Calsabigi,e l'Alfieri,
fin allora intollerante di freno,ascollòi consigli del
dotto e gentile critico livornese, e seppe trarne
immenso vantaggio perle sue successive tragedie.
Ed e ciò appunto che più d'ogni altra cosa torna
a lode di Ranieri Calsabigi, perchè in gran parte
deve a lui l'Italia il semplice miglioramento che
scorgesi dall'Alfieri introdotto nei drammi coni-
364 C A M.
posti dopo la pubblicazione delle dissertazioni del
Ctlsabigi. Morì quest' uomo dottissimo e fornito
del più fino criterio Panno 1795. C-r. Ep. vii.
Cambi Filippo poeta ancorché non di gran
grido , stimavasi in quei tempi ove le lettere
erano in pregio, ed ogui fatica come in secolo più
discreto, e l'allegrezza brillava nei cuori di tutti,
era ogni componimento, ogni lieve invenzione
accettala. Trovatisi di quest'uomo citate due ope-
ricciuole Puna „ Il canto dei contadini, „ l'altra
„ Il canto dei fruttaioli „, ambedue in versi stam-
pati nella Raccolta dei trionfi del Lasca, Firenze
1.559. Né è gran cosa che di questa sorte di poeti
in quel tempo molti ce ne fossero, perch'era tale
il numero degli spettacoli e delle feste che allora
facevansi, che non v'eran poeti bastanti per così
dire che supplir potessero a tante, quante se ne
sanati fatte, le quali molte volte per mancanza
dell'accompagnatura de'componimenti erano tra-
lasciate. C-n.
Cambi Importuni Giovanni^di nobile ed anti-
ca famiglia fiorentina, fu della setta dei piagnoni
ed era molto favorevole alle massime di fra Gi-
rolamo Savonarola , tanto che in di lui favore
scrisse al papa, testificando che la sua dottrina
era di salute e quiete alla città di Firenze. Si di-
lettò di scrivere e notare cose degne di memoria,
ed oltre molle „ Orazioni, Omelie, Prediche, Sal-
mi „ ed altre cose spirituali, ed oltre un accurato
„ Itinerario „ di un viaggio eh' ei fece nella sua
giovinezza in Germania, in Fiandra ed in Inghil-
terra, accozzò e pose insieme le „ Cose notabili
e a. m. 36è>
succedute in Firenze dal 1480 al 1 535 „. Tale
opera scritta con fede ed integrità ha prestato
all' Ammirato lumi grandi nello scrivere della
R. casa Medici. Non mancò anche Giovanni d^oc-
cuparsi nei servigi della repubblica, poiché oltre
molti altri uffici, fu vicario di Certaldo, e uno dei
signori . Air età di 77 anni cessò di vivere nel
i535. A-m. Ep. v, vi;
Cambi Importuni Tommaso ritiratosi a Na-
poli fu molto amico a don Pietro di Toledo non
che alla nobiltà tutta napoletana . Fé erigere in
quella città un bellissimo palazzo, adorno di sta-
tue le più antiche, delle pitture di Giorgio Vasari,
e destinò questa magnifica abitazione a ricevere
i suoi amici, ed i forestieri tutti che ivi andar va-
lessero. L'ospitalità che vi ricevettero Te persone
le più dotte del secolo, uno dei quali fu il Gio-
vio , ben più che la bellezza, resero celebre la
casa ed il nome di Tommaso. Fu molto caro ad
Alfonso Davalo marchese del Vasto, che, per
la integrità colla quale amministrò le di lui en-
trate , e per la cura che ebbe dei suoi dispacci ,
mentre egli era al governo di Milano , concesse
ad esso Tommaso in rimunerazione uu1 annua
pensione per sé e suoi eredi in perpetuo , sopra
alcuni beni feudali. Fu anche molto familiare dei
signori Colonnesi. La più eminente virtù che in
esso rifulse, fu la liberalità versogli amici, poiché
oltre al nominato edilizio, ed a molti imprestiti
fatti ai particolari ed all'istesso viceré di Napoli,
pure la taglia a Tommaso Busini ed al Fer-
ruccio, che si rese tanto celebre nella guerra di .
066 CAM.
Firenze, presi ambedue all'assedio di Napoli. Vis-
se 58 anni, e morì nel i549 dai dotti e dai buoni
compianto. A-m. Ep. v, vi.
Cambiagi Giovacchino storico, nato in Firenze
nel 1740? abbracciò da giovane lo stato ecclesia-
stico, ma più tardi lo rinunziò per ammogliarsi
assai vantaggiosamente. In processo di tempo si
associò con Gaetano Cambiagi celebre stampatore
fiorentino per la pubblicazione delle opere più
a< ereditate della letteratura italiana. 1/ opinion
pubblica in Italia era a quell'epoca gagliardamente
preoccupata dalla insurrezione dell'isola di Corsi-
ca. Il Cambiagi fu tra quei che divulgavano i ma-
nifesti della nazione contro i genovesi,e che man-
tennero costanti relazioni tanto col general Paoli,
quanto coi capi della ribellione.momentaneamente
stanziati in Toscana. Questa circostanza pose in a-
nimo al Cambiagi di scrivere e pubblicare la ^Storia,
della Corsica, Firenze 1770,6 1774»; nia dicesi che
egli non seppe trar molto profitto dagli elementi
avuti a sua disposizione, ed è scritta senza la ne-
cessaria critica . Nonostante ha questa storia il
merito importante d'esservi inserita una serie di
documenti e di atti giustificativi del maggiore in-
teresse, che a verun modo saprebbesi cercare al-
tronde, e che diffondono una viva luce su i fatti
contemporanei. Cambiagi udite le critiche della
sua opera, dettesi a radunar notizie circa la Cor-
sica, ed accumulò materiali per rifondere la sua
storia, sopra un piano meglio concepito; ma una
morte prematura gli tolse di porre ad affetto il
suo lodevole disegno. Colla storia della Corsica
C A M. 367
mise il Cambiagi pur anche alla luce il voi. 1 di
una «Storiarli Sardegna,Firenze 1773,,. Questo voi.
il solo pubblicato, stendesi dalla conquista falta
dai romani di quell'isola sino all'anno 14^7, ma
tal produzione non è gran fatto migliore dell'ante-
cedente. II Cambiagi possedeva un ottimo cuore,
talché s'era dichiarato il protettore e l'amico dei
profughi Corsi, e sovvenivali di consiglio e di de-
naro. IVIorì a Firenze al principio di questo seco-
lo. Ep, vii.
Cambiaci Antonio fiorentino intagliò a bulino
dalla pittura di Guido Reni, che fece nel Fran-
zoni di Genova, copiosa di figure al naturale, la
Abigail assisa sull'asino che si abbocca con David,
e procura placarlo. Intagliò pure da un quadro
di Lodovico Cardi da Cfgoliuna SS, Trinità inat-
to ili pietà che si vede in santa Croce di Firenze.
G. <j. vi.
Cambini Andrea storico insigne scrisse le
«Storie dei turchi tlivise in quattro libri, ovvero
Commentario dell'origine dei turchi ec. „ ed in
primo della casa Ottomanna,il cui principio è tale:
„ La nazione dei turchi ec. „ quale è prima stam-
pata in Venezia e Firenze 1029 ed in Venezia
i537 • Tradusse anche il libro di Cicerone inti-
tolato De amicitia che principia , Trovandomi
ai giorni passati ec. Scrisse anche una „ Lettera
ni duca Giuliano dei Medici,, ed un'altra al „ Du •
<a Lorenzo dei Medici „, sopra le quali vi sono
due „ Discorsi „ stampati nel primo tomo dello
>avigizioni e viaggi, Venezia 1 5o4 • « Progenie
e vita dei re di Francia fino all'anno i^SS „,
368 cam.
manoscritto in s. Lorenzo:, „ Vita di Carlo Vili re
di Francia „ e „ Storia di Firenze „, manoscritto.
Fu amico del Ficino. Fiorì uel i53o. Delle di lui
opere furon pubblicale diverse edizioni. B-s.
v, vi.
Cambini Giuseppe compositor di musica na-
cque a Livorno verso il 1720; dopo avere studia-
lo sotto il celebre Martini si trasferì a Napoli on-
de perfezionarsi nella musica . I.vi si accese di
una giovanetta che rapì con intenzione però di
sposarla, ma partitosi per mare verso la Francia
fu preso dai corsari che lo attaccarono all'albero.,
violarono lui presente la bella , e li condussero
sulle coste di Barberia , ove furono separati. Di-
venuto libero, non si sa in qual modo, viaggiò in
Italia, in Germania, e venne a stabilirsi a Parigi
verso il 1740, ove acquistò nome del più esperto
suonatore di violino di quell'epoca. e di compositore
non men gradito che facondo per la musica Stru-
mentale. Biuscì nel compor musica di chiesa,
sicché volle cimentarsi nella composizione dram-
matica, opera la cui musica ben regolala ed
espressiva ebbe gran riuscita. In alcuni drammi
scrisse la musica e la poesia. INon ostante il Cam-
bini pendeva alla mendicità, se il ricco fornitore
Armando Seguili non l'avesse soccorso, il quale
fecegli scrivere vari pezzi di musica sacri e profa-
ni , onde avere un titolo per assegnargli tre o
quattro mila franchi Tanno di gratificazione. Mal-
grado questa risorsa il Cambini cadde in uno sta-
to di privazioni il più assoluto} ma in fine sep-
pesi provvedere del bisognevole scrivendo musica
CAM. 369
in ogni genere, e vendendola ai maestri che sape-
va bene imitarli. Verso il 6ne del 1810 si ritirò in
Olanda, e nel 18)8 più non esisteva. 11 Cambini
ha pubblicato un,, Metodo per violino, per il flau-
to e per la zampogna „} cinque dozzine di „ Sin-
fonie „ dodici dozzine di „ Quartetti corcertati
per violino „, e simili altre composizioni. B. u.
Ep. vi, vii.
Camillia.ni Francesco scultore fiorentino sco-
lare di Baccio Bandinelli, consumò i5 anni nelle
fontane, che d** ordine di D. Luigi di Toledo si
fabbricarono in Firenze al suo giardino , con ar-
ricchirle di statue, d'animali e di fiumi, fra i quali
V Arno ed il Mugnone riuscirono due figure da
stare a fronte di qualsivoglia valente maestro .
V-s. vi.
Camp ks a Francesco ( del ) di Giambattista di
Biagio nacque in Colle verso il i5oo. Fu soggetto
assai cospicuo ed amministrò i più importanti af-
fari del granducato di Toscana. Mandato da prima
ambasciatore per servizio della santa sede al re
dTnghilterra da Clemente VII, reduce dalla sua
legazione, fu assegnato per segretario del duca
Alessandro defedici. Dopo la morte violenta data
allo stesso duca da Lorenzino, con destrezza coo-
peròunitamente al cardinal Cibo a far riuscir duca
Cosimo.giovinelto di anni 18, che senza perturba-
zione dello slato pacificamente fu riconosciuto
dalla repubblica fiorentina nel i5j7- Si mantenne
nella carica di segretario principale presso il nuo-
vo principe , e di più fu dichiarato di lui consi-
gliere. Nella vita d« 1 duca Cosimo, e nella storia
Si. Tose. Tom. 12. 33
$J0 CAM.
di monsignor Giovio si ha onorata menzione di
Francesco Campana. Essendo molto addottrinato
nelle belle lettere scrisse elegantemente „ Sul-
l'Eneide di Virgilio y e la di lui opera restò ma-
noscritta per la morte inaspettata dell'autore. In
età avanzata meritò una commenda trai cavalieri
di s. Stefano} ordine istituito dallo stesso Cosimo
I nel i56o. Ep. v, vi.
Campanaio Lorenzo^ detto Lorenzetto, scul-
tore ed architetto fiorentino nato nei i494^mer'l°
l'amicizia di Raffaello che se ne valse in diversi
lavori importanti , e gli fece sposare una sorella
di Giulio Romano suo prediletto discepolo. Lo-
renzetto ebbe a compiere in gioventù il mausoleo
del cardinale Forteguerri posto nella chiesa di s.
Giacomo a Pistoia , che Andrea del Verrocchio
avea lasciato imperfetto. Vi si osserva una statua
della Carità, ov'egli incominciò a sviluppare tutto
il suo ingegno . Si trasferì poscia a Roma , ove
poco ebbe da fare in principio 5 ma poi Raffaello
fecegli commettere l'esecuzione del sepolcro che
il cardinale Chigi eriger voleva a sé medesimo
nella chiesa di santa Maria del Popolo . Loren-
zetto condusse le due statue di Giona e di Elia
che adornano quella tomba, e che si prendereb-
bero per due opere di greco scarpello . Morto
Raffaello ed il cardinale prima che dette statue
fosser compite, restarono a lui per molti anni. In
qualità di architetto, l'artista ebbe a costruire in
Roma molte case particolari, e'1 palazzo Cantarel-
li, non meno che la facciata interna ed i giardini
del palazzo appartenente al cardinale della Valle.
CAM. 371
]\'ei giardini stessi veggonsi di lui due magnifici
bassirilievi in marmo traiti dalla storia antica .
Per ordine di Clemente VII scolpì una statua di
s. Pietro situata al Ponte s. Angiolo . Malgrado
tanti e sì fatti lavori, il valente artista era senza
fortuna, e cinque figli in giovane età ne accresce-
vano i bisogni. Fu allora che Sangallo architetto
di s. Pietro lo incaricò d'una parte dei lavori che
il papa Paolo III aveva ordinati a compimento
del fabbricato. Siffatti lavori arricchirono in bre-
ve tempo Parlisla, che avrebbe fatto maggior for-
tuna , se la sua morte prematura , accaduta nel
i54i, non Pavesse colto nella fresca età di 47 an-
ni. B. u. Ep. v, vi.
Camfawi Alberto montepulcianese, domeni-
cano, filosofo e teologo di molto grido,lesse me-
tafisica io Pisa, e quindi scrittura in Padova, colà
chiamato dal Veneziani con molto ragguardevole
stipendio, ed in quella carica terminò la sua vita.
Fu predicatore celebre per dottrina, ma povero
d'azione, per lo che fu creduto che il padre Fran-
cesco Maria, suo fratello egualmente domenicano
e predicatore di tanto nome in tutta Italiani va-
lesse delle fatiche d'Alberto, né del proprio vi a-
vesse che l'abilità del porgere. P-r.
Cvmpi Baldassarre e Michele due fratelli dro-
ghieri e profumieri a Lucca verso la metà del se-
colo XVI. Avevano cognizioni estesissime su tutte
le sostanze che erano 1' oggetto del loro com-
mercio, e s'applicarono soprattutto a conoscerò
le piante, di cui gli antichi hanno fatta menzione.
Negli scritti di Dioscoride, ed in quei degli autori
372 CAM.
arabi cercarono essi istruzione intorno a ciò, ma
uon avendovi trovato quanto desideravano, cor-
sero parecchie volte la catena degli Appennini ed
in allre parti delP Italia per osservarne le piante.
Pubblicarono le poche scoperte reali che essi fece-
ro in un'opera intitolata „ Spicilegio bottanico ,
Lucca i65a„, nel quale si manifesta la conosciu-
ta cinnamomi degli antichi. In questo libro fecero
conoscere le piante che osservate avevano ne'lo-
ro viaggi} ma lo scopo principale di costoro era
diretto solo a provare, che la cannella de' mo-
derni è differente dal cinnamomo degli antichi.Essi
hanno prodotte insieme ed unite sotto i loro nomi
parecchie opere,delle quali ecco i titoli: „ Discor-
so nel quale si dimostra qual sia il vero mithri-
dato, contro V opinione di tutti gli scrittori ed
aromalarkcon un breve capitolo del vero aspalal o,
Lucca i6-iS „;„ Sopra il balsamo, Lucca i634 »
„ Risposta ad alcune obiezioni fatte al libro del
balsamo, Lucca 1640 ^ „ Dilucidazione e confer-
mazione maggiore di alcune cose nella risposta a]
sig. Gasparri, Pisa 164 1 »• #. u* Ep. v, vi.
Campiglia Gion Domenico, discepolo di Tom-
maso Redi celebre professore di disegno ed inta-
gliatore,travagliò qualche vignetta nel libro intito-
lato, Primatus Hispaniarum vindicatus, stampa-
to in Roma nel 17295 nella nobile edizione fatta
in Firenze in 4 torai Tanno 1762, e gli anni sus-
seguenti tino al 1762,. Oltre alla invenzione di tutti
i rametti, finali, e lettere iniziali, disegnò quasi
tutti i ritratti dei pittori che di propria mano si
dipinsero, i quali esistono nella R. Galleria di Fi*
C A N. 373
renze, ed alcuni furono da esso intagliati. Fu ca-
po il Gampiglia della calcografia comunale in Ro-
ma. G. G. Ep. vi, vii.
Cancellieri Riccardo di Lazzaro pistoiese
fu capitano generale dei fiorentini. Essendo man-
dato contro i Tarlati d'Arezzo, saccheggiò Bib-
biena ed altre castelli) di quei contorni} entrò in
Arezzo, spianò e distrusse le case dei Tarlati, e
de' loro seguaci. Ottenne da Carlo IV impera-
tore il titolo di conte palatino per lui e per tutta
la sua discendenza, con facoltà di creare noia-
ri pubblici, giudici ordinari, e di legittimare ba-
stardi. Fu signore di Francavilla in Francia. Servì
Urbano V nel ritorno ch'ei fece in Toscana pas-
sando a Viterbo. Ottenne il governo dello stato
di Modena, ed altri uffizi e cariche militari sino
ad essere generale di eserciti, il che sostenne con
molta gloria.Iu ultimo ritrovandosi agli stipendi di
Aldobrandino d'Este marchese di Ferrara, morì
in età (Panni 75, Panno 1378, e fu accompagnato
alla tomba da tutta la nobiltà di Ferrara e da Al-
berto e Obizo marchesi d'Este. F-r. v.
Cancellieri Tiiccaido diverso dalPanteceden-
le,caduto in sospetto presso la signoria di Firenze,
di voler togliere Pistoia a quella repubblica, fu
costretto a ripararsi in Bologna, ove concertò con
alcuni fuorusciti di togliere ai fiorentini il castello
della Sambuca. Vi riuscì di fatti, ed abbiamo avu-
to luogo di esaminare nell'epoca V di quest'opera,
quanti danni ai fiorentini ed al territorio pistoie-
se derivassero da tale acquisto. Andò quindi Ric-
35* .
3?4 c x J-
carilo ai servigi del duca di Milano, dal quale gli
fu data provvisione di 600 fiorini d'oro al mese,
perchè facesse guerra ai fiorentini. Egli ben cor-
rispose a tanta generosità del suo padrone, poiché
non solo ai fiorentini ma a1 pistoiesi pure fece
guerra, avendo loro tolto, oltre il nominato ca-
stello della Sambuca, f*\'i altri pure di Galamec-
ca e Peteglio. Tanta era la avvedutezza di Ric-
cardo e l'ardire dei suoi, che spesso vinse i propri
avversari che tenevanlo assediato, scorrendo quin-
di e giorno e notte i circostanti luoghi del paese;
peri quali fatti si acquistò nome grandissimo.ìMor-
to finalmente il duca di Milano, restituì a'tìoren-
tini i tolti castelli, assettò le differenze che erano
tra loro, e tornò ai servigi di quella repubblica.
I beni che da quel comune erangli stati rovinati,
gli furono restituiti, e tanto ad esso che a sua
famiglia fu pubblicato un generale perdono. IVIorì
in Faenza nelP anno 1406, essendo ai servigi di
santa chiesa. A-m. Ep. v.
Cancellieri Bartolommeo di Riccardo pi-
stoiese fu viceré d'Abruzzo e poi al servizio del
duca d'Este di Ferrara, avendo antecedentemen-
te sostenuta la carica di potestà nella città di Bo-
logna. Fiorì circa l'anno i3oo. F-r. v.
Cancellieri Lazzaro il di cui vero nome era
Bandino^u di Pistoia. Ottenne la carica di castel-
lano della fortezza di castel s. Angiolo, fu fatto
senatore di Roma e difese quel fortilizio contro
l'esercito di Ladislao re di Napoli: gloriosamente
in quell'incontro se ne morì nell'anno i4la*
e a ft. 3 yo
Successa la morie di questo soggetto, ottenne per
volontà del pontefice il suo luogo Si/none di lui
figlio. A-m. Ep. v.
Cancelliero dal Forcone. Fed. Forcone.
Carivi Girolamo d'Anghiari compose alcune
opere e pubblicò un gran numero di traduzioni.
Fra le sue opere citeremo,, Historia della elezione
e coronazione del re dei romani, Venezia 1612 „•
„ Aforismi politici cavati dalla storia di Francesco
Guicciardini, Venezia 1625 „. Tradusse in italia-
no il trattato della corte di Dionigi del refuso
con note, Venezia 1621} Gli aforismi politici sopra
Tacito, Venezia 1618} La storia di Luigi XI, Ve-
nezia 1628, ov'è unito un Giudizio politico sopra
la vita di esso re} Lettere del cardinal d'Ossat, Ve-
nezia 1629: la Genealogia della casa di Borbone,
Venezia 16S8. B. u. vi.
Canim Angelo nato nel 1621 fu abilissimo
grammatico, a parere di molti letterati. Alla co-
gnizione della lingua greca egli univa la cono-
scenza dell'ebraico, siriaco, ed altre lingue orien-
tali. Andò per lungo tempo vagando e insegnan-
do le suddette lingue a Venezia, a Padova, a Ro-
ma, nella Spagna. Francesco I lo attirò a Parigi,
perchè vi fosse professore nell'università,^! è cosa
assai singolare che Boulay e Crevier non facciano
menzione del Canini nelle loro storie delPuniver-
sità. A Parigi gli fu scolaro Andrea Dutich. Morì
in Alvernia nel 1 557. Ecco le principali opere del
(lanini nDelocis s.Scrìpturae ìiebralcis commen-
tarla „ stampata con le quinquagenas d' Antonio
de Lebri, Anversa 1600. „ De hellenismo i555»,
3? 6 e a w.
ristampato con le note di Cado Haumboes, Pari-
gi 1 568 e Londra i6i3 „; Institutlones lingua-
rum syriacae^ assyriacae et thalmudìcae una
cum aetìiopicae et arabicae collatione, quibus
addita est ad calcem n. 7. multorum locorum
historica enarratio, Parigi i55^ »;w Grammatica
greca, Parigi „*, „ Una versione latina «lei commen-
to di Simplicio intorno ad Epitetto, Venezia iò{6
e 1669 „. B. u. Ep. v,vi.
Garocchi Giovanni fiorentino ha molto ope-
rato d'incisione nelle tavole annesse al dizionario
enciclopedico della edizione di Lucca, e nella bi-
blioteca teatrale colà pubblicala dal nobile si-
gnore Ottaviano DioJati. G. G.
Canovai Stanislao del secolo XVIII astrono-
mo dell'osservatorio Ximeniano in s. Giovannino,
religioso scolopio e lettore di matematiche, lasciò
diverse opere pregevoli di matematica, di archeo-
logia e di grammatica^ ed ebbe a sostenere una
dotta disputa con Napione Galeani intorno alla
patria d'Americo Vespucci. C. r. vi, vn.
Capassi Gherardo nacque in Firenze Tanno
1662, e giovinetto ancora fu ascritto nella religio-
ne dei serviti. Attese egli allo studio della filo-
sofia peripatetica e della scolastica teologia, fin-
ché conosciuta l'inutilità di tali studi si applicò
alla storia sacra ed alla teologia dommatica. Fu
ascritto nel collegio dei teologi di Firenze- inse-
gnò filosofia e teologia nel convento dVl suo or-
dine, e nell'Ateneo pisano. Ebbe molte contro-
versie con Giacomo Laderchi della congregazione
dell'oratorio, poiché dimostrò falsigli atti da que-
C A X. 377
sfultimo scritti di s. Cresci e compagni. Famosa
è questa disputa per le opere che uscirono; una
d.dle quali fu „ Nugae laderchìanae in Epistola
ad Equitem fiorenti num sub nomine et sine
nomine Petri Donati Polidori vulgata: Centu-
ria prima curante M. Antonio Gatto J. C. Gè-
nuae 170^ ,y Non può negarsi che quest'opera non
sia dotta, giudiziosa e piena di argutissimi sali;
ma ripiena d'invettive, titoli derisori, e pungenti
il suo avversario in modo, che il Granduca Cosi-
mo UE condannò alle fiamme quel libro, e co-
strinse Antonio Gatti, sotto il qual finto nome
era stampato, a dimostrar con giuramento la sua
innocenza. La libertà di parlare del Capassi, il suo
animo ingenuo gl'impedirono di poter ottenere
quplle dignità ecclesiastiche che per virtù e dot-
trina ei meritava. Morto finalmente Cosimo.e suc-
cessogli Gio. Gastone nacque al Capassi la spe-
ranza di poter vivere sicuro in patria, avendo già
sostenuto diversi onori come generale del suo
ordine, esaminator sinodale di Firenze e Fieso-
le, teologo di Francesco Maria Medici e di altri
cariinali, consultore della congregazione dell'In-
dice. Tornato dunque a Firenze fu di nuovo elet-
to professore dell'Ateneo pisano e teologo dello
ordine di santo Stefano. Di lì a poco abbando-
nala la cattedra di Pisa si ritirò nel suo mona-
stero, ove visse quietamente, godendo come per
lo avanti l'amicizia e conversazione degli uomini
dotti, finché nell'anno 1736 colpito da apoples-
sìa perde la memoria, e nel seguente anno la vi-
ta. Le opero che di luf ci restano sono „ Conclu-
ZyS e a p.
siones ex theologia et philosophia selectae „;
„ Monìtum ad sanctam ecclesiam catholicam
adversus Jo. Chrysostomum Scarfó in vene-
tos Ephemeridum litterarium scriptores de-
bacchantem ,„• „ Epistola de actis s. Cresci ad
Justum Fontaninium n; „ Nugae laderchia-
nae „ / ,, Besponsio ad Epistolam p. Ioannis
Antonii Vernardii Servitae qui contra venetos
Ephemeridum litterarium scriptores calamum
strinxerat, et Pindicias veterum diplomatum
a Justo Fontaninio editus impugnai er at „/ „ Ju-
dicium de opere p. Nicolai Morterìi inscripto^
„ Etymologiae Sacrae Graeco-Latinae „, ed al-
tre opere MS. L-m. Ep. vi.
Capezzali Banalità spiritoso ed elegante poe-
ta della prima metà del secolo XVII. Fu autore
di un „ Ditirambo „ , da cui il Redi lolse non
solo la principale idea del suo Bacco in Toscana,
ma non sdegnò di spargervi ancora quasi tutti i
pensieri e le più nobili frasi in questo contenute.
È però strano che tanto il Redi dovendo al com-
ponimento del Capezzali, non ne abbia nelle sue
note fatto il minimo cenno. Molle sono le pro-
duzioni di Bonavita , fra le quali accenneremo
due eccellenti poemetti, uno intitolato „ Apollo
vaticinante; la grandezza del serenissimo Ferdi-
nando II di Toscana „j l'altro „ La difesa celeste
per l'occasione della fama sparsa che il turco vo-
lesse andare contro Malta nel i635 „. Morì nel
i645 nelPancor fresca età di anni t\\. R-st vi.
Capitelli Bernardino di Siena scolare d 'Ales-
sandro Casolani finché visse,e dipoi di Rutilio Ma-
e a p. 3?9
netti, avendo fatto qualche profitto nella pittura
s'applicò in appresso anche all'intaglio ad acqua
forte, e ritrasse dai marmi antichi alquanti fregi
di bassorilievi esprimenti favolosi soggetti . Pub-
blicò delle corse , decentrate e delle comparse,
e fra le altre la piazza di Siena in piccola e mag-
gior figura e forma, con avervi espresso vari spet-
tacoli festivi. Travagliò i ritratti del cav. Fran-
cesco Vanni, del cav. Ventura, di Arcangiolo Sa-
limbeni , di Sebastiano Folli e di Alessandro
Casolani, tutti pittori senesi. Entrò al servizio del
cav. Del Pozzo nel i6a6, ed operava nel 1634. G.
G. Ep. vi.
Capocchi Alessandro domenicano, nato nel
1 5 1 5 cittadino fiorentino, la cui genitrice gravida
d'otto mesi di lui, caduta con un palco rovinato
salvossi per prodigio, per esser restata attaccata
ad una porzione di quel palco. Vestì il Capocchi
T abito di religioso in santa Maria Novella nel
1627, e mandato a studio in Lombardia imparò
le scienze, e specialmente le lingue ebrea , cal-
dea, siriaca ed araba, che parlava con franchezza
mirabile e scriveva. Amante di solitudine volea
ritirarsi in Camaldoli , ma noi permisero le sue
circostanze, né i suoi superiori. Fece qualche ri-
forma nel suo convento, richiamandone i frali
alle antiche regole. Fondò il conservatorio delle
Poverine dette poi della Pietà. Governò più mo-
nasteri e pie congregazioni, di cui fu correttore.
Fu curato del popolo di sua chiesa e priore del
suo convento, dopo di che morì nel i58i, essen-
do vissuto anni 66 . Operò alcune cose maravi-
3So e a p.
gliose col mezzo delle sue fervorose orazioni. Egli
suscitò lo spirilo nella compagnia di s. Benedetto
bianco della città di Firenze, e scrisse un „ Ri-
stretto della vita di diversi fratelli di detta com-
pagnia, con alcuni loro fatti cavati da altro lib-
bretto manoscritto,,. B-s. Ep. v, vi.
Caponsacchi Pietro religioso francescano nato
nei contorni di Arezzo nel secolo XV ha pubbli-
cate alcune opere poco note e sono: „ In Johan-
nis apostoli , apocalypsi observatio , Firenze
1572,,, scritto per curiosa combinazione e dedicato
a Selim II imperatore dei turchi. „ De justitia
et juris auditione, Firenze 1 5 7 5 59^ » Discorso in-
torno alla canzone del Petrarca che incomincia:
Vergine bella che di Sol vestita ec.
Firenze 1567 e 1690,,. Il padre Lelong parla di
quest'opera nella Biblioteca sacra, ma ingannato
dal titolo che trovò citato in modo poco esalto ,
tenne che si trattasse del Cantico dei cantici, e
non ha mancato di dire che il nostro autore avea
pubblicato intorno ad esso un commento. B. u.
v.
('appelli. Marsilio. Ved. Ficino Marsilio.
Capponi Neri di Gino di Neri, del quale son
piene le memorie fiorentine per lo spazio di circa
mezzo secolo , nato nel i3S8 , superò il padre
nelle civili virtù. Occupò più magistrali nella re-
pubblica, attese agli interessi di lei nel tempo di
guerra e in tempo ili pace nelle ambascerìe. Fu
condannato dai fiorentini alTesilio per timore che
e k p. 38i
non s'ingrandisse di soverchio, ed ei non ostan-
te adoprossi a loro favore. Ma dopo la sconti! ta
del Piccinino ad Anghiari la repubblica ravvedu-
ta del proprio errore lo creò cavaliere,e Io incari-
cò degli affari dì guerra, come uno dei dieci di
balia e commissario dell'esercito nel 1429 quan-
do si mossero le armi contro Lucca. Egli scrisse
le proprie imprese, e con esse quelle del padre,
componendo la storia della guerra di Pisa, in cui
egli ebbe si gran parte che servì di materiale a Ber-
nardo Rucellaiper distendere relegantissimo suo
commentario. Quando egli nel i436 ebbe il gonfa-
lonierato di giustizia, con intrepidezza non sdegnò
di fare spargere il sangue cittadinesco di alcuni ri-
belli,per provvedere alla comune salvezza con que-
st'unico funesto compenso. Egual coraggio dimo-
strò Neri in varie altre occorrenze, e specialmente
quando egli trovavasi a consigliere nelle pubbli-
che faccende. Furon tema di molte lodi a valenti
scrittori le gesta del Capponi che in meriti a ve-
ro dire avanzò non pochi dei suoi coetanei. Fin-
ché nel novembre del 14^7 finì 4' vivere in età
danni 69, forse troppo presto se riguardasi al bi-
sogno in cui era la repubblica di esser peranche
assistila dalla prudenza di N e ri nelle mutazioni
che avvennero, e nei'contrasti che Paillissero do-
po una tal morte, che fu compianta come d'un
vero e proprio difensore della libertà. Tra i quat-
tro suoi figli ch'ebbe da Selvaggia Sacchetti vi fu
il famoso Gino gonfaloniere di giustiziane! i^yi.
E. <l' u. i. Ep. v.
Cappom PUtto nipote di Neri fu insignito
Sì. Tose. Tom, 12. 3G
382, C A P.
come lui delle più eminenti dignità della repub-
blica di Firenze, e fra le altre sostenne parecchie
ambasciate sia in Italia sia in Francia. Carlo Vili
essendo entrato in Firenze nel i494 a^a Sul^a
delle sue genti d'armi e con la lancia in mano,
pretendeva d^ver fatta in tal guisa la conquista
della repubblica, e voleva essere dichiarato so-
vrano. I tìorentini non lo avevano considerato
che come un allealo, il quale chiedesse ospitalità
e gli avevano aperte le porte, ma con la precau-
zione però d'adunare nelle case dei principali cit-
tadini tutti i soldati della repubblica e molto nu-
mero di contadini armati. Carlo Vili tenne pa-
recchi colloqui con Pietro Capponi che già lo
conosceva, e con altri magistrati fiorentini. Final-
mente legger fece dinanzi ad essi dal di lui segre-
tario il suo ultimatum. Le condizioni di esso af-
fatto contrarie essendo alla dignità edalla libertà
di Firenze, Pietro Capponi strappò la carta dalle
mani del segretario e Jaeerolla sotto gl'occhi del re
— Prima che noi condiscendiamo a domande che
disonorano,fate dar fiato, dissetile vostre trombe,
e noi suoneremo le nostre campane — . Nel mede-
simo tempo uscì e fu seguito da 3 commissari suoi
colleghi, come abbiamo dovuto narrare al tom.
vni, p. 4?5 di quesf opera. A tale intrepidezza fu
grande nei francesi la meraviglia', richiamarono il
Capponi e gli proposero condizioni più miti. Si
assicura che Carlo VII! prendendolo per la mano
gli dicesse in lingua italiana,— Cappon Capponi tu
strilli come un gallo —.Un trattato fu concluso fra
il re e la repubblica, e Carlo si pose di bel nuovo
e 4 p. 583
in cammino alla volta di Napoli. Pietro Capponi
fu ucciso nel 1496 da un colpo d'archibuso di-
nanzi ad Asciano piccolo castello delle colline di
Pisa, che assalito aveva con le genti fiorentine, di
cui era commissario. B. u. Ep. v.
Capponi Giovanni Battista , nato in Firen-
ze da nobili genitori, si applicò allo studio della
letteratura, e fu di presidio grande alle belle arti.
Disprezzò egli i vizi ed i viziosi, e solo amò la pro-
bità, e di servire Dio. Molto apprese nelle belle
arti, e con tutto l'amore studiò le sacre lettere.
Molti chiedevano il suo consiglio ed il suo giu-
dizio in affari interessanti, e tutti trattava con
saggiezza ed umanità. Godè egli di una sanità tale
di corpo, che mai ebbe bisogno degli aiuti dei
medici, onde eccitato da tanta prosperità gior-
nalmente attendeva con progresso ai sa^ri ufi-
zi. Fu eletto arciprete della cattedrale fiorenti-
na d1 ordine di Cosimo e pei suffragi di tutti i
canonici, ma egli ringraziando questi della loro
preferenza che data gli avevano, e presentatosi
a Cosimo ricusò con costanza la dignità alla qua-
le lo aveva inalzato. Giunto all'eia di 60 anni
sazio dei domestici affari si ritirò alla campagna,
passando il resto della sua vita nella contempla-
zione delle divine cose. A lui ricorrevano i vici-
ni ed altri anche lontani a chiedere consigli, a
sedar risse, e pacificar discordie. Si dilettò gran-
demente dell'ospitalità, e non risparmiò spesa al-
cuna, privandosi spesso dei propri comodi per
somministrarli agli altri. Nel suo campestre ritiro
giornalmente si applicava nei lavori di belle arti,
384 e a p.
ed avendo udito lodar molto i libri di Mfonso
Tostato, instancabilmente si adoprò finché se ne
fu renduto possessore, onde per sua cura la prima
volta apparvero in Italia tali libri. Ebbe il Cap-
poni qualche disputa coir Ochino in materia di
religione, e non temè di rimproverare a quell'uo-
mo i suoi errori. Lasciò molti MSS. presso Neri
Capponi, e nelP età di anni 87, qual visse, morì
con dolore grande dei buoni. B-c. Ep. v.
Capponi Lorenzo, il primo che da Firenze si
trapiantasse hi Francia, e dal quale stipite poi
sursero in quel regno tanti illustri personaggi,
era barone di Creveceur . Tanta fu la genero-
sità che uso neirimpiegare le sue ricchezze, che
nel i573, mentre la città di Lione trova vasi afflit-
ta da fiera fame, egli a proprie spese alimentò
circa 4000 poveri per lo spazio di 4 mesi. Tauta
pietà gli meritò giustamente il glorioso titolo di
padre dei poveri, ed in generale fu compianto da
questi non solo, ma da tutta la città ancora per
la sua morte. Nella chiesa dei Giacobiti vedonsi
tutfora i generosi monumenti di sua pietà negli
ornamenti e nella molta argenteria. T-s. vi.
Capponi Niccolò nacque da quel Piero il qua-
le davanti a Carlo Vili fece in pezzi i capitoli di
una'pace,da lui creduti mal conformi agl'interessi
della repubblica di Firenze sua patria. Si rese cele-
bre per le rare sue doti dell'animo che fece spic-
care specialmente quando fu alla testa della sua
repubblica. La nascita ed i meriti degli antenati
davano al Capponi un dritto ad occupare il reg-
gimento della patria*, ma più ve lo condusse con
e a p. 385
applauso pubblico il concetto ebe s'era fatto coi
suoi costumi e colla sua saviezza. Il fafo di Pisa
pare che fosse riposto nella famiglia Capponi .
Questo lampo di grandezza del Capponi dovette
forse preparargli quell'immenso favore di tutto il
popolo, allorché ai primi di giugno 1 5o,j fu eletto
gonfaloniere di giustizia, ed in seguito varie volte
riconfermato . Egli vide in tale occasione che i
suoi concittadini non sapevano più esser liberile
con pietoso compenso credette contentarli, facen-
do con i suffragi del popolo eleggere per reG<jsù
Cristo Signor nostro; ma tutta la prudenza e vir-
tù non servì a Niccolò a tenerlo lontano dalle in-
sidie tesegli dai suoi sospettosi nemici. Allora egli
cautamente si ritirò in una sua campagna . Ma
quando si accorse esser la sua patria caduta in
estremo pericolo, si determinò di abbandonare la
solitudine . e tornare a Firenze per V oggetto di
soccorrerla; ma in tempo che vi si avviava, sorpreso
dal dolore, in pochi giorni cristianamente se ne
inori in viaggio Panno 1529. E. cTu. i. Ep. v.
CippoM Gino, un dei più gran sostenitori e
padre amantissimo della fiorentina repubblica",
nacque poco prima del i3f»o, e atteso il suo inge-
gno e prudente operare non esitò un momento
la fiorentina repubblica, non solo in accordargli
le principali onorificenze, ma nelTimpiegarlo ezian-
dio nelle più decorose ambascerìe che ai diverbi
potentati e repubbliche di tratto in tratto occor-
re vnn^li. al modo stesso che le principali repub-
bliche ed estere nazioni sempre con distinzione
lo riguardavano. È degno di riflessione, com'egli
36*
386 e a p.
fu il primo a portare in sua casa l'insegna del gon-
falonierato risplendentissima.Fu inoltre commis-
sario degli eserciti della repubblica, siccome della
città di Pisa primo capitano e governatore. Ciò che
per altro ha più di tutto contribuito a rendere il
suo nome chiaro e immortale, e che ha aumenta-
ta di non poco la gloria del suo lignaggio si è la
alla impresa dell'atrocissima guerra di Pisa, come
la chiama il Poccianti, eh' egli atteso il suo in-
gegno e prudente operare, l'anno 1406 a lieto fi-
ne condusse. Sebbene ai fiorentini fossero state
per opera di Gino consegnate già in mano le prin-
cipali fortezze del territorio pisano, e non pen-
sassero che ad un pacifico possedimento, i pisani
per altro meditando di ricuperare la libertà pen-
sarono di sottrarsi al loro giogo per le vie della
forza. Nulla però smarritosi il popolo fiorentino,
non dubitò di tornar nuovamente ad occupare col-
le armi ciò che per Tavanti ed occultamente col
solo oro s'era acquistato. Chi non legge i com-
mentari della guerra di Pisa, che a Neri suo figlio
vengono attribuiti, 1* impresa dell1 acquisto van-
taggioso di Pisa che il Capponi a felicissimo fine
condusse, e di cui poscia ne ottenne il primiero
governo, rimaner non può persuaso abbastanza
della destrezza e prudenza di Gino, e del valore
ertegli in sommo grado possedeva} tantoché fu
detto dal Platina, che Pisa senza d'un taul'uomo
non si sarebbe dai fiorentini potuta ottenere. Usò
quindi ogni mezzo perchè la repubblica pisana
venisse in mano dei fiorentini salva ed intatta, e
non già rovinata da saccheggi, da furti e dalle
e a p. 387
armi nemiche, a cui avvenne difatti. Il comune
di Firenze comandò che eretto fosse cavaliere a
speron d'oro. 'In trionfo di tanta vittoria portò in
patria quel sì segnalato volume delle Pandette o
siano digesti dell'imperator Giustiniano, ma gelo-
samente custodito nella R. biblioteca Laurenzia-
na. Scrisse „ L'istoria del tumulto dei Ciompi se-
guilo in Firenze nel 10*78 „. Abbiamo ancora di
esso alcuni domestici e politici ricordi ai suoi fi-
glioli, nelle quali sue opere, quantunque scritte
da uomo, dalle arti liberali lontano, nonostante da
esse rilevasi il di lui sublime talento. Morì nel
i4*ìo, o come altri vogliono l'auno ìfai.E.d'u.L
Ep. v.
Capponi Agostino entrò nel i5i3 in una con-
giura con Pietro Paolo Barcali e col celebre Mac-
chiavelli, onde togliere ai Medici L'autorità che
essi avevano riacquistata nell'anno precedente con
Taiulo d'un esercito straniero. I cittadini più rag-
guardevoli di Firenze e lo stesso arcivescovo pren-
devan parte a quella trama} ma il Capponi più ze-
lante di lutti fu quegli che perdette gli altri. Una
carta che conteneva l'elenco dei congiurati uscì
dalla sua lasca e fu recata ai magistrati : lutti co-
loro che vi erano nominati furono tosto arrestati
e posti alla tortura. Capponi e Barcali furono dp-
capilali, gli altri vennero nondannati ad una per-
petua prigione. Ad essi in seguilo fece grazia Leo-
ne \. lì. ti. v.
Capko>a Guido de'conli da Caprona d* una
delle più illustri famiglie pisane nacque probabil-
mente dopo la meta del secolo XI. Sappiamo dal
388 e a p.
Muratori che nell'anno i i 44? Guido già cardinale
e diacono e Ubaldino suo fratello fecero dono al-
la chiesa romana del castello di Montalto posto
nella diocesi di Lucca vicino all'Arno, e così di-
vennero vassalli di essa. Passato a Roma vi so-
stenne molte cariche,e pare che salisse ad essere
camarlingo *M santa chiesa. Certo è ch'egli era uno
dei componenti la corte pontificia a'iempi di In-
nocenzio II, e nel passare in Francia con esso fu
creato diacono cardinale. Accompagnò il papa nei
suoi numerosi viaggi^intervenne a vari concilile
insieme con lui tornò in patria e quindi a Roma;
e poco dopo venne di nuovo a Pisa al concilio
generale celebrato nel giugno del 1 134- Fu poi
spedito dal papa con altri a Milano contro lo sci-
smatico Anselmo, e fin d'allora i milanesi l'ab-
bandonarono tutti per darsi al vero pontefice In-
nocenzo ed all'imperatore Lotario. Andò con al-
tri mediatore di pace a Pavia e Cremona, i cui
popoli erano in guerra coi milanesi ed ottennero
pace dai pavesi: soltanto con essi il Caprona passò
pure a Genova, per ristabilire la pace tra quella
repubblica e la pisana. Fu amico stretto di san
Bernardo di Chiaravalle. Venne spedito il cardinal
Guido per altre ambasciate da Lucio II, ed Euge-
nio III, il primo all'imperatore, il secondo in Lom-
bardia. Passò Guido in Francia con Eugenio III
pontefice, da dove fu spedito in Germania, e do-
po essere intervenuto a vari e oncilii venne rol pa-
pa in Italia, e tornatosene a Pisa fece edificare
una chiesa in onore di s. Torpè, e riunitosi col pa-
pa rientrò in Roma, dove il pontefice fu minaccia-
*C A P. 389
to di vedere ostilmente Corrado nella sua capitale;
ma Guido si adoprò per impedirne il sinistro suc-
cesso, dopo di che cessò di vivere Tanno n5o,
favellandone san Bernardo con grande stima, ed
Arrigo re dei romani chiamandolo tuo amico.
M. d'u. p. Ep. v.
Caraf astoni Marco pistoiese medico resosi
singolare nella sua professione presso il pontefice
Clemente VII. Questo soggetto insieme col fratel-
lo Bartolommeo meritò dal capo di santa chiesa
il privilegio di mettere nel suo stemma la mitra
e le chiavi come arme della chiesa; e il duca Ales-
sandro defedici gli concesse le palle ed il re di
Sicilia P aquila, del che vive ancor la memoria.
Fiorì questo insigne medico dal i5ao in poi. F-/v
v, vi.
Caravaggio Polidoro (da) di casa Caldara non
dall'arie ma da natura creato pittore.Sino agli an-
ni 18 servì di muratore agli scolari di Raffaello,
che d'ordine di papa Leone X dipingeva le logge
del palazzo papale. Invogliatosi di fare il pittore
gettò via il bigonciolo,e fatta strettissima lega con
Maturino bravissimo disegnatole fiorentino,sopra i
disegni e direzione di quello tanto s'impralich^che
giuratasi perpetua fede dipinsero gran tempo insie-
me, e come simili di genio, così furono di colorito
disegnando l'uno le opere dell'altro. Dilettaronsi
di varie bizzarrie, cioè d'anticaglie, d'urne, di va-
si, di statue, d'arabeschi e di sacrifici antichi, in-
troducendone sempre nelle loro incomparabili
invenzioni. L'anno 1627 saccheggiando Borbone
la città di Roma, Polidoro lasciò l'amico, e fug-
390 e a n.
gì a Napoli dov'ebbe a morire di fame. Cangiato
clima, cangiò fortuna in Messina, dove accumulò
gran somma di contanti per i be'freschi ivi di-
pinti} ma la fellonìa d'un suo servo non lasciollo
passare a maggiore onore e ricchezza, mentre di
notte tempo con altri compagni l'assalirono, e sof-
fogatolo caricaronlo di molte ferite. Non andò
per altro gran tempo che i malfattori furono dalla
giustizia puniti. O-r. Ep. v, vi.
Carbonchi Antonio, sonatore di chitarra spa-
gnuola, eccellente cavaliere dello spron d'oro,com-
pose e dette alle stampe molte opere di sua pro-
fessione fra le quali sono „ Le dodici chitarre
spostate, Firenze i64o„, ed altre simili. Si vede
il suo ritratto intagliatoin rame da Orazio Le Brun
con questa iscrizione: cavaliere Antonio Carbon-
chi inventore di suonare sopra dodici chiavi della
chitarra spagnuola. B-s, vi.
Cardi Lodovico (da). Ved. Cigoli.
Carducci Baldassare insigne legista prima
di ragione canonica , poi di civili lettere nello
studio di Padova e in Venezia, poi in Francia.
Fuoruscito di patria, pelPodio grande che porta-
va ai Medici, vi fu richiamato con universa! con-
senso, allorché questi partirono da Firenze nel
1527. Tanta era la stima che aveasi di lui, che
dalla sua patria fu sempre impiegato nei più gra-
vi ufficii ed importanti ambasciate, finché ritro-
vandosi oratore per la repubblica presso il re di
Francia, morì in Angulem iu età molta avanzata
nel i53o. Scrisse alcune opere. Fu chiamato per
soprannome lo scimitarra per essersi fatto capo
C A R. 391
popolo contro la casa Medici, della quale si mo-
strò sempre contrario, ed il Monaldi Panno-
vera tra i celebri legisti. A-m. Ep. v.
Carducci Vincen zo pittore e architetto fioren-
tino fratello di Bartolommeo pittore, scultore e
architetto, il quale dopo ch'ebbe prestato aiuto a
Federico Zuccheri nella cupola di Firenze, seco
andò a Madrid, e trovandosi in tempo di magnifi-
che occasioni di tanti lavori là chiamò Vincenzo,
il quale si perfezionò nell'arte} tantoché in vita
di Filippo II e III abbellì d'opere sue parte del
real palazzo e di alfre regie appartenenze. Rivi-
de per poco tempo la patria, poi tornò a Madrid,
e perle chiese di quella città lasciò sue memorie.
Ebbe in sommo onore e stima Parte, anzi ne scris-
se un libro in lingua spagnuola, intitolalo „ Dialo*
go della pittura „, in cui dette molte notizie d'ope-
re di valentuomini ch'erano a quel tempo nelle
reali Gallerie e palazzi, e si trova stampato in Ma-
drid 1 633, ove passò al l'altra vita, e lasciò non
poche facoltà al suo nipote. B-l. vi.
CUanuco Bartolommeo fiorentino, dopo ave-
re appresa Parte in Italia si portò in Ispagna in
compagnia di Federigo Zuccheri per lavorare uel
regio monastero dello Escuriale a competenza di
molti altri v?lent" uomini che per comando del
re dipingevano. Toccò ad esso di operare nel
soffino d«'lla libreria di quel monaslero e di rap-
ntnre nelle volte dei chiostri alcuni misteri
ile] netto redentore, colle quali opere ben con-
dotte e più con i suoi costumi fattosi adito alla
grazia del re, fu da quello trattenuto e stipendia-
392 C A R.
to per suo pittore} ed essendo anche perito nella
scultura e architettura fu nell'esercizio di coleste
arti impiegato per l'erezione ed ornamento dei regi
edifizi. Perla città di Vagliadilio fece molte opere;
dipinse nel palazzo di Madrid e nella chiesa di s.
Filippo. Fece la tavola della deposizione di disto
dalla croce, che fu una delle migliori sue opere,
la quale è tenuta oggidì ancora in grandissimo
pregio, come se fosse di Raffaello d'Urbino. Fi»
nalmente per commissione del sovrano dipingendo
con indicibile sollecitudine ed ansietà nel palaz-
zo del Pardo vi lasciò la vita, non avendo che so-
li 49 anni d'età. Palummo ne scrisse diffusamen-
te la vita in idioma spagnuolo. O-r. Ep. v.
Carlettl Francesco, dirigine da Terranuo-
va, avendo lungamente pellegrinato, scrisse alcuni
ragionamenti fatti alla presenza di Ferdinando I
granduca di Toscana, ne'quali si contiene il gran-
de e maraviglioso viaggio ch'ei fece in circondan-
do tutta la terra per via delle Indie occidentali
dette il mondo nuovo, e da quelle all'India orien-
tale, e suo ritorno per quella (ino alTessere arri-
vato a Firenze il 12 luglio i6of>,da dove s'era par-
tito il 20 maggio del 1591, raccolti e messi insie-
me da lui medesimo in due discorsi, il primo oc-
cidentale il secondo orientale. Quest'opera dopo
essere stala diffusa per manoscritti fu poi stam-
pata con titolo „ Ragionamenti di Francesco Car-
letti fiorentino sopra le cose da lui vedute nei
suoi viaggi sì dell'Indie occidentali che orientali
e d'altri paesi, Firenze 1701 „} fu uomo di saggio
avvedimento. Appena entrato in 18 anni sua età
C A B. 393
che dal padre fu mandato in Siviglia per applicarsi
alla mercatura, da dove dopo due anni passò alle
Indie occidentali nel 1694. Costeggiò quelle spiag-
ge, e di luogo in luogo facendosi trasportare per-
venne fino alle Indie orientali, e dopo avere scor-
so tutto il giro della terra, nel 1606 fece ritorno
alla patria:e benché fosse per mestiere mercatante
fece attenzione ai costumi de'popoli e dei luoghi
da lui visitati, e dove trovò cose degne d'osserva-
zione, notò il tutto con diligenza da viaggiatore.
Vj poi meraviglia che spogliato dai corsari delle
raccolte sostanze e di tutte le memorie radunate
in iscritto per sì lungo tempo ed iti sì lungo trat-
tò di paese, potette rammentarsene, e non solo
delle cose più ordinarie,ma fino della giusta e pun-
tual misura delle distanze de'Juoghi, dell'elevazio-
ne del polo e d'ogni altre minuzie, onde ridusse
l'opera accennala come trovasi scritta presente-
mente. C-n. Ep. v, vi.
Carletti conte Francesco Saverio dì Monte-
pulciano nacque verso il 1730.SÌ110 dalla sua prima
giovinezza godette grandissimo favore nella corte
del Granduca, che lo decorò dell'ordine di s. Ste-
fano, e lo nominò suo ciamberlano. Quando co-
minciò la rivoluzione francese, il conte Carletli
sull'esempio del suo sovrano non se ne mostrò
avversario, Io che gli fruttò nel giugno del 179^
una spiacevole avventura. Scontrato nella stradn
pubblica allo RK. Cascine dall'inviato brotlanim
VViudhnm che girava in biroccino, fu assalilo con
colpi di frusta. e trattato altamente di giacobino.Da
i:io ne venne una disfida, e i due campioni si reca-
St. Tose. Tom. 12. 37
394 CAB.
rono sul territorio lucchese; ma siccome il Carlelti
che fu il primo a sparare fallì il colpo, così l'inglese
ebbe la generosità di trarre in aria, e tutto fu ri-
conciliato. Dopo ciò il Carlelti fu spedilo a Parigi
per trattare di pace tra la Toscana e la repubbli-
ca francese,e dopo ch'ebbe segnato questo trattato
nel febbraio del 1795, comparve alla convenzione
nazionale, ove pronunziò un ben ordinato discor-
so che fu molto applaudito. Il presidente Tbilau-
deau rispose con egual pulitezza. Quindi si de-
venne, secondo l'uso di quel tempo all'amplesso
fraterno che rinviato toscano ricevette fra nume-
rosi applausi. Egli restò poscia a Parigi come in-
caricato di Toscana. Si ricordò quindi il Cadetti
d'essere rinviato di un principe austriaco, e che
la figlia di Luigi XVI cugina del suo sovrano era
detenuta nella prigione del tempio. Avendo inteso
che questa principessa sarebbe stata rimessa al-
l'Austria, credette esser suo dovere di non lasciar-
la partire senza visitarla, e ne domandò licenza
al ministro dell" interno. La lettera scrittagli in
tale occasione è rimarchevole, se ci riportiamo
a'tempi ed alle circostanze in cui fu scritta — Co-
me solo ministro straniero in Francia, diceva e-
gli, che rappresenta un sovrano parente della il-
lustre prigioniera, in presenza di tutti quelli che
giudicavasi a profitto di ammettervi, mi sarei e-
sposto a dei rimproveri, tanto più che si potrebbe
supporre che le mie opinioni politiche mi aves-
sero suggerito di dispensarmi da quest'atto di do-
vere. Del resto qualunque siasi la determinazio-
ne del governo francese, la rispetterò senza rnor-
•
C A R. 395
inorare, permettendomi soltanto di far conoscere
a chi apparterrà, che non ho mai mancato d'in-
sistere, benché non abbia mai presentata veruna
domanda officiale — . Questa lettera pose in gran
doglia i cinque presidenti del direttorio, che fe-
cero tosto cessare ogni specie di relazione col
conte Carletti, e gPingiunsero di ritirarsi senza ri-
tardo dal territorio della repubblica. Fu incaricato
il ministro Carlo la Croix deformare il Grandu-
ca di Toscana avere il suo inviato essenzialmente
mancalo ai propri doveri, permettendosi di voler
rendere dei prelesi doveri ad una persona chele
leggi costituzionali della repubblica non conside-
ravano che nella qualità di un individuo isolato
e senza qualificazione . Obbligato ad abbando-
nare la Francia, il conte ritornò nella sua patria,
ove il Granduca non parve malcontento della di lui
condotta, ma temendo il ripentimento del gover-
no francese, si astenne dall'impiegarlo, come fece
molìo più quando Tanno dopo Tltalia fu invasa
dal generale Bonaparte. II Carletti morì nel suo
ritiro nell'agosto del i8o3. fi. u. Ep. vir.
Carli Giovanni dell'ordine dei predicatori, il
quale è descritto nel libro dei decreti della uni-
versità dei teologi tìorenlini io5, fu decauo della
università nel 1469. Era versato in ogni genere di
erudizione, e chiaro per la sua singolare pruden-
za e probilà.Scrisse molle opere ascetiche e reli-
giose. Fu celebre nello spiegare le sacre carte, e
nel descrivere le „ Vite dei santi „ si in latino che
in italiano. Aveva uno stile eloquente come di-
mostrò nelle seguenti opere„Due volumi apparte-
396 C A R.
nenti ai Salmi penitenziali,,;,, Ve senectute etc.„
Scrisse in oltre non poche „ Vite d'illustri eccle-
siastici toscani M; „ Del convento di santa Maria
Novella „. Compose un „ Orationum volumen „,
cose da lui recitate. Morì nel i55o di 65 anni .
C-n. Ep. v, vi.
Cirli Gio. Girolamo nacque nel contado di
Siena Panno 171 9 da contadinesca famiglia. Fat-
tosi chierico professò le lettere a Colle ed a Gub-
bio . Alle lettere aggiunse gli studi della storia
naturale e dellearti meccaniche. Tornato a Siena
circa Tanno 1770 fu nominato segretario delfac-
cademia di scienze, lettere ed arti di Mantova, e
vi stabilì un museo ed una pubblica biblioteca .
Carli percorse a diversi intervalli quasi tutta l'I-
talia , raccogliendo libri , antichità , medaglie ed
oggetti attenenti alla storia naturale, dimodoché
gli riuscì di formare una copiosa e rara raccolta .
Morendo in Mantova nel 1786, ebbe il conforto
di vedere assicurati i frutti dei suoi dotti viaggi
pel progresso dei suoi studi archeologici e di sto-
ria naturale . Compose varie scritture letterarie
pubblicate avanti di esser nomiualo segretario
perpetuo deir accademia di Mantova, ma le sue
più celebri produzioni sono:,, Dissertazioni due „
la prima sulla impresa degli Argonauti, ed i fatti
posteriori di Medea e di Giasone; la seconda so-
pra un antico bassorilievo rappresentante la Me-
dea d'Euripide, conservato nel museo dell'accade-
mia di Mantova, Mantova 1785. T-&. vi, vii.
Carlo beato della nobile famiglia Granello di
Firenze, o come altri vogliono, dei conti di Mon-
C A R. 397
te-Granelli , castello nella Romagna toscana , e
forse fatto nobile fiorentino, lasciato il mondo si
ritirò presso le mura di Fiesole vestilo da romito
Tanno i36o, e quivi edificata una chiesetta si
dette a servire a Dio. Quindi partissi di là e la-
sciativi alcuni compagni da lui ammaestrati sul
modo del vivere, andò in varie città d'Italia a sta-
bilirvi altre case della sua religione, chiamandola
società di s. Girolamo, ed a Venezia carico d'armi
morì Tanno 14 i7r dopo avere raccomandata la sua
religione a fra Pietro di Genova, che fu dopo lui
primo generale, il quale con gli altri compagni si
sottopose per ordine del pontefice Eugenio IV
alla regola di sant'Agostino Tanno i44!? e ^*
sua congregazione fu chiamata di s. Girolamo di
Fiesole, e quivi fu in seguito portato da Venezia
il corpo det suo fondatore. Iì-z. Ep. v.
Cìrmìne GuidofdelJsCYìv èva sul principio del
secolo XIV. Gli si attribuiscono varie opere, fra
le quali. „ Le concordanze delle storie antiche,,;
„ La fiorita dltalia „ citata come classica nel Vo-
cabolario della Crusca ; la „ Storia del duca Flia
d'i ibino „. li-s. v.
(arnesecciii Pietro nacque in Firenze da 110-
bil famiglia, e per la sua erudizione ed altre doti
del suo ingegno uhm ilo la stima della casa Mediai;
Neil' epoca VI della mia Storia alla pag. 6j)f3 e
seg. abbiamo veduto quanto grande fosse il favore,
di questa rea I famiglia verso tal personaggio, onde
mi credo dispensalo dal qui ripetere quanto ivi è
narrato, ed i luminosi impieghi ilei quali fu
decorato. Molte sono le citazioni che il Carnesec-
398 CAB.
chi ebbe, da Paolo III, da Paolo IV e da Pio IV,
dalle quali, mediante il favore dei Medici e le sue
eloquenti difese, fu assoluto} ma una sola e T ul-
tima per lui fu quella di Pio V. Tenera egli cor-
rispondenza coi principali setta ri i dei suoi tempi,
ed essendo in Roma ricco pei benefizi , onori e
pensioni ecclesiastiche, riceveva in sua casa , e
proteggeva gli apostati della religione cattolica ,
ed aiutava con denaro quei che cercavano fuggi-
re in paesi oltramontani. Essendo egli in Venezia
fu da Paolo IV citato a comparire a Roma il 6
novembre i557, attese molle opinioni dei lutera-
ni alle quali aveva aderito . Il Carnesecchi non
comparve alla citazione, onde fu dichiarato con-
tumace ed eretico. Egli non curò tutto questo,
anzi andava dicendo che a Ginevra si predicava
con maggior purità T evangelio che nei nostri
paesi, ed arrivò persino a biasimare la professio-
ne della fede cattolica, che un signore aveva fatta
in articolo di morte , specialmente perchè aveva
detto che il Pontefice romano era vero vicario di
Cristo e successore «li s. Pietro. Per lo contrario
lodò Tempia professione di fede che alla fine di
sua vita fece Giovanni Valdes. Gli dispiaceva che
gli eretici fossero puniti, e scrivendo loro li chia-
mava nostri, innocenti, fratelli, pii, amici. Seppe
di lutto questo difendersi con Pio IV,ed ottenere
l'assoluzione della scomunica che egli portava
da più d'un anno, e seguitare a vivere conversan-
do cogli eretici sparsi in varie parli d'Italia. Cor-
reva intanto Tanno i566 allorché sedendo sulla
cattedra di san Pietro Pio V spedì a Firenze il
C A R. 3()9
maestro del sacro palazzo apostolico con lettera
diretta al duca Cosimo I , acciò fatto prigioniero
il Caruesecchi, seco lo conducesse nelle carceri
di Roma. Era egli, all'arrivo del maestro, assiso
alla mensa del duca , il quale più prevalendo lo
ossequio e la deferenza al pontefice che l'amicizia,
dimentico del pericolo di Pietro, ordinò immanti-
nente che fosse consegnato al maestro del sacro
palazzo. Condotto il Caruesecchi a Roma, e con-
segnato al trihuuale dell' inquisizione gli fu for-
mato il processo. Dopo seri esami e varie tergi-
versazioni , finalmente ei confessò e scrisse di
propria mano esser vera la sua accusa . Fu con-
vinto e trovato tenace di 34 opinioni o eretiche,
o erronee, o temerarie e scandalose secondo che
fu giudicato, e constò dalle sue lettere, che aveva
deliberato di recarsi a Ginevra per ivi professare
più francamente i suoi errori. Tenace egli delle
sue opinioni, fu giudicato come eretico incorreggi-
bile, fautore e ricettatore di eretiche due volte fin-
tamente convertito , rigettato dal foro ecclesia-
stico, e consegnato al secolare, che lo condannò
al supplizio, e quindi ad esser morto abbrucialo
nell'agosto del 1 5 f > 7 . Questo fu l'infausto fine di
persona così dotta, nelle greche e latine lettere
versato, come della dottrina ed erudizione sua
sono buoni riscontri le amicizie ch'egli ebbe con
persone di quel secolo per letteratura assai illu-
stri. Fu il Caruesecchi discepolo del celebre ]>lar-
e'Autonio Flaminio, il quale scriveva a Pietro ele-
ganti carmi,e disse essere stalo egli accusalo pres-
so Pio V da Achille Tazio uomo dotto, ma di mala
400 C A H.
Cede e nemico del Carnesecchi. II padre Sandrini
ha dato occasione al Lami di scrivere di un tanto
uomo, rammentando la di lui condanna. L-m.
Ep. v, vi.
Carosi Bartolommeo da Petroio detto Bran-
da no, uomo certamente venerabile, il quale ebbe
spirito di profezia, e fu chiamato il pazzo di Gesù
Cristo, i cui detti e vaticini, che in enimma da es-
so furono proferiti, si sono tutti avverati, e de-
scritti in un raccolto di sue gesta, che MS. va at-
torno intitolato: La vita, conversione ed aspra pe-
nitenza, e le profezie di Bartolommeo dei Carosi
dà Petroio, chiamato Brandano, volgarmente il
pazzo di Gesù Cristo; vi è la sua effigie stampata
in rame. Nacque nel 1490^ e morì nel maggio del
1 554 in Siena in casa Boninsegni.il MS. l'ebbero
i pp. gesuiti. Ve però chi dice ch^ei fosse da Mon-
tefollonica; che i suoi detti che si riferiscono a lui
porte gli fossero fatti dire, e parte fossero ritto-
vati dopo. C-n. v, vr.
• Carradori Giovacchino Francesco nato nel
174 7, giovinetto ancora, dette saggi di ottime di-
sposizioni per le belle arti, e in particolare per la
scultura, modellando di rilievo, e di bassorilievo
in creta, di che si conservano in Pistoia sua pa- ]
tria molte produzioni. Fugenorosa promotrice dei
suoi studi la famiglia Ippoliti, e dal Tolomei eb-
be incoraggimento e assistenza. Studiò in Firenze
dapprima sotto la guida d^nnocenzio Spinazzi,
indi in Roma, dove fu inviato per munificenza dal
granduca Leopoldo sotto Agostino Penna, repu-
tato il primo fra gli scultori dell'eia sua. Condus-
C A R. 401
se varie opere originali^ molti restauri dairantico.
Richiamalo a Firenze gli venne confidatala dire-
zione della gioventù per gli studi della scultura
nella real Accademia delle belle arti. Ha pubbli-
cato ivi nel 1802, „ P Istruzione elementare per
gli studiosi della scultura „. T-l. Ep. vii-
Carradori Giovacchino nato in Prato nel
giugno del i?58, fece i suoi studi in belle lettere,
e giovinetto 'yestì l'abito clericale, ma si applicò
allo studio della medicina come la più utile a'suoì
interessi. Fu insignito della laurea dottorale, e pre-
sentato dal Pignotti suo maestro all' accademia
dei Georgotili, e al Gr. Pietro Leopoldo: fu pro-
fessore di filosofia nel seminario di Pistoia, ma
non vi restò che un anno, e tornò a Prato. Quivi
fu protetto largamente dal signore Carlo Mannuc-
ci, che gli offri un ritiro nella sua villa di santa
Cristina, ove era una numerosa e scelta libreria,
e con tal mezzo riportò per estratto le osserva-
zioni che incontrava nei migliori autori. Ivi pure
egli scrisse varie memorie per l'accademia dei
Georgofili,della quale era membro.Fu medico con-
dotto di Prato e propose allora il metodo di cura
all'epizozzia bovina soppraggiunta in Toscana nel
1800. Circa questo tempo egli ebbe l'incarico di
vice bibliotecario della Roncioniana che molto ar-
riccili di buoni libri. Le accademie d'Italia si fe-
cero un pregio di ascriverlo nel numero dei loro
soci { e tutti i giornali scentilici , che allora si
pubblicavano in Italia, s'arricchirono spesso delle
sue ingegnose scoperte e delle sue dotte memo-
rie. L'accademia dei Georgofili premiò non meno
402 C A R.
ili 5o volte le fatiche del Carradori, Ira le quali si
distinse quella sulla fertililà della terra, che suc-
cessivamente aumentala ed illustrata dall'autore,
ebbe l'onore di copiose edizioni,e divenne un'ope-
ra classica nel suo genere. Le sue produzioni lo
avean fatto conoscere ai dotti dell'Italia tutta ed
anche d'Oltramonti.lntrodusse fra noi il vaiolo vac-
cino, allargandone la propagazione, per cui fu dal
governo ricompensalo con una pensione sullo spe-
dale di Prato. Decise il Carradori in una operetta
stampata, che il galvanismo era una parte della
elettricità universale sparsa in tutti i corpi della
natura si inorganici che organici, alla quale opi-
nione si riunirono concordemente i dotti d'Eu-
ropa tutta. Fu anche da 14 favoreli voti eletto
accademico della Società dei 40. Egli maltrattato
gravemente da terribile malattia non ricusò la
propria assistenza ai suoi concittadini nella irru-
zione di febbri che si moltiplicavano nel 1817,
sotto il nome di tifo, e scrisse ancora su di esse
una lettera diretta al celebre professor Tomma-
sini pubblicata colle stampe. Mori egli nel no-
vembre del 1818, in età appena sessagenaria, com-
pianto universalmente, ed onorevolmente sepolto
nei chiostri di san Francesco nella sua palria. La
di lui condotta fu costantemente irreprensibile, ed
in tempi di rivoluzioni e di cambiamenti frequenti,
egli fu stimato da tutti, gradito a molti, odiato da
nessuno. Come medico non abbandonò mai il suo
sistema d'osservazione, ed occupò costantemente
alla più profonda dottrina la più grande attenzio-
ne, ed una prudenza non ordinaria. Come scien-
C A R. 4^3
ziato, studiava con assiduità per sé, ed esaminava
scrupolosamente lealtrui osservazioni ed esperien-
ze. Le sue opere sono moltissime, delle quali ci
contenteremo accennare la „ Teorìa del calore, Fi-
renze i789„:„Lettera sopra la elettricità animale,
Ivi 1783 „*, „ Lettera sopra la virtù antiodotalgica
di più insetti, Prato 1794 w*, » Memoria sulla tra-
sformazione del nostoe ec. Prato 1787 „•, „ Istoria
del galvanismo in Italia, ossia della contesa tra
Volta e Galvani , Firenze 1817 „. Nei giornali
scent ifici si leggono del Carradori oltre aoo me-
morie che qui non si notano per brevità, ma che
trovansi accennate dal Tipaldo al tomo VI della
sua biografia degli illustri italiani. Altre memorie
manoscritte soltanto tengonsi presso i parenti.
T-p. Ep. vii.
Corrucci Iacopo (da). Ved. Pontormo Gia-
como.
Carteromàco. Ved. Forteguerrl Scipione.
Casa. Giovanni (della) di nobile famiglia fio-
rentina nacque nel i5o3. In Bologna ebbe prin-
cipio la sua letteraria educazione ed in Firenze il
suo termine. Dedicatosi allo stato ecclesiastico si
trasferì a Roma per porsi nella carriera degli ono-
ri e della furtuna. Quivi divise Giovanni il suo
tempo tra gli studi e i piaceri. Ad onta della sua
libera condotta fu nominato arcivescovo di Bene-
vento, e in pari tempo nunzio pontificio in Ve-
nezia, ove recitò una „ Orazione „ alla repub-
blica per indurla a eollegnrsi col papa Paolo III
contro l'imperatore Carlo V. Un'altra! „ Orazione
contro il Vergei io vescovo di Capo d'Istria „ per le
4o£ CAS.
appostegli censure gli produsse dei forti dissapo-
ri e dei forti rimproveri per le laidezze ch'egli in-
trodusse in un capitolo poetico intitolato il,, For-
no,,. Di ciò volle discolparsi come di cosa sconside-
rata e giovanile, ma la discolpa dai severi censori
non è attesa, perchè altre sue opere posteriori han
poi lo stesso indecente carattere, e generalmente
i suoi costumi non corrispondevano ai pregi del
di lui intelletto. Sotto il pontificato di Paolo III
sperò ma invano d'ottener la porpora cardinalizia
per essere stato sempre attaccato alla famiglia
Farnese. Papa Giulio III lo ritirò dalla nunziatura
di Venezia. Non volendo per altro il Casa tornare
a Roma, si propose di restare in Venezia ch'ei di-
ceva città beata. Assunto alla sede apostolica Paolo
IV, fu un merito nel Casa l'aver perseguitato il
Vergerio, provandolo eretico, ed al papa odiosissi-
mo. Fecesi anche merito con una orazione per
impetrare da Carlo V Io stato e dominio di Siena
in favore della famiglia Caraffa. Dimostrò in con-
seguenza il mentovato pontefice in qual alto pre-
gio lo avesse, conferendogli l'incarico luminoso
di segretario di stato. Il Casa non trascurò alcun
mezzo efficace onde rendersi sempre più accetto
al sovrano ed ai suoi possenti congiunti. Molti
portavano opinione ch'ei sarebbe stato ben tosto
inalzato alla dignità cardinalizia, ma a rompere
il filo d^ogni speranza sopravvenne immatura la
morte, che lo rapì al mondo ed alle lettere Tanno
i56i.Un gran numero di scrittori si accorda nel-
Tasserire che il capitolo del Forno togliesse al Ca-
sa il cappello. Si annovera il Casa a buona equità
C A s. 4o5
tra gli scrittori principi che signoreggiano la prosa
toscana. Osa talvolta di pareggiarsi al Boccaccio,
« di contendere seco lui d'eccellenza, superando-
lo certamente d'utilità. Senza lasciare di esser no-
bile e terso, accordasi forse più d'ogni altro prosa-
tore del suo secolo alla forma del dir semplice e
naturale che s'ama nel nostro. Sino alla volgau
gente è noto il suoM Galateo,, o sia tratlato de'co-
sfumi. La dizione in quest'opera adoprata dal Casa
è nitida j elegante purissima, e se v'è difetto, può
forse dirsi che troppo vi appaia lo studio di sceglie-
re le sole voci e le frasi più specchiate. e più linde, e
che presenti perciò una cercaria di soverchia pre-
ziosità. Altr'opuscolo didascalico estese il nostro
Monsignore che intitolò.,, Degli unici ,,, nel quaTe-
gli ammaestra chi ama di conseguire onori e for-
tuna. Egli scrisse questo libro in latino, e si vuole
ch'egli medesimo ne abbia lavorata anche la ver-
sione italiana. Ma che lodi non si deggiono alle
Orazioni di lui? In esse armonia di numero senza
studiato artificio, correzione di lingua senza pe-
danterìa, semplicità di elocuzione senza bassezza,
proporzione di traviali, nobiltà d'immagini, gravi-
tà di sentenze, grandezza di sentimenti, forza di
ragioni, commozione d'affetti, e tutte vi sono in
line le parti elio a «rand'oratore convengonsi. Il
Casa maneggiò anche la prosa Ialina, non però
con tanta eccellenza come l'italiana. Scrisse la-
tinamente le vite dei cardinali Bmibo, e Coulari-
ni Nelle poesie liriche italiane il Casa è pur ca-
putquoll. Egli studiò di dipartirsi alquanto dallo
andamento petrarchesco allora comune. Il suo
57. Tote. Tom. 12. 38
4o6 C A s.
stile è nitido ed elegantissimo, ma ei ne piega a
molta gravità U ritmo, cosicché talvolta prende
un tuono di stento e durezza. Alcun poeta non
potette alzar grido in questo secolo, senza far
sorgere una turba di commentatori. Anche al Ca-
sa se ne appiccarono molli, e forniti di non me -
diocre talento e dottrina. Non hanno essi però in-
trapreso ad illustrare le sue rime non avendone
bisogno, ma bensì a rilevarne Partiticio e la bel-
lezza. Cr. Ep. v, vi.
Casali Ugucclo cortonese trovasi alla testa
della famiglia dei Casali, che dall'umile condizio-
ne di plebei giunsero a farsi tiranni assoluti di
Cortona, come intendesi dalle memorie dei di lui
discendenti, e come più estesamente si legge nel-
la presente opera ai tomo VII, cap. XIX, g. 43,
seg. v.
Casali 'Ranieri era tiglio di Guglielmino e
discendente da Uguecio. Ranieri col farsi amare
dal popolo cortonese e col soccorrere gl'indigenti
della sua patria ne divenne il signore, come ab-
biamo sentito al tomo VII, cap. XIX, g. (fi e
seg. di questa storia. v.
Casali fra Gio. Vincenzo fiorentino frate del-
l'ordine dei Servi di Maria morto nel 1693. Sal-
tar maggiore de\Serviti in Lucca è tutta opera
sua per l'architettura e per la statua. Fu chiama-
to a Napoli dal viceré duca d'Ossuna per prosciu-
gare alcuni stagni vicino a Capua, e per farvi dei
pozzi in benefizio pubblico. Il frate riuscì felice-
mente in quell'impresa più importante che alzar
colonne e statue. Egli costruì in Napoli la Darse-
C A s. 4°7
uà, e un recinto per la cavallerizza al largo dello
Spirilo Santo. Passò in. li in Spagna ed ebbe in-
combenza di risarcire le fortezze di Portogallo^
ma in quella commissione se ne morì. M-l.
Ep. v, vi.
Casentino Iacopo cognominato (dì) scolare di
Taddeo Gaddi: molte sue pitture sono in Firenze,
in Prntovecchio, ed in Arezzo dove Panno io b\
con suo disegno ricondusse sotto le mura di quel-
la città l'acqua che viene dalle radici del poggio
dei Pori, che al tempo dei romani fu condotta al
teatro, ed era chiamata fonte Guizzianelli.oia per
nome corrotto, detto Fonte Veneziana. B-l. v.
Casini Bruno rettorico,dei di cui talenti fu-
rono fatti elogi tali e da tanti , che sarebbe una
frode il toglierlo dal numero di coloro che la po-
sterità rammentar deve con lode . Sortì dalla
natura un talento adallatissimo per lo studio del-
la rettorica, la qual'arte professò in Firenze, imi-
tando le scuole degli antichi, nelle quali usavansi
le declamazioni secondo la facoltà dell'ingegno
di ciascheduno, acciocché doventassero acuti ed
agili, e adattassero i moti e gesti del corpo ap-
partenenti alle azioni ed alla materia che trattava-
no. Fu degna d1 esser compianta la di lui perdi-
ta, perchè, nella sua giovanezza da acerba morte
prevenuto, lanciò interrotte gran cose che nella
rettorica aveva incominciale a scrivere, lasciando
solamente un libretto che aveva intitolato,, Delle
ligure e modi di parlare ,,; nel qual dimostrò quan-
to nella rei lorica saria slato valente, se passalo
avesse i termini della giovinezza. Sfori di pesti-
4o8 CAS.
lenza Tanno i348, avendo appena toccato il tren-
lesinVanno dell'età sua. C-u. Ep, v.
Casini Valore e Domenico erano fratelli ed
allievi del Passionano. Attesero al genere del ri-
tratto e vi si formarono una gran riputazione
verso la fine del secolo XVII. Si vede a Firenze
un gran numero di ritraiti di Valore toccati con
molla franchezza e verità. Questo artista aveva
un'abilità affatto particolare per cogliere e tenere
a memoria i lineamenti e la llsonomia delle per-
sone di sua conoscenza, e per farne di memoria
il ritratto somigliantissimo anche dopo la loro
morte. Perciò era egli occupalo, che appena ave-
va tempo d'eseguire le teste e le mani, lasciando
a suo fratello Domenico il pensiero di vestire le
sue figure, il che questo faceva a gran sodisfazio-
ne del fratel suo maggiore, e d'un pubblico impa-
ziente. Si vedono due ritratti del Casini a s. Ma-
ria in Campo sopra la tomba di Lorenzo vescovo
di Fiesole, e di Genovessa Popoleschi sua madre,
e PUH imo è bellissimo. Si annovera pure Vittore
Casini fra gli artisti che aiutarono il Vasari ne^suoi
lavori. Il Lanzi cita un'altro Camini Giovanni da
Varlungo fiorentino pittore di ritraili nato nel
1689 e morto nel i?48- B. u. vi.
Casini Francesco Maria nacque nel novem-
bre del 1648 in Arezzo, e fino dal i663 si dedicò
cappuccino nel convento di Cortona, e fu posto a
studiare nel convento di Lucca. Di a4 anni ter-
minò il corso di filosofia e teologia, e gli furon
dati dodici giovani da istruire nelle scienze e nel-
la pietà. In capo a sei anni fu proclamato defini-
C ! S. /}<)() '
lore della provincia di Toscana. Ma egli era fatto
pel pergamo. Alla fonte dei sacri libri, edalla ve-
na dei santi padri singolarmente aveva attinta
quella dottrina che ben raccolta esce in fiume di
vera eloquenza. A. gara vollero udirlo le città ita-
liche, tra le quali ebberlo Firenze, Siena, Vene-
zia, Vicenza, Parma, Lucca, Napoli e Roma. Es-
sendo a visitare le provincie d'Oltremonfi recitò
all'improvviso una predica, 'astretto dalle istanze
del re e della regina della gran Brettagna, che si
trovavano in Francia nella regia villa di s. Germa-
no, ed ebbero a lodarlo assai: così fecero in Ger-
mania le Maestà imperiali, ed altri potentati .
Tornato in Italia" fu fatto provinciale della To-
scana, e poco dopo, cioè nel 1698. definitore e
procurator generale dell'ordine. Dopo alcuni me-
si papa Innocenzo XII lo elesse predicatore apo-
stolico. Poco dopo chiese ed ottenne da sua sali-
tila di ritirarsi dall'uffizio di procurator generalo,
e per 14 anni fu zelatore della divina parola non
solo con la voce ma con l'esempio- così rnerilò di
esser fatto cardinale da Clemente XI nel maggio
del 1712. Ma salvo il decoro del nuovo grado, pini
to non dipartissi il Casini dal primo suo modo di
vivere propriamenlo evangelico, largheggiando a
favore dei poveri e delle chiese a lui raccoman-
dato. K notevole che da mille scudi Panno spen-
deva per quella sola di s. Prisca, di cui aveva il
titolo. Ftì delle congregazioni del santo ufiì/jo, di
propaga nda dell'esame dei vescovi, de'sacri riti,
scovi e regolari, dell'indice e di altre. Fu
poi /dante proteggi! ore dei Trinitari, della rciléit-
38*
/JlO CAS.
zione degli schiavi, della visitazione di s. France-
sco di Sales, della chiesa della beata Zita da Ca-
scia, e di altre pie corporazioni. Il s. padre edificato
da questo buon servo di Dio stimò valersi di lui
in difficili occasioni. La soavità, la modestia e
le altre virtù che gli fiorirono la vita, lo fecero
a tutti caro: gli arcadi lo vollero del loro nume-
ro col nome di Aretino Sireo. Poco dopo esser
creato cardinale dette fuori le sue prediche, per
le quali basti il dire che dopo il Segneri vien pri-
mo in schiera dei predicatori, di cui può vantarsi
l'Italia. Sul finire del 1718 dovette porsi in letto,
e placidamente spirò nel febbraio del 1719. Le
sue opere edite sono „ Panegirici, Venezia 1677,,-,
„ Consigli della sapienza, Venezia 1681 „:„ L^ età
dell'uomo, Venezia 1762 „*,„ Prediche dette nel
sacro Palazzo apostolico, Roma 1713 ^ristampa-
te e tradotte in più lingue. T-p. Ep. vi.
Casolani Proto senese fiorì sotto il regno di
Ferdinando II de,i>Iedici,e scrisse: nDe lingua^qua
maximum est morborum acutorum signum O-
pus de re medica novi argumenti^Fìrenze i6ai„.
Questo dotto medico stato discepolo di Giulio
Mancini, vedendo che Galeno dai polzi, ed Attua-
rio dalle orine insegnarono di ricavare molti im-
portantissimi segni per la cognizione e cura dei
malacuti, saviamente si applicò ed egregiamente
riuscì nel proporre per considerare le apparenze
della lingua, per terzo fonte di tali segni. T-g. vi.
Casolano Alessandro senese scolare del ca-
valier Roncalli, fece vedere le opere sue copiose
d'invenzione, graziose nella disposizione ed ac-
CAS. 4 * l
curate nel disegno. Non si affezionò mai alla pro-
pria maniera^ lo che vedutosi da Guido Reni eb-
be a dire, costui veramente è pittore. Seguì la
sua morte nel 1606 in età di 54 anni, e lasciò Ila-
rio suo figlio che col Vanni e col Salimbeni ter-
minarono le opere che lasciate aveva imperfette.
B-l. Ep. vi.
Casotti Gio. Batta, nato a Prato da famiglia
patrizia nell'ottobre del 1669. studiò le lettere a
Firenze, frequentò le accademie, e conversò sem-
pre co letterati di quella città. Tanta fu la fama
di sua dottrina che si sparse fin da giovanetto, che
fu mandato a Parigi segretario di Bettino Rica-
soli, oratore in quella città pel granduca di Tosca-
na. Per più anni occupò quella carica ed in quel
tempo acquistò l'amicizia di molti letterati e la
loro famigliarità. Tornato in Italia non solo non
abbandonò lo stalo clericale al quale si era dato
da fanciullo, ma pervenne alla dignità di sacerdo-
te. Fermò la sua sede in Firenze, ed ivi fu presi-
de dell'accademia dei Nobili, professor di filosofia,
morale, e geografia. In tempo che tali cariche reg-
geva, giunse in Firenze Federigo Augusto prin-
cipe di .Sassonia, ed al Casotti fu affidato per es-
sere istruito nell'istoria sacra ed ecclesiastica, e
tanto fu di sua dottrina sodisfatto che V ono-
ro del titolo di conte. Godè stima grande dei prin-
cipi, ed in particolare di Cosimo HI, the spesso
di esso servivasi in affari letterari. Ottenne a Pra-
to sua patria un canonicato, ed ivi per circa sei
.nini si trattemi", dopo di elicsi portò a regger la
pievania della Madonna dellTiiiprunela nel terri-
^s
4 12 CAS.
torio fiorentino. Dopo avere per undici anni bene
eseguite le parli di ottimo pastore, cessò di vive-
re l'anno i;?38, lasciando per testamento al ca-
pitolo di Prato le sue sostanze e la libreria, colla
legge che fosse eretto un canonicato per le con-
fessioni. Era egli ascritto a molte accademie, del-
le quali ci contenteremo di rammentare quel-
le degli Apatisti, la Fiorentina, della Crusca, e
quella degli Arcadi di Roma. Ottimo letterato, ed
ottimo ecclesiastico lasciò scritte molte opere,
alcune delle quali sono,, Memorabilia Imaginis
Dei parete, m'ir acuii s celeberrimae Imprunetae,
Florentiae 1714 »/ » Notitia historica de vita
et nova editione operarti Joannis de Casa, Flo-
rentiae 1 707 ,„• „ Vita Benedicti Bonmattei, Ivi
I7I4 »? » De origine, progressu, et praesenti
statu urbis Prati, 1720 „. Negli opuscoli lette-
rari del p. Calogerà „ Pratensis olim praepositi,
nane episcopi lucubraHo; nel tomo III delPU-
ghelli Italiae Sacrae; „ Vita Henrici .Barilloni
Praesulis ex gallica lingua in italicam conver-
sa, Florentiae 1697,,, oltre ad altre opere sì edite
che inedite. L-m. Ep. vi.
Castagno Andrea ( del ) fiorentino detto An-
drea degl'Impiccati perchè Panno 1478 dipinse
al naturale iti vari scorci appesi tutti i capi della
congiura contro Giuliano e Lorenzo fratelli dei
Medici: fu uomo fiero . Uccise Domenico Vene-
ziano che gli fu maestro per invidia di sentir lo-
dare le opere di lui. Visse 71 anni. O-r. v.
Castelli Benedetto morì nel i65o: matemati-
co celebre, e allievo del Galileo è tenuto qual pa-
C à s. 4!^
dre e creatore della idrostatica ed idraulica mo-
derna. Le sue opere principali sono „ Misure del-
le acque correnti „ Dimostrazioni geometriche
sulla stessa misura »; „ Àpologìà del Galileo.
T. e. Ep. vi.
Castiglioxchio Lapo ( da ) della famiglia
Zanchirii da Gasliglionchio, nella quale tre sono
stali gli scrittori e tutti e tre col nome di Lapo.
Questo dunque che chiameremo il primo, come
di tutti il più antico, fu tìglio di un altro Lapo, e fu
monaco dell'ordine di s. Benedetto ed ahate di s.
Donato a Monte. Fu pubblico lettore di giusca-
nonico e civile. Dotato di mostruosa memoria,
ond'è che presso i più famosi ed accreditati legi-
sti fu di autorità incredibile, come dalla testimo-
nianza di autori degni di fede ricavasi. Fu dalla
repubblica fiorentina adoprato in affari importan-
tissimi*, ed i suoi detti furono eseguiti rispettosa-
mente in guisa di oracoli. Nella città era fattori-
formatore, ed eletto sette volte ambasciatore fu
acclamato dal popolo romano senatore a viva voce.
Lasciò per testimonianza del suo ingegno alcune
opere che sonow De nobilitate Uh. I » De avari-
tia »*] „ De hospitibus^ sive hospitaiaribus trac-
tatus.nAllcgationes quae a legisti* aura?, nuncu-
pantur libri duo „:„ Additiones in li bruiti Fri-
derigi Petrucci, il qual libro è intitolalo „ De
plurali tate bene fido rum Consilia varia circa in-
quisitiones et nuncios apostolicos. M S, Commen-
ta ad VI Decretai „, la quale fatica ei compilò di
ordine di papa Bonifazio Vili „ Super decreta
Gratiani: Super FI lib. Decretai et Clementi»
4l-f CAS.
n/s, Roma 1689, e molle altre opere dalla voraci-
tà del tempo che tutto consuma ingoiate. Mori
in Roma Tanno i38i, esule dalla patria nel tem-
po che prevalsero i ghibellini, ai quali sempre
contrario essendo, con tulta la famiglia Zanchina
da Castiglionchio, fu ancorché religioso caccialo.
C-/7. Ep. v.
Castiglionchio Lapo (da) nipote del nominato
abate, ed emulo delle sue grandi virtudi,non che
erede di sua dottrina e delie sue generose e lode-
voli gesta imitatore. Fu nelle latine e nelle greche
lettere abbondantemente adornato e corredato, e
queste nel celebre studio di Rologna, pubblica-
mente insegnando, lesse con somma eloquenza ed
erudizione, ed ebbe molli uditori che da ogni
parte venivano ad ascollarlo . Interpetrò ancor
giovanetto più vite d'uomini illustri greci e ro-
mani nel suo libro crPè alle slampe intitolato
„ PLutarchl Cheronei graecorum romanorum-
que illustrium vitae, Venezia i538„-, Molte altre
vile (Puomini insigni trasportò dal greco in Iali-
no idioma: molte altre ancora ne scrisse, alle
quali non avendo potuto dar Pultima mano, man-
carono perciò del benefizio delle stampe, attesa
la troppo anticipala morte, poiché morì con dan-
no considerabile delle lettere Panno di sua età
33 e di nostra salute 14 3 o. C-n. v.
Castiglione Dante ( da ) tìglio di Guido, na-
to in Firenze verso il i5o5, fu capo dei nobili
giovani che nelle turbolenze della loro patria non
temerono per bravura di farsi stimar prodi cava-
lieri e difender la lor libertà,e che nomina vansi gli
CAS. 4Jà
ddirati.Danie fu prode cavaliere, e si distinse in
un combattimento a solo a solo con Batino Aldo-
brandino superandolo ed uccidendolo con estrema
bravura, liti uomo tale caldo amante della liber-
tà della patria, slimò bene nella totale perdita
della medesima Tanno i53a prendersi congedo,
ed insieme col fratello Lorenzo andar fuggiaschi
a Venezia ed indi a Roma} per la qual cosa furono
dal dominio fiorentino banditi, e condannati alla
pena della testa. Nella spedizione che i fuorusciti
fiorentini pensarono di fare a Cesare, che era in
Tunisi, affine diriavere, se possibile, la libertà e
la restituiione alla patria, eravi compreso anche
Danleima nelPinlraprendere questo viaggio insie-
me ad Ippolito defedici, essendosi ammalato e
morto ai io agosto per veleno apprestatogli in una
vivanda, anche Dante con vari altri incontrarono
la stessa sorte in tempo che tornavansene senza
aver nulla operalo. Il suo ritratto si vede nella
R. Galleria di Firenze, nella volta denotante lo
amor della patria, in compagnia di Farinata, di
Lorenzo de\Medici, di Temistocle e di Scipione
Alìricano. Dl-ti. Ep v, vi.
Castiglione Gian Francesco Salvemini (di)
assunse, tal nome da quello di Castiglione piccola
terra di Toscana, dov'era nato nel 1709: fu ad-
dottorato a Pisa. Passò nella Svizzera ove fu edi-
tore di molte opere dell' Eullero, fu eletto nel
1761 professore di filosofia e di matematiche in
Utrecht, e sostenne tale impegno con tanta ripu-
tazione, che passalo in Londra fu tosto ascritto
all'accademia R di «niella città. Le accademie di
4i6 CAS.
Gottinga e di Berlino fecer lo stesso: Federico il
grande cercò di averlo a sé e vi riuscì. Castiglio-
ne successe a Lagrange nel 1787 nelP uffizio di
direttore della classe nialematica.IVIorì a Berlino ivi
età avanzata nell'ottobre del 1791. Avea pubbli-
cato nel 1761 una edizione d'Aritmetica univer-
sale di Newton con buoni commenti. Fra le al-
tre sue opere si distingue;,, Discorso sulla origine
della ineguaglianza tra gli uomini contro quel-
lo di G. G. Rousseau 1756 „•, Elementi di Fisica
di JLoke tradotti in francese coi pensieri dello
stesso autore sulla lettura e sugli sludi che con-
vengono ad un gentiluomo , Amsterdam 1767;
„ Yita d'Apollonio Tianeo, di Filostrato coi com-
menti di C. Brounte traduzione dall'inglese, Ber-
lino i 774 ,;} la prefazione è di Federico il gran-
de. I libri accademici di Acerone tradotti in fran-
cese ed illustrati con note, Berlino 1779, Parigi
1796 „} „ Le vicissitudini della letteratura tra-
dotte dall'italiano del Denina, Berlino 1786,,. Gli
si attribuisce ancora una traduzione italiana del
saggio dell'uomo di Pope. „ Osservazioni contro il
sistema della natura,;, ed altri scritti di minore
importanza. É slato uno dei principali compilatori
con suo tìglio Giovanni Federigo, Toussaiut,! hie-
bault e molti altri scrittori del Giornale lettera-
rio di Berlino dal settembre del 1772 fino al ter-
mine del 1776. Federico di Castiglione figlio del
precedente, ha tradotto la Teorìa dell'arte dei
giardini per C. C. L. Hirsch-Feld, Lipsia 1779
1785. B. u, Ep. vi. vii.
Castiselli Giovanni , nato a Pisa nel 1788.
CAS. %IJ
aveva appena n anni, quando fu costretto a se-
guire la sua famiglia per cercare un asilo in Fran-
cia nel 1799. Questo avvenimento gli procurò il
vantaggio di una studiata educazione, che rice-
vette nel collegio di Soreze, ove si trovavano a
quell'epoca due illustri letterati italiani, Filippo
Pananti e Urbano Lampredi. Per esercitarsi nella
cultura delle lettere gli allievi i più distinti avean
formata un*1 accademia sotto il nome di liceo di
emulazione, di cui il giovine Gastinelli fu eletto a
segretario nell'età di 17 anni. Ritornalo in patria
sentì il bisogno di studiare P idioma natio, che
avea fino a quel punto sostituito colla lingua fran-
cese. Malgrado la sua inclinazione per le lettere,
seguì i consigli ed abbracciò la professione di suo
padre, ch'era giureconsulto. Sotto la di lui dire-
zione compose un „ Saggio sopra le leggi romane
riguardanti il commercio „. Perduto crebbe il pa-
dre e il fratello- pieno di cordoglio se ne morì
nell'ottobre del 1826 in età di 38 anni. Oltre
all'opera di cui abbiamo fatto cenno sì hanno di
lui un „ Elogio del generale Spannocchi „ e diversi
articoli inseriti nell'antologia. Molti importanti
manoscritti ha lasciatagli uni presso che compiuti,
gli altri abbozzati soltanto, come sarebbero „ Due
Commedie „•, alcione „ Memorie sul teatro e sul
romantico ^ un „ Compendio di storia della re-
pubblica di Pisa „. B. u% Ep. vii.
Castracani Custruccio della famiglia degli
Anlelminelli gentiluomo lucchese. Fu costretto a
fuggir di patria nel 19 anno dell'età sua, quando il
partito de'Neri.ossia de'guelfi, soverchiò i ghibelli-
ni. Tote. Tom. 12. 39
4 1 8 CAS.
ni di Lucca. Datosi al mestiere delle armi vagò di
paese in paese, ed essendo in Lombardia tenlò di
rimpatriare. I lucchesi assaliti vivamente dai pi-
sani, acconsentirono per comprare la pace di ri-
chiamare i loro esiliati. Gli emigrati ghibellini
scelsero, nei rientrare in Lucca, di Castruccio
per lor duce. Tornato in patria volle vendicarsi
di que^che l'avevano esiliato, e gli assalì nel i3i4.
Uguccione della Faggiuola signore di Pisa profit-
tò della confusione, ed entrato in Lucca la sac-
cheggiò e se ne appropriò la sovranità. Castruccio
secondò lrguccione, e frattanto contribuì ad una
vittoria che quel generale riportò sopra i fioren-
tini a Montecatini nel i3i5. Neri figlio di Uguc-
cione che comandava pel padre a Lucca preso da
invidia per Castruccio lo fece arrestare nel i3i6.
I lucchesi ne domandarono la liberazione, e scac-
ciarono dalla città Neri co'suoi satelliti, ed elesser
Castruccio per loro capitano. Egli nel i3ao esi-
liò da Lucca gli avanzi del partito guelfo, e si fece
attribuire dal senato un potere assoluto, che il
popolo confermò quasi ad una voce. Divenuto
signore di Lucca imprese a reggere tutti i ghibel-
lini di Toscana e farli operare di concerto con
quei di Lombardia. Nel corso d'un regno di quin-
dici anni non cessò un istante di combattere ,
ma siccome conduceva gli eserciti di vittoria
in vittoria, e che gli manteneva a spese de'ne-
mici , pareva che non esaurisse il suo picco-
lo stato né di denaro né di soldati. Nell'anno i3ao
conquistò sopra i fiorentini parecchie fortezze
del Valdarno inferiore 5 la Garfagnana , la Lu-
CAS. 4!9
nigiana ed una parte della riviera di Levante di
Genova. Nel 1^25 sottomise Pistoia e tutto il suo
territorio, e consolidò tal conquista colla gran
vittoria che riportò nel settembre ad Altopascio
sopra Raimondo di Gardona e i fiorentini. Deva-
stò il territorio di Firenze e portò vìa quadri e
statue, e dette al ritorno di quella spedizione lo
aspetto di un trionfo romano. Negli anni susse-
guenti riportò parecchi vantaggi sul duca di Ca-
labria, che i fiorentini aveau posto alla direzione
del loro governo. Nel i3a7 accolse in Toscana
Lodovico di Baviera, col quale strinse amicizia e
divenne suo consigliere ed il suo più saldo soste-
gno. In ricompensa Lodovico eresse in ducato gli
stati che Castruccio governava, cioè Lucca , la
Lunigiana , Pistoia, e Volterra. Poco dopo Ca-
struccio sottomise la repubblica di Pisa. Lodovico
lo condusse seco a Roma, e lo creò cavaliere e
conte del palazzo, acciocché gli porgesse nel gior-
no della sua incoronazione la spada dell'impero,
e quindi nominollo senatore di Roma. In quei
mentre Castruccio fu avvertito che Pistoia gli era
slata tolta dai guelfi, ed ei partì subito per ria-
cquistarla. Ridusse all'inazione un esercito ben
più forte del suo, che i fiorentini spedivano con-
tro di lui onde forzarlo a levare l'assedio. Espu-
gnò Pistoia nel i3a8, ma le fatiche alle quali era-
si dato senza posa gli cagionarono una pleurizia,
da cui mori net settembre dell"1 anno medesimo.
Lasciò tre figli legittimi ancora in tenera età, e
quasi tutti perirono miserabilmente. Il principato
da lui fondato fu distrutto, i suoi tìgli scacciati da
4^-0 CAS.
tutte le città nelle quali avea dominato, furono
inseguiti nelle montagne come bestie feroci. I fio-
rentini che avean combattuto finché fu vivo, s'in-
grandirono di tutte le conquiste che avea fatte, e
Lucca sua patria espiò la sua gloria momentanea
con quarantadue anni di servitù sotto padroni
stranieri. Paolo Guinigi capo de'guelfi di Lucca
fu elevato alla sovranità di quella città nel 1400
dal partito più opposto a Castruccio, e mori nel
vigore dell'età nel 14^2,. B. u. Ep. v.
Castruccio. Feà. Castracani.
Cataneo Pietro architetto, nato a Siena ver-
so il principio del secolo XVI, pubblicò a Venezia
nel i554 in casa dei figliuoli di Aldo i quattro
primi volumi del suo „ Trattato d'architettura con
figure „. Il trattato compiuto diviso in otto libri è
intitolato „ L'architettura di Pietro Calaneo se-
nese, Ivi 1667 ìy Quesfopera contiene non sola-
mente le regole degli ordini, ma eziandio dei
principii di fortificazione. B. u. v, vi.
Catani Baldo aretino amava e stimolava i
giovani che vedeva alla poesia comica ed alle let-
tere inclinati. Da giovanetto si dilettò molto di
recitare nelle accademie, e di fare in commedia
ie parti ridicole, nel che riuscì con tanta maestria,
che cavava le risa dalle bocche le più serie. In età
matura poi lasciando le bagattelle giovanili ap-
plicossi agli studi più gravi, e portatosi a Roma,
conosciutasi la sua abilità per la letteratura, fu
da Sisto V dato per maestro ad Alessandro car-
dinale suo nipote. Compose molte orazioni e Io-
di funebri pel papa PioV e diversi cardinali, che
C A T. 4'21
tutte trovatisi stampate in Roma. Lasciò anche
imperfetta „ VArgonautica „, come lasciò scritto
Gio. Vittorio de* Rossi nella sua Pinacoteca, per-
chè sorpreso dalla morte. C-n. Ep. v.
Catarino Ambrogio , nato a Siena V anno
1487, insegnò la legge civile in parecchie univer-
sità d'Italia sotto il nome di Lancellotto Polito,
che camhiò entrando nel chiostro per quello sot-
to il quale era ormai conosciuto. Aveva trenta-
quattr'anni quando si fece domenicano a Firenze:
intese d'allora in poi intieramente alla teologia.
Dimorò quasi sempre in Roma, fu inviato al con-
cilio di Trento nel i545, e vi si fece osservare
tanto per la singolarità delle sue opinioni che pel
suo profondo sapere. Nel i55i fu destinato arci-
vescovo da Giulio III ch'era stato suo discepolo,
e che stava per elevarlo alla porpora romana, al-
lora che Catarino mori all'improvviso a Roma nel
i553. Fu uomo di libere e franche opinioni, cui
non imbarazzava l'autorità di s. Agostino, di s.
Tommaso e dei teologi più accreditati, dai quali
spesso scostavasi. Catarino scriveva molto elegan-
temente per uno scolastico. Ne*suoi scritti si
scorge mi uomo che ambiva d'abbandonare le
strade battute per aprirsene altre nuove. La no-
menclatura dei suoi numerosi trattati occupereb-
be qui troppo spazio se vi fi volessero notare .
Diremo piuttosto ch'egli insegna con Scott con-
tro s. Tommaso, che G. Cristo sarebbe venuto al
mondo, quand'anche Adamo non avesse peccato,
e che gli angeli maligni sono stati riprovati sol-
tanto perchè non vollero sottomettersi al decreto
39*
4aa e a t.
della Incarnazione. In generale egli tratta le ma-
terie della predestinazione piuttosto secondo il
codice ed il digesto, che secondo la dottrina dei
santi padri: contro l1 opinione ricevuta da molti
della squola di s. Tommaso compose parecchi
scritti in favore dell'immacolata Concezione. Pen-
sava eziandio che s. Giovanni evangelista non
fosse morto, ma sì rapito come Enoc ed Elia. Si
attribuisce a Ca tarino un libro ricercato e curioso
intitolato „ Rimedio della pestilente dottrina di
Oehino, Roma 1 544 »5 a^ quale fu risposto con
un altro libricciuolo di questo titolo, Risposta
di messer Bernardo Ocbino alle false calunnie e
empie bestemmie di frate Ambrogio Catarino ,
j346. B. u. Ep. v.
Caterina S. da Siena. Fed. Benincasa s. Ca-
terina ec.
Caterina S. de Ricci. Ved. Ricci s. Cate-
rina.
Cattani da Diacceto Francesco di Zenobi il
seniore, scolare di Marsilio Ficino, filosofo plato-
nico eccellentissimo, ed oratore eloquente, che
dopo il suo maestro i segreti più nascosti inler-
petrò della dottrina platonica.Scrisse propriamen-
te con ciceroniana eloquenza molle opere che
furono stampate in un tomo, Basilea i564 intito-
lata Opera filosofica e contiene M De pulchro de
Jmore^ Panegiricus ad Io. Corsium et Pal-
lantem Oricellarium . In politicarli Platonis
paraphrasis. In Platonis Symposium enarratio.
In Teagenem Platonis, sive de Sapientia para-
phrasis. 0 ratio in LaurMedices Urbiniprinci-
C A T. 4':3
pis$ ed altri diversi opuscoli ,, Eplstolae variai.
Camme nt. super llb. Pioti ni de essentla ani-
mar. „ „ Dell'Amore „. Fece ancora molte altre
opere delle quali non v'è notizia. tacque nel i466.
mori nel i5a2. Lasciò alla sua morte i3 tìgli.
C-n. Ep. v.
Cattani da Diacceto Francesco il giovine, ca-
nonico del duomo di Firenze,protonolario aposto-
lico, poi vesc. di Fiesole, dottor di legge, inter-
petre profondo della sacra sciittura,uomo di santi
costumi, che seppe congiungere le lettere con la
religione. Scrisse un „ Breve raccolto della vita e
costumi di suor Caterina de/Ricci dell'ordine di
s. Domenico, Firenze i5oa„; „ Vita di Maria sem-
pre Vergine, Firenze 1570 „; „ Vita di N. S. Gesù
Cristo con la morte dello stesso, Firenze i564, e
i58i „. Scrisse pure,, Deartls magiae supersti-
tlone „.,•„ Omelie dello Spirilo Santo ,^ „ Esame-
rone di s. Ambrogio di Milano „} „ Vita di s. Do-
menico „ „ Pistole e vangeli di lutto Tanno ,,:
„ Discorso sopra il concilio di Trento,,:,, Vite dei
vescovi fiesolani „. Tradusse in oltre in nostra
lingua dal latino ristituzione spirituale di Messer
Lodovico Bosio, Firenze i56a, i586e 1.591. Pose
in volgare e postillò gli uffici di s. Ambrogio, Fi-
renze i558. Viveva nel 1578. C-n. v, vi.
Cavalca Domenico pisano dottissimo scritto-
re del sec. \IV era della religione domenicana, e
contemporaneo del Passavanti come accennano
le sue biografie. Le molle opere ascetiche da lui
lenita che di valga ronfi, furono per la proprietà e
nitidezza di lingua adottate dagli accademici dell a
4 2.4 C A V.
Crusca. Sono esse „ Specchio di croce w; „ Disci-
plina degli spirituali, e trattato delle 'òo stoltizie „}
„ Medicina del cuore „} „ Pangelingua „:, „ Fruiti
della lingua „. Volgarizzamento delle pistole di
s. Girolamo, e delle vite dei ss. Padri. „ Esposi-
zione del simbolo degli apostoli ec. Dicesi morto
in patria nel i34i. Ep. v.
Cavalcanti Guido uscì da una delle più co-
spicue famiglie di Firenze. Fu assai dedito agli
studi filosofici e di poesia, edamava perciò di vi-
vere solitario, ed imputato, ma indebitamente, di
epicureismo. Fu acerrimo ghibellino e molto più
nel 1266 quando ebbe sposata la figlia di Farina-
ta degli liberti, e nutrì allora odio mortale con-
tro Corso Donati capo allora dei guelfi. >Ia pure
andò in pellegrinaggio a s. Giacomo di Galizia,
ove s^invaghìdi una certa Manetta, alla quale de-
dicò alcune sue poesie. Tornato in patria si accese-
ro le ostilità tra lui e il prefato Donati. Quindi il
comune di Firenze per quieto vivere esiliò i capi
delle due parti. Guido fu rilasciato a Sarzana ed
al suo ritorno moriranno i3oo. Guido ebbe fama
d'uomo prode, di acuto filosofo e d'egregio poeta.
Dante Io agguaglia a sé stesso per altezza d'in-
gegno. Ma quando volle darci la sua filosofia ve-
stita unicamente di colori poetici, non riuscì né
filosofo né poeta. Egli singolarmente fece sfoggio
di qualità e di forme scolastiche impropriamente
usurpantesi il nome di filosofiche nella canzone
ch'ei scrisse sopra la „ Calura d1 Amore „ e che
incomincia
Donna mi prega percKio voglia dire te.
C A V. 4'^
Questa canzone è del pari oscurissima e celebra-
lissima, e forse la sua oscurità è cagione della sua
celebrità. I commentatori la sollevarono in molla
fama coi loro schiamazzi e colle sublimi dottrine
che credettero di ravvisarvi, ed alle quali il poeta
per avventura non avea mai pensato. Le tenebre
vi sono sì fitte che si prese equivoco persino sul-
l'argomento. Altri lo vollero d'amor naturale, al-
tri d* amor platonico. IVIa in quei componimenti
in cui Guido non volle essere che poeta, non ap-
parisce destituto di pregi. E quando egli altro pre-
gio non avesse che d'essere slato un dei padri
della volgar poesìa, pur sarebber degne le sue o-
pere di comparire alla luce. C-r. Ep. v.
Cavalcasti Aldobrandino, nato in Firenze di
nobile famiglia, entrò nella religione domenicana,
e sebbene assuefatto alle delicatezze di un'agiala
vita, servì volonteroso agli studi ed alle opere del-
la sua religione. Sopravanzando pertanto ogni al-
tro in virtù ed in sapienza, gli furono affidate im-
portanti cariche , che sostenne con meraviglia
grande. Da Gregorio X fu eletto vescovo della
citlà d'Orvieto, ad accettare col quaPonore vi fu
astretto dalTautorilà di esso pontefice, poiché egli
ricusa vaio giudicandosene indegno. Sostenne pe-
rò quell'impiego con lode e virtù somma, erogan-
do in sostentamento dei poveri i frutti che dal
vescovado ritraeva, così che appena il necessario
serbavasi. Tanta era la stima universale che di
esso avevasi, che dovendo il ponlelico portarsi a
Lione per affari di concilio, lo giudicò il solo
degno di lasciarlo in Roma per suo vicario, nel
4*6 C A V.
che si diportò con tanta vigilanza e dignità, che
fu giudicata non minore che se vi fosse sta-
to presente ristesso Gregorio. Mediante la sua
esperienza nel trattare affari di somma impor-
tanza valse più volte a pacificare le discordan-
ti fazioni dei guelfi e ghibellini. Fu egli som-
mo filosofo, teologo, e lasciò molti utili scritti,
pieni di dottrina e di pietà, giudicati ottimi e
molto lodati. Dopo di avere aggiunto splendore
e decoro ai posteri della sua famiglia, morì in Fi-
renze con dolore grande de'suoi confratelli non
solo, ma di tutta la città, e nel 1279 ebbe la se-
poltura in Santa Maria Novella, alla restaurazio-
ne del qual tempio molto gli giovò coITautorìtà,
col consiglio e col denaro. B-c. Ep. y.
Cavalcanti Bartolommeo patrizio fiorentino,
rettorico facondissimo.nellearti liberali bastante-
mente erudito, e nella lingua latina e greca mol-
to dotto, scrisse una „ Orazione alla militare or-
dinanza fiorentina il dì 3 febbraio i5a8 ,,5 „ La
Rettorica „ divisa in sette libri dove si contiene
tutto quello che appartiene all'arte oratoria, Ve-
nezia i559 e i5<ìo. Altra edizione colle postille
di messer Pio Portinajo che dimostrano sommaria-
mente tutto quello che vi si tratta, Pesaro i559,
e i564« Si deduce dalla dedicatoria clVei sapeva
la lingua greca. Dice inoltre d'essere stato occu-
pato dal cardinale di Ferrara in molti importanti
servizi del re Enrico. Polibio del modo di accam-
pare, tradotto dal greco, Catulo della castramen-
tazione, Comparazione dell'armatura e dell'ordi-
nanza de'romani e de'macedoni di Polibiojtradotta
C A v. 427
dal Cavalcanti.Scelta degli Jpophegmi di Plutar-
co tradotti. Eìiano decorni ed ordini militari tra-
dotto dal greco per M. Lelio Carani, Fir. i552} „0-
puscoli, Ferrara i545 „*, Trattati, ovvero discorsi
sopra gli ottimi reggimenti delle repubbliche anti-
che e moderne } con un discorso di messer Se-
bastiano Erizo gentiluomo veneziano de'governi
civili, ne'quali con molla dottrina si mostra quan-
to siano utili i governi pubblici, e quanto neces-
sari i privati e particolari per conservazione del
genere umano, dichiarandosi tutte le qualità degli
stati, Venezia 1571. „ Tre lettere sopra la rifor-
ma d'una repubblica fatta da lui al cardinale S.
Croce, al cardinal Tornone e al re Cristianissimo
Enrico II in nome del cardinal di Ferrara, e la
terza al medesimo scritta in nome del detto car-
dinale ,^ „ Giudicio sopra la tragedia di Canace e
Macareo, con molte utili considerazioni circa l'ar-
te tragica e di altri poemi con la tragedia appres-
so, Venezia i566 „. B-s. Ep. v, vi.
Cavalcasti Andrea letterato non volgare, in-
lemlentissimo delle linguedotte edelle muse, ama-
tore di stampe e libri che adunò in copia. Fu seve-
rissimo censore delle opere e de'fatti altrui.Fu del-
l'accademia dell'Urna ch'era certa radunata nella
quale criticavansi le azioni del compagno, dell'a-
mico e del nemico. Scrisse molte opere ancorché
poche stampate, e sono» Esequie del principe
Francesco celebrale in Firenze dal serenissimo
Ferdinando II granduca suo fratello nella colle-
giata di s. Lorenzo nell'agosto del i63:}, Firenze
i634 jì\ (-ol ritratto del principe, prospètto uYl-
4^8 e a v.
l'apparato e alcuni studi con imprese intagliate
in rame da Stefano della Bella. Molti aneddoti
storici del paese, ma tutti manoscritti ed ora qua
e là dispersi senza poterne dare indizio, ma che
un tempo furono assai graditi anche ai letterati.
Mandò air Oltingero le vite dei filosofi e me-
dici affricani, scritte da Gio. Leone A Africano, ca-
vate da un manoscritto della libreria di s. Lorenzo
e dalI'Ottingero stesso stampate. Sapeva a mente
tutto Petronio autore suo favorito. Morì nel 1673
non senza lasciar ben provvisli i suoi figli che ne
ebbe molti} v'è pure di lui un libro intitolato „ No-
tizie intorno alla vita di Bernardo Segni autore
della presente storia raccolte da Andrea di Lo-
renzo Cavalcanti ,.. Sono stampate avanti la storia
di detto Segni, Augusta 1723. B-s. Ep. vi.
Cavaliere Battista (del) così detto perchè
scolare del cav. Baccio Bandinella peraltro fu il
nome suo Giovan Battista di Domenico Lorenzi
scultore. Le prime fatture che fece furono le quat-
tro stagioni mandate in Francia ed un fonte in
Ispagna. In Firenze sua patria lavorò nel sepol-
cro dei Buonarroti, facendovi la statua che rap-
presenta la pittura, ed il ritratto del Buonarroti:
nel Campidoglio di Roma vi sono delle sue ma-
nifatture, come pure altrove. Nacque l'anno i528
e di 55 anni operava. B-g. v, vi.
Cazes patrizio fiorentino scolare di Alessan-
dro Allori andò a Madrid chiamato al servizio di
Fillippo H per dipingere nei reali palagi e gli riu-
sci, con belle figure e ornati di architettura, di far
gustare al re ed a tutta la corte le opere sue. Tra-
C E C. 4og
dusse in quel tempo in linguaggio spagnuolo le
regole del Vignola per benefizio degli architetti
ohe allora nella Spagna fiorivano. Nel palazzo dei
Pardo.nella galleria della Regina di Spagna dipinse
a fresco l'istoria del casto Giuseppe con ornati
di stucco di sua invenzione, e varie pitture altresì
fece nelPEscurìale. Seguitò a servire i re succes-
sivi e in età avanzala morì a Madrid. O-r. Ep, v.
Cecchi Francesco ingegnosissimo giovane ,
sonatore di liuto e disegnator diligente, il quale
per una passione affettuosa morì di dolore. Fece in
intnglio in rame alcune vedute delle imprese fatte
dall'armata del Granduca in piccolo. E in due
altre in grande rilrasse la rotta data dalle armi di
s. Antonio sotto il comando del Meazza presso a
Pitigliano stampate in rame; le piccole son di più
pezzi, ov'è la mostra generale data al ponte a
Boterone, la presa di santa Enea Montealeca, cit-
tà della Pieve, Castiglione del Lago, e molti altri
luoghi occupati allora dalT armata toscana, con
molte altre opere. Morì nel 1648 in chea. C-n.
vi.
Cecciii Gio. Maria fiorentino scrisse moltis-
sime „ Commedie in verso ed in prosa, con lenii
sacri e profani, con date di Firenze, e Venezia
i55o, i556, ib8a, 1689 ,,. Scrisse anche altre
poetiche composizioni cioè „ Lezione ovvero cica-
lamento di Maestro Bartolino letta nelPaccade-
mia della Crusca sopra il sonetto passere e bec-
eafichi magri arrosto, Firenze i58c) „. Questo so-
netto comunemente chiamasi del prender moglie,
ed è del Crescimbeni. B-s. \ 1
Si. Tose. Tom. 12. 40
43o C E e.
Ceccui Gio. Battista nacque in Firenze circa
Tanno i;49- Dai suoi genitori fu da prima de-
stinalo all'arte di falegname, ma essendo storpia-
to nella mano destra, e considerando per tal mo-
tivo non poter molto avanzarsi in quel mestiere,
siccome dimostrava dell'inclinazione al disegno,
fu raccomandato a Francesco Conti, allora mae-
stro nella galleria granducale, e dopo la morte di
questo desiderando applicarsi all'intaglio fu im-
piegato con Ferdinando Gregori maestro di tal
genere, pensionalo da S. A.. Reale. Intagliò una SS.
Vergine di Annibale Caracci ed altra del cava-
liere Francesco Vanni, detta volgarmente la Ma-
donna della Poppa, quadro una volta posseduto
dalla famiglia Orlai) dini di Siena. Travagliò mol-
to anche nella serie degli uomini i più illustri
nella pittura, scultura, ed architettura data alla
luce in Firenze. G. G. Ep. vii.
Geffixi Francesco Maria cavaliere di santo
Stefano e lettore di leggi nell'università di Pisa,
oratore, poeta, e ragguardevole letterato, fu im-
piegalo in gravi cure dalla sua religione. Trovansi
di suo alle slampe molte cose volanti, o sì vero
nei libri altrui inserite, le quali egli, perchè mo-
destissimo, non riconosce per sue. Morì nel )688.
C-rc. vi.
Celestino I santo toscano fu papa dal dì
io settembre del ^12, al fine di luglio del 4^2.
Scrisse una ,, Lettera decretale ai vescovi delle
Provincie di Vienna, e di Narbona per corregge-
re alcuni abusi, come di portare un abito distin-
to ec „. Sotto di lui nacque l'eresia di Nestorio,
C E L. 43 1
quale fu da Celestino condannata in un concilio
l'anno 43o. Commise a san Cirillo di Alessandra
di far lo slesso a suo nome, e rivestilo della sua
autorità. La lettera di questo papa fu con som^
mo rispetto ricevuta dai padri del concilio efesi-
no ecumenico III. Condannò ancora i pelagiani,
ed i semipelagianidi Marsilia, e tolse a'novaziani
tutte le chiese che aveano in Roma. Questo pon-
tefice nelle sue lettere, ai vescovi delle Gallie,
loda molto la dottrina di santo Agostino ini orno
alla grazia. M-c. Ep 111.
Celestino 11 toscano governò la chiesa co-
me pontefice dal settembre del ii4^, al nove
marzo dell'anno seguente. Fu questo pap3 di no-
bile nascita, e mollo versato nelle scienze. Lodo-
vico VII re di Francia gli spedi dei legati per es-
sere assoluto djU'inlerdelto, a fui Pavea so^el-
tato il suo antecessore Innocenzio li, cPoltenne.
S. Bernardo scrisse a questo papa la„ Lettera i35„
ed un'altra che è la a36 alla curia romana contro
WiUelmo arcivescovo di Yorch, che a violenza si
era intruso in quella sede, ed a cui Celestino avea
negato il pallio. Molti vogliono che da questo papa
incomincino le profezie di san Malachia Iber-
nese monaco ed arcivescovo di Armach morto
Panno 1148. Altri con Anfonso Ciacconi le inco-
minciano da Leone XI Panno i6o5, proseguendo
fino alla fine del mondo, per essersi verificate nel
nome, slemma, patria, e loro gesta. Le suddette
profezie vengono riportate da Arnaldo lluione nel
libro intitolato: 11 legno della Vita, e Vita di santo
432 C E L.
Malachia. Molti critici però sono d* avviso che
Je delle profezie non siano di san Malachia. M-c.
Ep. v.
Celio Vibenna di nascila etrusco fu diVulei.
e si rese celebre per aver dato in Roma popolo
e nome al vico lusco ed al monte Celio, ove si
fabbricò parte di Roma. Egli venne in quella città
all'occasionò d'aver prestato soccorso a Romolo
che guerreggiava contro i sabini. n.
Cellesi CammUlo pistoiese, fratello del con-
te Francesco, faticò molto per le antiche memo-
rie della patria. Questo Gammi Ito fu prolonotario
partecipante, chierico di camera di Clemente XI,
ponente di consulta e votante di segnatura, stalo
governatore di Todi, di Città di Castello, di Jesi,
di Viterbo, di Civita Vecchia, di Fermo, dove si
immortalò per lo stabilimento di quel porto ài Ca-
merino, dove nei gennaio del 1696 meritò che la
discendenza sua e del fratello fosse ammessa a
quella nobiltà per benemerenza di tante spese
fatte nelle strade di quel luogo. Essendo questo
soggetto di animo grande e generoso, si pose con
il consenso della sede apostolica a tentare la for-
tuna nel proseguimento delle paludi Pontine .
Per eseguir quella cosa fece venire d'Olanda il
famoso ingegnere Meier, e dopo aver fatte col
suo indirizzo grandi spese e superate moltissi-
me difficoltà che gli si attraversarono, noti pò*
tendo più da sé solo proseguire l'impresa, associò
don Livio Odescalchi duca del Sirmio. In questo
tempo morto il detto ingegnere prese altro sog-
C E L. 4^3
getlo,che, per aver variata l'idea del primo, ridusse
ad un esito infelicissimo una cosa che non pote-
va essere né più bella, né più utile, né più lode-
vole per chi l'intraprese, che morì nell'aprile del
1717. F-r. Ep. vr.
•• Cellesi Giovanni pistoiese, degno di eterna
memoria per un atto religioso ed eroico. Avendo
egli particolar nemicizia col colonnello Bernar-
dino Strozzi, partitosi a bella posta da Pistoia per
ammazzarlo, lo trovò prigioniero di guerra, e fe-
rito in quella gran rotta che ebbero le armi fio-
rentine dalle imperiali a Cavinana nel pistoiese.
Allora mosso il Cellesi a compassione delfini-
mico, lo riscattò con lo sborso di 1000 ducati
del proprio, e condottolo a Pistoia nella propria
casa, fecelo con ogni diligenza a sue spese me-
dicare, e datogli come a carissimo amico la li-
bertà, lo fece, perchè era contrario a casa Medici,
accompagnare per sua sicurezza da molta gente
a Firenze. Fiori il Cellesi dal iòao in poi. F-r.
v- vi.
Celli*! Benvenuto cittadino fiorentino. In
tempo di sua gioventù attese con tanto genio al-
l'arte dell'orefice, che non ebbe pari nelle lega-
ture delle gioie, nel fonder medaglie, nel formar
bellissime figurine di tondo e ili basso rilievo, e
in ogni altra cosa più maravigliosa in quell'arie.
Servì in manifatture d'oro, d'argentò e di metal-
lo, in medaglie papali , e coni per la zecca Cle-
mente VII. il quale largamente lo rimunero: al-
trettanto fece in Firenze pel duca Alessandro.
Passato poi allo scolpire in marmo e lavorare in
4o*
434 C E L.
getto fu stimato in Parigi da Francesco I, per il
quale lavorò molte cose cT oro, d'argento e di
metallo. Ritornato in patria servi Cosimo I, e
principalmente fece il Perseo di metallo che ha
tagliata la testa di Medusa, attorniato da varie
figurine, e si vede con ammirazione nella piazza
detta del Granduca. Per la cappella del palazzo
defitti fece il bellissimo crocifisso di marmo tut-
to tondo al naturale, ed altre opere che posero in
gravissima suggezione ed invidiosa competenza
Baccio Bandinella Bartolommeo Ammarinati, ed
altri scultori. Lavorò Benvenuto non solo con gli
scarpelli, ma ancora con la penna scrisse un „Libro
intorno alla oreficerìa, e alParte della scultura in
marmo e in bronzo „}lo presentò al cardinal Fer-
dinando de'Medici che poi fu Granduca, ed acqui*
stato poscia dal cavaliere Anton Francesco Mar-
mi eruditissimo amatore delle buone arti, fu dato
alle stampe in Firenze Tanno i568. Scrisse an-
cora la propria „ Vita,, in un gran volume,e questo
si è conservato lungo tempo presso gli eredi del fu
Andrea Cavalcanti di chiara memoria ,ed altre cose
colle quali finì gloriosamente la vita} il qual vo-
lume fu poi dato alle stampe a spese del celebre
musico Bernestat. F-s. Ep. v, vi.
Cellino architetto e scultore. Di lui sappiamo
che mentre dirigeva la fabbrica di s. Giovanni
Rotondo in Pistoia, il cui disegno gli fu affidato da
Andrea pisano che ne fu Hnventore,ebbe altresì la
commissione d'eseguire il deposito marmoreo di
messer Cirio da Pistoia con disegno probabilmente
( come opina il Cicognara ) di Goro di Gregorio
C E N. 435
scultore senese. Il contratto di questo deposito
fu fatto in Pistoia nel 1037. C-c> Ep. v.
Cenni Bartolommeo fu Tun destre oretìci e
famosi artisti che lavorò nelle dodici storie dei
bassirilie vi.i quali stanno nei magnifico altare d'ar-
gento che s'espone in s. Giovanni di Firenze nei
giorni della sua festa . Questo lavoro cominciò
l'anno i366, e durò per 1 1 1 anni cioè fino al 1477-
v.
Cenni Iacopo Maria nacque in Asinalunga,
territorio di Siena, nel maggio del i65i, e si ap-
plicò per tempo allo studio delle leggi. Andato a
Roma fu eletto segretario dei cardinali Cesare Fa-
chinetti, Giulio Spinola e Giacomo Cantelmo arci-
vescovo di Napoli. In mezzo delle differenti sue oc-
cupazioni, Cenni trovò modo di coltivare la poesia
italiana, nella quale fin da fanciullo ottenne buo-
ni successi, e fece osservare la vivacità del suo
ingegno. Avea studiato profondamente la lingua
italiana, ed alcune osservazioni che avea fatte
sopra una edizione del Decamerone pubblicata a
Ginevra provano fino a qual punto egli ne cono-
sceva tutte le sue finezze: ma tali note son ri-
masteinedite negli archivi dell'accademia Arcadica.
Esiste una sua „ Vita di C.Cilnio Mecenate, Roma
1684 ».Le altre sue produzioni non furono stam-
pate: ci duole che non lo siano stale le vite dei
critici. Il Cenni morì a Napoli il 3i maggio del
1692. B. u. vi.
Cenni Abb. Gaetano nacque in Spignana, pic-
colo castello della montagna pistoiese, il primo
maggio deiranno 1698. Fu educato nel seminario
436 CE N.
di Pistoia unitamente al suo fratello Rinaldo, che
più di lui si distinse nell'amena letteratura e nel-
la poesia. Gaetano si dette a conoscere studiatore
profondo dei classici, e fu buon latinista. Mancato
il maestro alla sua squola fu surrogalo Gaetano,
benché giovanissimo. Ordinato prete uscì dal se-
minario e andò a Roma, ove fu crealo biblioteca-
rio*, ma intanto a Pistoia deploravasi la di lui as-
senza. Il Cenni tradusse dall'idioma spagnuolo la
Apologia di ]>TicasioSevilIano, ed il papa Clemente
XII lo ascrisse tra i benelìciati della basilica va-
ticana, ed egli così provvisto di denaro dettesi a
comprar libri, clipei chiamava delizie del suo viver
terreno. Il Cenni fu compilatore del „ Giornale
dei letterati insieme col Giacomelli „: lavoro che
davagli gran fatica di spirito, privandolo insieme
del riposo del corpo*, dimodoché sorpreso da feb-
bre lenta, né volendo per questo dismettere i suoi
lavori, venne più gravemente ad infermare e
morì nel 1762, avendo appena terminati gli anni
'sessautaquattro.Quanto la sua dottrina Taveareso
venerabile addotti, altrettanto Pavean reso caro le
sue virtù a quei che secolui trattavano, fra i quali
si posson contare gli uomini più chiari che di quel
tempo fossero a Roma. II papa Benedetto XIV,
amantissimo com'egli era degli studi ecclesiastici,
lo volle sovente a sé. Le opere che il Cenni ha
lasciate sono „ Primatus hispaniarum vindica-
tus^ nConcilium lateranense Stephani HI unica
dissertatìone illustratimi ec. „/ „ De antiquitate
ecclesiae hispanae ec. r; „ Vindiciae antiqui-
tatum monasticarum hìstoriae adversus Gaie-
CE??. 4^7
tanum Ctnnìum, Arezzo 1755 „/ Anastasius bi-
biiotecarius notis archeologìcis illustr. a Gaiet.
Cennio. Builarium romanum. „ Critiche agli an-
nali d1 Italia del Muratori „} Monumenta domi-
natlonis pontljiciae „$ „ De prestantia Basilicae
Vaticanae „*,„Giornale dei letterati ,.*,„ Disserta-
zione di storia romana ecclesiastica pontificia, e
canonica, Pistoia 1770 „. T-p. Ep. vi, vii.
Cfiurum Bernardo fiorì dopo la metà del sec.
XV, e fu di professione orefice. Intraprese a fare i
spunzoni pei caratteri per la stampa, e dipoi geliate
le lettere tanto maiuscole che minuscole gli riesci-
rono a maraviglia belle.Stampò per tantocon essi la
Esposizione di Servio sopra la Bucolica, Georgi-
ca ed Eneida di Virgilio 5 in fine della qual1 opera
si trova il di lui nome con la data di Firenze
1471. B-s. v.
Cexmm Cennino da Colledi Val d'Elsa, pittore
scolare d'Angiolo Gaddi, scrisse di sua mano un
limo dove tratta dei modi di lavorare a fresco, a
tempera, a colla, e a gomma, ed iu oltre come si
minia e come in lutti i modi si mette oro- il qual
libro, per quanto dice il Vasari nella vita di An-
giolo Gaddi, era a suo tempo nelle mani di Giu-
liano orefice senese. Non fa perciò egli mensione,
perchè forse non doveano essere in uso, d'alcuni
colori di cave, come sarebbe a dire terre rosse
scure, il cinabrese, e certi verdi in vetro, siccome
si son ritrovati di poi; la terra d'ombra, ch*ò di
cava, il giallo santo, gli smalti a fresco ed a olio,
ed alenili verdi e gialli in vetro, dei quali non
ebbero conoscimento i pittori di quei tempo.
438 C E R.
Tròtto ancora de'mosaici, del macinare i colori a
olio per far campi rossi., azzurri, verdi e d'altre
maniere, e dei mordenti per metter Toro, ma non
già per figure. Da questo libro un moderno scrit-
tore ha cavate notizie gradissime, delle quali il
suo vocabolario della pittura ha fatto gran capita-
le. C-n. Ep. v.
Cerretani Ciampole gonfaloniere dei cava.
Jieri e Falcone di Signorello gonfaloniere, ambe-
due nobili senesi, con il loro valore acquistarono
Ja vittoria alla patria nella battaglia che seguì tra
i fiorentini e senesi il 18 maggio del 1259 a s. Pi-
tornella, quasi su le porte di Siena} nel qual con-
flitto dei senesi morirono circa 270 e dei fioren-
tini circa i3oo$ salvaronsi gli altri con la fuga:
anzi i lucchesi collegati coi fiorentini furono per-
seguitati dai tedeschi soldati di Siena sino a Ca-
stel fiorentino, e quivi sopraggiuuli furono tulli
tagliati a pezzi, come scrive Agostino Patrizi.
U-r. v.
Cerretani Bartolommeo di Paolo scrisse una
„ Storia fiorentina „t ut fora manoscritta, la quale
dal i494 incomincia e fino al i5i9 continuando
seguita: è in dialogo. Ne fu fatto l'estratto da in-
certo ciré in libreria Magliabechiana nel i5io.
Ve un sommario molto particolare fatto con di-
ligenza del ritorno de'Medici l'anno i5ia, ma tan-
to affezionato a quella casa, quanto della fazione
popolare nemico, che si scopre dei Medici mol-
to amico. Dice in questa essersi ritrovato a tutte
le consulle, e gli ordini fatti e presi in casa Me-
dici dopo il ritorno. Si allarga anche molto a trat-
C E R. 4^9
tare delie profezie di fra Girolamo Savonarola e
di sua vita e costumi. C-n. Ep. v, vi.
Cerroti Violante Baal lice. Ved. Siries Vio-
lante Beatrice.
Cervelliera Giovati Battista archi l etto e
scultore in legno. Lavorò la tarsia in non pochi
seggi del duomo di Pisa sua patria, e la bella cat-
tedra arcivescovile portante espressa l'adorazione
dei re Magi con tutto ciò che la storia richiede.
G-s. v.
Cesilpino Andrea nacque in Arezzo nel i5iq.
Fin da piccolo ebbe notizie della iìlosoria naturale
e della medicina} e quindi applicatosi alla filoso-
fia aristotelica e alla medicina ippocratica e ga-
lenica , nel trigesimo anno dell'età sua conseguì
l'onore della laurea dottorale. Si dedicò soprat-
tutto alla filosofia d'Aristotele, che applicò alla ri-
perca dei fenomeni della natura, e lo condusse a
grandi scoperte^ ma in altre occasioni lo trasse
in sottigliezze metafisiche, le quali nuocer pote-
vano alla sua tranquillila, giacché fu accusalo
per esse d'empietà, ma non se ne fece gran conto
in Italia. Egli fu celebre pel ritrovato d'un meto-
do di bottanica, fondato sull'origine delle piante e
principalmente sulle parli della fruttificazione, il
che ha stabilito le analogie naturali delle famiglie
ed i caratteri che servir debbono ppr baso alle ri-
duzioni in classi. Le sue opere sono „ I. Quae-
stioniun peripateticarum libri V* Firenze i5(>9,
Venezia i;>ji e iòcjS »,. Quest'opera fu alacre-
mente criticata dui laurei. Cesalpino fece alcune
aggiunte alle suddette questioni: esse cmnp n \< -i<>
44» CES.
a Roma Tanno della sua morie nel i6o3 unite al-
le giunte del suo trattato. „ De plantis „. In tali
questioni peripatetiche espone egli la dottrina di
Aristotele in modo chiaro e preciso, e fa di essa
un'applicazione continua a tutti i rami della fisi-
ca e della metafisica. Ivi si rese celebre per la
scoperta della circolazione del sangue. Siffatta
scoperta che ha tanto contribuito a renderlo su-
periore ai suoi contemporanei,contribuì non poco
al perfezionamento della fisiologia e della medi-
cina, ed il nostro filosofo se n'espresse in modo
più chiaro e più preciso che altrove nel suo trattato
„ De plantis lib. /, e, 2, II. Daemonum investi-
gatlo peripatetica in qua esplicatur locus Hi-
pocratis si quid divinum in morbis habeatur^
Firenze i58o, ove dichiara che egli considera gli
indemoniati come affetti da morbo soprannatura-
le, e che allora i soccorsi della medicina essendo
insufficienti , bisogna aver ricorso a quei della
chiesa M III Quaestionum medicarum libri duo,
Venezia i5g3, e 1604 *lri tali due edizioni ven-
ne unita „ U Investigatici daemonum, e Popera
seguente „ IV De medicamentorum facultatibus
libri duo, e questo è un trattato di materia me-
dica „;„V Ars medica, RGina 1601, 1602 e i6o3 „;
ristampata con alcuni cambiamenti coMue titoli
seguenti „ VI. Catoptron, sive speculum artis
medicae hipocraticum, spedandosi dignoscen-
dos. curandosque exibens tum universos tum
particulares totius corporis morbos,in quomul-
ta visuntur , quae a plecarissimis quibusque
medicis ìntacta prorsus relieta erant arcana.
CES. 4{l
Francfort i6o5; Venezia 1606 „.* e altrove „ VII.
Praocis universae artis medicae, Treviso 1606,,.
I suoi libri son poco consultati oggigiorno, e forse
sarebbero dimenticati, se gli ultimi lavoii di Ce-
salpino intorno alla stoiia naturale non avesser
dato al suo nome una gloria immortale. Tale la
opera seguente „ Vili De pianti s libri XFl ^
1 583 „. Egli inventò il primo metodo in botanica
fondata su i caratteri tratti dalla considerazione
della forni» del fiotti e del frutto e dal numero
dei grani, il che gli presentò affinila ed apparenze
naturali. I suoi principii restaron sepolti da quasi
un secolo, quantunque il Colonna si fosse adopra-
lo per propagarli „. „ IX Jppendix ad libros de
plantis , et quaestiones peripaleticas , Roma
i€o3 ,.. Cesalpino aveva altieri composto la sto-
ria naturale dei minerali in un ordine sistematico,
siccome aveva trattato quella de' vegetabili. >eu
mancava alla sua opera che la stampa allorché
seppe che Michele Mercati suo antico discepolo
avealo prevenuto, e distribuendo per ordine la
raccolta de*'minerali,conosciuta sotto nome di Me-
talloteca del Vaticano, aveva avuta la cura di far-
ne intagliare differenti pezzi. Il Cesalpino tenne
allora per inutile il suo lavoro, ma venuto a mor-
te il Mercati, il Cesalpino fece comparire l'opera
seguente, „ De metallicis libri IH. Roma 159G „.
II primo libro tratta de'sali, de'bitumi , degli al-
lumi, e d'altri fossili; il secondo delle pietre, dei
cristalli, delle pietre preziose; il terzo dei me-
talli. I/opera di Mercati (u poi pubbli» ala col
titolo di Metalluiecha. Il Cisalpino fu chiama*
Si. To<c. Tom. 12. 4!
44^ CES.
to a Roma, ed ivi creato |>vimo medico del pa-
pa Clemente Vili, e professore di medicina nel
collegio della sapienza: impiego che egli esercitò
iìno alla sua morte che avvenne il febbraio del
i6o3, quando quesf uomo raro aveva 84 anni.
B. u. Ep. v, vi.
Cesano Gabriele (da) pisano, uomo d1 una
saggio ed illuminala politica, profondo conoscito-
re delle scienze e delle lettere sì latine che gre-
che. Fu canonico della primaziale pisana, poi ve-
scovo di Saluzzo. Fu altresì la delizia delle c-orti
medicea, estense, romana e francese. Cessò di
vivere nel 1 568. G-s. v, vi.
Cesti Marcantonio zoccolante d'Arezzo, che
Adami crede nativo di Firenze, fu dei più celebri
musici del secolo XVII. Era discepolo di Carissi-
mo e coniemporaueo di Cavalli. Ferdinando II lo
dichiarò maestro della sua cappella, e sembra che
sia stuto impiegato in qualità di tenore in quella
di Alessandro VII nel 1660. Cesli non contribuì
meno di Cavalli ai progressi della musica dram-
matica, Si sforzò di sostituire alla monotona sal-
modia, che fin'allora ne avea formata la base, il
genere grazioso nel quale spiccò il suo maestro,
e trasportò nel teatro le cantiche che Carissimo
aveva inventate per la chiesa. Fece rappresentare
aul teatro di Venezia dal i649 al 1669 otto opere
„ Oronalea,,:, „ Celare innamorato ,,:, „ Lo schiavo
reale,,*, „Tito „:, „ La schiava fortunata ,.^„Argeue „-,
„Genserico„ ed Argia „j le quali presso che tutte
ottennero grandi applausi, e furono rappresentate
in tutte le grandi città d'Italia. Si crede che roet*
CES. 4^3
tesse altresì in musica il Pastor fido del Guarnii.
j>'on fu meno eccellente nel genere delle cantate,
e ne compose un gran numero. Mori a Roma nel
1688. B. u. Ep. vi.
Cestoni D'iacinto livornese scrisse „ Nuove
e maravigliose scoperte dell'origine di molli ani-
malucci sulle foglie dei cavoli, come di molli in-
setti dentro gl'insetti „, candidamente partecipate
e dedicale alPill. sig. Antonio Vallisnieri de'no-
bili di Vallisniera, ec. colle quali si coufermano
vari ritrovamenti del suddelto Signore sopra la
curiosa origine dei medesimi insetti descritti nel
suo primo e secondo dialogo, siccome nel suo la-
boriosissimo trattato dei rimedi per le malattie
del corpo umano. Quesfoperetta ch'è in forma di
lettera è inserita nel libro intitolato: Trattato dei
rimedi per le malattie del corpo umano, tradotto
dal francese-, Tuna dà ragguaglio di varie osserva-
zioni nuove nei vermi del corpo umano, intor-
no alla loro origine, indicazioni e rimedi: l'altra
sopra gl'insetti dentro gl'insetti, Padova 1709. Lo
estratto della medesima si legge nel toni. 1, del
Giornale degenerati ff Italia a p. 'i^.B-s. vi.
CiiEHUBiNi Filippo cittadino fiorentino: scris-
se la „ Cronologia dell^anticbissima e nobilissima
famiglia de'Gaetani che è la medesima di quella di
Pisa, di Napoli, di Roma, di Anagni, di Gaeta', di
Siracusa e di Palermo. Fir. 1722 „•, „ Cronologìa
degli uomini illustri che sono usciti dall'antica
e nobile famiglia de'Giugni di Firenze, marchesi
di Campo Orsevoli e di A-iilrodoco, Lucca 172^^
„ Cronologia dell'aulicissima e nobilissima fa-
444 CHE.
miglia de'Canigiani di Firenze5Siena 1712 „. Que-
sti tre opuscoli si credouo essere dell'abate Pie-
tro Fa rulli. B-s. Ep. vi.
Chesi Bartolommeo giureconsulto di nome
illustre. Fra le opere sue più celebri ricorderemo
quella delle interpretazioni giuridiche, e l'altra
col tìtolo „ De differentis iuris „. Morì nel 16&0
lasciando erede delle sue sostanze la pia casa
della carità di Pisa, la quale in contrassegno di
gratitudine gli fece erigere uri monumento nel
camposanto di Pisa sua patria. R-s. vi.
Chiara. Beata. Fed. Gambacorti*
Chiarini canonico Luigi nacque nel distretto
di Montepulciano nell'aprile del 1789. Insegnò
lettere latine nel patrio seminario, quindi studiò
le lettere greche presso il professore Ciampi in
Pisa.Per le premure del detto professore fu ascritto
in Varsavia al ruolo dei professori della regia uni-
versità per insegnare lingua ebraica, ed erme-
neutica biblica. Per gli sludi assidui che ei fece
sui libri talmudici, e le corrispondenze letterarie
ch'ei tenne coi dotti ebrei, dei quali abbondano
Germania e Polonia, per internarsi nelle notizie
degli usi, costumi, dottrine, pregiudizi, in somma
di tutta la misteriosa macchina giudaica antica e
moderna, fu dal reale governo di Polonia giudi-
cato degno di sedere nel comitalo ebraico. Fatto
conoscere a S. M. I. e R. V imperatore Niccolò I
re di Polonia Io scopo del Chiarini di fare in lin-
gua francese la traduzione del Talmud, si degnò di
concedere all'opera l'alta sua protezione, con elar-
gire una cospicua somma per farne la stampa, ed
e ii i. 445
anco d" accettare la dedica del Prodromo ini ito-
lato „ T/ieorie du Judaisme appliquèe a la rè-
forme des isdraélites et tous les pays de C Eu-
rope et servant en métne temps d^ouvrage pre-
paratole a la ver sion du Talmud de Babylont,
Paris i83o „. k\ comparire in pubblico l'annun-
zio di tale traduzione, e la Teorìa del Giudaismo
si suscitaron gravi opposizioni, sì da parte degli
ebrei che dei cattolici,unilamente a molte riviste
e critiche.OIlre la profonda cognizione delle lingue
bibliche era bene istruito nelle lingue orientali.
Sapeva ad eccellenza il latino, non ignorava il
greco, parlava e scriveva il francese ed il pollac-
co da potersi francamente affermare, che la na-
tura avealo fatto poliglotto. Una lenta e lunga
malattia finalmente in Varsavia lo tolse alle let-
tere ed alla pubblica estimazione nel febbraio del
i83a, con gran rammarico di chi ne conosceva
le morali e letterarie prerogative, tanto in Polo-
nia che in Garmania, in Inghilterra ed altrove.
Lasciò sì stampale che manoscritte le appresso
opere „ Teoria del Giudaismo ec. Parigi i$3o „}
Traduzione del Talmud, la sola prima parte stam-
pata . Diverse parli manoscritte „ Illustrazione
d? un antico Astrolabio „} „ Grammatica e les-
sico rlella lingua ebraica,, scritti in Ialino e tra-
dotti in pollacco da Chlebowski „} „ DoTnnerali
degli ebrei ,,} „ Didla visione, o sia il carro di Eze-
chiele, nuova spiegazione dei capitoli 1 e 10 del
suddétto profeta, MS.,,. Di questo lavoro fu stam-
palo un prospetto nell'antologia di Firenze nel
tomo di otlobre lùvi. 1 '-/>. vii.
4.»
446 c n *•
Chiavistelli Iacopo che venne a luce neC
iGiS", o nel 1621, era pittore fiorentino assai va-
lente in ornati. Ebbe il Boschi come istruttore
nelle arti belle , e da lui passò alla scuola di
Baccio del Bianco. Datosi poi alla pratica delTai-
fresco nel genere decorativo, allora volle veder
Bologna. Dopo non molto Firenze il riebbe col
grido d'eccellente artefice, e tale sperimentollo
entro il suo giro e nei ditorni e segnatamente
nel soffitto della chiesa di santa Maria Maddalena
dei Pazzi, opera quasi svanita. Si distinse anche
non poco nel dipingere tredici compartimenti nel
sofììlto «Iella R. Galleria di Firenze, i quali furon
fatti di pubblica ragione colle stampe per le cure
e spiegazioni di Domenico Maria Marmi. Altrove
poi non è penuria di suoi dipinti riputali da alcu-
ni scrittori pel gusto più solido e più sobrio di
altri artisti di quei tempi. Egli di rado operò
solo, giacché fecesi prestare aiuto dai suoi disce-
poli, h. g. d. F. . Ep. t^
Chigi Fabio senese, in età tenera attese agli
studi di umanità, e fu professore della lingua la-
tina a ségno che con maggior franchezza quella
che la materna senese parlava. Andato a Roma, e
dato saggio dei suoi talenti fu destinato vice lega-
to di Ferrara, ove essendosi generosamente e con
somma prudenza portato, fu dal papa mandato
inquisitore a Malto, ove sedò le discordie circa
reiezione del nuovo gran maestro. Fu poi detto
nunzio in Colonia, e qui mostrò la rettitudine e
candidezza di sua coscienza, aliena da ogni inte-
resse. Tornato fu segretario di stato d'Iunocen-
e ir t 447
za X che Io creò cardinale, e dopo la morte di
questo papa eletto Fabio al pontificato prese ir
nome di Alessandro VII, e scrisse varie opere *
Veci. Alessandro VII.
CnniENTELLi Valerio insigne letterato, ed e-
sperto nella letteratura greca^ giurista molto dot-
to, amatore delle muse. Nello studio di Pisa tenne
cattedra di umanità e di politica, e morì nel 1664.
Scrisse motte opere, alcune deNe quali si stam-
parono e sono „ Marmor pisanus de honore
Biselll: Parergon insert, de veterum sellis. 5z-
nopsls de re donatica antiquorum etc. Myodia,
sive de muscis odoris pisanis epistola, Bono-
niae r66G„. Nascono queste moschedi color nero
e (foro nel chiostro di santa Francesca di Pisa m
quelle sepolture „ Panegirico nelle nozze dei sere-
nissimi sposi Cosimo principe di Toscana e Mar-
gherita Luisa d' Orleans. Firenze i6(>r „. C-n.
Ep. vi.
Ciacche*! Abb. Giuseppe, fìgtio di un povero
artigliere dello stesso nome, nacque in Livorno
circa il 1723. Studiò in Sjena, ed accolto dallo
arcidiacono Salustio Bendi tri fu designato biblio-
tecario della vasta sua libreria, che teneva aperta
a beuetizio del pubblico. Spiegò un genio per fé
lettere, ed una passione per l'antiquaria che gli
lece spiegar buon successo presso i detti suoi
amici. Mercè le sue sollecitazioni fece sì che il
Bombivi facesse dono della sua biblioteca alla tini-
versi tà di Siena , come pure dal cavaliere Fetido
Bandirci e dalla sua consorte il museo d'antiqui-
111. e molli mano, crilli auto "i .ili. V sui istanz.i
448 e i a.
il cavaliere Giovanni Sansedoni donò alla me-
desima università una ragguardevole collezione di
libri* Di esso non esiste stampato alcun libro,
se si eccettui un „ Compendio della vita di santa
Caterina da Siena „. Won ostante 1 suoi bisogni di
vita, donò alla sopradetta università tutta la pro-
pria libreria composta di oltre 5ooo volumi, una
collezione di più centinaia di quadri, circa mille
disegni di artisti senesi, ed una quantità di stam-
pe, di gessi ec. Dotato di buone qualità morali,
dopo lunga e penosa vecchiezza, morì nel dicem-
bre del 1804. B> u. Ep. vi, vii.
Ciaffi o Zaffi Andrea pisano, legista e letto-
re nel patrio studio, in quel tempo appunto nel
quale secondo alcuni Io studio pisano ebbe lo in-
cominciamento* Trovasi di suo una opera intito-
lata „ Ve gerundiis opus cui um, Venezia i583 „.
Anitra produzione pure intitolata,, Notae in insti-
tutioues civiles , Lione ^ questa opera trovasi
registrala ne^Trattati legali a p. 2?3. Dovette es-
ser uomo di stima, poiché Bartolo confessa di
avere scartellato i S1401* conienti, dal che si cava
che qualche allr'opera compilasse. Le sopradet-
te notae sono anche accennate nella Biblioteca
classica. C-n, . v.
C1.A.MPELLI Agostino fiorentino allievo di San-
ti di Tito servì Clemente Vili in Vaticano, in La-
terano ed in altri luoghi, numerandosi distia ma-
no a olio, e a fresco quaranta opere pubbliche,
ben tinte, disegnate e studiate. Fu fatto presi-
dente della fabbrica di s. Pietro, ma oppresso da
tanta fatica, mancò d'anni 62 enea il 1640. La-
e i a. 449
sciò un bellissimo libro, in cui erano disegnate
tutle le opere da lui fatte. B-i. Ep. vi.
Ciamfoli Giovanni Lanista poeta nato a Fi-
renze nel i5?9, studiò le belle lettere sotto i ge-
suiti, e la filosofia presso i domenicani . Egli era
povero, raa G. B. Strozzi ammirando il brillante
profitto che fece negli studialo accolse in sua ca-
sa, e gli promise di trattarlo come suo figlio. Ar-
gomentava sopra questioni proposte, ed improv-
visava in versi con tanto stupore ed ammirazio-
ne di chi lo ascoltava, che riscosse lodi grandi ed
applausi da personaggi di sommo credito, ed in
particolare dal gran Galileo, sotto il quale intra-
prese un corso di studi matematici, e filosofici
nell'università di Padova. Trasferissi quindi a Ro-
ma, e da Gregorio XV fu eletto segretario dei
brevi: gli furono conferiti parecchi benefizi ed un
canonicato della basilica di s. Pietro. Fu impiega-
to anche da Urbano Vili pontefice mollo da lui
lodato} ma frattanto Ciampoli enfaticamente loda-
va le proprie poesìe, che francamente si antepo-
neva al Petrarca, ali1 Ariosto, al Tasso, a Virgilio, e
a tutti gli altri poeti i più celebri. Il di lui orgo-
glio lo rese insopportabile alla corte ed alla città.
Per questo, e per esser rimasto attaccalo al Ga-
lilco, s'inimicò talmente il papa che gli tolse la
compilazione de'brevi,e per allontanarlo da Roma
lo elesse governatore di tre piccole città,Monlallo,
torcia e Jesi, nella quale ultima mori nel set-
tembre del i645. Lasciò i suoi manoscritti al re
di Polonia Ladislao IV, ed altre sue opero si tro-
vano stampate sotto il titolo di Giovanni Giain-
45 O CI A.
poli, Roma 1667, e » Rime » del medesimo, ivi
1648. B. u. Ep. vi.
CiANFOGNi Pier Maria nolasco , nacque in
Firenze nel febbraio del 17 io, e fin da giovane! to
mostrò un intelletto perspicacissimo e maraviglio-
sa memoria. Studiò le matematiche, la filosofia, la
teologia polemica e dogmatica, la storia sacra e
profanala diplomatica ,bIasonica,antiquaria,scieu-
za delle medaglie, e belle arti, non che le lingue,
greca, latina, francese ed italiana. Tali furono i
progressi ch'egli fece in questi studi che non so-
lo fu aggregato tra i fiorentini teologi, ma ad es-
so come ad un oracolo ricorrevano, scegliendolo
arbitro in ogni questione, e scritto. Difalti come
avrebbe egli potuto tanto meritamente trarre
dal prezioso archivio di san Lorenzo i materiali
atti a formare una completa storia di una basi-
lica così rispettabile per antichità sacra e profa-
na, per la reale protezione dei sovrani, e pel te-
soro de'suoi monumenti, se egli non avesse pos-
sedute le lingue, e quella rettitudine, imparzialità
di giudizio e finezza d'ingegno che si richiede
in chi tenta di scoprire il valore dei diplomi; co-
noscerne l'autenticità, interpetrare il dubbioso,
rigettare l'apocrifo, e guardarsi da qualunque ben-
ché piccolo sbaglio, che in altri studi o non si
apprende o si scusa, ma che si beffa nell'antiqua-
rio e ne lo rende ridicolo? La sua „ Storia della
B. Basilica di s. Lorenzo „ ristampata dal More-
Ai nel 1804; le „ Notizie d" uomini illustri del-
l'insigne collegiata di s. Lorenzo „; la „ Vita del
B. Angiolo Paoli „} gli „ Inni di s. Ambrogio „, ed
eie. 45 1
ali ri scritti, attestano più che qualunque elogio
della dottrina del Cianfogni, il quale dopo le an-
goscie di lunga malattia con santa tranquillità
incontrò la morte nel 1794» M-d. Ep. vi, vii.
Cicci Maria Luisa col nome di Erminia Tin-
daride pisana, lasciò morendo diverse poesie, in
gran parte del genere anacreontico, d'uno slii fa-
cile e gentile, spirante attico sapore, le quali fu-
rono elegantemente stampate in Parma coi tipi
bodoniani per cura di suo fratello. Essa è rammen-
tata nella storia letteraria del secolo X.VIII. Poco
prima della sua morte aveva ella mostralo arden-
tissimo desiderio che fosser dati alle lìannne lut-
ti i suoi scritti. I di lei amici inconsolabili per la
morte dell'illustre poetessa si adoprarono onde
impedire l'esecuzione di questo suo desiderio, e
vi riuscirono. C-r. vii.
Cicognini Viacinto Andrea fu doltor di. leg-
ge e comico eccellente, del quale vanno attorno
di suo non più che 18 „ Commedie,,, benché mol-
tissime sotto suo nome stampate se ne veggano,
avendolo alcuni bell'ingegni per accreditar le ope-
re proprie, fatto comporre, per cosi dire, dopo
morte. Egli ne compose dieci in patria, altre otto
in Venezia, dove si portò disgustalo per notabile
offesa ricevuta, Il catalogo «Ielle sue commedie è
nella prefazione della commedia di Mattias Maria
Bartolommei , intitolata V Amore opera a caso.
Mori circa Tanno ió5o, B-s, \ 1.
Cicognini Francesco pratoso nacque nel 1590.
>el 1O0G andò a Pisa nel collegio Ferdinando e
45a ci e.
nel i6ìo fu eletto a pieni voti rettore del medesi-
mo, al quale ufficio e dignità rinunziò con univer-
sale dispiacere di tutti. Nel i6ia prese le insegne
dottorande nel 16 13 passò a Roma per attendere
alla professione delle leggi ed alla corte. Fu se-
gretario di vari cardinali e auditore del cardinale
Gian Carlo defedici. Moti in Roma canonico di
s. Maria in Trastevere nel 1666, lasciando erede
di tutti i suoi beni considerabili, da lui acquistali
co'suoi impiegbi ed accresciuti coIPeconomico e
parco vivere, la compagnia di Gesù, colTobbligo
di fondare in Prato sua patria un collegio, e man-
tenervi gratis selle giovani cittadini per anni set-
te in perpetuOi E questo collegio fu aperto difat-
ti nel 1699. B-s. Ep. vi.
Cieco da Gambassi. Fed. Gonnelli Giovanni
da Gambassi.
Cigsozzi Giuseppe nacque nel luglio del 1602
in Chianciano, e nel 1668 si portò a Firenze per
fare i suoi sludi di medicina e chirurgia allo spe-
dale di s. Maria Nuova, e ne sorti matricolalo nel
i6j8. Poco dopo fu eletto medico chirurgo di Co-
simo III, previo rigoroso esame fattogli dal famoso
archiatroFrancesco Redi,di cui restò sempre amico.
Per lo spazio di 3 anni fu medico delfelettore pala-
tino del Reno, marito della figlia di Cosimo III,
e traltennesi in Dussendorf. e in quel tempo eb-
be carteggio col granduca di Toscana. Prima però
di passare a Dussendorf tradusse felicemente il
libro d-Ippocrate delle Ulceri con le „ Note prati-
co-chirurgiche di suo; Firenze iG90w. Finalmente
p I G. 4'^
ritornato di Germania, e continuando a servire
il suo sovrano finì di vivere nell'ottobre del 1700.
M-g. Ep. vr.
Cigoli così dotto dalla sua patria Lodovico
Cardi^ nacque nel i55q. Fu tal pittore da potersi
contrapporre ad ogni altro che nei suoi tempi vi-
vesse . Cultore delle tre arti sorelle non solo ,
ina eziandìo versato nelle scienze e nelle lette-
re , fu liei!" anno i6o3 acclamalo accademico
della Crusca, \iveva il Cigoli riliratissimo , e
consigliava i suoi discepoli ad imitarlo, esortan-
doli ancora a non abusare di certi studi necessari
per l'imitazione del vero agii artisti, per non de-
turpare il candore dell'animo. Dopo ch'ebbe stu-
dialo il Baroccio e*1! Coreggio delle origine ad un
nuovo metodo di colorire , per cui si merita il
nome del Tiziano della scuola fiorentina. Resta-
no in Firenze le opere sue migliori, come la Lupi-
dazione di s. Stefano, TEcce Homo col Sacrifizio
d'Isacco, la Pietà ch'è in s. Croce. Accoppiò egli ai-
la perfezione del colorito un disegno franco e spiri-
toso.ed una intelligenza di chiaroscuro.che in vero
sorprende. Scrisse un'opera con titolo,, Prospet-
tiva pratica „, e riguardo all'architettura, ch'egli
aveva appresa dal Buontalenli, lasciò gran memo-
ria di sé nel modello per la facciata del duomo di
Firenze, nel suo disegno per l'ingrandimento del
II. palazzo Pitti, e nella simmetria della sua piazza
ed in altre molte sue opere da lui immaginate e
portate ad esecuzione. Amava il Cigoli lo studio
dell'anatomia lauto necessaria a coloro che alle
arti del diseguo si dedicano. Con ciò si rese (<>r-
St. Tote. Tom. 12. 42
45{ CI L*.
tissimo nel disegno non solo, ma eziandio si e-
sercitò nel far di rilievo, modellando in creta ed
in cera. Perfezionò di quest'ultima materia una
piccola statua, nella quale si reude conto della
parte miologica esterna del corpo umano. Fu an-
che incisore in rame, e produsse due opere date
all'acqua forte, e terminate a bulino. Fu insignito
dell'ordine gerosolimitano, e nel 16 13, fauno 55
di sua età, cessò di vivere in Roma. Le opere da
lui lasciate imperfette furono terminate dal Bili-
verti. lì. g. ci. F. Ep. vi.
Cilli Romualdo dottore venne alla luce nel
1711, e fu della classe dei cittadini. Eletto nel no-
vembre ilei 1728 a coprire un posto di alunno nel
collegio Ferdinando di Pisa, dopo il suo ritorno
in patria fece il disegno della facciata della chie-
sa or soppressa di s. Gregorio, e altri per fabbri-
che di particolari pistoiesi, essendosi molto di-
stinto nelle due ville, il Merlo della casa Ippoli-
ti e la Collina dei signori Tonti. Fu buon archi-
tetto mollo amato dal conte Algarotti, che ne
parla con interesse nelle sue lettere. Egli è stato
Tuli imo rampollo della sua famiglia.Mori nel 1768.
T-l. vi) vìi,
Cimabue Giovanni detto anche Gualtieri, na-
to in Firenze nel 1240 di nobil lignaggio, fu ar-
chitetto e pittore, probabilmente scolare di Giun-
ta pisano, ma più verisimilmente discepolo di quei
greci che furon chiamati a dipingere e ad inse-
gnare in Firenze verso la metà del secolo XIII.
Mentre dipingevano in santa Maria Novella, Ci-
mabue che frequentava il convento per istruirsi da
e 1 JL 4^
un frale nella grammatica e lingua Ialina, vide la-
vorare quei greci pittori che dipingevano in chiesa,
e la loro maniera di operare esaminando col solo
aiuto del proprio ingegno poneva ogni studio per
imitarla. Molte opere fece Ciinabue per Firenze,
Pisa, ed altrove, ora quasi tutte perdute. Gli pro-
curò peraltro gran fama una Tergine clVegli dipin-
se per la cappella della casa Rucellai nella chiesa
di santa Maria Novella al passaggio di Carlo d'An-
giò, quando si condusse a vederla in mezzo a con-
corso grandissimo di gente, e processionalmente
al suono di trombe la fecero trasportare dalla ca-
sa di Ciinabue alla chiesa dove fu collocata, sic-
ché la contrada ov^egli abitava prese il nome di
Borgo Allegri} ma il fatto non è certo. Egli fu poi
capace in assai fresca età di comporre, disegnare
e colorire le sue prime opere, le quali elevaronlo a
grandissimo grido, perchè a Firenze vennero su-
bito reputate superiori a quelle dei maestri. Ma
trasferitosi ad Assisi trovò Ciinabue ben altra cosa
che maestri. Vi trovò 1 impulso a far meglio di
chi Tavea preceduto; vi trovò la grandezza della
architettura che tacitamente avverlivalo di farsa-
lire ad egual grado Parte sorella. Scrive il Lanzi
avere il Cimabue consultata la natura, che in par-
te corresse il rettilineo del disegno, animò le teste,
piegò i panni, e collocò le ligure meglio dei greci.
Si crede ancora che non poco valesse in architet-
tura, vedendosi destinato insieme con Arnolfo ad
assistere alla fabbrica di santa Reparala. Dopo
essersi arricchito coir arte mori nel i3oo in età
di do anni. Giotto fu il migliore suo allievo. Ep.\.
456 ci in
Cincinnìto Romolo pittore fiorentino servì col-
liso dei suoi pennelli il re di Spagna Filippo II,
e per ordine di lui dipinse la cappella di s. Mau-
rizio nel regio Escuiiale , e nel coro la storia di
s. Lorenzo. Per il collegio oVpadri gesuiti di Even-
ca fece la tavola della Circoncisione di Gesù ch'è
pittura considerata di pregio. In compagnia di
Eugenio Cazes altre non poche pitture fece a Ma-
drid, e in altre città del regno. In età avanzala vi
morì lasciando un figlio di nome don Diego an-
ch'esso pittore. Q-r. Ep. v
Cinelli Giovanni, ài professione dottor di fi-
losofia e medicina», nacque nel febbraio del iC2a
in Firenze, ove attese ai primi studi, dopo di elio
nella università pisana conseguì la laurea dotto-
rale: ma assistilo da discortese fortuna non fece
colla medicina quel guadagno che si riprometteva,
il che egli attribuiva al suo contegno libero e
schietto. Questo suo pensare lo mostrò neHe dot-
tissime sue „ Scansie „, ove faceva pompa di que-
sta indole libera fc Nella quarta di esse prese a
riferire la contesa seguita fra '1 datt. Ramarrini
e Andrea Moneglia fiorentino. Tale scritto le co~
sto la carcerazione di tre mesi, e la condanna di
essere il detto libro abbruciala per le mani dei
carnefice. Uscito dalla carcere andò a Modena
nella qual città scrisse una,, Giustificazione a di-
fesa di quanto era stato scritta contro di lui nel-
la relazione di detta controversia „. Lasciò egli
molte opere che trovansi manoscritte ne-lla Itfa-
gliabechiana, le quali sono „ Storia degli scrit-
lori toscani „ y eh' egli lasciò imperfetta 5 e che
e i :v. 4^7
mi ha servilo alla compilazione di molte notizie
biografiche di quesfopera „ Memorie della città
di Borgo san Sepolcro „•, „ Errori del volgo fio-
rentino intorno ad alcune cantafavole erronea-
mente credute „} „ Itinerario della Toscana „;
„ Bellezze della città di Firenze „, ove a pieno di
scultura , di pittura, di sacri templi, di palazzi,
dei più notabili artifizi e più preziosi ragionasi ,
scritti dai Boschi, ed ampliata dal Cinelli ed al-
tri. Morì medico di Loreto. Ebbe pure fiere con-
tese coi dottore Batazzi , dal quale, un giorno
che trovaronsi insieme alla visita delle monache
di un convento, ricevè nel capo tre colpi di col-
tello. M-m. Ep. vi.
Cim Gio. Battista d'elevatissimo ingegno che
in età tenerella d'anni ia ottenne la laurea di filo-
sofia e teologia, e in età più adulta quella di legge
nell'almo studio pisano. Fu egli d1 innocenti co-
stumi e d'incolpabil vita* difensore ed amatore del
giusto e nemico delle prave azioni. Ne fa menzio-
ne con lode Niccolò Tinzio nella dedicatoria al
Dati, nel secondo di sue Elegie. Compose diverse
„Orazioni „ fra le quali una in lode del conte Ugo,
da esso recitala in Badia, come si dice nelle noti-
zio dell'Accademia. „ Canto deV'tili „ nella rac-
colta del Lasca, Firenze „. La vedova, commedia,
Fireriz* i5C>o,„, con alcuni intermezzi alla Cofa-
naria di Francesco d'Ambra. „ Esequie di Cosimo
granduca di Toscana „} „ Vita di Cosimo de'Medi-
i i. I irenze 1G1 1 „. Fiori nel i565. C-n. v, vi.
Cim Botànico di san Marcello, nacque nel
febbraio i(mj5, e studiò nel collegio de'padri gc-
4 a*
458 e 1 n.
suiti di Prato. Tornato in patria per attendere agli
alluri domestici, poco polè occuparsi degli studi ,
ma non ostante,a cagione di alcune scoperte di mo-
numenti fatte nella montagna pistoiese, i quali gli
mostravano la connessione che gli appetitimi tosca-
ni avevano con Roma antica , pubblicò nel iyZy
un'opera intitolata,, Osservazioni isloriche sopra
l'antico stato della montagna pistoiese „. In essa
vuole provare molle cose memorande nella storia
romana esser seguile nella montagna di Pistoia,
come il passaggio d'Annibale, la disfatta di Lucio
Postumio, le vittorie di Marcello sopra i galli-boi
dal quale prese nome il paese, ed altri fatti. Questa
opera fu da molti apprezzata, e da molti tenuta co-
me parto d'ingegno bizzarro. Il passaggio «l'Anni-
bale specialmente gli fu controverso, e in modo
speciale dall'eruditissimo Guazzesi, cui il Cini re-
plicò con altrettanta dotta dissertazione. Gli ac-
cademici etruschi di Cortona approvarono questa
opera e lo aggregarono al loro numero, da un
quale onore spronato si accinse a lavorare per il
secondo tomo, nel quale parla con fondamento e
dottrina di moltissime cose appartenenti alla storia
toscana, ma che trovasi inedito pressoi suoi eredi.
Aveva incomincialo a lavorare anche per il terzo
volume, in cui fra le altre bellissime notizie vi e
particolarmente la battaglia di Gavinana, seguita
tra il Ferrucci ed il principe d'Oranges; ed aveva
anche dato mano alla correzione del primo, quan-
do sopraggiunto dalla morte, gli fu forza lasciare
inedita presso che tutta questa dottissima opera
nel 1772. Pubblicò „ Albero genealogico delia fa-
C 1 5. 4%
miglia Cini „, ed una „ Dissertazione sopra una
lapida dell' anno 56 1 di Roma, dissotterrata nel
i75o in un castello delle montagne „. Day li ab-
bozzi lasciati, si vede bene che meditava anche
qualche allia opera. L-m. Ep. vi, vii.
fono da Pistoia nacque nel 1270 nella fami-
glia Sinibaldi, ma egli prese nome dalla patria: si
applicò alle leggi e gli fu rifiutato dapprima Io
onore della laurea. Nonostante egli perseverò in
quelli studi, e detlesi a commentar leggi come a
suoi tempi era la manìa dei legali. Barcollando es-
si nel buio si prodigavano ciò nondimeno le Iodi
più esagerale e più ridicole , scambievolmen-
te appellandosi occhi , specchi, lucerne, oracoli
delle leggi. A.nche al nostro Gino toccò la sua par-
te di simili fastosi encomi. Per altro nò la pompa
dei nomi ampollosi, ne il suo commento sul co-
dice, né le cattedre da lui sostenute, né la gloria
di avere avuto il gran Bartolo per suo discepolo
l'avrebbero reso celebre alla posterità,se alla scien-
za legale non avesse accoppiata una non medio-
cre perizia nella poetica facoltà. In fatti tra i poeti
che precedettero il Petrarca, Cino fu il meno incolto
e il meno ruvido. Dante ne fece menzione onore-
vole. Lo stesso fece il Petrarca rappresentandolo
del pari delicato, amatore e grazioso poeta, che ce-
l.'bro ro'siioi vrr<i Kicearda Selv aggi ila lui amala.
Ve dispaiala intorno all'anno della morte di Gino}
alcuni facendolo morire l'anno i336 , altri nel
l'Jl 1. Ma noi ci prendermi.» <li «io poco pensili'».
I," sue „ Kiiii.' ,, furono pubblicale in l'ir, nel &%}
e Venezia n-l i.>j<). .->i dice inoltre ohe nella li
46o e i o.
lui adolescenza Gino esercitò la carica d'assesso-
re presso Lodovico Àllobroge senatore di Roma,
e fu anche professore di gius civile nell'universi-
tà di Bologna, di Perugia, di Siena e di Parigi, e
nel iS34 fu condotto a leggere nello studio fioren*
lino le leggi} è poi da rammentarsi con sorpresa
ch'ei non fu mai né guelfo né ghibellino. Ep. v.
Ciofi Antonio legista di sommo grido inse-
gnò nella università di Pisa con somma lode per
trentanni la legge pubblicamente. Fu addomau*
dato dagli intendenti corona de'legisli. Scrisse al-
cune opere applaudite che sono comunemente in-
titolate:,, Consilia sive responso, iuris in duos
lib. digesta, Venezia i583 „. Morì in Firenze nel
1675 ed il lui simulacro scolpito al naturale in
marmo carrarese e con beli* epitaffio vedesi nel
chiostro di san Lorenzo . E molto da conside-
rarsi Ponore che fece il Granduca al fratello di
concedergli il luogo nella propria chiesa per met-
tervi la memoria del defunto. B-s. v/.
Cioli Simone da Settignano benché restasse
nei limiti delle mediocrità, venne continuamente
impiegato in opere per servizio della real famiglia
oVMedici: fioriva circa il 1600. B-l> vi.
Cioli Valerio nato in Settignano circa Tanno
i63o, fu valente, giudizioso e diligente scultore.
Imparò prima da suo padre, poi dal Tribolo, in fine
in Roma si fermò con Raffaello da Montelupo: in
giovanile età restaurò molte statue e memorie
romane: lavorò nelPesequie del Ronarroli, e al
sepolcro di lui scolpi con somma diligenza la sta-
tua della scultura, avendo altri professori con-
C I o. 4*>r
dotte le altre due della pittura e dell'architettura.
Mori sopra gli ami; 70, e lasciò un bravo discepo-
lo per nome Gherardo Silvani cittadino fiorentino,
il qual nacque nel 1579. Questi iu men d1un anno
trapassò tutti gli altri compagni e principiò a lavo-
rare marmo. Morto il Cioli passò sotto Giovanni
Caccini, e fatta amicizia con Bernardo Bontalenti
famoso architetto, studiò la prospettiva e nell'una
e nell'altra arte dette gran saggi di sé, come fece
ancora Pietro Francesco il figlio, dopo la morte
dei padre che seguì nella di lui età d'anni So.Anlo-
nio Vovelli fiorentino fu scolare di Gherardo e ben-
ché attendesse alla poesia, alla musica ed al suono
di vari strumenti, ciò nonostante lasciò molte ope-
re dipinte pubbliche e private. Fu il Cioli eccel-
lente restauratore di statue antiche. O-r. Ep. vi.
Ciosacci Fmncesco nobile fiorentino, nacque
nel novembre i633, e fu molto amico dell'avvo-
cato Agostino Coltellini, istitutore dell'Accade-
mia degli Apatisti . Tania era la stima che que-
sto dotto aveva del Cionacci , che nel venire a
morte raccomandò nel suo testamento l'accade-
mia alLe altezze serenissime di Toscana, ed allo
amico Cionacci. Grande fu il suo trasportò verso
quest'accademia, in guisa che Luigi Rucellai ebbe a
dire —Egli è quello che ha fatto miracolosamente
risuscitare la nostra accademia —.In essa egli fa-
ceva sentire lezioni, ora sopra la lingua toscana,
ora in argomento vario, ora sacro,ora islorico, in-
torno alle antichità di sua patrio, nelle quali va-
leva assaissimo, avendo scavate (bill' oblivione
molto belle e peregrine notizie. Vesti rubilo oc-
462 e i o.
clesiastico, e fu anche annoverato alla grand'ac-
cademia Fiorentina, ed a quella della Crusca. Di
lui si trova onorevole memoria presso molti scrit-
tori, come in Cosimo della Rena che lo chiama
erudito e nobil sacerdote. Leopoldo Del Migliore
lo dice osservator diligente della lingua, e degna
memoria pure ne fanno il Coltellini, Salvini . il
Cesarotti ed altri. Mori nel marzo 17 14^ e lasciò
alle stampe le seguenti opere „ Compendio della
vita della B. Umiliana dei Cerchi, Firenze 1673 „}
„ Notizie di messer Benedetto Fioretti „;„ Il sunto
della «favellaloria ,,} „ Saggio della favellatola ,
nella quale si contengono le formule della coniu-
gazione dei verbi , Firenze 1679 ,,-, „ Memo-
rie dell'insigne Madonna di Provenzano,,;,, Della
origine e progressi del canto ecclesiastico „:„ Pa-
renesi della dottrina cristiana „; „ Dell1 origine
del suono dell'ave Maria „, ed altre. Lasciò pure
inediti altri i5 scritti , che servon tutti a pro-
vare, essere stalo il Cionacci benemerito della
sua patria e della nostra favella. M-m. Ep. vi.
Cipria.ni Gio. Battista il pittore, scolare dello
Hugford. Il Lanzi scrive così parlando di lui. Non
è cosa aliena da questo luogo il far menzione del
Cipriani nato in Firenze di famiglia per altro pi-
stoiese , tanto più che in quelle vicinanze lasciò
qualche saggio del suo pennello. Furori due ta-
vole per la Badia di s. Michele in Pelago, l'una
di s. Tesauro, Paltra di s. Gregorio VII ( s. Pie-
tro Igneo ) pregevole perchè il Cipriani poco di-
pinse. La sua eccellenza fu nel disegno e la de-
rivò dagli sludi del Gabbiani. Passalo poi a Lon-
e i p. 463
dia circa il 1790, molto fu ailoprato dal celebre
Bartolozzi, che incidendone le invenzioni ha data
eterna faina al loro autore. Intagliò il Cipriani
vari dei cento pensieri del Gabbiani pubblicati
in Firenze nel 1762. Ep. vii.
Cipjua.no, nato nella città di Firenze, fu uno
dei primi giureconsulti, e nobile filosofo: fiorì a
Ravenna, quivi insegnando ragione civile. Si di-
stinse egli prima di Accorso fiorentino, ancor esso
celebre glossatore di leggi. F-l.
CiaciGNAso o Ceucignani Antonio detto il
P ornar anc io, che nativo delle Pomaraucie, impa-
rò da Niccolò suo padre, e gran tempo Taiutò nel-
le fatture che andava dipingendo in Roma. Dopo
la morte del padre dipinse in varie chiede e gal-
lerie romane. Per la franchezza del disegno fu più
volte impiegato a servire i collegi con bizzarre
invenzioni per pubbliche difese, come pure altri
suoi disegni furono dati alle stampe per gl'inta-
gliatori. Tua sua bellissima tavola si ammira nel-
l'aitar maggiore «lei Battistero di Volterra. Invec-
chiato volle prender moglie che ben presto gli
partorì la morte, negli anni 60 di sua età. 0-r. vi.
Cittadini Celso senese letterato, di cui si
trova un libro intitolato „ Opere di Celso Citta-
dini gentiluomo senese con varie altre del mede-
simo non più stampate: raccolte da Girolamo Gi-
gli gentiluomo della slessa citta di Siena, Roma
1721 „. Le opere sono: „ Trattato dell'origine del-
la lingua volgare ^ „ Delle origini della toscana
tavella „.• „ Trattato degl'idiomi toscani „: ,, ?iote
in margine alla giunta delCastehclro. al ragiona-
46_f e i v.
mento degli articoli del Bembo. Noie sopra le pro-
se del Bembo. Ved. una lellera del Magliabechi
al canonico Lorenzo Bianchini nella pari, iv,
voi. ii, delle Prose fiorentine a*a35 in fine. B-s.
Ep. vi.
CiviTALt Matteo scultore lucchese nacque nel
i435. Si può dire che fosse un miracolo dell'arie,
se avendo fino air età di 40 anni esercitato la
professione del barbiere, cambiale le lancette e i
rasoi in scarpelli e mazze nella scuola di Giaco-
mo della Quercia scultore senese tanto s1 avanzò
che rese loquaci i marmi a parlare della loro per-
fezione. Ridusse a bel finimento e tenerezza l'A-
damo ed Eva, i ss. Zaccheria, Elisabetta ed altri
due profeti che adornano la cappella di s. Gio-
vanni nella cattedrale di Genova. In Lucca le sta-
tue all'altare di s. Romolo, il tempietto ottango-
lare di marmo del buon Nieodemo, il s. Sebastia-
no e le figure interiori ed esteriori in s. 3Iichele,
sono gloriose memorie di questo celebre virtuoso,
che superò ogni altro scultore dei suoi tempi, e
può dirsi pareggiasse il Buonarroti: cessò di vive-
re nel 1591 . v, vi.
Claudiano poeta fiorentino, fiorì ai tempi di
Teodosio Augusto circa il 4*3- Alcuni vogliono
negare a Claudiano Firenze per sua patria, ma i
più sono di contrario avviso come il Petrarca, il
Salutati, il Poliziano ed altri. Nell'edificazione di
Firenze, molti dei Claudi, ed altri patrizii ven-
nero per ordine del senato ad abitare quella na-
scen'e citlà, e da essi affermano esser nato Clau-
diano. Si rese Cijli dono nelle greche e latine lei-
B L E. 4^5
lere, e sopra lui lo nella poesia, pel merito della
quile acquistò la corona di lauro. Compose ver-
si sacri, ma non si sa se veramente fosse cristia-
no: altri ne scrisse in diverso stile, ed eziandio mi-
litò nell'ordine equestre sotto Stilicene. Allorché
il cristianissimo Teodosio vinse Eugenio, intra-
prese il nostro poeta a scriver con eroico verso le
lodi dell'imperi lore, e gli meritarono una statua
di bronzo. V-l* Ep. iv.
Clemente VII pontefice della famiglia Medi-
ci , già cardinale Giulio, era nipote di Leone X
per parte di sorella ; vice-cancelliere di santa
chiesa , arcivescovo fiorentino , al quale venne,
anche affidata la cura di molle altre diocesi in
Italia, Francia e Spagna. Fu pure adopralo nei
più importanti affari da Leone X , che lo spedi a
governar Firenze, e legato degli alleati in Lom-
bardia contro i francesi , tinche nel i5a3 sali al
soglio pontificio , dopo la morte d'Adriano VI .
Inaugurò il suo governo colla liberazione del card.
Soderini dalla prigionìa; col restituire la sua fa-
miglia agli onori , alla patria ed ai beni; dopo di
«he rivolse le sue cure alle commozioni di Ger-
mania . Il pontificato di Clemente si rese memo-
rabile per il famoso assedio e saccheggio di No-
ma , per la sua prigionìa in Castel sant'Angiolo,
per la sua fuga in Orvieto a guisa di ramingo, per
la scomunica da esso scagliata ad Enrico VIII ,
a cagione del ripudio dato a Caterina, e degli a-
mori con Anna Bolena; scomunica che poi cagio-
no l'alienamento di Enrico dalla chiesa cattolica,
ed il favore da esso accordato alla chiesa angli-
$$, Tose. Tom. 12. 43
466 C L E.
cana, alla qual chiesa unì poi tulto il suo regno.
Prolettore valido di sua famiglia stabili l'ultima
di lei grandezza sulle rovine della patria, come si
ha nei tomi IX. e X di quest'opera. Morì Clemen-
te nel i534, uomo grave di costumi, dotto, alieno
da ogni dissipazione , nemico degli adulatori ,
protettore degli uomini di merito, ma timido,
irresoluto, non affabile e non generoso. Fondò
in Firenze la biblioteca Laurenziana, incaricando
Michelangiolo dell'edilizio. Scrisse „ Epistola
ad archidiaconum et canonicos ecclesiae Jloren-
rentinae in sua synodo $ „ Descriptio in aug ti-
rati onis et coronationis Caroli F imperatori*,
Franco/. 1614 »} » Liter. criminatoriae contra
Carol. r imperat. anni i5n6. Hannorica 16 1 1„-,
„ Sonetti e rime „ MS. nella libreria Strozzi, ora
Magliabechi} „ Epistolas plures, „ MS. nella bi-
blioteca Bodoniana},, Epistolas plures^cum illis
virorum illustrium illius soeculi} Venezia 1 074 »j
„ Constitutiones ecclesiasticas quadraginta „ ;
„ Apologia adversus Carolum V „. Sta MS.
nella biblioteca Barberina di Roma . „ Liter ani
imam supra 40 prò solis fratribut minor ibus ,„
che leggonsi nelle opere del Waddingo . „ Lite-
ras quibus culpam omnem belli urbisq. dire-
ptionis a se in alios vertit „. Stampato ma non
so dove. L-l. B-st Ep. v, vi.
Clemente Vili fiorentino occupò il soglio nel
i6o5. S'applicò con zelo a far fiorire la pietà e la
scienza nella Chiesa: condannò i duelli: dette la
assoluzione al re Enrico IV: ricondusse un gran
numero d'eretici nel grembo della chiesa: inalzò
C L E. 4*)7
al cardinalato il Baronio, il Bellarmino, il Toledo,
il d'Ossat, i) don Perron ed ali ri uomini grandi.
Si agitò alla sua presenza la celebre questione
De Auxiliis toccante raccordo della grazia col
libero arbitrio agitata tra i domenicani e i gesuiti,
gli atti della quale si conservano nella Biblioteca
angelica. Fece dare alle stampe del Vaticano Pin-
dicedei libri proibiti da Pio IV già pubblicato col
supplemento, come ancora il pontificale romano
ed il cerimoniale dei vescovi. Condannò Popinio-
ne che diceva potersi confessare col sacerdote
assente per via di lettere, e riceverne l'assoluzio-
ne. M~r. Ep. vi.
Clemente IX eletto papa ai ao di giugno 1681,
il quale chiamavasi al secolo Giulio de'Rospiglio-
si di Pistoia ov'era nato nel 1600. Era stato eletto
da Urbano Vili auditore della legazione di Fran-
cia, indi nunzio nella Spagna, dove restò undici
anni. Dopo la morte d'Innocenzio X, il collegio
dei cardinali creollo governatore di Roma. Ales-
sandro VII lo fece cardinale e segretario di stato:
era erudito, poeta ed atto a conciliarsi l'affezione
di tutti. Ricevette con breve del gennaio 1669
alla pace ed alla comunione quattro vescovi della
Francia, i quali, in occasiono del formulario di
Alessandro VII, avevano insegnato che poteva
sodisfarsi al medesimo con un rispettoso silenzio,
ma che ninno era tenuto ad aderire a ciò che si
determinava sopra certi fatti particolari, i quali
non essendo rivelati, non potevano essere ogget-
ti (bile pontificie decisioni: furono dunque am-
messi dopo di aver date chiare riprove della loro
4G8 C L E.
sincera obbedienza alla costituzione ili Alessan-
dro VII, il qual felice avvenimento fu contrad-
distinto col bel nome di pace della chiesa. Ca-
nonizzò san Pietro dal Cantara , e santa Maria
Maddalena de"* Pazzi carmelitana, e morì nel no-
vembre del 1669. B. u. Ep. \i.
Clemente XII, per lo innanzi cardinale Lo-
renzo Corsini, di ricca e ragguardevole casa fio-
rentina, fu innalzato al soglio pontifìcio nel luglio
1730. Pervenuto egli alP età di 79 anni non la-
sciava di esser robusto di mente e di corpo: por-
porato veterano nei pubblici affari, di vita esem-
plare, e ben fornito di massime principesche. l>on
tardò egli a far conoscere l'indignazione sua contro
il cardinal Coscia, che nel passato governo aveva
fatta vendemmia con assassinio della giustizia e
delle leggi più sacrosante. Lo privò pertanto di
voce attiva e passiva, egli vietò d'intervenire alle
congregazioni. Altri prelati e ministri del prece-
dente pontificato fece egli o carcerare o chiamare
ai conti, non che il fratello del nominato cardi-
nale , vescovo di Targa , con altri beneventani .
Bramando questo pontefice di lasciare qualche
memoria di sé, nel 1733 prese la risoluzione
grandiosa di fabbricare la facciata della basilica
lateranense . ìJn insigne regalo fece egli nel-
T anno seguente al Campidoglio, con ordinare
colà il trasporto della bella raccolta di statue an-
tiche fatta dal cardinale Alessandro Albani, ed
acquistata dalla Santità sua pel prezzo di sessanta
sei mila scudi. Provvide di un insigne lazzeretto
la città di Ancona: eresse un magnifico seminario
C L E. 4^9
nella diocesi di Bisignano, aftinché servisse all'e-
ducazione dei giovani greci . Spedi pure buone
somme di danaro al cardinale Alberoni legato di
Ravenna, affinchè divertisse i due fiumi, Ronco e
Montone, che minacciavano, pell'altezza dei loro
letti, l'eccidio a quell'antichissima città. Giunto il
pontefice all'età di anni 88 pel peso di tale età si
era infievolita la sua mente} gli occhi più non gli
servivano, e fu costretto a vivere per lo più in
letto, finché nel i74ocess°la sua mortai carriera.
Coronò il buon pontefice il fine del suo governo,
col confermare la libertà a san Marino, dopo di
avere ornata Roma di magnifici edilizi, eretto uno
spedale per i fanciulli esposti, fabbricato 1' insi-
gne palazzo della consulta, arricchito il Campi-
doglio di una impareggiabile copia di rare statue,
di altre antichità, e la biblioteca vaticana di pre-
ziosi manoscritti orientali , portati in Italia da
monsignor Assemanni, e dopo avere colla bolla in
Eminenti sottoposta alle censure la setta dei li-
beri muratori. Con tal prudenza, zelo e giustizia
governò egli la chiesa di Dio per lo spazio di 9
anni e mezzo. M-t. Ep. vi, vii.
Clemente santo volterrano. Ved. san Giusto.
CoccwiSi Giovanni fiorentino, ma d'origine
milanese, visse con nome più di letterato che di
architetto: pure in varie occasioni dimostrò di es-
serlo, e fu versalo non solo nell'architettura ci-
vile, ma anche nella militare. In Firenze ottenne
una pubblica cattedra di filosofia, di mattemalica,
di geometria. L'infinita schiera degli uomini il-
lustri e letterati che allevò nella sua scuola r» iute
43*
4jo eoe.
testimonianza al suo gran merito. Ricusò final-
mente l'impiego di lettore alla sapienza in Roma,
offertogli da Urbano Vili , stanco ormai sotto il
peso degli anni, amando più il riposo che ogni
altra gloria di cui credevasi abbastanza ricolmo.
Concesso per altro dall'esercizio di sue belle ope-
razioni, disegni e invezioni di nuove macchine, e
specialmente di quelle che appartengono al muo-
vere e condurre le acque: lasciò questo mondo
pieno del suo buon nome il che accadde Tanno
1649 delibera cristiana. O-r. Ep. vi.
Coccapani Sigismondo , pittore e architetto
fiorentino, nacque nel 1 583. Spedito dai primi
studi delie buone lettere, dettesi a quei delle mat-
tematiche, poi del disegno, del colorito e delTar-
chitettura sotto il Cigoli, e in queste facoltà acqui-
stò non ordinaria lode. La prima sua opera che
dipinse fu una tavola d'altare per la chiesa di s.
Poliziano in Lucca. L'anno 16 io in compagnia del
suo maestro andò a Roma per essergli in aiuto
nei dipinti che fece nella cappella Paolina. Per
la pratica che possedeva nell'architettura scrisse
molte annotazioni, e compose un erudito „ Trat-
tato con le figure dimostrative per ridurre il fiu-
me Arno in canale «e questo ebbe tutta la dovuta
approvazione dal famoso Galileo. A. concorrenza
d^altri professori fece il disegno della facciata dei
duomo di Firenze. Fu architetto e pittore di due
cappelle dei duomo di Siena, e finalmente riveri-
to da lutti come valente pittore e celebre archi-
tetto morì con gloria nel i64a. Or. vi.
Cocchi Antonio nel 1695 nato in Benevento
eoe. 4/1
da Diacinlo Cocchi di Mugello, ascritto alla citta-
dinanza tìorentiua, si applicò all'arte medica fin dal
1713, accompagnandola cogli sludi scientilici a
quella aderenti: s'istruì nel tempo slesso nella
classica erudizione. Ad oggetto di conoscere e
conversare con le persone istruite, (in dal 1722,
partito da Firenze viaggiò per la Germania, Fran-
cia, Olanda ed Inghilterra. Contrasse molte rela-
zioni, e fu invitato a trattenersi a Londra, con e-
sibizione di larga ricompensa, ma ricusò per amor
patrio. Tornato nel 1726 in Toscana fu destina-
to ad insegnar medicina. Per ordine sovrano ri-
formò il regolamento dello spedale di santa Ma-
ria Nuova. Scrisse su i bagni di Pisa, mostrando
gran sapere. Il suo metodo d'insegnar la clinica
ai praticanti dello spedale fu da uomo di genio,
onde venne in reputazione d'uno de'primi medici
delPFjuropa, come ne fan fede i consulti da lui
spediti ovunque. Si rese celebre pel suo carattere
di beneficente in ogni circostanza, anche riguardo
ai suoi nemici. Terminata ch>bbe il Cocchi la car-
riera della sua vita il primo dì del 1768 con som-
mo dispiacere dei savi, fecero essi a gara di pub-
blicamente celebrarne le lodile da esse resulta lo
splendore che apportò quell'uomo alla scuola me-
dica toscana, la quale tuttora tal si mantiene per
opera dei molli eccellenti scolari della scuola del
Cocchi, i quali secondo i suoi passi formano in
questa guisa il miglior degli elogi ch'ei meritasse.
fi il' u. i. Ep. vi.
Coi.'.r Leonardo Lessìo (<hi) agostiniano,
il quale fu tiglio d'A uuibalc d'.Ygiioln di Meo. di
4?2 COL.
Battista Lessi. Leonardo essendo baccelliere com-
pilò gli,, Annali ed istorie del convento del pa-
triarca s. Agostino della città di Colle con le me-
morie dei religiosi, che di quella ottenuta la li-
gliolanza hanno illustrata la patria e l'ordine, con
le sante azioni fedelmente estratte da libri ed
autentiche scritture dello stesso monastero e dal-
le molte memorie che si conservano appresso i
collegiani dalli 8 giugno della sua fondazione i3o5
lino all'anno i658„. I delti annali sono manoscrit-
ti divisi in quattro libri, aveva fatto ancora un
tomo contenente la „ Storia di Colle „ , ma fu
bruciato. Morì Leonardo nel 1659. Ep. vi.
Colle Raffaellino (dal) di Borgo s. Sepolcro,
fu scolare di Raffaello d'Urbino e di Giulio Roma-
no, al quale aiutò in grandi lavori. Con i cartoni
di lui lavorò da sé e di propria invenzione con più
forte colore del maestro . Dipinse il Diluvio e la
Adorazione del Vitello nelle logge del secondo
piano in Vaticano. F-s. vi.
Collisi Lorenzo avvocato fiorentino degli
ultimi anni del secolo XVIII. Dopo pubblicate
in Milano le arringhe di Giuseppe Marocco, Pav-
vocato Collini permise che dal tipografo Corti si
stampassero in Firenze nel 1824 e *8a5 le sue:
mal potrebbe portarsi giudizio intorno al relativo
merito. L^avvocato milanese più attento alla for-
za dell'argomentare e del perorare che alfanda-
mento de'periodi ed alla sceltezza delle voci, cede
per questo riguardo all'avvocato toscano} ma lo
vince di lunga mano nel più importante scopo
della orazione. Ad ogni modo le orazioni del Col-
COL. 4?3
lini eloquentissime altro difello non hanno che
Pesser troppo studiate e compassale in guisa da
non lasciar desiderare maggiore eleganza di stile,
uè ordinamento di parli più alto a convincere;
onde posson queste riguardarsi come produzioni
nel gener loro perfette. T-z. Ep. vii.
Collidi Cosimo Alessandro nacque a Firenze
nell'ottobre del 172,7. Studiò a Pisa e slava per
addottorarsi in legge allorché perdette suo padre.
Rinunziò al foro, cui doveva calcare, e partì per
la Svizzera con due amici; indi andò a BerJino,
ed ivi divenne segretario di Voltaire . Allorché
Voltaire lasciò la Prussia nel i?53, Collini lo ac-
compagnò, e divise secolui i dispiaceri che lo at-
tendevano a Francofobe, che ve lo trattennero
36 giorni. Rimase n<*l «letto impiego tino alla metà
del 1756, poi andò a Strasburgo, ed ivi fu a/o del
tìglio del conte di Sauer. Per raccomandazione
di Voltaire P elettore bavaro palatino Io prese
nelP anno 1759 per segretario intimo , indi Io
dichiarò suo isloriografo e direttore del gabinet-
to di storia naturale della città di Wanheim ,
di maniera che per le sue cure divenne una del-
le più rilevanti raccolte delP Europa. Era mem-
bro di parecchie accademie e morì in quella cit-
tà nel marzo del 1806. Lasciò di sé varie opere,
alcune «Ielle quali sono „ Giornale di un viag-
gio il quale conliene varie osservazioni minera-
logiche, particolarmente sulle agate e sul basalto,
con una descrizione intorno alla maniera di la-
vorile le agate, Manheim 1 776 „:„ConsHerazioni
sulle montagne vulcaniche, ivi 1781»:,, Osserva-
474 COL.
zioni sulla pietra elastica del Brasile, e su i mar-
mi flessibili che sono a Roma nel palazzo Bor-
ghese e in Campidoglio „. Bt u, Ep. vi, vii.
Collucci Benedetto pistoiese fu celebre nel
i5oo e lodato dal Ficino. Ved. la storia del Salvi
Ioni. Ili, p. 79. Scrisse in materia di storia quan-
to appresso „ Benedicti Colticeli pistoriensis ,
De dlscordlls florentlnorum llber , nunc prl-
nium e MS. cod. lucem erutus a Laurentio
Mehus , etruscae academlae cortenensis soc.
Florentlae 1747 „. I?i si legge oltre la vita dell'au-
tore anche il catalogo delle sue opere che sono
» Lazereus „j 1VIS. in s. Lorenzo, pi. XVI, num.
40. „ De bello XXX menslum a Jlorentlnls cum
pistoriensibus gesto „. B~s. v.
Colombi Francesco celebre giureconsulto.
Nacque in Montepulciano nel marzo del 1726;
si laureò in Pisa nel 1 ?5o, fece in seguito le sue
pratiche in Roma e divenne uno dei primi avvo-
cati del tempo suo. Acquistò in progresso tanta
celebrità, che fu appositamente chiamato in Spa-
gna per difendere una causa, ed ottenuta la vit-
toria ne riportò premi ed onori grandissimi. Era
dotato di tanta penetrazione e di tanta facondia,
che dicevasi non v^esser lite da cui non fosse per
uscir vittorioso. Tale era la lode che gli rende-
vano i pubblici fogli di quei tempi. Godè in Roma
una prelatura, e uou giunse alle dignità più co-
spicue perchè allo smisurato ingegno non seppe
quanto era necessario accoppiare morigeratezza
e prudenza. Morì circa il 1770. P-r. vi, vii.
Colombini Cosimo fiorentino uuo dei bravi
col. 4?5
bulinisti dei suoi tempi. Si è fallo distinguere con
vari lavori e particolarmente con alcuni ritraiti da
esso intagliati in rame nella serie degli uomini
più illustii in pittura, scultura e architettura
stampata in Firenze, e varie altre cose pel secon-
do tomo della quadreria Gerini. Incise altresì gran
parte dei tabernacoli esistenti in pittura nella
città di Firenze, e coloriti dai più valorosi pennel-
li. O-r. Ep. vii.
Colombini beato Giovanni da Siena ricco mer-
cante giovine tutto dedito al mondo, si converti
per opera della moglie, ed unitosi in amicizia con
Francesco Vincenti un de^principali della città
si dettero entrambi a povera vita} rinunziate le
lor sostanze si pregiavano di spregiare il mondo,
e in ciò fare ragunarono molti compagni, inclu-
sive le donne imitaronlo. l/anno i36? Giovan-
ni ebbe V ordine da Libano IV di vestirsi con
i suoi seguaci poverelli con abito bianco, e cap-
puccio uniforme , e andassero scalzi . Furono
tacciati d'eresìa, «ja esaminati fu conosciuta la
loro innocenza ed assoluti. Venuto a fine di vita
Giovanni Panno 1^67, dette ai poveri volontari
di lui seguaci il nome di gesuali, ordine regolare
da esso istituito e sostenuto negli ultimi dodi-
ci anni di sua vita, allo spirar della quale delle
loro le costituzioni del nuovo ordine fondato sul-
la semplice povertà volontaria, sulla contempla-
zione, senza ordini sacri, senza coro, e senza scuo-
la. Andavano i frati scalzi coi zoccoli, portavano
tonaca bianca e cappuccio bianco , e mantello
color lane, ni 1 a poco a poco alterarono abito <nJ
4;6 co i-
istituto 5 tantoché nel 166S da Clemente 1\ fu-
rono soppressi. B-z. Ep. v.
Coltellini Agostino di Firenze, nato l'anno
i6i3, tìglio di Agostino nobile bolognese e citta-
dino fiorentino, fondò nel i63i in propria casa
T accademia degli Apatisti. Attese alla legge e
fu avvocato. Quell'accademia fu protetta dal go-
verno, e collocata nella pubblica università fio-
rentina. Intelligente d'ogni sorta di letteratura,
non potendo per debole complessione produrre
opere grandiose, dette in luce piccole ma spesse
operette in ogni genere sì in prosa che in versi,
ed il Biscioni ce ne da il titolo di circa 70. Fu a-
scritto fra gli Arcadi nel 1691. e quindi in quella
della Crusca di Firenze, bell'accademia degli Apa-
tisti fu luogotenente del Granduca. Fu altresì con-
sigliere di Ferdinando Carlo arciduca d'Austria,
consultore e censore del san f uffizio, e quattro
volte console deiraccademia Fiorentina per cui
fu da molti ricordata la di lui sapienza. Giunto
alla età d'anni diciotto placidamente in Dio ripo-
sò. La di lui orazione funebre detta' dall' abbate
Anton Maria Salvini è stampata nel principio del-
la seconda sua centuria di discorsi accademici .
B-s. vi.
Colti Bartolommeo nacque in Spignana, pic-
colo castello della montagna pistoiese Tanno i74°i
e vesti l1 abito clericale. Venuto a Pistoia per far-
vi gli sludi elementari, ne'quali impiegò otto an-
ni con molta sodisfazione dei suoi precettori, nel
1774 ebbe il carico di maestro dei cherici della
cattedrale., e v'impiegò 9 anni. Nel 1778 pubblicò
col. 477
un „ ]\Tuovo prospetto della costruzione Ialina „,
nel quale espose in modo più semplice e chiaro
la classificazione dei verbi \ V uffizio loro ed il
reggimento , lutto corredando di classici esempi
e di note Per que'che studiavano la rettorica pub-
blicò un trattato di essa in pratica sopra V ora-
zione di Cicerone Pro P.Quìntio, dove per chia-
rissimi esempi l'animo dei giovani s'infiammasse
all'eloquenza, né sopra al tratt.atello del De colo-
nia si sterilisse. 11 variare d'applicazione era il solo
riposo che avesse caro: per questo apprese a com-
jvorre musica. Dell'arte del disegno egl' era pure
inlendente^ed ancora si mostra una Madonna nella
sagrestia de'cherici della cattedrale condotta a olio
sopra una tela. Nel / 7 8 3 fu i I Colli eletto pievano
di Lizzano e nel 1790 passò proposto a s. Marcel-
lo. Nelle principali solennità dell'annoinoli lenen-
dosi solo al predicare la divina parola tutte le Ce-
ste, distribuiva al popolo certi discorsi morali ,
vari secondo la ricorrenza, ch'egli componeva e
stampava colle sue moni con un piccolo torchio
che teneva per ciò nella casa canonicale. In fine fu
tolto al mondo in età ancor fresca l'anno 1799.
Morì lauto povero, che appena lasciò le spese
del suo mortorio. L'unica sua ricchezza era una
biblioteca che avea raccolta, e lasciolla al comu-
ne perchè i giovani studiosi ne profittassero. Ecco
l'accenno delle opere da lui stampate „ Vitiona-
riunì Sari orimi rifilimi, Pistoia 1772,,} „ Bi-
blioteca della gioventù studiosa, Pistoia 1777^
„ Dialogo sul vario metodo d" insegnare la lingua
Si. Tose. Tom. 12. 44
4;8 col.
latina, Pistoia 1777 „•, „ Eurialo e Niso poema
drammatico da rappresentarsi dai oberici della cat-
tedrale di Pistoia, Pistoia 1779 „;„ Ricerca del
vero bene „$ poemetto morale sulle tracce dello
Ecclesiaste: sta unito alle rime di Rinaldo Cenni.
„ Nuovo orologio solare „} „ La reltorica in pra-
tica ragionata ec. „. T-p. Ep. vi, vii.
Columato s. diacono. Ved. Gaudenzio s. ve-
scovo.
Comodi Andrea fiorentino, scolare del Cigoli,
entrò giovinetto in Roma, e dipingeva assai bene i
ritratti al naturale. Per copiar quadri famosi non
ebbe pari,dimodochè restarono ingannati più volte
gli stessi periti dell'arte, sebbene era sempre oc-
cupalo in copiar cose antiche e moderne, talché
poche sono le opere d'invenzione uscite dal suo
pennello, il maggior numero delle quali rappre-
sentano Immagini di Maria, riconoscibili al deli-
cato e sotlil collo, alle dita rovesciate in fuori,
ed all'aria di verginale verecondia^ le quali cose
sono caratteristiche tutte di lui proprie. Mollo
slimalo pure è il quadro che trovasi in galleria
del Granduca, ove in piccole figure ha felicemente
espressa la caduta degli angeli, E per tenere gli
uomini al naturale, e far veri gli scorti, ei teneva
modelli vivi nudi in una rete per aria sospesi, on-
d'è che quel quadro ancorché non finito è raara-
viglioso. Compose alcune „Frottole„, che esistono
manoscritte nella Magliabechiana. Varie sue in-
venzioni trovatisi in Roma ed in Cortona. Molto
egli disegnò per suo studio non solo, ma anche
e o m. 479
per servire ai grandi , e si dilettò di poesia. In
fine una pertinace malattia di pietra lo condusse
nel i638 alla tomba d'anni 78. B-i. Ep. vi.
Compagni Dino nacque verso il fine del secolo
XIII. II Muratori ha pubblicata la sua „ Storia
fiorentina „ nel IX tomo Rer. ital. scrip. Firen-
ze 1728. Il Compagni fa spesso menzione di sé
nella sua cronaca, e secondo il Tiraboschi si può
congetturare che avesse almeno 3o anni quando
la compose. Nel 1289 era uno dei priori di Fi-
renze, e nel 12,93 fu eletto gonfaloniere di giu-
stizia. Nell'esercizio delle sue cariche il Compa-
gni fu testimonio de^più dei fatti che narra. Si
loda la sua esattezza e la sua veracità, ma trovasi
troppo severo nella pittura clfei fa dei vizi che
regnavano allora nella sua patria. La sua storia
è notabile per Ineleganza e la purezza dello stile.
Morì a Firenze nel febbraio del 1 3-2.3. Dino Com-
pagni è altresì annoverato fra gli antichi poeti ita-
liani: era amico di Dante. Il Crescimbeni ha pub-
blicato uno de'suoi sonetti tomo III p. 1 17 nella
sua Storia della poesia volgare. Morì nel i32,3.
B. u. v.
Concisi Bartolommeo dei conti della Penna,
nato nel 007, fu allevato ed educato a tutte le
imprese grandi ed onorale, così che da Iacopo V
signore di Piombino fu spedito ali* imperatore
Carlo V • presso il quale regolò con prestezza e
facilità tale le cose che erangli state affidate, che
non solo quel signore ne fu sodisfaltissimo, ma
lo volle inclusive presso di sé il duca Cosimo in
qualità di suo segretario. Sostenne Bartolommeo
4 So CON.
questo uffizio per 36 anni, non solo col nominato
duca, poi granduca , ma ancora col di lui figlio
Fancesco^e tanta fu la riputazione cb/'egli acqui-
sissi in questa carica , che fu stimato uno dei
più singolari e valenti ministri che da qualche
secolo innanzi avesse avuto l'Italia. Non vi fu
quasi affare alcuuo di quei principi grande ed
importante, che non fosse per di lui opera con-
dotto a buon fine, poiché egli trattò il parentado
di Lucrezia defedici col principe di Ferrara, e Io
accomodamento della pace col duca padre di es-
so principe: intervenne nel maneggio dei tre pon-
tificati di Pio IV, Pio V e Gregorio XIII. Nego-
ziò i cardinalati di due figli del suo signore, e oltre
a ciò di Pacecco, di Niccolino, e di Sforza. Fu da
lui trattata la fondazione della religione di san
Stefano, ed altri molti affari con vari principi
e pontefici . Mosse pure in Vienna la pratica
del granducato con Massimiliano 11 , i-I quale
donò a Bartolommeo, oltre moltissime grazie;,
una collana di mille scudi d*1 oro. Il granduca
Cosimo gli dette pure in riconoscenza di tanti
servigi una ricompensa annua per sé e suoi ere-
di in perpetuo , di ooo scudi . Pel corso adunque
di tante chiare opere essendo giunto all'età di 71
anno, morì nel 1578. A-m. Ep. v, vi.
Concino Concini. Ved, Ancre maresciallo
Concordio Bartolommeo ( da s. ) domeni-
cano, teologo, profondo ed eccellentissimo in ogni
altra scienza, per cui fu giustamente riputato una
dei più dotti uomini che vivessero alla metà del
CO*. 4& !
secolo XIV. Era dell'antica famiglia dei Granchi
oriunda del sobborgo di s. Concordio, poco distan-
te da Lucca. Nel i338 pubblicò l'opera „ Summa
casuum conscientiae „ che stampata, dice il Tem-
pesti^ in rozzi caratteri, senza ortografia e senza
indicazione del luogo e del tempo, è uno de'piil
antichi monumenti della nascente arte tipografica.
Dal diminutivo del suo autore fu poi quell'opera
chiamala Pisanella , Bartholina e Magistru-
tia. La prima edizione della medesima con data
certa è la parigina del 1470. Fra le diverse sue
opere noteremo il celebre «Volgarizzamento degli
ammaestramenti degli antichi „} uno dei più eccel-
lenti scritti della nostra lingua. Quest'uomo insi-
gne mancò ai viventi nel i34?- R~s> Ep. v.
Conte Giacobbe pittore nacque a Firenze nel
iSoa. Fu allievo d' A.ndrea del Sarto: divenne
sotto quel gran maestro disegnatore corretto ed
abile coloritore. Dipingeva il ritratto con tanta
1 iuscita, che fu chiamato a Roma, benché quella
città contasse allora fra gli artisti che rabbellivano
colle opere loro parecchi dei celebri in tal genere
di pittura. Conte fece- il ritratto di vari papi, prin-
cipi ed altri grandi personaggi; si vedono nelle
chiese di Roma molti suoi quadri: tutte le opere
del Conte mostrano un artista formato alla scuola
dei grandi modelli. Il suo disegno è puro , il suo
colorito è splendido, e le sue composizioni son ben
intese. Giacobbe Conte morì in Roma nel 1 698.
B. u. v, vi.
Comi Carlo nacque in Prato da onesti ge-
nil'Mi. e (iu da fanciullo dando chiari segni di la-
48a con.
lento, e quale sarebbe per essere, fu da Simone
Yaii a proprie spese , e quindi a quelle del co-
mune^ fatto istruire nel collegio di s. Salvadore
a Firenze. Con tanta premura, esercizio ed as-
siduità egli attese agli studi, che in breve tempo
potè scrivere eleganti versi e dotte orazioni. Agli
studi dell'eloquenza unì quei della sapienza, la
filosofia e la teologia, ed ornato di tali dottrine
fu eletto maestro di umane lettere nel collegio
medesimo di s. Salvadore. Mentre egli in Firen-
ze andava di giorno in giorno acquistando stima
e fama dalle persone dotte, fu richiamato in pa-
tria ad insegnar rettorica. Ordinato egli sacer-
dote sodisfece alTespettazione comune, sì per la
santità della vita, sì per la dottrina, come ben
lo dimostrano i molti eruditi che sortirono dal
di lui ginnasio. Della di lui opera ebbe bisogno
ancora Ottavio Rustici vescovo di Volterra, allor-
ché volle erigere nella sua diocesi un seminario,
alla direzione del quale egli stette per tre anni.
Dopo questo tempo tornò in patria ad esercitare
il suo primiero uffizio, e dopo pochi anni, cioè
nel 1725, cessò di vivere: pubblicò quattro ele-
gantissime „ Egloghe,,, ed altre molte ne lasciò
inedite. L-m. Ep. vi.
Conti Bastiano pistoiese della compagnia di
Gesù ha compilato la bellissima opera insieme
col P. Giovan Battista Ferrari intitolata „ Fasti
senenses ab Academia Intronato rum editi „ .
Ha di poi dato alla luce un „ Racconto dei mira-
coli della B. Vergine del presepio, Siena 1668,..
C-/2. vi.
•
e o » 483
Co.nti Glo. Battista Iunior 'e , fino dalla tenera
età distinto nella declamazione, ebbe in Pisa lau-
rea legale, e passò a Roma ove sostenne varie im-
portanti cariche. Si dilettò del disegno, e scrisse
cose amene in prosa ed in versi. Furono stampa-
le molte delle sue scritture giuridiche dai suoi
dienti de'quali era avvocato. Scrisse de*,, Voti fat-
ti come giudice „. Aveva composto un dotto ed ele-
ganle trattato legale assai voluminoso intitolato
„ De Mora „/ materia certamente trattata da
molti, ma da uessuno all'intiero componimento
ridotta, e molte altre opere che per non essere
state stampate se ne omette la descrizione, per-
chè non si posson vedere. Scrisse fra gli altri un
volume non piccolo intitolato,, Tabellarius le-
yalis „, il qual contiene molle risposte da quel
grande ingegno date correnti calamo a varie lette-
re da chi, come ad oracolo ricorrendo, Pha cercato
di suo parere in materia di lili,o sivverodi qual-
che schiarimento di testo. Giunto lilialmente a
poter esser vescovo, stante la grazia e protezione
del cardinal Domenico Maria Corsi, mentre an-
dava a Roma per portarsi all'esame, infermatosi
inori in pochi giorni l'anno 1695. Fu di bassi na-
tali, ma di aiti e magnanimi concetti, modesto ed
affabile. C-ti. Ep. vi.
Costili-; Luca nacque nel territorio di Siena
Tanno i5o5 a Cetona: studiò prima in patria, in-
di a Bologna dove dimorò per sette anni. Entrò
al servizio del cardinale Trivulzio a Roma, e vi
contrasse l'amicizia di lutti gli uomini dotti che
vi trino allora congregati, 1114 non essendo sodi-
484 e O !?.
sfalli dal procedere del cardinale s'acconciò nel-
i5/ja a IVIilano col marchese dei Vasto, cui accom-
pagnò l'anno i545 alla dieta di Worms. Dopo la
morte di quel gran protettore delle lettere restò
per due anni presso la vedova di lui, ed il mar-
chese di Pescara suo tiglio maggiore. Si vide po-
scia al servizio di don Ferdinando Gonzaga gover-
natore «li Milano, inviato da lui nel i55o in Po-
lonia, senza che se ne sappia l'oggetto: di là pas-
salo alla corte del 'cardinale di Trento, poi agli
-stipendi di Sforza Pallavicino generale dei vene-
ziani: di ritorno finalmente a Milano presso il mar-
chese di Pescara, e forse per raccomandazione
sua provveduto dell'impiego di commissario del
re di Spagna a Pavia nel i56a. Ivi passò tran-
quillamente gli ultimi dodici anni della sua vita.
Si nota ch'egli aveva avuto parte nella creazione
delle più celehri accademie in tutte le città dove
si era fermato alcun tempo. Vide nascere a Ro-
ma l'accademia della Virtù} a Venezia la celebre
accademia Veneziana, ed a Pavia quella che si
chiamò degli A. (Fidali. Morì a Pavia ai 28 d^oltobre
i574- Le sue opere sono „ Storia dei fatti di Ce-
sare Maggi da Napoli, dove si contengono tutte
le guerre succedute nel suo tempo in Lombar-
dia ed in altre parti d Italia, Pavia i564^ „ Rime
diverse in tre parti con discorsi ed argomenti di
messer Francesco Patrizio e messer Antonio Bor-
ghesi, e con le sei canzoni dette le sorelle di
Marte, Venezia i56o „. Queste cinque canzoni
denominale le sei sorelle di Marte sono in lode
di cinque principi e guerrieri italiani a cui sono
CON. 485
indirizzate; la sesta Io è a don Filippo d'Austria che
fu poi Filippo II; un poemetto drammatico intito-
lato „ Nice, JNapoli i55i „, nel quale si loda alle-
goricamente la giovane Vittoria Colonna sotto il
nome greco Nice , che significa vittoria „•, Tre
Commedie in prosa Milano i55o„}„ Lettere, Pa-
via i564 „', „ RagioDamento sulle imprese degli
accademici affidati ,,5 „ Storia delle cose occorse
nel regno d'Inghilterra dopo la morte d'Odoardo
VI, Venezia 1 558 M; Traduzione in italiano della
Bolla d'oro di Curio IV, Venezia i558 Apostolo
Zeno nelle sue note al Fontanini dice avere vedu-
to nel museo imperiale di Vienna una bella me-
daglia in bronzo coniata in onore di Luca Con-
tile, il suo ritratto ed il suo nome vi erano scolpi-
ti, e nel rovescio una montagna, sulla sommila
della quale eia una figura di donna, con questa
leggenda: Ardens ad aethera virtus. B. u.
Ep. v. vi.
Conti 01 Andrea detto il Sansovino nacque
intorno al 1460 nel monte Sansovino, per cui fu
detto il Sansovino: era tìglio d'un contadino, ma
un tal Vespucci conoscendo la sua inclinazione
per le belle arti lo prese a proteggere, e diello ad
Antonio del Pollaiolo perchè lo istruisse; od io
vero studiò Andrea con tanta anzietà, che in pò-
«lii unii si acquistò il nome di eccellente mae-
stro, e fece molte sculture assai lodevoli. Fatta
poi pratica nella scultura in marmo, e datone
qualche saggio notabile, gli furono fatti scolpire
«l.il Cronaca due capitelli dei pilastri della bella
sagrestia di s. Spirito, pei quali si acquistò gran-
486 con.
dissima fama. Gli ordinarono perciò i fiati di quel
convento che facesse il ricetto ciré fra la chiesa
e la nominata sagrestia, nella qual'opera si fece
onore immortale. Per altro il Vasari osservò, che
se il partimento della volta a botte e di pietra
fosse venuta a cadere sulle respettive colonne,
quest'opera sarebbe stata in tutte le sue parti per-
fettissima. Andrea volea scusarsene col dire che
anche nella rotonda di Roma v'èun simile errore,
ma fu risposto esser un massiccio errore sì nella
una che nell'altra fabbrica. Divulgatosi per i suoi
eccellenti lavori il nome del Sansovino anche
olirà i monti, fu chiesto a Lorenzo defedici dal
re di Portogallo, onde portatosi in quel regno vi
fec* varie belle opere sì d'architettura che di scul-
tura. Tornato in Firenze ornò con qualche statua
le porte di s. Giovanni. Portatosi poi a Roma, a
richiesta di papa Giulio II, mostrò il Sansovino
tutto il suo sapere sì nelle figure che nelle grot-
tesche. Queste opere eccellenti di Andrea mosse-
ro il Sommo pontefice Leone X a dare a lui Tin-
combenza di condurre a fine l'ornamento delia
camera della Madonna di Loreto, che era stato già
incominciato dal Bramante con mirabile architet-
tura. Pose egli per tanto mano aH"opera,e siccome
il disegno dell'architetto d'Urbino richiedeva l'or-
namento di molti bassirilievi e di altre sculture,
trovò il modo di farsene onore. I lavori delle due
arti sorelle da lui eseguite in Firenze son mol-
tissime. Ebbe molti scolari. Ma pervenuto all'età
di 68 anni* nel i5^9 cessò di vivere. S. c?'«. /.
Ep. r.
CON. 4**7
Contucci Contuccio nacque a Montepulciano
l'anno 1688, e si vestì gesuita. Fu peritissimo
nelle due lingue dotte latina e greca, e venne ri-
putato per uno dei migliori antiquari del suo tem-
po. Dopo essere stato professore di rettorica nel
collegio romano per lo spazio di 3o anni con mol-
ta fama del suo sapere, vennegli addossato l'im-
piego di prefetto del museo Kircheriano, esistente
nel collegio romano, all'accrescimento del qua-
le tanto ei si impegnò, che l'arricchì di moltissimi
monumenti d^antichità in ogni genere, e dello
stesso raro museo di cammei, medaglie ed altro
che il mare. Gregorio Alessandro Capponi in segno
di stima ed amicizia per lui avea lasciato in dono
a quel collegio. Ciò che però più si ammira di sor-
prendente nel detto museo, è una raccolta di rare
tavole antiche dipinte sul muro con tal freschezza
di colorito, che sembrano di moderno lavoro. Le
acquistò il Contucci, senza volerne mai rivelarne
neppure in morte il modo. Barlelemy divenuto
possessore di vari oggetti da esso acquistati, non
tardò gran pezzo ad avvedersi che le pietre dal
Contucci pretese antiche erano opera di un esper-
to falsario, e si concepisce facilmente coni' egli
ingannato al pari del Barlelemy, ma per sommo
considerabili, abbia dovuto sentirne un non so che
di repugnanza, convenendo, che a malgrado di
tutte le sue cognizioni archeologiche era caduto
nella rete di un fabbricatore di copie. Ebbe il
Contucci anche V incombenza di proseguire la
grand'opera delle vite de* papi e cardinali comin-
ciata dal Cia- conio e continuata dall'Aldoino, sul
488 e o TU
quale argomento lasciò molle memorie , delle
quali forse avranno fatto uso i continuatori della
medesima ultimamente pubblicala in Roma. Tra-
dusse in latino la bella opera di Francesco Fico-
roni delle maschere degli antichi romani, anzi a
dir vero glie la rifece di pianta col titolo „ Fran-
cisci Ficoroni Reg. Londin. Àcademiae soc. dis-
ser tatto de larvis scenici s et figuris comicis an-
tiquorum romanor. ex italica in latinam lin-
guali! versa, Roma i?5o „. Ebbe anche mano in
altre opere dello stesso autore: finalmente cessò
di vivere nel collegio romano nel marzo del 1768.
Abbiamo di lui oltre le accennate, anche varie al-
tre opere ebe per brevità si tralasciano. L. u.
Ep. vi.
Convennole o Convenevole da Prato fu
maestro di grammatica e di ret lorica nel secolo
XIV. Ebbe per suo discepolo il Petrarca, al quale
dee la specie di celebrità di cui ha goduto, parlan-
do a lungo di questo suo maestro in una delle
sue lettere ( Seuil. 1. xv, ep. 1 ). Dopo avere inse-
gnato per lungo tempo a Garpenlras ed in Avigno-
ne, tornò in Toscana ove i suoi concittadini alla
di lui morte Io coronarono di alloro. B. u. v.
Conversisi Alessandro pistoiese capitano gra-
tissirno alla casa Farnese, fu dal duca Ottavio a-
doprato in affari importantissimi nelle rivoluzio-
ni di Parma e Piacenza, e posto al comando delle
sue più gelose tortezze. Fiori dopo il i53<). F-r.
\\ vi.
Conversisi Benedetto pistoiese, dando saggio
del suo sapere, fu assunto al vescovado di Berli-
CON. 48lj
noro, e da questo fu trasferito a quel di Jesi nel-
la Marca: essendo questo un soggetto d" insigne
prudenza e di santi costumi, fu da Paolo III ado-
perato in affari rilevantissimi di s. chiesa. Fu go-
vernatore di Fano, di Macerala, dilNocera, di Fer-
mo, di Viterbo, e dopo avere esercitata la carica
di governatore di Roma ebbe libero il governo di
Bologna, senza superiorità di legato, dopo il qua!
governo fu presidente di tutta la Romagna, e di
poi fu mandato in Germania da Paolo III suo te-
soriere generale nella guerra contro gli Ugonot-
ti , e avendo pesta e calcala la fronte di quelli,
gli fu data in li orna la carica di tutti i governi
dello slato della chiesa. Essendo state date di-
verse calugne da persone maligne da Ignazio di
Loiola, fondatore della compagnia di Gesù, ed ai
suoi compagni, fu comtnessoa Benedetto Conver-
sini di riconoscere quanto veniva asserito,ed egli
nel novembre del 1 538 sentenziò che Ignazio era
di buona vita e sana dottrina. F-r. Ep. v. vi.
Corri Coppo ili Lamberto di Pugliese da s.
Gimignano di inesser Coppo. Egli ha luogo in
in queste noti/i»', nxiilre nell'epoca che fioriva,
cioè nel 126G . era tilolo grande quello di mes-
sere. Nel detto anno fu assessore del potestà ili
Siena e vicario del capitano «lei popolo , come
apparisce dal libro di provvisioni e consigli dal
suo tempo. C-n. v.
Coppi Giovanni di messer Coppo di Lamberto
di Pugliese Coppi da Sangimignano dell' orditi?
di s. Domenico, detto Giovanni da s. Gimiguan< .
pubblicò molle opere ma lutte ascetiche, Ira le
Si. Tose. Tom. 12. Vx
490 e o p.
quali sono le seguenti:,, Summam de exemplis,
et rerum similitudinibus etc. „ „.,* Opus variar um
rerum „•, „ Dialogum inter Latronem et Chri-
stum „} „ Dialogum inter Caia et Abel „/ „ Me-
di tationes in Evangelia „*, Destinationes et de
quator novissimi s „/ „ Postillas super Ec-
clesiasten „} „ Expositiones super Ecclesiasti-
cum „*, „ Expositiones super epistolas et pro-
phetias totius quadragesimae ,,: alcuni di questi
scritti sono stampati, altri nò, e molti altri per
brevità si tralasciali di rammentare , i quali esi-
stevano nella librerìa di santa M. Novella scritti
in pergamena. C-n. Ep. v.
Coppi Giacomo nacque a Peretola nel i5a3}fu
coetaneo del Vasari, e forse scolare di Michelan-
giolo. Dipinse fra gli aiuti del Vasari nelle pittu-
re di Palazzo Vecchio. Di sua mano è la storia che
rappresenta la famiglia di Dario, e Invenzione
della polvere incendiaria, come vedesi nel R.
scrittoio. Bello è un suo quadro in Bologna
dov1 è il Salvator crocitisso dagli ebrei, pittu-
ra del 1079. Il colorito di questo artista non si
discosta gran cosa dal languore della scuola Va-
sariana, ma non gli cede se non lo supera nella
proprietà delle invenzioni, nella varietà delle fi-
gure, e generalmente nella diligeuza.Finìdi vivere
Tanno ifyi.E.g. d. F. v, vi.
Corbinelli Giacomo, nato a Firenze, andò a
Parigi in tempo di Caterina de'Medici di cui era
parente. Quella principessa lo pose presso al du-
ca d'Angiò suo figlio onde invigilasse alla sua e-
ducazione. Fu stimato <iai grandi, ed amico di tut-
COR. 49 l
li i letterali. Fu spesse volte utile ad Enrico IV,
ed a lui si devono l'edizioni di varie opere che fa-
ceva stampare a sue spese, come il Corbaccio di
Boccaccio con note i56g,} il Trattato di Dante
della volgare eloquenza con erudite note, Parigi
i5?7} ed altre. Ebbe Bassompierre per suo ini-
mico, ma molli dotti lo vendicarono delle sue
critiche. B. u. Ep. vi.
Co a i ll a Olimpica. Ved. Morelli Ma ria Mad-
dalena pistoiese.
Corito re pelasgo ebbe in moglie Eleltra figlia
di Atlante l'Arcade, dalla quale ebbe vita Dardano.
Il nome di Corito ebbelo anche la città di Cor-
tona ov'ebbe sepoltura un re chiamato Corito. 1.
Corsacchini Tommaso d'Arezzo medico^ in-
segnò per lungo tempo nell'università di Pisa, e
mori nel principio del secolo XVII, lasciando una
opera mollo utile, intitolata „ Tabulae medicaee
etc.% Padova i6od, Venezia 1607 „. Jft u. vi.
CoRNAcciiiM Marco figlio del precedente, fu
anch'egli professore nell'università di Pisa, che
insieme col fratello Orazio aumentò e pubblicò
l'opera del padre. Venne in gran reputazione per
aver posto in opera una polvere composta dal
conte di Warwick di cui porla il nome, ma chia-
mata comunemente polvere cornacchina, volen-
done alcuni attribuire ad esso l'invenzione. Fu di-
scepolo di Girolamo Mercuriali, e nel 1607 pub-
blicò i commenti di quel professore intorno ad
alcuni passi d ippocrale, e vi ha aggiunto diversi
opuscoli „ Sulla generazione dell'uomo, sul vino
e l'acqua, e su i bagni di Pisa „. D.u. vi.
492- COR.
Corniole Giovanni (delle)^ così detto per es-
sere stato eccellente nell'intagliarle, facendo in
esse figure, teste e istoriette con tal perfezione,
che uguagliò il gusto greco e romano. Furono al
suo tempo stimate le opere di lui, e ora sono sti-
matissime . Nel museo del signor marchese de
Abrantes in Lisbona si vede il famoso ritratto del
P. Girolamo Savonarola fallo da lui in corniola
grande opera bellissima e di profondo intaglio.
Viveva in tempo di Lorenzo il Magnifico pel qua-
le fece molte opere egregie. O-r. Ep. v.
Corradi ni. Ved, Curradini.
Corsali Andrea marinaro esperto, cbe dagli
anni più teneri attese fino alP età cadente alla
navigazione, descrivendo alcuni paesi particolari.
Fece un,, Trattato della navigazione del mar Per-
siano „. Scrisse una „ Lettera a IPilI usi rissimo prin-
cipe e signore Laurenzo defedici dura d'Urbino
ex India quinto decimo kalend. octob. i5i? „,
senza nota d'impressione. Questa è nel primo to-
mo dei viaggi del Ramusio, Venezia i55o ristam-
pata a carte 195 e a carte 199. „ Discorso sopra
il viaggio delP Etiopia nello stesso tomo primo
dei viaggi del Ramusio ed alcune altre notizie
singolari , come quella de** Piccinacoli delP In-
dia Orientale che si legge nel Teatro del mondo
d' Abramo Ortelio. Scrisse di poi alcune altre
„ Lettere „ nominate dal Doni nella sua libreria,
come anche una „ Lettera all' illustrissimo si-
gnor Duca Giuliano de'Medici scritta in Chochin
terra dell'India nell'anno i5i5, che insieme col-
l'altra a Lorenzo de' Medici sono stampate nel
COR. 493
primo volume delle navigazioni e viaggi detti
volgarmente del Ramusio, Venezia i55o „$ dalle
quali lettere comparisce ch'egli fosse assai perito
astronomo per queHempi. La lettera al duca Giu^
liano è pure stampata a Venezia nel 1 588, e pri-
ma in Firenze nel i5i8. Fiorì nel i56i. B-s.
Ep. v.
Corsetti Francesco nacque in Siena da one-
sti parenti che lo educarono alla religione ed al
sapere. Studiò belle lettere, filosofia e teologia.
Ottenne la laurea in divinità e fu ascritto al col-
legio teologico nel luglio del 172,6, e fu rettore
del seminario di s. Giorgio. Molte accademie d'I-
talia si onorarono d'averlo a socio, fra le quali PAr-
cadia, in cui portò il nome di Oresbio j4gieo.quel-
la de'Quirini, e le due patrie de^Fisiocritici e dei
Rozzi. Cessò di vivere in patria nel marzo del
1774. e le sue opere pubblicate sono le seguenti:
„Vita di Girolamo Gigli senese, ec. Firenze 1746 „;
„ Il Neemia componimento drammatico ec, Siena
1747»} » Elegie scelte di Tibullo, di Properzio, e
di Albino Vario tradotte in terza rima, con aiino*-
tazioni di Giovanni Girolamo Carli. Lucca 1746}
Traduzione in versi sciolti delle tragedie intito-
late l'Erode, il Saule, i Maccabei, ed il iMeemet,
Siena 1756. Le satire di Q. Orazio tradotte in
verso italiano, Siena 1769. Le pistole di Q.Ora-
zio, Siena, 1765. Le Odi, Ivi 1778} oltre un nu-
mero grande di Elegie, cantate per musica ed
altri componimenti. T-p. vii.
Corsini Andrea carmelitano vescovo «li Fie-
sole santificato nel iG3a ovvero 1629. qual Rtttl
45*
494 COR.
fu dal Bommattei con figure in rame descritta.
Scrisse molte opere, le quali appresso i padri
Carmelitani conservatisi, per quanto Pietro Lucio
e .'1 Possevino attestano. Morì nel i33o, ovvero
i373 d'anni yi.B-s. Ep. v.
Corsini cardinal Pietro si avviò di buon'ora
per la carica ecclesiastica, e dalla corte ponti-
ficia ottenne i primi suoi avanzamenti. Fu fat-
to auditore del sacro palazzo apostolico. Man-
cato di vita Innocenzio VI , e subentrato al
papato Urbano V tosto si vede il Corsini far no-
bile comparsa nella storia di quei tempi. Ottenu-
to il vescovado di Volterra fu immediatamente
inviato dal papa all'imperatore Carlo IV e ad altri
principi della Germania con la gelosa incombenza
di porli in amistà. Poco rimase nella sede vesco-
vile di Volterra, perchè fu trasferito a quella del-
la sua patria. Cercò ed ottenne per sé e i suoi
successori il titolo di principe del sacro romano
impero, con facoltà di addottorare: cose riconfer-
mate nel i5io da Leone X. La benevolenza del
pontefice, la qualità dei servigi a lui prestati da
Pietro, ed anche qualche altro riguardo mossero
Urbano a crearlo cardinale col titolo di s. Lorenzo
in Daraaso, lo che fu nel giugno del 1370. Da Gre-
gorio XI pontefice Tanno 1272 venne dichiarato
vescovo cardinale Porluense, e di s. Rufina. La
morte di papa Gregorio nel 137.8 aperse una fu-
nesta scena di disordini e di scandali nella chiesa
di Dio, e Pietro Corsini si segnalò coli aver so-
stenuto il pontefice legittimo contro gli antipapi}
e dichiarò che non sarebbesi restituita la pace alla
cor. 49*>
chiesa, se prima i detti papi non avessero inco-
minciato dal rinunziare alla dignità. Un parlare sì
libero ben dimostra che il cardinal Corsini più dei
suoi impegni amava che si ponesse (ine alla di-
scordia. Di lì a poche settimane terminò il Corsi-
ni la sua terrena carriera, lo che seguì nell'ago-
sto del i4o5. E. d"u. i. Ep. v.
Corsini Amerigo arcivescovo di Firenze
scrisse un „ Compendlum Vitae Cosmi Patris
■Patriae „ manoscritto nella libreria Strozzi, no-
minato dal Ficino nel lib. ni delle pistole. Cre-
desi ch'ei componesse un'al l doperà: „ De nativi-
tate Nabucodònosor * Viveva nel 141 i,nel qua-
Tanno fu fatto vescovo di Firenze. Nel passar che
fece Martino V per la nosf ra città nel suo ritorno dal
concilio di Cosfanza,dimorandofra noi due anni,e
veggendosi dalla repubblica ben trattato, nel 14 18
volle onorarla col dichhrar la chiesa arcivesco-
vado, e cosi fu Amerigo il primo che questa digni-
tà godesse. IVIorì nel 1434. B-s. v.
Corsini Bartolommeo da Barberino di Mu-
gello, modestissimo nelle sue azioni, e veramen-
te nel tradurre con proprietà e dolcezza altissimo,
trasportò 1' Anacreonte in servi toscani molto
elegantemente, e con galanteria più che ordina-
ria, Parigi 1671. „ Canzoni ed altre poesie w che
voleva stampare : ma da morte prevenuto non
potè farlo, che manoscritte presso da' suoi »m« li
ritrovatisi esse composizioni, fra le quali è „ T ofi-
racchione desolato, poema „. Morì nell'anno iG?5.
C-r?. VL
49<5 COR.
Corsini cardinale Lorenzo, Fed. Clemente
XII.
Corteccia Francesco fiorentino, canonico di
s. Lorenzo, armonico eccellente, organista insi-
gne, fu maestro di cappella del Granduca Cosi-
mo I, la qual carica esercitò per lo spazio di 3o
anni con molta lode. Compose molti madrigali,
mottetti ed altre composizioni di questo genere,
tenute in pregio grande, le quali soglionsi cantare
perle solennità. Compose e messe in musica an-
cora un1 alt r"1 opera intitolata „ Sacrae modula-
tiones in supplicationibus per vìgiliae D. Johan-
nis Baptistae^ Firenze i6aa „; Scrisse la musica
delle lamentazioni e responsori che si cantano
nella settimana santa, e molte altre composizioni
di tal genere, ed anche musiche per feste di noz-
ze ec, Firenze i54o. Morì nel i5;7i. C-n.
Ep. v, vi.
Cortesi Paolo nativo di s. Girnigniano nato
nel i465, e morto nel io io. Fu vescovo di Urbino,
teologo eloquente, che seppe far parlare alle scien-
ze ecclesiastiche il linguaggio di Roma al tempo
di Augusto. Merita particolare menzione il suo
„ Dialogo su i dotti dell'Italia ,„ elegante ed utile
produzione per la storia della letteratura dei suoi
tempi. T-c. v.
Cortesi Marmocchio. Fed. Marmocchini.
Cortona Pietro Berrettini (da) fu allievo
di Baccio Ciarpi. appena cominciò a sfogare le
sue vaste idee che gareggiarono a vicenda le
più rinomate chiese e palazzi romani per vedere
cor. 497
adorni gli altari, i muri, le volte delle bellissime
invenzioni di lui, come sortirono in Roma la chie-
sa nuova e il gran salone dei Barberini, che gli
aprì la strada di Toscana per servire delle belle sue
opere que'serenissimi principi. Al serrarsi della
squola caraccesca spalancossi quella di Pietro da
Cortona, e da varie parli tirò a Roma la gioventù,
condotta dalla voce di quella fama che dappertut-
to echeggiava. Meritò il Berrettini d'esser per
anagramma chiamato Corona dei pittori . Fed.
Berrettini Pietro.
Cortona Elia (da). Ved. Elia da Cortona,
Cor* aia Guido (da) scrisse latinamente la
storia pisana. Restano di lui alcuni frammenti,
unode'quali dall'anno 1271 al 1290. R-s. Ep. v.
Cosci Francesco nobile senese fu uomo di
chiesi. perchè ebbe la propositura di Grosseto, e fu
vicario generale di Marcantonio cardinale Cam-
peggio vescovo di quella città, e come tale dette
il priorato della terra di Tatti a Niccolò d'Anto-
nio dalla Bocca a Tentennano Tanno i533. Ed
essendo anche canonico della chiesa metropolita-
na di Siena fu poi eletto per bontà della vita e
per l'altezza della dottrina decano della medesi-
ma, che è la prima dignità di quel capitolo, e nello
stesso anno vicario capitolare. Professò pubbli-
camente la legge al pari d' ogni altro, e fece as-
sai buoni discepoli. Lesse nell'università di Siena
ed in quella di Pisa legge canonica . e mentre
quivi leggeva, gratissimo a Cosimo dei Medici,
mandò alle stampe in Siena Panno i544 » Pisana
commentarla arboris consanguinitatis et affini-
4<)8 cos.
tatls. Iteni commentarla inrub. capltulum etc.n
ed al Ire opere. U-r. E/?, v, vi.
Cosimo I dei Medici granduca di Toscana
nacque" nel giugno delP anno 1019 da Giovanni
Lodovico, e da Maria di Iacopo Salviali. Era an-
cor bambino, quando suo padre volle che gli fosse
gettato nelle braccia da una finestra per arguirne
dall'esito della caduta il destino. Cosimo non fre-
quentava la corte , ma stava sempre in villa , di-
lettandosi di uccellare e di pescare, ed in questo
consumando tutto il tempo non pensava a niuna
grandezza, e stava solamente sotto la tutela del-
la madre, povera e sconsolata vedova. Seguito il
caso miserabile degassassimo del duca Alessan-
dro , fu dalla buona fortuna chiamato al princi-
pato, e cosi come Alessandro fu fatto duca colla
guerra e colla forza, all'incontro Cosimo perven-
ne al principato per vocazione.quiete e tranquil-
lità . Salito questi al soglio governò i suoi stati
con incomparabile giustizia e fu protettore delle
lettere , scienze ed arti. Cosimo fu di bella pre-
senza, e di portamento grave, parco neiralimeu-
tare il corpo, splendido e liberale nel pascolare
la mente, indefesso nelle fatiche e negli esercizi,
agile nel maneggiar armi, nei torneamenti dei
cavalli, e nel giuoco della palla e della caccia non
Vera chi lo superasse. La sua ricreaziona era il
pescare ed il notare, nel qual divertimento spo-
gjiavasi d'ogni autorità e dignità, e voleva esser
trattato familiarmente, cosa che non faceva fuori
di questi esercizi. Fu insomma principe zelante
della propria grandezza , padre premuroso del
cos. 499
bene dei suoi sudditi, uomo sottoposto a debo-
lezze ed attidi crudeltà. ohe adombrarono alcuna
volta lo splendore delle sue rare virtù: morì egli
nel 1 573. L~t. Ep. vi.
La ristrettezza che richiedono i biografici ar-
ticoli della presente opera, e l'avare nell'epoca
sesia parlato a lungo dei principi della R. casa
Medici, mi dispensa dal diffondermi qui in ulte-
riori notizie ad essi appartenenti, mentre in vari
punti del voi. x può trovarsi quanto di più inte-
ressante voglia sapersi di questo e degli altri 6
Granduohi Medicei.
Cosmo li granduca IV di Toscana. Benché
d'inferma salute attese alle matematiche discipli-
ne, conobbe l'istoria, la poesia, la meccanica, ed
arricchì la mente con la cognizione di varie fa-
velle. Sposò Maria Maddalena arciduchessa d'Au-
stria sorella di Ferdinando II imperatore, donna
di rara virtù, e che lo fece lieto di molti tìgli.
Agli anni suoi giovanili non fu soverchia la mole
del principato: la clemenza, la soavità dei costu-
mi, l'amore per le arti e per gl'ingegni lo resero
caro ai sudditi. Il genio del Fassignani, del Ci-
goli, di Cristofano Allori, del Rosselli, del Tacca
fu animato dalla sua liberale protezione. i>Ia il
primo suo vanto fu l'aver richiamato da Padova
rimmortal Galileo con titolo di primo matemati-
co dello studio di Pisa. senza obbligo di leggervi o
risedervi, e suo particola* filosofo e matlematico.
Cosimo divideva le cure di stato con ozio libe-
rale, celebrando di ■■munaliche rappresentazioni,
giostre e tornei} ma se rs'M-citgva la gioventù lo-
5oo cos.
scana io tìnte battaglie, riportò ancora per mezzo
dei cavalieri di s. Stefano segnalate vittorie con-
tro i barbari. Dopo fortunato ma breve dominio,
nella fresca età di 3o anni fu rapito da morte
immatura. G-n. Ep* vi.
Cosimo III granduca sesto dei Medici salì al
governo della Toscana nel 1870. Egli non è ram-
mentato nelle pubbliche cose d'Europa che per*
la spedizione nel 168$ di alcune milizie toscane
in soccorso dell'imperator Leopoldo nella guerra
contro il turco} e quindi per le prerogative reali
concedutegli nel 1691 dalTimperatore, il che re-
stituì a Cosimo il buon umore, giacché non sa-
peva darsi pace, che dal 1689 fosse stato confe-
rito un tanto onore alla casa di Savoia e non a
lui. Fu però sempre dolente di non poter egli as-
sumere il titolo di re di Sardegna, che a lui pa-
reva si competesse, siccome isola un tempo di-
pendente dai pisani. Nelle guerre dTtalia de'suoi
tempi volle serbare la neutralità, ma essendo pic-
colo principe fu ridotto a ricever legge da tutti,
sicché fu testimonio di ostilità nel porto istesso
di Livorno. Le taglie che durante la guerra d'Ita-
lia le vennero imposte dagli imperiali sotto vari
titoli, lo costrinsero a vender per fino le proprie
gioie.Gravi furono le inquietudini che Cosimo do-
vè soffrire nei seno istesso di sua famiglia, cagio-
nate da Margherita Luisa d'Orleans sua consor-
te.delle quali se abbiamo saputo conoscere i tristi
effetti, non abbiamo per altro potuto saperne mai
la vera cagione. Fece egli molli viaggi per le cor-
ti d'Europa} protesse le lettere ed i talenti, non
cos. 5ot
che le arti e le scienze ad insinuazione del Redi,
poiché aprì nuove biblioteche, procurò il vantag-
gio e l'onore delle università toscane, promosse
la botanica, protesse le accademie della Crusca,
degli Apatisti e degli Intronali: ebbe in molta ve-
nerazione il Magliabechi , e destinò onorevole
luogo alla sua librerìa detta la Magliabechiana;
mantenne in lontani paesi molti giovani toscani
a studiar le scienze e le arti} fece introdurre la
Litotomìa nell'Arcispedale di S. M. Nuova, ar-
ricchì la galleria Medicea, e fece venire da Ro-
ma la famosa venere, statua greca. Fece fare nuo-
ve fortificazioni in Livorno, chiese, e monasteri.
Pose sotto la protezione di s. Giuseppe tutti i
suoi slati, e per tale occasione gli fu creata una
medaglia: e poiché era egli religiosissimo, amò e
prolesse i religiosi. Mori Cosimo nel 1723, la-
sciando di lui successore Gian Gastone suo.tiglio.
Ep. vi.
Cosmo Pier (di), cosi detto perchè allievo di
Cosimo Rosselli, nacque in Firenze verso Panno
i44 *• Le rare disposizioni che mostrava per la
pittura persuasero il suo maestro ad impiegarlo
nel dipingere i freschi della cappella di Sisto IV
nel Vaticano, di che esso papa l'aveva incaricato.
Le prove di talento che Pietro vi delle, il posero
nel numero dei primi pittori di quel tempo. Tor-
nato a Firenze dipinse per alcuni particolari di-
versi quadri che gli ottennero dal governo dei
lavori pubblici, ue'quall fece brillare il suo inge-
gno. Dipinse per la chiesa dello Spirilo Santo una
visitazione, in cui si osservano parecchie figure <!i
SU Tose. Tom. 12. 46
5 02 COS.
santi, degni dei più grandi artisti dei suoi tempi.
Eel disegno ei si mostrava sublime: aveva un co-
lorito eccellente, e le sue figure erano di una fini-
tezza che avviciuavasi a quella di Leonardo da
Vinci. Uomo di carattere tetro e melanconico non
si compiaceva che di soggetti terribili e lugubri,
e riusciva eccellente nell imitarli. Eia di tal biz-
zarria che soffrir non poteva persona intorno a
sé: e quantunque in età di oltanfanni, ricusava
qualunqe assistenza, e fu trovato morto in casa
nel i5ai. Egli si rese celebre anche per una ma-
scherata che inventò pel carnevale, e che rappre-
sentava il trionfo della morte', ma si afferma che
tal bizzarrìa, in cui venne assistito da Andrea del
Sarto di lui allievo, alludesse al ritorno della fa-
miglia defedici, che in quell'epoca era esiliata
da Firenze. Il museo di Louvre possiede di tale
artista un quadro slimato, rappresentante Tinco-
ronazioue di Maria Vergine. Tal quadro dipinto
sul legno era stato collocato fino dal ijfó ,n una
cappella della chiesa soppressa di s. Girolamo e s.
Francesco nella Costa a Firenze, e dopo nella
foresteria o sala degli stranieri della comunità.
Nel 181/} soltanto fece parte la prima volta delle
esposizioni del museo di Louvre, B. u. Ep. v.
Cosimo Silvio da Fiesole, bell'ingegno, capric-
cioso poeta, cantore, armigero e scultore, superò
la gloria di Andrea da Fiesole suo maestro nelle
statue , nei depositi, nei ritratti e nelle bizzarrie
di uiajuiOj dimodoché piacendo queir operare al
Botfarroti adoprollo in varie occasioni. Di costui
narrasi, che essendo sagrestano della compagnia
cos. 5o3
della Misericordia, che in Pisa accompagna i con-
dannali al patibolo, una notte trasse un giusti-
zialo dal sepolcro, e dopo averlo disegnato scorti-
collo, e copiò minutamente ogni parte notomica.
Fiorì nel i538. V-s. Ep. v, vi.
Costa.glti Roberto livornese nato nel giugno
del 1732. religioso servita passò a Pisa fra i Ber-
nabiti per educarvisi. Di la a Firenze, dove sì ve-
stì religioso, e dopo si portò a Siena per maggior-
mente perfezionare i suoi studi, quindi a Siniga-
glia, ove studiò sotto il celebre Bandiera la lingua
greca, e divenne rinomatissimo oratore evange-
lico. Nel i^5 7 andò a Mantova lettore di matte-
matiche, come lo era stato di Bologna tino dal
ventesimo anno della età sua . Nel 1761 predicò
in Firenze con plauso universale per modo, che
le principali accademie scentifiche e letterarie
lo vollero per loro socio. Fu poi priore e reggente
di studio a Faenza a richiesta del vescovo di quel-
la città. I prelati e pastori italiani fecero a gara
per averlo nelle loro chiese a predicare. Nel r 766
fu dal pontefice incaricato di trattare un accomo-
damento amichevole fra la santa sede e la repub-
blica genovese, colla quale vertevano differenze
non piccole. Tornò di poi a Firenze ad occupare
la carica di priore e reggente di studio nel con-
vento della SS. Annunziata. Nello stesso anno
partito per l'Isola di Malta vi predicò l'avvento e la
susseguente quaresima, e vi fu ricolmato di favori
dal gran maestro Pinto, e dai primi dell'ordine
gerosolimitano. Egli avea cognizione di molte lin-
gue ed era bravo poeta. Tornato a Malta per nre-
5o4 cos.
dicarvi la terza volta fu incaricato ri i presedere
alla università di quelPisola, e di compilarne le
costituzioni, divenendo anche rettore d'un nuovo
collegio. Tornato in Firenze secolarizzato, fu da
Clemente XIV invitato a predicare in Roma al
Gesù. Venuto poi in Toscana fu decorato del-
la dignità di proposto della cattedrale Gesolana,
e ripetutamente predicò allareal corte di Tosca-
na. Nel 1778 fu eletto vescovo di s. Sepolcro, e
nel 1779 predicò a Vienna a richiesta dell' augu-
sta Maria Teresa, e vi ricevette doni ed onori in-
finiti, il profitto dei quali divise con i poveri della
sua diogesi.Da Ferdinando III fu incaricato della
orazione funebre pie ri? esequie di Pietro Leopol-
do suo padre. Nel (786 il Gostaguti difese la prò-
vida legge della soppressione delle confraternite
con una lettera pastorale, nella quale fece cono-
scere il vero spirito di quella savia legge. Nello
ottobre del 1808 perdette intieramente la vista e
nel 1818 rese l'anima a Dio. H-g. Ep. vi, vii.
Costantino de'Servi pittore, intagliatore e ar-
chitetto fiorentino, imparò alla scuola di Santi di
Tito. Viaggiò per la Germania, per la Spagnarper
la Sassonia, e per la Savoia: con privilegio di no-
biltà ottenuto da Ridolfo II imperatore, ritornò
alla patria, dove per servizio -de'sooi principi na-
turali fu spedito a Roma e a Napoli. Passò a Lio-
ne, e a Parigi} ritornò in Germania; rivide la pa-
tria^ dal Granduca Cosimo II fu mandato al gran
Sofì re di Persia, e in ogni luogo servi di sue pit-
ture e disegni molti monarchi fino alPanno 68 dì
sua etàj corrispondente al i6/2,a,nella quapepc*-
cos. 5o5
ca morì io Lueignano, ove si ritrovava al ser-
vizio del Granduca in qualità di vicario. M-L
Ep. vi.
Costanzo Giovanni (di). Vedi Giovanni I.
Coureil (de) Giovanni Salvatore nato in To-
scana da padre francese circa Tanno 1760. Fece i
suoi sludi a Pisa e scrisse liriche poesie con gusto
e felicità. Ammesso tra i collaboratori del giornale
d'i letterati di Pisa nel 1804 dette prove di giu-
diziosa critica e di grande ingegno. Aveva egli
censurato alcuni versi di una cantala del Monti in
onore di Napoleone sotto titolo di Tasio. Monti
per vendicarsene si appigliò al partito di pubbli-
care quattro lettere filosofiche sul cavallo alato
d'Arsinoe di cui si parla nel poema di Callimaco
e sulla Chioma di Berenice. Tali lettere erano
corredate di note ingiuriose olire ogni misura
contro De Coureil, a cui rispose molto modesta-
mente. Allorché la Toscana fu assoggettata al go-
verno francese, i collaboratori di De Cureil si vide-
ro astretti ad escluderlo dalla compilazione del
giornale di Pisa, ma ciò non impedì ciregli scri-
vesse duramente a Monti, il quale non si degnò
di rispondergli, quanluque il De Cureil pubblicas-
se un opuscoletto contro il suo Bardo della selva
nera. Propostosi dal governo di Lu^ca un premio
per la migliore soluzione del quesito , intorno
al merito delle Tragedie dell'Alfieri in confron-
to di quelle dei tragici francesi, la soluzione d.|
De Coureil fu coronata. Egli fecesi difensore di Al-
fieri, ma all'ultimo sostenne esser Voltaire il più
gtàfi tragico dalla Francia ed il Maometto la sua
46*
5o6 C R E.
miglior tragedia. La di lui soluzione fu stampata.
Tra le poesie del De Cureil trovansene delle bel-
lissime, e le sue prose sono scritte con forza e con
gusto. Mancò alle lettere poco prima di Vincenzo
Monti. C-r. Ep. vii.
Credi Lorenzo (di), così detto perchè impa-
rò T arte dell1 orefice da maestro Credi, nacque
nell'anno :494 da Lorenzo d'Andrea Sciarpello-
ni. Essendosi egli posto insieme con Pietro Pe-
rugino e Leonardo dà Vinci suoi compagni ed
amici all'arte del colorire, sotto la disciplina di
Andrea Verroochio allora celebre pittore, vi fece
mirabile riuscita. Così grande poi fu l'amore tra
Lorenzo ed Andrea, che morto il maestro a Vene-
zia, andò a prendere il di lui cadavere per dargli in
patria onorevole sepoltura. Dopo aver dimostralo
Lorenzo la sua riconoscenza al maestro, fece ve-
dere al pubblico quali fossero gli avanzamenti
ch'egli avea fatti sotto la di lui disciplina. Mol-
tissime furono le opere ch'ei fece per diversi luo-
ghi e per ogni ceto di pie persone, occupato sem-
pre in sacre immagini. Fra queste è bella oltre-
modo la tavola che dipinse nella compagnia di s.
Bastiano di Firenze, rappresentante s. Bastiano,
.Maria Vergine ed altri santi; e quella che vedesi
in santa Maria Maggiore all'altare di s. Giuseppe
esprimente questo gran santo. Dai molti lavori
che avea fatti avendo accumulala gran somma di
denaro per vivere più quietamente e con tranquil-
lità maggiore, si commise nel regio spedale di
santa Maria Nuova di Firenze, dove terminò di
vivere in età d'anni 78 nel i53o. Diversi furono i
C R e. Soj
suoi scolari, fra i quali mentano onorata menzione
Gio. Antonio Sogliani e Tommaso di Stefano.
S. dJ u. i. Ep. v.
Crescenzio inserito nel catalogo dei santi fio-
rentini per essere stato di gran bontà e di molle
virtù onorato, di pura innocenza rilucente, di fe-
de stupenda potentissimo, di conversazione umile,
dentei letto prudente, di buoni e retti costumi, e
con discrezione perfetto, dell'ardente fuoco del-
l' amor di Dio e del prossimo infiammato, sollecito
alle vigilie ed offici divini, frequente a servire il
suo vescovo in tutte le cose opportune, ed emu-
latore perfetto d'ogni sua virtù, fioriva come pal-
ma nella speranza delle cose future. Dopo aver
fedelmente servito per alcuni anni in qualità di
suddiacono la chiesa fiorentina, carico di meriti
nell'anno 42^ nel mese d'aprile, alla presenza
del suo vescovo Zanobi, passò a godere gli eterni
riposi. B~r. in.
Cresci Santo martire ebbe per compagni On-
nione ed Enzio, e s. Cerbone suo discepolo con
Panfila madre di questo che furono martirizzati
insieme con altri loro compagni in Valcava di Mu-
gello. Le notizie più antiche delle gesta di questo
santo sono stale ricavale dagli alti del medesimo,
e pare in sostanza ch'ei venisse dal Settentrione
in compagìa d'altri pi! cristiani per visitare i san-
tuari d'Italia, ma furouo astretti per la persecu-
zione di Decio a nascondersi in una selva pros-
sima a Firenze, dove oggi è la chiesa di s. Miniato
«I monte, nel qua! luogo furono essi santi trovali
«' martirizzali. La più nobile perù e la più antica
5o8 C R E.
tra tutte le chiese dedicate a s. Cresci è quella ove
riposano in Valcava del Mugello le reliquie diluì
insieme con quelle de^suoi santi compagni. B-r.
Ep. ni.
Oresti Domenico. Fed. Passionano Doma-
nico.
Crinito Pietro fiorentino alunno del Polizia-
no, la cui memoria Pietro onorò con poetici com-
ponimenti e ne adunò e promulgò le opere rima-
ste inedite. Apprese nella scuola del Poliziano
eloquenza e gusto, ma non modestia né sobrietà
di costumi. Era in somma un amabile libertino,
e perciò la di lui società veniva ricercata dai bril-
lanti giovani delle primarie famiglie di Firenze.
Una intemperante giovialità fu a lui cagione di
contumelia, e di poi anche di morte. Ritrovan-
dosi egli ad un geniale stravizio, venne a lui per
giocosa rissa versato addosso un intiero secchio
d^acqua che gFirrigidì le membra. Il rammarico
che si concepì per siffatto affronto unito a qual-
che fisica indisposizione contratta a causa del so-
verchio umidore, lo trasse, secondo il Giovio, al
sepolcro. Le di lui opere non sono in gran co-
pia, poiché morì prima d'aver compiti 40 anni. Il
libro „ De honesta disciplina „ è quello che an-
cora conserva qualche nome ai nostri giorni. Que-
sto libro è un ammasso indigesto anzi che no di
un infinito numero di notizie isteriche e fisiche,
e per avventura un quadro di tutto Io scibile
delPautore, ov'egli va intracciando non tanto del
vero, quanto del maraviglioso.Un soggetto che ha
esercitato le penne di alcuni suoi critici è sialo
CRI. 5cX)
il sistema della mitologia, in cui lor parve di rav-
visare i dogmi della pagana teologia. Tale fu il
sentimento ancora del nostro autore, il quale lo
appoggia alla filosofia di Pittagora. Il Crinito si
scagliò contro la soverchia estensione del celiba-
to, allegando la legge delle XII tavole, la quale
incombe ai censori di non permettere che ne ca-
valieri, ne fanti vivessero celibi. Egli ha poi scrit-
to latinamente una storia composta di piccole
vite dei poeti del Lazio antico, da Livio Andro-
nico sino a Sidonio Apollinare. Le „ Poesie „ che
abbiamo di lui non hanno alcuu pregio secondo
il presente gusto. C-r. Ep. v.
Cristiana Beata da S. Croce di Valdarno di
sotto nominata al secolo Oringa, partì di casa as-
sai giovane per andare in pellegrinaggio a visitar
santuari. Fondò un convento in s. Croce ceri no-
me di S. Maria Novella, e quivi morì Panno i3io,
e settantesimo dell'età sua. La di lei vita è cavata
da un libro scritto a mano delle monache di s.
Orsola di Firenze, ed abbreviata dal Razzi. R-z,
v.
Cristina Santa, nobile figlia del governato-
re di Tiro, città posta sul lago di Bolsena, marti-
rizzata con moltissimi tormenti P anno 295 es-
sendo imperatori Massimiano e Diocleziano. Di
ciò fa fede il Martirologio romano, al di 24 di lu-
glio, il Baronio di s. Isidoro, il Beda, il Razzi, il
Dempstero, ed il Sarzaua della capitale de'Tusca-
niesi N. 1 1. m.
Caoix Dimas (de la), fedi Tonelli Iacopo.
Cronaca Simone (detto il) architetto tioreo»
5 IO C R o.
tino ebbe il suo nascimento, nel 1454. Lavorò nel-
Finfanzia il legname, poi dettesi all"architeltura
che studiò in Roma,ov'era Antonio Pollaiolo suo
parente; e studiò i ruderi antichi sì abbondanti in
quella città, servendosi degli acquistali lumi nel-
le fabbriche da lui dirette. Tornato in Firenze col
nome di valenie architetto istruito nelle regole
di Vilruvio, e nelle pratiche del Brunellesco, fu
impiegalo in diverse opere^ nelle quali riuscì mi-
rabilmente. Fra questi merita parlicolar rimem-
branza la sagrestìa di s. Spirito di Firenze fatta a
guisa di tempio a otto facce^ nella quale ammira-
si la vaga proporzione, e la perfetta disposizione
delle sue parti. Ma di quaPingegno dotato fosse
all'architettura appartenente, Io fece altresì co-
noscere nella gran sala del consiglio posta nel
palazzo della Signorìa di Firenze, fatto dalla re-
pubblica fiorentina , la quaP opera per comun
consiglio di Leonardo da Vinci, di IVI ichelangiolo
Bonarroli, di Giuliano da s. Gallo, di Baccio di
Agnolo e di altri fu addossala a Simone del
Pollaiolo detto il Cronaca, come riconosciu-
to il più abile per l'esecuzione della medesima.
Stando in Firenze ebbe occasione di terminare il
palazzo Strozzi fatto erigere da Filippo Strozzi il
vecchio col modello di Benedetto da Maiano, e
frattanto il Cronaca ebbe la commissione di farvi
il cortile, e^J cornicione. Fu fatto inoltre questo
palazzo abbellire dal Cronaca di ferri bellissimi,
e di lumiere poste su i canti, lavorati con somma
diligenza da Niccolò Grosso celebre fabbro fio-
rentino. Dopo esser vissuto il Cronaca per 55 an-
C B U. ^ I t
ni morì nel 1509. Fu Simone un diligentissimo
osservatore delle opere altrui, ed un felice ese-
cutore delle regole somministrate dai più valenti
maestri dell'architettura. S.tfu. i. Ep. v.
Crudeli Tommaso nato da comodi parenti
in Poppi Tanno 1703, si addottorò in Pisa e di-
venne amatore degli ameni studi letterari, e spe-
cialmente della italiana poesìa, alla quale presta-
vasi cuu particolare altitudine il di lui ingegno
vivace. Era in reputazione d'uno fra i più valenti
poeti dell'età sua, e caro e apprezzato presso i
migliori letterati della capitale di Toscana. Era
desideratissimo in ogni scelta società, e nei tran-
quilli recessi dei liberi sludi non udendo rumo-
re di tempeste politiche e di privali litigi si te-
neva sicuro. Quando la sera del 9 maggio del 1739
essendo egli in Firenze venne improvvisamente
arrestalo, e tradotto alle carceri della inquisizio-
ne, senza che siasene saputo il perchè. Durò la
sua prigionia fino al 20 d'agosto 1740, e una sa-
lute già per lo innanzi inai ferma declinò più che
mai, e preparò l'immaturo line di sua vila che
avvenne in Poppi, dove lo avevano relegato al-
l'uscir dalle carceri il di 27 marzo del 174 5. Fu
d'integro costume, di spirilo vivo ed allegro, d'a-
nimo fermo, ed eguale ad ogui variare di circo-
stanze, vi, vii.
CuaaADi Raffaello scultore fiorentino scolare
di Francesco Ferrucci, dal quale imparo il se-
greto di lavorare il porfido: dopo aver falle molle
opere lodevoli vesti l'abito religioso dei PP. cap-
puccini. D'I. vi.
5 12 C U R.
Curradi Taddeo fiorentino detto il Battilo-
ro'^ d'ogni arte meccanica fu franco possessore,
maltemalico, schermitore, suonatore di lira, arte-
fice d^ogni istrumento da musica e bravo sculto-
re. Con i precelti di Balista Baldini lavorava si
bene i Crocifissi che solea dir Giambologna non
aver pari, anzi se a lui n'erano ordinati soleva
inviare ognuno al Battiloro. Era uomo pio, carita-
tevole, e godeva la grazia del Granduca Francesco
I. Aveva tre figli il primo, dei quali,di nome Fran-
cesco, per la perfezione del dipingere fu creato
cavaliere.Gli altri Pietro e Cosimo furono anche
essi pittori. B-l. Ep. vi.
Curradi Francesco nato iu Firenze Tanno
1670 visse novantun anno, e fu da natura disposto
alle belle arti. Affidato pertanto alla cura del pit-
tore Batista Baldini, sotto di lui fece tali avan-
zamenti nell'arte, che talvolta unì il suo pennello
a quel del maestro, o colorì i suoi disegni. Di-
pinse ritratti e quadri ad ornamento delle nobili
case, ma preferì sempre ad ogni altro i temi sa-
cri. Han sue tele le nostre chiese, e tra quesle è
assai lodalo il s. Francesco Saverio in s. Giovan-
nino delle scuole pie. Gli si dà pur vanto d'aver
ben dipinto in piccole proporzioni , nel qual ge-
nere debbono rammentarsi con onore le glorie
della Maddalena, e il martirio di Santa Tecla,
opere del suo miglior tempo, le quali conservansi
nella r. Gallerìa di Firenze. R. g. d. F. vi.
Curradisi, ovvero Corradim Tiburzio ed
Ascanìo oriundi dello stalo senese in Cbiancia-
no , furono ambedue prodi nelle armi . Nacque
e t n. 5 1 3
Tiburzio nel i553, e nella fervida eia di anni io
sentendosi trasportalo al mestiere delle armi, si
portò in Fiandra ove bolliva la guerra per la ri-
voluzione delle provincie unite . ed essendosi
arruolalo al servizio di S. M. cattolica, dai gradi
minori passò tosto a quello di capitano d* infan-
terìa. Dando egli prove di suo valore e d' incor-
rotta fedeltà . ottenne 1* onore di sargente mag-
giore delle armi della città d' Anversa , ove gli
furono affidati i più importanti passi, e P edifica-
zione di alcuni furti tra la città di Anversa e Sper.
Circa il 1602, da Alberto infante di Spagna fu
diebiarato luogotenente generale del gran mae-
stro d* artiglieria, con sodisfazione grande di S.
Itti che egli servi per 35 anni senza mai uscir di
Fiandra . 3N"è solo godè le sopra indicate cariche ,
poiché comandò pure a tutte le genti di Namur
e sua contea sotto il conte di Barlemont. Le sue
virtù lo segnalarono in mudo . da meritargli di-
stinta menzione in Cesare Campana, e iiellHgur-
geri. Osso di vivere (inalmentie in Fiandra nel
i6iGj Q?) di sua età. Il dì lui fratello Ascanio lo
aiuto nelle sue cariche, ed anch' egli fu capitano
d'infanteria fiamminga, distinto pel suo valore, e
lealtà. Mg. Ep. vi.
5D
Duini fimifinlo p?ttore aretino discepolo di
Spinello, fu ascritto nella compagina dei pittori
Si. Tote. Tom. 12. 47
5l4 .D A G.
di Firenze Panno 1 535, e dopo aver molto dipinto
in quella ciltà mori nel 1080. O-r. Ep. v. vi.
Dagomari Paolo soprannominato il geome-
tra, e Paolo delTabbaco, perchè di quello come
degli almanacchi fu reputato inventore. Nacque
di nobile stirpe in Prato nel secolo XIV, e s'ac-
quistò nelle matematiche grandissimo nome. Fi-
lippo Villani fa di esso molti elogi, e dice che fu
diligentissimo osservatore delle stelle e del mo-
vimentode'cieli. e dimostrò, che al moderno tem-
po le tavole loletane erano o di poca o di niuna
utilità, e quelle di Alfonso in alcuna varietà sen-
sibile esser varie. Con somma lode porla di lui
anche il Boccaccio, e più che tra i suoi era in al-
tissima stima presso le altre nazioni. Il Manni ci
dice che egli comandò in un suo testamento, che i
suoi libri di astrologia si conservino nel mona-
stero di santa Trinità sotto due chiavi, una delle
quali pressoi frati, Pallia presso gli eredi, e che
ivi stiano tinche si trovi qualche valente astrolo-
go fiorentino, approvato come tale da quattro
maestrij e che allora a lui si consegnino. B. u.
T ed. Abbaco Paolo (deW). v.
Daiberto pisano fu eletto pastore dei suoi
concittadini nel 1088. A. non mediocre dottrina
unì animo grande e singoiar destrezza nel ma»
neggio e nella esecuzione dei più rilevanti affari.
Fu il primo de'vescovi di Pisa eh1 ebbe il titolo
di arcivescovo. Era condottiero dell'armata pisana
nella prima crociata contro i turchi} fu legato
apostolico e quindi patriarca di Gerusalemme.
Morì nel 1107. G-s. iv, v.
DAT. 5 I 5
Dandim Cesare nacque in Firenze intorno
all'anno 1095. bell'eia di dieci anni si pose a stu-
diar disegno sotto la cura del cavaliere Cui rado
per tre anni, e già imitava la maniera del mae-
stro al segno di non distinguersi fra di loro quale
opera fosse dell'uno, quale dell" altro. Di là passò
alla scuola di Cristofano Allori, e quindi a quella
del Passignani, che lo condusse a Pisa in aiuto ad
un'opera che doveva eseguire nella cattedrale dì
quella citià. Morto il Passignani tornò Cesare a
Firenze, e non curando più lo studio si dette al
bel tempo; 'ma ravvedutosi tornò a studiare ed
operare, spargendo le sue pitture in più luoghi.
Sparsasi la fama della perfezione de'suoi dipinti
ne fece ricerca non solo la corte, ed i facoltosi
fiorentini . ma eziandio i dilettanti d'altre cit-
tà e castelli di Toscana* Tra le mólte op< re del
Dandoli che non s'_m qui d annoverarsi per es-
sere in gran numero, io ne rammenterò soltanto
una delle più applaudite, quella cioè della pit-
tura e della poesia sedenti sopra le nubi in allo
di baciarsi: quadro che donò air accademia dei
pittori eli Firenze. Dipingeva un Mosè allorché fa
scaturire l'acqua dalla pietra per confortare il suo
popolo sitibondo, quando fu sorpreso dulia mor-
te nell'anno i6f>8, e fu assai compianta la sua per-
dita. Molli giovani studenti bramarono d'esser da
lui diretti nell'arte del dipingere., fra i quali \i\i~
cenzo Dandiui di lui fratello, Stefano della Bella.
Alessandro Rosi, Antonio Giusti. Gio. Domenico
Ferrucci 0 Iacopo Giorgi. Or diremo esser stato
il Dandoli nei suoi componimenti di una dolce e
5l6* D A !{.
delicata maniera, ed aver condotte le sue pitture
con gran diligenza e studio, dando alle teste una
bell'aria e vaghezza, e talvolta spargendo sopra
le medesime alcuni vivi riflessi, che invece di to-
glier loro la somiglianza del naturale, arrecarono
anzi che nò una somma grazia ed una vaghezza
particolare. S. d'u.i\ Ep. vi.
Bandi ni Pietro nacque in Firenze V anno
16475 ebbe documenti della pittura dal zio Vin-
cenzo Dandini, poi studiò in Venezia, in Modena,
in Bologna e in Roma, dove fatto pratico nel ma-
neggio dei pennelli, con vaghezza di colori, con
forza nel tingere e con abbondanza d'invenzione
più volte a olio e a fresco comparve pubblicamente
in patria, dove fu tanto gradito,che furono sparsi
i suoi quadri in luoghi diversi, particolarmente
in Polonia. IVIorì in Firenze nel novembre del
171 a e lasciò Ottaviano il figlio bravo pittore per
il pubblico e per il privato, il quale al pari del
genitore si fece granile onore nella sua patria.
O-r. vi.
Dandini Vincenzo nato in Firenze Tanno \ 607
imparò Parte del disegno da Cesare suo fratello,
dal Passignano , infine da Pietro da Cortona in
Roma, sotto il quale dopo aver molto tempo di-
segnato ebbe un premio di concorso all'accademia
di s. Luca, e meritò d'esser dichiarato principe
di quell'accademia. Mentre si tratteneva in Roma
studiò fondatamente i rottami d^architettura e gli
antichi bassirilievi. Copiò anche statue moderne
e specialmente quelle di Michelangiolo, né tra-
lasciò di copiare in matita e in acquerello le ope-
D A >\ 0 17
re ili Raffaello e di altri valenti artisti. Mediante
tali applicazioni, e la fida scorta del valoroso mae-
stro , acquistò Vicenzo una franchezza tale nel
disegnare, e una maniera sì vaga e corretta nel
colorire, che in breve divenne bravo imitatore
di quella eleganza di stile, e di quella nobile in-
venzione, ond'era il Cortona riccamente dotato.
Tornato in Firenze aprì squola e frequentò Pac-
cademia del nudo, e dettesi frattanto allo studio
dell'anatomia su! cadavere. Studiò molto anche
l'architettura civile, la prospettiva e l'ottica. Cor-
redato di queste previe e interessanti cognizioni
si accinse a dimostrare in pubblico la sua gran
perizia nell'arte e la franchezza che possedeva
nel colorire. Questa prima opera fu uno sfondo
dipinto a fresco nella real villa del Poggio Impe-
riale, dove di sotto in su rappresentòT Aurora sul
(occhio accompagnata dalle ore, lavorata con si
bella grazia e leggiadrìa e con macchia sì elefan-
te, che resta sorpreso chiunque la vede. I grandn-
cbi di Toscana detlergli a fare anche altri lavori.
Tali componimeli incontrarono talmente l'uni-
\crs'ile applauso, che subito ilDandini fu chiama-
to a lavorare in molti luoghi, e molti furono i
lavori eseguili per particolari persone e per di-
^ ersi luo-lii dello stato:, mando i suoi quadri anche
Inori «Iella Toscana. Finalmente nel 1G7J rese
l'anima a Dio. Fu nel dipingere assai mni^t,,,
amorevolissimo co'suoi scolari e n'ebbe molli. V.
d'u. 1. Ep. vi.
Duri. l'/ifm il maggiore dei ^',lf' &*n (h
47*
5 J S D A N.
Dante, attese in patria alla giurisprudenza, e dopo
aver seguitato il padre a Siena nel tempo del suo
esilio,passò in Bologna a prendere la laurea dotto-
rale, quindi a Verona ove fu nominato giudice
del comune. Era amicissimo de! Petrarca, che in
una lettera indirizzatagli lo chiama Jlorentimun
causidicum. Coltivò la poesia, ed alcune sue ri-
me inedite si conservano nei codici delle librerie
Riccardiana e Strozziana. Fu egli il primo ad
esporre in latino la Divina Commedia del padre,
la qual fatica sta inedita in un bel codice nella
Laurenziana. Morì in Treviso nel i36i, mentre
era vicario del collegio di Verona e del potestà
Niccolò Giustiniani. B. ti. Ep. v.
Dante da Volterra è nominato dal Crescim-
beni fra i poeti de"1 quali fa menzione nel secolo
XIV. Il Redi che possedeva le- sue rime Io ram-
menta nelle note al suo Ditirambo , e ne parla
ugualmente nelle note alla voce Sonetti,ove cita
il suddetto Dante e molti altri poeti che fecero
sonetti codati. G-c. v.
Dante Alighieri. Ved. Alighieri.
Dante da Maiana poeta insigne del suo tem-
po, amicissimo di Dante Alighieri, ed a lui per sue
doti e qualità singolari carissimo. Compose alcu-
ne «Canzoni e sonetti scritti a Dante,,, i quali fu-
rono tutti inseriti in una raccolta di poesie di di-
versi poeti intitolate Rime eli diversi poeti antichi
da Giunti stampate, e poi ristampate in Venezia.
Fiori nel i3ao. Quest'opera di Dante va pur sepa-
rata con questo titolo M Sonetti e canzoni di
D A R. 5r()
Dante da Maiano », le quali son contenute nel
settimo libro dei sonetti e canzoni della vita nuo-
va di Dante, Firenze 1527. C-n. Ep. v.
Dardano nativo di Cortona, se Virgilio e
Servio non errano, spacciavasi figlio di Giove,
benché più verìsimilmente si dicesse tìglio di
Corito re di Etruria, e di Elettra pleiade, che pu-
re spacciavasi moglie di Giove. Egli secondo le
genealogie di Clemente Alessandrino dovea re-
gnare Tanno i5io av. Gesù Cristo mentre avea
4o anni. A. lui si appropriò la favola, che avendo
ucciso il proprio fratello Jasio fu costretto ad u-
scire dall'Italia ed a fuggirsene in Samotracia. Di
là passò nella Frigia per fissare colà la sua dimo-
ra. Ivi sposò la figlia del re Teucro. II suocero e
il genero regnarono insieme con una gran con-
cordia, e gettarono i primi fondamenti della città
di Troia verso l'anno 1480 avanti Gesù Cristo.
Questa città venne fabbricata fri vicinanza dello
stretto dell'Ellesponto, e dal suo fondatore ven-
ne appellata Dardana, e dette il nome di Da rd ari Fa
al paese che faceva parte della Troade , d" onde
poi ne venne la denominazione de'Oardanélli. />.
s. IT.
Dati Agostino nominato dal Sansovino nella
sua cronaca per letterato che fiori circa al 1460.
Fu figlio di Niccolò di Cecco di Matteo Dati no-
bile senese che mori nel i{56, nm secondo il Fa-
bricio, nel i479- *'rn eloquente oratore Vi fi lì
lui un volume di „ Orazioni latine stampato in
Siena nel i'So3„;coti altre „ Orazioni volgari „. Vi
è par Unente 1111'impcrfelta „ Storia di Siena in li-
5ilO DAT.
bri tre „; „ I/istoria di Piombino n\ „ Straniata
sive miscellanea critica et pliilosopliica ^ un
„ Trattato imperfetto deirim mortalità dell'ani-
ma „; varie „ Epistole ^ un libretto intitolato
», Augustini Dati senensis Isagocicus libellus
in eloquenti ae pvecepta „ con la prefazione di Bo-
naccorso pisano, Dlilano 1476. Altra edizione pu-
re del secolo XV esiste nella i>la°liabeclnana col
titolo „ Augustini Dati opera omnia». B-s. Ep.v.
Dati Leonardo tìglio tV Anastasio frate del-
l'ordine dei predicatori umanista, teologo, poeta e
predicatore. Fu d'esemplari costumi. Godè lutti i
gradi di sua religione, maestro del sacro palazzo e
teologo del papa. Era pure cardinale in petto del
papa quando mon. Fu presente al concilio di Co-
stanza, e fu il primo degli eletti della nazione ita-
liana per soprannumero al collegio dei cardinali.
Scrisse sopra le Sacre Scritture^ con sì grande
spirito, quanto Tinterpelrasse mai altro teologo
illustre. Compose un1 opera intitolata „ Petitio-
nes ,.: opera molto utile peri predicatori e teologi
ma finora è manoscritta „ Conciones de tempore
et Sanctis „y „ Orationes in Costansiniensi con-
cilio habitus n$ „ Sermones de passione C liristi
seu dejlagellis „/ ,. Sermones de D. M. semper
Virg. „ Sermones festivo? „ . Morì nel \^%o .
C-n. v.
Dati Gregorio di Domenico fratello del poeta
Leonardo, e poeta singolare ancrTesso. storico ce-
lebre, matematico insigne ed astrologo egregio,
come attesta il Monaldi- nella sua storia. Oltre le
opere sue,che apertamente favellano,le di lui virtù
d a t. 5ai
mostrando, volgarizzò e messe in ottava rima la
sfera composta da messer Leonardo Dati, la quale
è stampata in Firenze più volte. Valerio Massimo
de' detti e fa U i memorabili tradotti di latino in
toscano, Venezia 1 547- Gli annali di Cornelio
Tacito de' fatti e guerre de'romani così civili co-
me esterne, seguite dalla morte di Cesare Augu-
sto per fino all'imperio di Vespasiano, tradotti di
latino in lingua toscana, Venezia 1698. Scrisse
ancora la „ Storia detta del conte di Virtù,, la quale
è divisa in tre volumi , che manoscritti nella li-
breria di s. Lorenzo conservansi. Fiori nel 1470.
C-rc. Ep. v.
Dati Carlo celebre fra gli accademici della
Crusca. Fu onorato con regali da Lodovico XIV
re di Francia pel suo merito letterario. Fece
moili componimenti e la sua prim'opera fu un
„Discorso intorno agl'indovinelli stampati in prin-
cipio della Sfinge del Malatesti „, di poi un bel ,, Di-
scorso delPobblig> di ben parlar la lingua propria,
Firenze 1G57 „. Fece stampar le prose* fiorentine
parte 1. In principio di esse è una sua lunga pre-
lazione indifesa «Iella nostra lingua, Firenze 166 15
che fu una raccolta di varie lezioni toscane* pa-
negirici „ Dello Iodi del commendatore Cassiano
del Pozzo, Firenze „• „ Delle lodi del re Cristia-
nissimo, Firenze „: „ Vite delittori antichi, Fi-
renze iC<Ì7 „: „La pace, selva epitalamica, i655 „;
„ Lettera al Filaleti sotto nome di Timauco An-
ziiiio. Firenze iG63„. Ma di questa lettera egli pen-
tivasi d^ averla data troppo immaturamente, e
senza posato esame. ., Fsequiedi Luigi \lll ro
522 DAT.
di Francia, Firenze i645„. Lasciò manoscritte „Le
Veglie toscane, che poi sono slate spezzatamente
stampale „: „ Frammenti del capitolare di Lotta-
rio imperatore tratti da una carta manoscritta di
Cosimo della Rena, Firenze i6;3 „}„Poesìe diver-
se „* ed un volumetto che egli donò al Magliabe-
chi ove si leggevano „ Burle, Motti, ec. „}„ Com-
menti sopra i simboli di Pi tt agora „; „ L'amante
piagnone, poesia sopra Girolamo Signorelli libraio
bagnato dalla sua dama. Mori circa il 1678. Non
era ignaro né trascurato nemmeno nell'accudire
fruttuosamente a vari rami di domestica econo-
mìa. Aveva fondato egli slesso un negozio di ori-
ficeria e v'invigilava da buon padre di famiglia.
Era solito ricrearsi dalle assidue cure con deli-
cali notturni simposi, ove in compagnia di colti
e candidi amici si abbandonava ad una innocente
allegria. C-n. C-r. Ep. vi.
Dati Giulio scrisse la „ Storia de'piacevoli e
piattelli,,. Sta manoscritta nella Magliabechiana.
„ Lamento di Parione, Firenze 1696 ,,. Fu stam-
pato senza sua saputa, e per ischerzo mandato a
vendere dai ciechi per le vie. „ Satire manoscrit-
te,,, una delle quali è diretta al dottissimo Lodo-
vico delle Colombe „. Visse nel 1620 e fu gran^
dissimo amico del Chiabrera.,, llime„ MS. cella
Magliabechiana. \ piacevoli e piattelli erano due
accademie di cacciatori che facevano a gara an-
dando a caccia a chi fatta avesse maggior preda, di-
sfidandosi e determinando i giorni della caccia.
Quello che rimaneva superiore nella preda faceva
l'entrata solenne iu città colla caccia illuminata a
d a v. 5a3
granate accese, facendosi di notte. Si facevano
quindi vicendevolmente l'intimazione Tuna l'altra
del luogo dove volevano andare, e questa perchè
fosse più numerosa di cacciatori si faceva sempre
in giorno festivo per divertimento della gioven-
tù. C-n. JEp, vi.
Davakzati Bernardo uacque in Firenze nel
1529. Mollo giovane impiegò il suo ingegno nello
studio delle belle lettere, accompagnando ad es-
so l'indignazione per la mercatura . Coperse le
magistrature:, amò il favellare conciso, saporito,
e sentenzioso^ sprezzava le lodi delle cose sue,
stimandole sempre imperfette, e gli errori altrui
biasimava più col tacere che col riprenderli. In-
tese la lingua latina e la greca, e sopra lutti gli
altri classici, gli piacque Orazio e Tacito. Fu so-
cio dell'accademia degli Alterati e della Crusca^
scrisse nel nativo idioma con eleganza, brevità, e
giudizio, e scrisse di cose utilissime. Tradusse gli
annali di Caio Cornelio Tacilo insieme colla sto-
ria. Firenze 16$ 1, e vi fece le postille. Fu lavoro
di gara perchè volendo un francese esaltare la sua
liugua sopra lealtre.fece vedere Bernardo in que-
sta traduzione la nostra esser più breve della la-
tina, ove era Tolto percento di più che nel tosca-
no, e nel francese intorno al 60. Scrisse anche
„ L'imperio di Tiberio Cesare di Tacito in italia-
no, Firenze 1600 „^„ Scisma d'Inghilterra, Fi-
renze i638, Roma i6oa„.Vi sono anche altre suo
operette cioè „ Notizia dei cambi ed una lezione
delle monete fatta l'anuo i588 „*, „ Orazione in
524 D A v*
morte del granduca Cosimo I, recitata nelPacca-
demia degli Alterali, Firenze 1 56 1 „*, „ Epitaffio
d'Andrea del Sarto pittore, descritto nel riposo
del Borghi ni „$ „ Vita di Giuliano Davauzati suo
antenato „: la prima edizione dello scisma fu poi
fatta in Roma da per sé, perchè in Firenze non
volevano permetterne la slampa . Dalla lezione
delle monete si vede che Bernardo ebbe cogni-
zione della circolazione del sangue, dicendo in es-
sa le seguenti parole: — perchè siccome il sangue
ch'è il sugo e la sostanza del cibo nel corpo na-
turale correndo per le vene grosse nelle minute,
annaffia tutta la carne ed ella il si bee ec. ,— da ciò
si cava non essere invenzione dell'Harveo, bensì
conosciuta avanti di lui, ma non considerala che
da lui solo è minutamente esaminata . Vi so-
no anche varie lettere dirette a Bellisario Bulga-
rini, e ad altri. Di esso parlano molli rinomati
scrittori: morì nel i6oG_neiretà di 77 anni. E.
d'u. i. C~n. Ep. v. vi.
Davanzati Francesco poeta fiorentino com-
pose molti versi, e fra essi hanno il benefizio
della stampa goduto alcune» Rime,, stampate fra
quelle di diversi, Venezia, i55(»ed Ivi i586. Co-
me anche alcuni sonetti nella scelta nuova di
Rime dei più illustri poeti del suo tempo falla
da Girolamo Ruscelli, Venezia 1373. C-n. vi.
Davanzato beato nacque nel castello di Se-
mifonte, e fu discepolo del beato Lucchese dello
ordine dei frati minori, e portò egli pure tutto il
tempo di sua vita l'abito del teiV ordine di S3n
d a v. 5a5
Francesco: fu in seguito di tempo sacerdote e ret-
tore di santa Lucia e vi condusse vita ritirata, ro-
mitica ed esemplare. R-z. Ep. v.
David beato fiorentino fiorì intorno al principio
del secolo XII. Era un giovine di grandissimo ta-
lento e di ottimi costumi. Fu mandato agli studi
in Parigi secondo l'uso di quei tempi, ma egli im-
battutosi nell'abate di Chiaravalie s. Bernardo, e
sentendo con quanta energia parlasse egli della
vanità derbeni tcneni e della eterna durazione dei
celesti, s'invogliò subito di abbandonare il mon-
do, e consaciarsi a Dio. Vesti perciò l'abito cir-
stercense, e divenne un esemplare della vita mo-
nastica. Fondò per ordine di s. Bernardo una Ba-
dia in Emmairode, ove poi visse molli anni con
gran sani ila di vita, e gran penitenza. Si tiene
ques'.o santo per discepolo di s. Bernardo, e morì
Tanno 1 179 B-c. v.
Dazzi Andrea nacque in Firenze nel nov. del
i/}75, e divenne chiaro ed illustre ornamento del-
la sua patria e della fiorentina accademia. Giun-
to appena alTelà capace di apprendere le liberali
discipline, fu posto sotto la direzione del dot-
tissimo segretario della repubblica fiorentina Mar-
cello Virgilio, dal quale con incredibile progresso
apprese le umane lettere, l'eloquenza e la poesia.
In età di 17 anni compose un vago poemetto
divido in tre libri, intitolalo „ Atluromyoiwi-
rìiid ,,. pubblicato da Michelangiolo Serafini. At-
tese pure allo studio della musica, ed imp:nu sot-"]
lo il famoso Varino le lettere greche. Tanto fu il
credito di sua dottrina nel greco idiomi, che di
SL Tose. Tom, 12. 4*
5a6 d a z.
27 anni fu destinato successore al soprniodato
Marcello nell'onorevole dignità di professore e
d'interpetre delle greche e romane scritture. Fu
il primo che si accingesse alla greca letteratura,
ed espose pubblicamente Omero} tradusse nella
latina lingua Diodoro Siculo, e l'Argonautica di
Apollonio Rodio} molti greci epigrammi di cele-
bri antichi poeti rendè latini, e similmente bel-
lissimi epigrammi greci compose, alcuni dei quali
il celebre A.nlon (Viaria Salvini si era preso il pia-
cere di tradurre in altrettanti latini epigrammi.
Moltissimi pure sono i di lui latini poetici com-
ponimenti, che egli in vari tempi scrisse a*suoi
amici ed altri illustri personaggi, e che il di lui
figlio Giovanni pubblicò e dedicò al duca II Co-
simo defedici, In età di anni 38 assalito da lun-
ga e pericolosa malattia restò privo della vista,
per cui abbandonò le pubbliche lezioni, non lascian-
do però di coltivare gli ameni studi. Recitò in vari
tempi alcune sue lezioni; e ad insinuazione del
prelodato duca, si pose ad insegnar di nuovo in
patria lettere greche e latine, JXelP anno 1548,
mentre godeva la carica di censore della fiorentina
accademia, fu rapito dalla morte con universale
dispiacimento, e per i suoi meriti fu pubblicamen-
te onorata la di lui memoria. E. d'u. i. Ep.s, vi.
Dei Giovanni Battista genealogista di To»
scana nato in Firenze nel 1702, ed ivi morto nel
feb. del 1789. Fu direttore dell* archivio segreto
del principe Ferdinando, e non solo dotto nella
scienza araldica e genealogica, ma istruito altresì
nella storia della sua patria. V antiquario dello
DEI. 527
imperatore Francesco I gli fu debitore di molti
lumi importanti, ed il gabinetto imperiale di Vien-
na di antiche monete rare . Pose in ordine i più
degli archivi di Firenze, e formò gli alberi genea-
logici di molte famiglie illustri. Tra quelli che gli
fecero più onore v'è quello della casa ducale dei
Medici stampato nel 1761. B. u. Ep. vi, vii.
Dei Benedetto diligente osservatore di ciò che
alla giornata occorreva, ond'è che con assiduità
scrisse una „ Cronica fiorentina manoscritta,,. Nel
fine vi sono alcuni ricordi di Firenze, nella libreria
del Granduca dall'anno 1400 fino al i5oo, nel qual
tempo la città fece i fatti maggiori e più grandi.
„ Raccolta dei casati nobili di Firenze veduti e
seduti finoairar.no 1476 „} sta nella Biblioteca
Magliabeehiana „ Frammenti della storia fiorenti-
na MS. in delta biblioteca. C-n. v.
D'Elci. Fed. ElcL
Dello pittore e scultore fiorentino , lavorò
piccole figure sopra le tavole e sopra gli armari.
Andò nelle Spagne, e fu così caro al re che nel par^
tire lo dichiarò cavaliere. Ritornato alla patria ebbe
gran contrasto per la confermazione dei suoi pri-
vilegi, perlochè scrisse al re , il quale favorillo
presso quella signoria, e ne conseguì il suo inten-
to. Ritornò poi nelle Spagne, dove dipingeva co!
grembiule di broccato d'oro, e ivi in età di 49 an-
ni morì. V-s. r.
Desidebi Ippolito gesuita nato a Pistoia nel
1G84 ? fu niandato nell'india nel 1712. fisMf] In
stato destinalo alla missione del Tibet, andò a
Goa a Surate in gennaio del 1714. Obbligato a
5a8 d e s.
soggiornare in quella città v'imparò la lingua per-
siana. Recossi in seguito a Delby, e di là col pa-
dre Freyre al Cachemir. Il Desideri voleva scopri-
re una strada onde andare alla Chiua dalla parte
del Tibet. Gli si parlò di due Tibet, il piccolo Ti-
bet o Baltistan a settentrione di Cachemir, ed il
gran Tibet o Boutan. Partirono i missionari del
Cachemir , ed in quaranta giorni arrivarono a
Latac capitale di un regno che forma parte del se*
condo Tibet. Il Desideri fu considerato dal ree dai
suoi cortigiani per un lama europeo, e gli dissero
che il loro libro somigliava al suo, Cominciò a stu-
diare la lingua del paese, sperando di fissare il sog-
giorno a Latac, allorché apprese che ei'avi un terzo
Tibet, chiamato altresì Lassa. Deliberò di farne
la scoperta, e dopo un cam mino di sei mesi per
luoghi deserti i missionari entrarono in Lassa nel
marzo del 1716 . Ippolito vi rimase fino at 1727^
non ostante i disgusti d'ogni genere che provava.
Dopo questo tempo fu dal papa richiamato a Roma
ove morì nel 1733. È sua una lettera nel tomo
XII delle lettere edificanti, ed uu altra che Zac-
caria ha inserita per intiero nel libro intitolato
Biblioteca pistoriensis . Il Desideri si occupò
ad osservare !a conformità della nostra religione
con quella dei Tibetani. La sua strada tiene i»l
mezzo fra quella dpi padri d'Orville e Gruaber, e
quella del padre Goes. Essa è più diretta e fa co-
noscere regioni non visitate da'' viaggiatori in-
glesi, che verso la fine del secolo XVIII andaro-
no dal Bengala al Tibet. Ha tradotto in latino il
frangiar 0 Sa borio, lihro che presso &li abitanti
D E S. 52Q
del Tibet ha la medesima autorità delia sacra
scrittura fra i cristiani. B. u. Ep. vi, vii.
Desiderio da Settignano. Ved. Settignano.
Diacceto Angiolo (da) domenicano. Fu cin-
que volte vicario generale del suo ordine, e due
volte per atti pubblici rinunziò il vescovado di
Fiesole, che poi il papa Pio V gli fece accettare
per santa obbedienza, e in fine lo rinunziò al ni-
pote suo Francesco. Tn gioventù lesse filosofìa
tra"1 suoi frali, ed avendo vissuto anni 81 venne a
morte Tanno 1674, a s. Domenico di Fiesole, dove
preso aveva Panilo. B-s. v, vi.
Divcceto. Ved. Cattarli.
Dm Francesco di Lucignano avvocato, au-
ditore della ruota di Perugia. Bologna, Genova e
Lucca, scrisse „ Antiquitatum Etruriae, seu de
fiitu Clanarum fragmenta. historica, deque re-
bus feliciter gestis ci vitati* aretinae, clusinae
ac cortonensis curii senensibus, Jlorentinis e.r-
terisque, Siena 169G ,,} „ Fastorum variorum-
que carminimi lib. FI/, mira carminis elegan-
tia ac ossidiana facilitate congesti etc. Venezia
1701 .,: „ De antiquitntibus umbrorum , tu-
scorumque sede ac imperio, deque Oa/ttej'io <t
camertibus a Syllu e or ci sì s dissertatio /ustori-
c.a adversus opiniones Biondi. Aldi^ Sigonii
Cluveri . /'. Papebrocliii sor. Jesu ac recen-
tioriun, in qua pluics inscriptinnes gruterinnae
stdidissimis fundamentis ad rrisim rrvnrantur
e&fej Venezia 1701 „.' » Ars poetica in plurihn*
ditsertationibus comìcas^ pastoritins. trnyiras.
Il KJU -nmir,is\ Tlissi, tionerrlli. l'etri (ninniti.
48*
53o D l !f.
Guarirai , aliorumque etc. perquisita et indi~
cata^ Lucca 171$ ,,5 scrisse anche „ Findiciae
auctorum s. Venantiiet s. Meletii in duabus dis-
sertai ionìbiis, Venezia 1701 „/„ De translatione
s. Bartolommaei responsiva eminentiss. et sa-
pientiss. D.card. Ursinio, Venetiis ijoi „:„ Poe-
sie liriche in sua assenza stampate in Venezia
1701 „ „; Vita di Mecenate: critica di Seneca, Ve-
nezia 1 702, „ 5 „ Responsiones ad eroides 0<>i-
dii iterum impressae, Fuligno 171 2- „/ „ Deci-
siories rotae bononiensis : Decisiortes crimina-
les, Lucca 17 13 ». P-s. Ep. v.
Dino da Mugello net territorio di Firenze ,
nacque nel secolo XIII. Oscurò con la sua ripu-
tazione quella di tutti i giureconsulti che l'ave-
vano preceduto. Professò il dritto a Bologna, e
divenne celebre per la grande facilità deprimer-
si, per la vivacità del suo spirito e perla chiarezza
della sua dizione. Bonifazio Vili papa Io adoprò
insieme con Riccardo da Siena nella compilazione
del sesto libr. delle decretati. Morì nel i$i3$ al-
cuni dicono da lento veleno, altri dal dolore di
non avere ottenuta la porpora romana, di cui vide
insignito Riccardo suo cooperatore. B. u. v.
DiOTisiLvi sicuramente italiano, ma probabil-
mente pisano, mentre fu Parchitetto del famoso
battistero di Pisa elevato dai fondamenti fin dal-
l'anno 11 52. Si volle da qualche scrittore che la
sua patria fosse Siena, ed egli della nobile fami-
glia Petroni , ( padre della Valle ; lettere senesi )
ma i pisani lo rivendicano tuttora alla lor patria.
( Morrona Pisa illustrata ). La celebrità di quel
DOC. 53 E
tempio da lui architettato lo rendon famoso al
pari di Kuschetto , tP Arnolfo e di Giovanni da
Pisa suoi contemporanei C-c. Ep. v.
Docci Tommaso senese prof.di giurisprudenza
nella patria università, fu uomo meritevole di o-
gni lode, dotato di ogni virtù, e chiaro per 1 a sua
dottrini, giustizia e probità. L'Italia non solo, ma
le oltramontane, e oltra marine nazioni tenevano
in stima e venerazione Inscienza legale del Doc-
ci in guisa tale, che attratti dati a fama di un tan-
t'uomo, molli francesi, tedeschi, spagnuoli, ingle-
si, e da altre parti del mondo, venivano in Siena
ad attingere la di lui dottrina. La sua casa, a gui-
sa del delfico tempio, era frequentata sin dagli
abitatori delle più lontane parli della terra, i quali
ad esso venivano per chiederle consiglio in diffi-
cilissimi affari, le di cui risposte eran giustamen-
te stimate come risposte d1 oracolo, per cui si
inerite il titolo di dottore della verità. Sostenne
il Docci i più eminenti onori della repubblica. Fu
sommamente accetto a Pio II, «lei quale fu pre-
rettore: ed il dolore generale sentito per la sua
perdita, prova abbastanza quanto fosse caro an-
che alla patria. La morte di un tanfuorao, acca-
duta nel sessantesimo anno delPelà sua, fu lut-
tuosa ai cittadini, acerba alla patria, grave n tutti
i buoni. V-t. v.
Dolci Carlo e per vezzo detto Carlino pfttor
fiorentino: mentre seguiva il merito del Rosselli
solto Iacopo Vignali per un suo pnrlicoHr talen-
to paziente perfezionò il metodo del raposqu •>' i.
eolh'jiìsv» il maestro colPestrema diligenza il
532, D o t.
conilurre a termine con inesprimibile amore, non
che le carni, ma anche le vesti e ogni più minu-
to particolare dei suoi dipinti. Congiunse a que-
sta molta intelligenza del chiaroscuro, e dell'ar-
monia, una vaga scelta di arie gentili, di graziose
forme, un disinvolto carattere di disegno, un va-
riar di tinte, e ciò che più sorprende un colorito
franco, e nel tempo stesso pieno di morbidezza.
Or chi non vede un cuore che anela al cielo nel-
la sua s. Maria Maddalena della r. Galleria di Fi-
renze? Chi non ammira la verace penitenza di
quelle lacrime del s. Pietro che ivi pure conser-
vasi? Chi non ravvisa il desiderio di riunirsi al
suo Dio nel s. Andrea della R. Galleria de" Pitti?
Chi in somma non frova in ogni opera del Dolci
delineati al vero i dolci sentimenti di un'anima
ben fatta? La ricerca che in ogni tempo si fece di
sue opere non riuscivano a far paghi i tanti ama-
tori che ognora ne andarono, e ne vanno in cer-
ea, per l'emozione che destano nei nostri sensi.
Lo stesso granduca n'ebbe tale stima, che lo spe-
dì a Ispruch per servire colla sua arte l'arcidu-
chessa Claudia Felice destinata sposa all'impera-
tore Ferdinando I, e ne fu ricolmalo di benetieen-
ze. in ultimo è nota per merito la poesia del Cor-
sini, e'1 quadro della B. Vergine che presenta il
ritratto di s. Domenico ai religiosi di lui. Tenne
in line disgraziatamente attaccato da una fredda
ipocondria, che non servivano a trarnelo né le te-
nere cure della consorte, dei figli, e degli amici,
né il pietoso interesse che i grandi e persino lo
stesso sovrano prendevano di sua saltile.. Per
d o i. 533
questa perdendo egli a poco a poco le forze della
vila, e le facoltà morali, si condusse finalmente
all'eternità nel 1686 per godervi il premio di sue
virtù praticate pel corso di 70 anni. Onorio Mari-
nari suo cugino si accoslò molto al suo stile. R.
g. d. F. Ep. vi.
Dolcibene Buffone il quale fu sì celebre nel-
le facezie e sì arguto nelTinventarle, che si rese
a Carlo IV imperatore carissimo, e come buffone
regio il (e coronare, come attesta il Villani nelle
vite degli uomini illustri manoscritte. Fiorì nel
i35o. C-u. v.
Domenica suora venerabile figlia di un orto-
lano delle monache del Paradiso fuori della porta
a s. Niccolò di Firenze. Ebbe in animo di ritirarsi
dal mondo con altre vergini, e fino dalla sua fan-
ciullezza Irattennesi in varie case e monasteri, e
quand'era in Candeli monaca servigiala passò ad
un nuovo monastero fabbricato con limosine, det-
to poi la Crocetta, ed ivi si stabili con altre undici
fanciulle vestite nel i5 16 coIPahito di s. Dome-
nico , avendo per loro parlicolar distintivo una
crocetta rossa nell'abito; e dopo aver fondato
quel monastero suor Domenica del Paradiso ces-
sò di vivere l'anno i553, avendo vissuto 79 anni.
n-z vi.
Domenico di Fililppo fiorentino si distinse nel-
Tarte d1 intagliare in legno avendo eseguiti con
Giovanni da Montepulciano gl'intagli del coro, i
sedili, il seggio e le sedie dell'ebdomadario virine
all'aitar maggiore del Duomo di Siena l'anno 1 578.
C-c. vi, vii.
534 D O M.
Domenico Frate da Pistoia e Frate Piero da
Pisa. Questi due religiosi domenicani furono ce-
lebri stampatori nel secolo XV, e le loro edizioni
sono adesso in grandissimo pregio. Una comincia
— Al nome di Gesù Cristo crucitixo e di Maria
dolce. Comincia el prologo della infrascripta le-
genda della mirabile Vergine Beata Caterina da
Siena suora della penitenlia di santo Domenicho
Anno Domini 1477 al monastero di s. Iacopo di
Ripoli delPordine d^'frati predicatori. — Stampa-
rono ancora il libro intitolato; Donati Acciaioli
fiorentini expositio super libro s Etnicorum A-
ristotelis in novam tradutionem Argiropali Bi-
santii, in fine al quale è posta la nota degl'impres-
sori così: Impressimi Florentiae apud sanctum
lacobum de Ripoli i47$- V'è anche il proemio
di messer Francesco Petrarca nel libro degli im-
peratori e pontefici, con questo titolo — Incomin-
ciano le vite dei pontefici ed imperatori romani
composto da messer Francesco Pelrarcha ec. fino
alPanno 1478. Impressimi Florentiae apud san-
etimi lacobum de Ripoli anno Domini ifo&.B-s.
Ep. v.
Donatello diminutivo di Donato fiorentino
scultore, statuario, pratico stuccatore^valente ar-
chitetto e prospettivista nacque dopo il 1 383. Fu
il primo che sopra'gli altri avanzandosi a questo
nobil segno la condusse con la sola scorta delle
proprie osservazioni, giacché ne'suoi tempi le più
perfette sculture greche eran sepolte fra le rovine.
Perchè nato di poveri genitori fu protetto dalla
famiglia Martelli, e posto da lei sotto la direzione
don. 5 35
di Lorenzo di Bicci ad imparare il disegno. La
prima opera che rese celebre Donatello, siccome
per lo avanti avea lavorato nelle case private, fu
un'Annunziata di macigno posta all'altare e cap-
pella dei Cavalcanti in santa Croce. É bellissimo
il sepolcro ohe per ordine di Cosimo Padre della
patria eresse nel tempio di s. Giovanni a Giovan-
ni Coscia. In duomo vedonsi statue poste nelle
cappelle della tribuna di s. Zanobi. In galleria vi
son bassirilievi rappresentanti vari cori di fan-
ciulli con carte di musica in mano ed in atto di
cantare con molta naturalezza e proprietà. Dise-
guò pure una vetrata colorita nel duomo rappre-
sentante l'incoronazione della B. Vergine. Lavo-
rò poi le quattro statue di braccia cinque l'una,
che sono nella parte anteriore del campanile del
nominato tempio. É famosa la sua Giuditta eh' è
sotto le logge de'Lanzi. Son poi degne d'ammira-
zione le statue da Donatello eseguile per ornarne
la facciala d'Orsanmichele. Nella basilica di s. Lo-
renzo ancora si ammirano molte belle opere di
questo valentuomo, fra le quali i due pergami di
bronzo da lui disegnati ed eseguili poi da Bertol-
do suo scolare, e molle altre opere uscite dalle
sue mani . Vari lavori fece e per chiese e per la
casa MeJici e .Martelli, ne solo per Firenze, ma
per altrove, come il pergamo elfei fece pel duomo
di Prato, in cui è maraviglio^ un ballo di fan-
ciulli intagliati con somma grazia. Ma troppo ande-
rebbe in lungo quest'articolo se vi si accennasse-
ro le moltissime opere di questo celebre scultore
da lui fatte in Toscana e fuori, non poche delle
536 don.
quali peraltro perirono. Chiuderò dunque col di-
re ch'ei giunto all'età senile di 85 anni passò nel
1468 da questa all'altra vita. Fu Donatello di co-
slumi illibaf issimi e talmente disinteressalo, che
tenendo i denari in una sporta attaccata a una
fune dava la libertà ai suoi lavoranti di prender-
ne quanti a loro ne abbisognasse. Ma passando a
parlare dell'abilità che ebbe Donatello diremo, che
fu il primo che nei bassirilievi e nelle statue mo-
strasse la bellezza delle antiche sculture greche,
facendovi conoscere la molta sua perizia nella
prospettiva e nell'architettura, giacché sonoi me-
desimi ornali di ben disposte fabbriche, e di pae-
si egregiamente delineati} ed in questa l'aggiusta-
tezza del disegno, la morbidezza, la vivacità nel-
le attitudini e l'imitazione del vero. In une diremo
com'egli fu bravissimo nel far lavori d'argento.
S. d* u. ì. Ep. v.
Donati Corso, capo di partito a Firenze nel
principio del secolo XIV, era un gentiluomo del-
la antica famiglia guelfa. II suo ingegno acquista-
togli avea un'alta influenza nei consigli della re-
pubblica, ed il suo valore aveva molto contribuito
nel 1289 alla vittoria di Campalriino sugli aretini.
La sua gelosìa contro Vieri de'Cerchi dette occa-
sione al partito che tra queste due famiglie si
formò chiamato dei negri e dei bianchi. Entrato
egli in opposizione col governo fu nel i3o8 ac-
cusato di aspirare alla signoria ed arrestato men-
tre fuggiva, ma si sottrasse al supplizio, lascian-
dosi cadere da cavallo e spezzandosi il capo in
un sasso. B. u. v.
d o n. 53 7
Donati Forese \ poeta fiorentino , contem-
poraneo di Biodo . Le sue opere sono rimaste
manoscritte e conservate alcune nelle bibliote-
che Cbisi , Strozzi e Redi . Da parecchi dei suoi
„ Sonetti „ si osserva che era nemico di Dante.
Le sue opere offrono tutti i difetti dell'infanzia
dell'arte; Io siile ire rozzo e sopraccarico di bar-
barismi. L^utore non ha perciò meno ottenuto
un grado onorevole fra i poeti della sua patria,
per* aver mostrata la strada a quelli che son ve-
nuti dopo di lui. B. u. Ep. v.
Donati Bixido^ era figlio di Alessio Donati
gentiluomo fiorentino, ed uno dei primi, a rela^
zione di Leone Allacci , che abbiano composto
versi in lingua toscana. Bindo erede del gusto del
padre per la poesìa, acquistò una fama molto su-
periore. Le sue opere si conservano manoscritte
nella libreria Cbisi. li di lui stile non manca in-
di correzione, né di grazia, e può essere annove-
rato fra gli scrittori del secolo XIII, che contri-
buirono a spargere sulla poesia volgare quello
splendore di cui ella brillò nel XIV: si accordano
a porre la morte di Binilo verso l'anno i3oo. B.
a. v.
Donati Alessandro^ gesuita nato a Siena noi
i58{, professò la reltorica a Roma pel corso di
la anni con una grande considerazione, l'in
all'abilità dell'eloquenza quella della poesìa, «ci
una profonda cognizione dell1 antichità. Mori a
Roma nell'aprile del i64o, in età di 56 anni. I
suoi scritti sono ,, Ve arie poetica libri tres^ ll<>
ma i63o „} „ Roma vetus ac recens* Roma iG°»'.».
Si. Tose. Tom. 12. 49
53 8 d o k.
1689, Amsterdam 1664 ? 1694 »}M Constant hms
lìomae liberateti', poema heroicum, Roma 1640,
Francfort i654 55, oltre varie poesie e discorsi, che
pur tutti trovatisi stampali. B* u. Ep. vi.
Donato santo nativo di nobil famiglia nella
isola di Scozia, venne pellegrinando tino a Fie-
sole, dove vacando la sedia vescovile fu eletto ve-
scovo dopo i tempi d'Attila. R-z. ìv.
Donato santo venuto in Arezzo, fu ivi ordi-
nato vescovo da papa Giulio, e quindi martiriz-
zato sotto Giuliano l'Apostata. Ciò apparisce dal-
le annotazioni del Baronio al Martirologio ove è
notata la festa il dì 7 agosto. Di esso scrisse Gre-
gorio papa esserglisi rotto il calice nel celebrare
per essere stato di vetro, dopo di che furono usa-
ti di metallo. R-z. 111.
Doni Anton Francesco fiorentino frate diser-
tore dal proprio istituto, scostumato e schiribizzo-
so fino alla follia. Si stabili in Venezia per ivi po-
ter condurre sfrenata vita, ove pure attese alla
letteratura ed alla musica nella quale scriveva.
Scrisse un „ Dialogo sulla musica „ e dedicato
al duca d'Urbino fu da lui rimunerato. Pensò dun-
que di stabilirsi nella di lui corte. Ciò destò l'in-
vidia dell'Aretino, quantunque amico del Doni. Si
persuase il maledico Aretino di avere bastante au-
torità d'inibirgli di mandare ad effetto il suo divi-
samento , minacciandolo che altrimenti egli lo
avrebbe dipinto a quel duca come custode d'ogui
ribalderia, cosicché gliene sarebbe avvenuto dan-
no e vergogna. Usò d'altronde simil tratto il Doni
contro Lodovico Domenichi , accusandolo di va-
DON. 009
rie malvagità presso ii duca Cosimo, il che fruttò
la carcerazione all' accusato Domenichi. Usò il
Doni stravagantissime iperboli di cui egli abusò
tanto negli scritti d'ilarità e di giuoco, quanto in
quelli d\)dio e di furore. Scrisse un libercolo in-
titolato la „ Zucca „*, questo è diviso in cicala-
menti, baie e chiacchiere. In tutte queste parti-
celle si riporta un molto , per Io più insulso e
freddo, e poi una moralità, cui dimostrasi allude-
re qualche proverbio volgare. Vi ha una così det-
ta poscritta di lettere missive e responsive e di
sonetti di proposta e risposta, in cui spregevoli
autori si barattano un più spregevole incenso di
lode. Quando poi volle il Doni scagliare la sua ira
contro il di lui provocatore aretino scrisse con tito-
lo di „ Terremoto del Doni fiorentino con la rovi-
na di un gran colosso, bestiale anticristo della
nostra età ec.„ A questo primo scoppio ne dovean
venire dietro altri sei cioè la rovina, il baleno, il
tuono, la saetta, la vita, la morte, l'esequie, la se-
poltura^ ma la morte dell'Aretino estinse un tanto
vulcano. In mezzo a sì sfrenata vanità e bizzarrìa
d'immaginazione fu però il Doni inventore (V un
opera, in cui si ravvisano i germi di alcune produ-
zioni che vi si riconobbero in progresso di tempo
apportatrici di molta utilità alla repubblica della
lettere; vale a dire la sua libreria. In essa egli re-
gistra i titoli di tutti i libri italiani a lui cogniti
distribuendoli per materie. Aggiunge ai MÉèàetM
alcune notizie or relative agli autori ora alle opere
annunziate. Sembra quindi ch'ei possa aver sug-
gerita Tidea delle biblioteche e cataloghi ragio-
54 o d o R.
tosati e dei giornali di letteratura che s'intrapre-
sero posteriormente. Anche ii dottissimo march.
Maffei inclina a questa opinione favorevole al
Doni. Scrisse egli opere tante, che lungo sarebbe
il volerle tutte accennare: alcune dì queste dise-
gno partito in più ragionamenti, ne*quali si tratta
della pittura, della scultura, decolori, de'getti dei
modelli ec. Venezia i549 »\ » Filosofia morale ec.
Venezia i552 „; „ Pitture nelle quali si mostra di
nuova invenzione, amare, fortuna, tempo, casti-
tà, religione, sdegno, riforma, morte, sonno e so-
gno, Padova i564,j. Mori in Sforiseli ce ragguar-
devole terra del padovano Tanno i5?4- £-tf«
Fp. v.
Doni Gio. BattfstaAelteralo nobile fiorentino
nato nel 1594, studiò in Bologna in tenera età, di
poi a Roma le lingue dotte, la filosofiate mate-
matiche sotto i gesuiti. Richiamato a Firenze nel-
l'età di 19 anni passò in Francia a studiar giuri-
sprudenza a Burges. Tornato in Italia nel 1618
si addottorò in Pisa nelle leggi, che non professò,
applicatosi per proprio genio agli studi filosofici,
alle lingue orientali ed all'antiquaria. Tornò poi
in Francia con monsignore Ottavio Corsini nun-
zio pontificio. Nel 1622 lo riebbero i suoi. Con-
sacratosi affatto alle geniali sue occupazioni, al-
lora fu che intraprese la gran raccolta delie iscri-
zioni. Entrò poscia alla corte del cardinal Fran-
cesco Barberini, dove avea tempo e comodo di
studiare a suo genio. Con lui tornò in Francia e
in Spagna, ove il cardinale era spedito legato pon-
tificio per sedare le turbolenze già insorte. In quei
D O >\ 54 1
viaggi raccolse il Doni erudite suppellettili, e strin-
se amicizia con uomini dottissimi. Tornalo a Ro-
ma scrisse nel 1627 un £ Epitalamio per le nozze
di Taddeo Barberini con A.nna Colonna,,. Nel 1629
fu eletto dal cardinale suo segretario di lettere
Ialine. L'anno i638 fu chiamato il Doni dal suo
sovrano Ferdinando II ad occupare la cattedra
delle lettere greche in Firenze, ma non entrò in
cattedra che nel i64o.Fu accademico della Crusca,
e console delPaccademia sacra Fiorentina, e si ac-
casò con Margherita Fiaschi.Nel 1642 recitò «l'Ora-
zione in morte di Maria de'Mediei regina di Fran-
cia,,. Pronunziò molte lezioni alPaccad. della Cru-
sca^ fu bibliotecario della celebre Laurenziana, e
ne perfezionò il catalogo de^suoi codici. Morì di
anni 52 nel dicembre del 1647. Fino a 1 33 opere
di questo instancabile letterato si annoverano dal
Bandini, fra quelle però cui dette T ultima mano
e quelle che intraprese soltanto. Conviene scor-
rere i tit oli delle medesime, osservare le difficol-
tà ed estenzione di alcune, la novità di altre e la
scelta degli argomenti, per sentire quanto il no-
stro Doni fosse versato nell'amena letteratura, e
tutte le parti di lei con la vastità del suo talento.
Le opere per altro che più dettero celebrità al
nome del Doni furon quelle colle quali egli si
accinse ad illustrare la mugica. Seimila iscrizioni
antiche furon da lui adunate, ed erano ignote allo
stesso Grutero. e furono molti anni dopo la mor-
te del Doni pubblicate dall'antiquario Anton Fran-
cesco Gori. Le maggiori tra le sue opere prep.i-
rateerauole„l'aii(b*iteve lo „ Biblioteca universa»
54^ DON.
le,,. Quelle contener dovevano una nomenclatura
di tutte le scienze e di tutte le arti} questa una
notizia libraria estesissima. L'opera stampata do-
po la sua morte „ De restituendo, salubritate ci-
gli romani „, rese gran servizio air agricoltura.
E. (Tu. i. C-r. Ep. vi.
Donoli Francesco alfonso medico toscano
nato nel i635, morto a Padova nel ìyi^. Alcuni
anni dopo d'aver ricevuto Ih laurea dottorale nel-
l'università di Siena, fu eletto professore a quella
di Padova, dove salì in gran riputazione come
dotto, e specialmente quaf oratore . Dette alla
slampa di suo „ Il medico pratico, cioè della vita
attiva, colla quale può regolarsi ogni medico che
intende di professar medicina pratica, Venezia
1 666 ,,5 „ Liber de iis qui semel in die cibum ca-
piunt, ivi 1674 „} „ Bellum civile medìcum* Pa-
dova 1705 „. B. u* vi.
DoswGio.Jntonio nacque in Firenze nel i533.
D'anni i5 andò a Roma, e si pose a fare l'orefice;
poi passò sotto Raffaello da IMontelupo scultore:
acconciò molte statue in Belvedere, palazzo ponti-
ficio in Roma: fece lavori di stucco e di basso ri-
lievo} lavorò vari depositi di marmo coi ritratti, ed
operò in architettura. B-g. vi.
Dovizi Bernardo d'origine da Bibbiena terra
del Casentino, nacque in Firenze nel 147°- fu
segretario di Lorenzo de'Medici, e da lui inviato
ad Alfonso d'Aragona. Giulio II sommo pontefice
molto si valse della opera sua. Leone X lo fe-
ce protonotario apostolico il primo giorno del
suo pontificato , e il dì seguente suo tesoriere, e
D O V. ?^
dopo sei mesi cardinale. Andò legato a France-
sco M. primo duca d'Urbino, poi per concludere
la pace ambasciatore al re di Francia. Fu legato
dell'Umbria, e intervenne al concilio lateranense,
ove die saggio de'suoi talenti. Compose la prima
„ Commedia „ che fosse fatta in prosa, e si fu la
Calandra di molti sali ed arguzie ripiena ed abbel-
lita per modo., che in questo genere fu detto che
avea superato lo stesso Plauto. Fu stampata più
volte in Firenze. Compose come buon poeta „Car-
mìna pi uva», e molte „ Lettere „ delle quali 22
stampate ne' volumi delle lettere de'principia'prin-
cipi. Francesco Vettori nella sua storia trattando
della elezione di Leone X dice: — giovolli ancora
molto ad essere eletto la destrezza ed industria
di Bernardo da Bibbiena suo segretario, uomo a-
stutissimo e faceto, e che era stato molti anni in
quella corte e sapeva molto bene gli umori, non
solo de'cardinali, ma di qualunque loro amico e
familiare, in modo che condusse fuori del concla-
ve alcuni di loro a promettere e nel concedere
acconsentire a detta elezione . contro tutte le
ragioni —, Fu mandato legato nella guerra dTrbi-
no. Lo stesso Vettori pag. 41 in fine — Leone a-
vendo notizia di questi disordini si volse a man-
darvi legato il cardinale di Bibbiena uomo mol-
to destro nelle azioni del mondo, ma nella guerra
al tutto inesperto; e perciò in campo non condus-
se seco reputazione* pure lo riordinò alquanto.
ma non di qualità che i nemici non pjigliatpei
animo a uscire dallo stato d'Urbino ed andare ver-
so Perugia — . Della Calandra commedia di que-
544 D R A.
sto scrittore dice l'Allacci nella sua Drammaturgìa
a pag. 53.— Delle scene; macchine, musiche ed al-
tro apparato con che si recitò questa commedia se
hai curiosità leggi la lettera del conte Baldassarre
Castiglione al conte Lodovico Canossa vescovo
di Trincarico tra le lettere facete e piacevoli rac-
colte da Dionisio Atanasio ~-. Morì in Roma nel
i520 (Tamii cinquanta con sospetto di veleno.
B-s. C-n. Ep. v.
Dragomanni Cosimo Gherardo nacque in
Arezzo nel dicembre del 1769, e fu da giovinetto
collocato dalla madre a studio nella Badia di Fi-
renze. In principio concepì un aborrimento per Io
studio e pei libri, talché i religiosi meditavano di
rimandarlo a casa, ma i suoi precettori si dettero
ogni cura per rendergli caro lo studio, e ne ot-
tennero compiutamente Teffetto, giacché d'allora
in poi tinche visse fu studiosissimo. Terminato in
6 anni il corso della lingua latina ritornò in Arezzo
per fare il corso degli studi allora detti filosofici,
fi di là passò a s. Sepolcro per occupare un cano-
nicato, e quindi all'università di Pisa, dove stu-
diò le scienze mediche. Venne poi a Firenze a far
pratica di medicina a santa Maria Nuova. Porta-
tosi quindi nel 1796 a Pavia, studiò storia naturale
sotto il celebre Spallanzani, e di là si trasferì a
Milano, d'onde ritornò a Firenze, ricco di scelle
cognizioni , e vi trovò protezione, ma non dure-
vole,per essersi convertita in odio e persecuzione,
per cui fu astretto di ritirarsi a Venezia, dove fe-
ce ricca collezione di preziose notizie storiche \
ma presto tornò a Firenze ad occuparsi di storia
D B A. 545
e di medicina, avendo già deposto V abito clerica-
le, e presa una condotta di medico in maremma.
Venuti i francesi fecesi giacobino, di ohe presto
ebbe luogo di pentirsi, perseguitato aspramente dai
realisti. Frattanto dai più affezionati al governo
del buon Ferdinando III si organizzò in Arezzo una
spedizione contro i francesi . In Pitigliano pure
si ordinava una compagnia che dovea far parte
della spedizione aretina, e ne veniva offerto il co-
mando al Dragomanni. Egli replicatamente ricu-
sava, dicendo che dopo le dimostrazioni fatte non
gli sembrava di potere, senza vergogna, accettare
tale incarico, ma avendogli gli amici fatto cono-
scere, che contro gli stranieri e non contro i pro-
pri cittadini si andava a combattere, egli benché
di malavoglia accettò l'invito ed il posto di capi-
tano, e partì colle sue genti verso Perugia, senza
che, via facendo, i suoi soldati commettessero i
disordini che sogliono accompagnare tali marcie.
Questa spedizione costò a Cosimo molte fatiche
ed una ragguardevole somma di denaro, ma la sua
condotta irreprensibile e la sua illibatezza gli
moltiplicarono gli amici e gli ammiratori. La vista
poi di tante crudeltà, di tanti vizi, di tante conlra-
dizioni lo nauseò in modo delle cose politiche,
che mai più finche visse, benché diverse volte sti-
molato, volle occuparsene. Nel 1801 si uni in ma-
trimonio con Anna Giannetti di Siena. Dei suoi
lavori scientifici e letterari fu dato un accurato
giudizio nel nuovo giornale dei letterati di Pisa
anno i8a3 numero 7. pag. i^!) '/-/'• Bjfc v"-
Drusi Lucia pisano fu quegli che per primo
54^ D R U.
concepì l'ardimentoso progetto di corrrggere la
volgare lingua, formando da questa e dalla latina
un terzo dialetto, che fu il primo fondamento
dell'italiana favella. Compose due opere in rime,
a fine di partecipare alle genti le più lontane que-
sto suo nuovo dialetto . Gli altri popoli ancora
dltalia, e specialmente i siciliani, combinando il
proprio volgare col latino ne formarono il loro
parlare, e di qui la molliplicità dei dialetti che
durano anche ai giorni nostri. Dobbiamo al Dm-
si la giusta denominazione di volgar toscano al-
la lingua che a rigore italiana dovrebbesi nomi-
nare. Fu per tanto reputato uno dei più antichi*
rimatori dell'idioma toscano, ed il primo che con-
giunse il dialetto siciliano al nostro. Fiorì sul
cadere del secolo XII e sul cominciare del se-
guente. Scrisse in rima due libri uno della „ Vita
amorosa „; l'altro „ Della virtù „: opere che per di-
sgrazia perdette in mare , mentre egli stesso le
portava in Sicilia per offrirle a Guglielmo II. M.
d^u.p. Ep. iv.
Duccio di Boninsegna da Siena scolare del
Segna in pittura. Fu inventore d'un nuovo ge-
nere di pittura con pietre vario-colorate, detto
a rimessi a chiaro e scuro, e ne fé mostra il pri-
mo nel pavimento della cattedrale di Siena, dan-
dogli principio fin dal i35o colla rappresentanza
delinque re degli amorrei disfatti e giustiziali per
ordine di Gesuè. Le altre storie di quel pavi-
mento furon continuate da diversi valenti artisti
tino al principio del secolo XVI, ma con diversi
metodi. Duccio vi ha disegnato sopra il marmo
D U C. 547
bianco i contorni ed i tratti interni delle figure
per mezzo del trapano. Ebbe molti e valenti sco-
lari tino dal 1 3 1 1 . Di suo pennello v1 è tuttora
una tavola nella casa dell'Opera, e fa quasi epoca
d'arte. Essa era destinata per l'aitar maggiore
della metropolitana, ov'è profusione d'oro e d'ol-
tremare onde costò circa tremila Boriili. La sua
maniera ritiene del greco stile di que'lempi. Duc-
cio dipinse per più città di Toscana, ma non si sa
dove nò quando morisse. L-z. Ep. v.
Elci Conte f(T) senese figlio di un conte Ra-
nieri, fu capitano ardilo ma sfortunato. Nell'anno
1288 la repubblica di Pisa avea fiera guerra con
Nino giudice di Gallura suo cittadino fuoruscito,
che capeggiava la parte guelfa, onde i pisani as-
soldarono diversi capitani, tra i quali fu il conte
di cui qui ragionasi, e che dal Villani è detto il
Conticino. Questo assoldò in campagna di Roma
aoo cavalieri, e se n'andò alla volta di Pisa, ma
ciò saputo da Nino che si trovava in s. Miniato,
l'andò ad incontrare con 3oo cavalieri della Ta-
glia di Toscana, *»d azzuffatisi insieme, il conte so-
verchiato dal numero maggiore de'nemici fu rot-
to, e con pochi altri del suo seguito scampò, a-
vendo perdute con la maggio* parte delle genti
che conduceva , anco le insegne, le quali furono
portate in Firenze. Nondimeno seguitò iiell'istcs-
so credito presso i pisani , anzi aumentandosi
548 E L e.
nella fortuna come nel valore, fu in breve tempo
da quelli fatto capitano generale delle lor genti,
colle quali ridusse in grande estremità Nino sud-
detto, il quale avendo tiralo seco in lega i fioren-
tini ed i lucchesi contro i pisani, e ricevuti rin-
forzi considerabili dai collegali, uscì da Calci suo
castello, dove s'era ritirato, e andò con buon nu-
mero di fanti e cavalli all'1 assedio d' Asciano ,
castello vicino a Pisa Ire miglia, ed avutolo ai
patti salve le robe e le persone voltatosi all'im-
provviso contro il conte d'Elei il ruppe e ne ri-
porlo gloriosa vittoria. Ciò fu nell'anno i3oo se-
condo il Pigna. U-r. Ep. v..
Elci angiolo senese d'origine, nacque in Fi-
renze nell'ottobre del 1764- Fino dalla più tenera
età amò lo studio dei classici greci e latini, non che
quello dei francesi ed inglesi. Nel 1780 vestì Tabi-
Io di cavaliere di Malta, e militò nelle galere del-
Pordiue come voleva quella religione, ma non
gli piacque di giurarne i voli. Viaggiò in Francia,
in Inghilterra e pressoché per tutta l'Europa ad
oggetto di adunare le prime edizioni degli scrit-
tori greci e latini, che donò alla sua patria nell'a-
gosto del 18 \ 8. Fatto ormai vecchio previde che
non avrebbe Ira gli applausi dei suoi concittadini
sollevata la fronte a rimirare i preziosi volumi
accolti in quell'edificio, che sarà lem pio della sua
gloria. Non era serbato a quest'onore il capo ve-
nerando del vecchio, ma lungi dalla patria aggra-
var lo doveva una terra straniera. Il suo presagio
si avverò nell'ottobre del 1824, tempo in cui egli
morì in "Vienna con quelle speranze che dà la re-
E L E. 549
Jigione. Per gli sludi elisegli avea falli su Giove-
nale, Orazio ed altri poeti di lai genere, compose
delle „ Salire „ più volte stampate, che furono da
alcuni ammirale, da altri vilipese. £ cosa dolorosa
ma vera che in Firenze furon più i detrattori che
i critici. La sorte medesima incontrarono i suoi
„ Epigrammi.» e le sue „ Poesie latine,, per la pri-
ma volta pubblicate. B. u. Ep. vii.
E le no. Ved. C aleno.
Elia, da Cortona Frate minore osservante, fu
uno dei primi discepoli di s. Francesco. Nacque
nello scadere del 1200 dalla famiglia nobile Cop-
pi. Educato nella cultura delle lettere si acqui-
stò fama di profondo sapere. Quando fu s. Fran-
cesco a Cortona lo ebbe a suo seguace , finché
giunse ad essere generale dell'ordine francescano,
e fu eccellente nel maneggiare gli affari senza la-
sciare di trarre una santa vita. Mitigò la troppo
srretta regola di s. Francesco, e fu annullato lo
statuto di non mangiar carne. Morto s. France-
sco nel 1226, restò fra Elia ministro generale del-
l'ordine francescano, e pensò ad erigere una ma-
gnifica chiesa in Assisi, che fosse il deposito delie
sante spoglie del fondatore del suo ordine, ed
Arnolfo di Lapo ne fu l'architetto, ed ivi in una
chiesa quasiché sotterranea fu deposto ascosamen-
te quel sacro corpo per opera d'Elia, senza che
nessuno l'abbia mai più veduto, se non che po-
chi anni sono fu ricercato. Ebbe fra Elia molti op-
positori nell'ordine che disapprovarono Pigiata
sua vita e il cumulo del denaro, quantunque speso
per le sacre fabbriche, sicché fu dal papa deposto,
SU Tose. Tom. 12. 50
55o ELI.
ed ei tornato semplice fiate si ritirò, qual romito,
al suo primo convento delle Celle presso Corto-
na, traendovi una vita da vero penitente. Facile
il papa a prestargli fede lo ristabilì nelle antiche
sue cariche. Allora fra Elia colPaiuto del papa si
vendicòde'suoi avversari lino a carcerarne diversi.
Pervenuto così al dispotismo, Elia propose la ri-
forma della troppo austera regola di s. Francesco^
e trovò non pochi seguaci del suo parere. Mara-
vigliosa fu la quantità di conventi e chiese dei
frali Minori di quel tempo in quasi tutta l'Euro-
pa. Ma lo spirito di vendetta precipitò fra Elia in
atroci crudeltà, per cui fu di nuovo dimesso. Allo-
ra per trovar grazia nuovamente presso il pontefi-
ce tentò di riunire l'armonìa tra la chiesa e l'im-
pero, ma non vi riuscì. Si prevalsero di que-
sta occasione i suoi nemici per maggiormente
perderlo neir animo del papa, e rappresentarlo
come aderente all'imperatore e ribelle alla chie-
sa, e pervennero a farlo scomunicare. Elia fug-
girsene all'imperatore, da cui ebbe onori e pen-
sioni, e deposto il cappuccio abiurò l'istituto, e fu
impixegato dall'imperatore in premurose commis-
sioni a varie corti. Morto Federigo imperatore
nel i2,5o, Elia si ritirò in Cortona in una casa da
sé fabbricatasi, dove morì nel ia53 pentito e ri-
benedetto. E. d"u. U Ep. v.
Empoli Iacopo (da)^ così detto perchè oriun-
do di quella terra, imparò la pittura da Tommaso
da s. Friano. Disegnò tutte le opere di Andrea
ilei Sarto, e fu valentissimo nel copiarle. Welle
nozze della regina di Francia e dell'arciduchessa
£ m p. 55 r
Maria Maddalena d'Austria fece vedere l'industria
■e l'invenzione de^suoi pennelli negli archi trion-
fali . Ebbe una maniera soda con buon gusto ,
con disegno senza errori, otlimopanneggiamen-
(o, belle arie di teste e buon colorito. Voleva es-
ser pagalo avanti il lavoro, e sino che duravano
i denari non era possibile fargli toccare i pennelli.
Dipinse una sol volta a fresco, perchè precipitò
dal palco. Si trattava lautamente, e gradiva regali
di commestibili, e con la scusa d'introdurre uc-
celli e salvaggiume nei suoi quadri molti ne rice-
veva in dono, dell'invecchiarsi non dicendo più
il vero la mano al disegno, consumò gli avanzi
fatti, onde ridotto agli anni 86, mantenuto gran
tempo di carità, morì nel if>4o. Nelle ultime ore
del viver suo lasciò savissimi consigli ai giovani
artisti che circondavano il suo letto, di non imi-
tarlo nella condotta della sua vita, ma di valersi
del tempo e delle occasioni, e di pensare al futu-
ro. O-r. Ep. vi.
Empoli Giovanni (cT) fiorentino, agente del-
la marinerìa del re ili Portogallo, ha scritto la
relazione del primo viaggio d*1 Alfonso d1 Albu-
gnerque alle Indie. É intitolata,, Navigazione delle
Indie sotto gli ordini del sig. Alfonso d"1 Albu-
gnerque „: una qual relazione dà idea della ma-
niera di navigare e dello stato delle cognizioni
geografiche a quell' epoca. 1/ Empoli in questo
viaggio fu impiegalo in varie missioni. B. u.
Enrico Fra o Frate minore, calligrafo, mu-
sico e miniatore pisano, che fiori nel 1238, é loda-
to perchè ai suoi tempi sapeva scrivere, miniare,
55a e r r.
comporre e cantare in musica di vario genere,
cioè di canto fermo e modulato, ed ebbe una voce
cosi sonora da empirne tutto il coro. Questa no-
tizia è tratta dal documento xx del p. Affo relati-
vo alla dissertazione della pittura dei Ciampi p.
I41- Ep.y.
Erizzo Beato.Si suppone da alcuni che sia dei
Caponsacchi , valombrosano circa il secolo Xf :
il suo corpo riposa con quello degli altri dieci
beati nella Badia di Valombrosa nella cappella
deificati. B-r. iv.
Ermengarda figlia d'Adelberto II duca di To-
scana, e moglie in seconde nozze <¥ Adalberto
marchese d'Ivrea. Nel secolo X Ermengarda ci è
presentata dallo storico Liutprando per una delle
principesse le più intrigatrici e più corrotte del-
l'Italia. Eccitò quasi tutte le guerre civili che tur-
barono la fine del regno di Berengario I. Fece
sempre lega con i suoi competitori, che abbando-
nava dopo averli esposti. Sollecitò la rovina di Ro-
dolfo di Borgogna, ed in vece di esso innalzò ne!
926 al trono d'Italia Ugo, conte di Provenza, suo
fratello uterino. Ma questi più abile di lei, e più
assoluto de'suoi predecessori, la costrinse final-
mente a starsene cheta. B-u. iv.
Eschirione senese, medico empirico, il quale
fu per detto del Mattioli precettore di Galeno;
gloria in vero non piccola per fa città di Siena
mentre ciò sia; ne fa anche memoria nel secondo
libro deMiscorsi al cap. x,dove tratta de'Granehi\
C-w.
Eteri a no Tigone e Leone fiorirono nel seco-
e u f. 553
lo XII lungi da Pisa loro patria. Ugone di vasta
erudizione e profonda scienza si meritò il nome
di Eteriano, o sia celeste, e fu reputato il più abi-
le e più adattato a contribuire alla unione delle
due chiese, greca e latina. „ Lo stato dell' anima
spogliata dal corpo ,„ e il „ Trattato sulla proces-
sione dello Spirito Santo „ si nolano fra le sue
opere più egregie. Il di lui fratello Leone, già in-
terpetre deir imperatore Manuello, gli servi di
aiuto in tutti i suoi lavori, e fece anche una ver-
sione in latino della messa degli Onicocritici gre-
ci. Questi due fratelli vissero sempre in una mi-
rabile unione di sentimenti e concordi d"1 affetti.
R-s. Ep. v.
Eufiioskno, eLEOLino Santi vescovi, i quali si
suppongono promulgalorio piuttosto propagatori
del Vangelo in questi nostri paesi, intorno n! se-
colo III della chiesa. I corpi di essi si credono de-
posti nelle loro principali respettive chiese, dedi-
cate già da molti secoli indietro in loro onore.
B-r. in.
Eugenio Santo nato in Firenze circa gli anni
Sfio. figlio d'un ricco mercante fiorentino. fa rac-
comandato dal padre a s. Ambrogio per-hè lo
istruisse e lo dirigesse negli atti di religione e
pietà. S. Ambrogio l'ordinò a suddiacono, ed egli
si portava sì bene ch'era già tenuto per santo.
Venuto s. Ambrogio in Firenze restituì Eoig**
nioal padre, il quale conspgnollo I s. /niobi, <he
vedendolo ornato di tante virtù lo fece suo arci-
diacono nella chiesa fiorentina. Elevato o tal di-
gnità si dedico :ill.i pie li«;i/i<>ne e conferii molti
5o*
f)5£ E U G.
alla vera fede. Mancò di fila alla presenza dei santi
vescovi Ambrogio eZanobi verso la fine del quar-
to secolo. Passati trenta giorni dopo la morte di
s. Eugenio, spargendosi la fama della di lui gran
santi tà, fu dai medesimi santi vescovi Ambrogio
eZanobi edificata in suo onore una chiesa lontano
dalla città di Firenze circa otto miglia, la quale
tuttavìa si vede nel piviere di s. Giovanni a Re-
mole vicino al ponte a Sieve, intitolata s. Euge-
nio a Rosano. B~r. Ep. m.
Eugenio III fu sommo pontefice della nobil
famiglia pisana dei Paganelli di Monternagno, ca-
stello poco lungi da Pisa: tale almeno è la tradi-
zione popolare, mancanti di storici documenti, ed
in tale posizione i lucchesi Io vogliono nato in
altro IVIontemagno nel loro territorio, ciò che è
provalo con ben più ragione . Pietro Rernardo
Paganelli ( tal'era il suo nome al secolo ), nato
verso il fine dell'undecimo secolo, fu vicedomino
della chiesa pisana, poscia abate di s. Zenone in
Pisa. Quindi passò in Chiaravalle sotto la disci-
plina del gran s. Rernardo, e poco dopo abate del
monastero dei santi Vincenzio ed Anastasio in
poca distanza da Roma. Renchè non fosse del col-
legio dei cardinali, fu proclamato pontefice mas-
simo nel u45 pei veri e proprii meriti che lo di-
stinguevano. S. Rernardo oltre molte lettere, gii
indirizzò poi quindici libri De consideratione ,
nei quali gli suggerisce, come antico suo maestro,
vari riflessi e ricordi non meno per la privata
sua direzione, che pel pubblico regolamento. U-
ditasi dal popolo la elezione istantanea d'Euge-
E U G. 555
ilio III al pontificalo senza suo assenso, tumul-
tuò acremente, reclamando » pretesi suoi diritti a
tale elezione, e minacciò stragi e rovine, ma il
prudente pontefice partì privatamente da Roma,
e giunto al monastero di Farsa, ov'erano molti
cardinali, solennizzò la sua pontificale inaugura-
zione. Dichiarò quindi aperta guerra a'romani^e ne
trionfò fino a tornare in Roma pieno di gloria nel
natale del u45. IVon per. tanto si acquietarono i
tumultuanti romani, ma egli con savia e cristia-
na politica seppe tenerli a dovere. Nei pochi in-
tervalli che le turbolenze dello stato e le maggiori
cure del ministero lasciavanli, pensò l'ottimo
principe a render felici i suoi popoli, a promuo-
vere le arti e l'industria. Frenò con severi editti
la baldanza dei facinorosi, e l'impunità dei delitti:
ristabilì la retta amministrazione della giustizi.!
ne'tribunali: messe in onore il merito e la virtù:
richiamò la buona fede: ricuperò alquante città,
terre, pertinenze e regalie usurpate alla s. sede:
immortalò i! suo nome con più suntuose fabbriche,
colle quali adornò la sua capitale, ed abbellì molti
altri luoghi . Sussistono tuttavìa pubbliche me-
morie e monumenti onorevoli eretti per conser-
varne presso i posteri la ricordanza. Estere na-
zioni le più lontane dal suo soglio gP inviarono
legati por salutarlo e consultarlo. >Ia la sua leti-
zi i In conversa in tristezza, allorché gli infedeli
mirarono in paesi cristiani. Edessa, Antiochia lu-
rono in grave pericolo, ad affrontare il quale per
Òpera di s. Bernardo i cristiani segnaronsi della
■ b<* ti i Magna dei loro voti e del loro valore. Il
556 é u g.
movimento a tale oggetto fu universale in Euro-
pa: il papa va egli stesso a fomentarne in Francia
l'entusiasmo., e intanto passa a rivedere per pochi
momenti la sua patria. Già le nazioni cristiane
coprono il mare di combattenti, e ne impallidisce
l'Oriente: si fiacca l'idolatrìa. Se il cielo non ar-
rise ciò non ostante al trionfo completo di quel-
l'impresa, non per questo fu inutile quanto la cri-
stianità operò a difesa della buona causa. Euge-
nio perseguitò personalmente in Francia l'eresìa
che vi nacque nella chiesa di Poitiers ed altrove.
Convocò un concilio a Reims Tanno 1148, e di
là percorse gran parte della Francia per ristabi-
lirvi la sana dottrina, ed approvò gli scritti di s.
Ildegarda religiosa di gran reputazione, accrebbe
questo papa l'onore delle cose sacre e la maestà
della religione. Protesse le lettere ed accolse be-
nignamente il decreto di Graziano. A lui dob-
biamo la versione di più opere ecclesiastiche. Fu
saggio, pio, magnanimo, provvido, vigilante, in-
corrotto e generoso} e soprattutto seppe custodire
l'onore e i dritti del gran sacerdote senza precipi-
tazione e senza fasto. Fu in somma Eugenio ITI
uno dei più illustri papi che abbia avuto il cri-
stianesimo in qualunque aspetto piaccia di con-
siderarlo, o come principe, o come gran sacerdote
di Gesù Cristo, o come privato soggetto. IVIorì in
Tivoli nel luglio del n53 dopo ott'anni e quasi
cinque mesi di glorioso governo. Nel duomo di
Pisa trovasi un quadro o\'è rappresentato un dei
miracoli da lui operati. M.ctu.p. Ep. iv, v.
Eustachio Frate domenicano miniò i libri
É o r. ahi 7
che sono nel duomo di Firenze, come c'informa
il p. Richa, ma senza indicarci in qual tempo; sic-
ché solo potremo supporlo circa il iìoo. Ep. v.
Eutichiano eletto papa il 5 gennaio dell'anno
275, successe a s. Felice I di tal nome. Era nato in
Toscana, e quantunque abbia retta la chiesa pel
corso quasi di nove anni, la storia non ci fa co-
noscere niuna particolarità importante della sua
vita. Parecchie persone credono che egli soffrisse
il martirio. Per altro l'antico calendario romano
non Io pone che fra i vescovi confessori morii
in pace per la fede , ma preparati a soffrire per
essa. Sotto il suo pontificato comparve il capo
degli eresiarchi manichei, di cui gli errori turba-
rono per lungo tempo la pace della chiesa. Eu-
tichiano morì a Roma ai 7 di dicembre dell'anno
a83. B.u. 111.
PIIfE DEL TOMO XII.
56o
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. GaUuzzì.
. Grassi.
. Giuli.
. Lucchesini.
. Lami.
. Utta.
.' Ma'rreìli.
. Medici,
p. Memorie storiche di più uomini illustri
pisani.
. Maggi.
. Milizia.
. Marmi.
. Man ni.
. Moreni".
. Muratori.
. Orlandi.
. Parigi.
. Potter.
. Patrizi.
F. R. galleria di Firenze.
. Rossi.
. Razzi.
. SandraU.
. Serie d'uomini i più illustri in pitturar
scultura ed architettura.
. Sismondi.
. Tavole cronologiche.
. Targioni.
. Tolomei.
. Tipaldo.
. Tristiano 1' eremila.
. Ticozzi.
. Ubaldini.
. Ughelli.
. Cgurgeri.
. Vite (o Notizie istoriche ) degli arcadi
morti.
. Virgilio.
. Villani.
. Vannucci.
. Vermiglioli.
Vasari.
DG Inghirami, Francesco
736 Storia della Toscana
15
t. 11-12
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